La notte delle stelle cadenti recensione

Titolo: The night of the shooting stars
Autrice: Ben Pastor
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2018
Titolo in Italia: La notte delle stelle cadenti
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Luigi Sanvito

Preceduto da:
1. Lumen
2. Luna buguarda
3. Kaputt Mundi
4. La canzone del cavaliere
5. Il morto in piazza
6. La Morte, il Diavolo e Martin Bora
7. La Venere di Salò
8. Il Signore delle cento ossa
9. Il cielo di stagno
10. La strada per Itaca
11. Piccoli fuochi

Siamo nell’estate del ’44, Berlino; piena seconda guerra mondiale. Martin Bora, di stanza sul fronte italiano, è stato da poco autorizzato a tornare in patria per assistere alle esequie di uno zio morto suicida.

Praticamente appena rientrato, accadono subito tre cose strambe e potenzialmente pericolose, vista la posizione politica “precaria” (perché, più o meno, in contrasto col regime) di Bora.

La prima è che sarà avvicinato da un collega del defunto il quale getterà parecchie allusioni al fatto che lo zio potrebbe essere stato spinto al suicidio. La seconda è quella di incorrere in un suo superiore in preda ad una compromettente crisi di nervi (da cospiratore) e la terza è – forse – quella più sbalorditiva: che Arthur Nebe, il capo della Kripo, la polizia criminale, voglia proprio lui per risolvere un omicidio.

Ecco… tre circostanze che potrebbero voler dire nulla e tutto in una Berlino sotto bombardamenti, piena di correnti e alleanze pro e contro regime.

Quello che Bora vorrebbe sarebbe tornare dai suoi soldati in Italia; quello che dovrà fare, in realtà, sarà parare i colpi del destino, delle bombe e della macchinazioni nella quali si ritroverà, suo malgrado, coinvolto.

Per prima cosa – anche se poi non è rilevante ai fini del mio commento su questo libro; si tratta più che altro di un trivia – non sapevo a) che dietro lo pseudonimo di Ben Pastor si nascondesse una donna (Maria Verbena Volpi, all’anagrafe statunitense Verbena Volpi Pastor) e b) che la suddetta donna fosse, in realtà, di origini italiane naturalizzata statunitense.

Non sapevo nemmeno che l’autrice preferisse scrivere in inglese (ecco spiegata la presenza del traduttore) né che, in alcuni casi, i suoi libri siano stati pubblicati ugualmente prima in Italia.

Un altro accenno che devo poi fare è quello riguardante una iniziale incomprensione di fondo tra me e questo romanzo: ero alla ricerca di un libro in occasione della ricorrenza della Giornata delle memoria (dato che, quest’anno, avevo in lista di lettura “solo” la graphic novel Maus)… e, quindi, penso potrai immaginare la mia sorpresa quando mi sono ritrovata tra le mani un giallo… dalla parte dei nazisti (ah, e ovviamente nemmeno sapevo che si trattava del dodicesimo volume di una serie 😱)!

Venendo adesso a noi.

La storia intrattiene con un buon intreccio (comunque di intrattenimento) e un’ambientazione ricca nella sua profonda drammaticità (stiamo pur sempre parlando di una città praticamente sotto assedio, sotto una pioggia di bombardamenti che distruggono case, strade e vite).

Anche il fatto di essere davanti alla dodicesima avventura del protagonista non incide sulla piacevolezza della narrazione: si avverte, certo, la presenza di situazioni pregresse che qui si sono evolute o sono giunte a una conclusione, ma questo non boicotta la fruibilità della storia (anzi, forse, viene la curiosità di saperne un po’ di più sul passato di Bora).

Gli unici aspetti che mi hanno lasciata perplessa sono state le considerazioni introspettive del protagonista – che, talvolta, sembra scivolare in strambe auto-analisi da dodicenne – e il ritmo della storia che non si mantiene costante e, in alcuni passaggi, diventa un po’ monotono.

 

Belgravia recensione

Titolo: Belgravia
Autore: Julian Fellowes
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Belgravia
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad. di: Simona Fefé

Giugno 1815, Bruxelles. Il ballo della duchessa di Richmond è uno sfarzo maestoso di vesti fruscianti, luci, fiori, musiche, ospiti dal calibro del duca di Wellington! Uno splendore paragonabile solo all’incoronazione di «una regina medievale».

Ma il ballo della duchessa non verrà ricordato per nulla di questo, ma per le lacrime.

Il disastro arriva nelle vesti di un giovane ufficiale dagli stivali inzaccherati di fango: Napoleone è arrivato, annuncia. Lo scontro finale si svolgerà sul terreno di uno sconosciuto villaggio, Waterloo, decreta Wellington.

È così che Sophia Trenchard, figlia di James Trenchard detto “Mago” capace di procurare approvvigionamenti per l’esercito inglese in stanza in Belgio in qualunque condizione, dirà addio al suo Lord Edmund Bellasis, erede della dinastia Brockenhurst, serbando nel cuore la speranza che il campo di battaglia risparmi il suo innamorato.

Londra, 1841. Gli anni, la guerra hanno cambiato il mondo dei Trenchard. Pur conservando l’ambizione d’entrare nell’elisio mondo della upper class, James Trenchard resta un mercante… ricco ma pur sempre mercante, anzi costruttore ora.

Brockenhurst, vivono a poca distanza da loro in un palazzo realizzato proprio da Trenchard e dal socio Thomas Cubitt in persona, nella prestigiosa zona di Belgravia.

Ma del comune passato tra le due famiglie non resta traccia.

Si cela, però, un segreto che accomuna – non volenti – le due famiglie. Un segreto che, se rivelato, potrebbe alla distruzione tutto quello che i Trenchard hanno faticosamente costruito in questi venticinque anni.

Mi mancava Downton Abbey… e ho un grande difetto: l’attesa, talvolta, mi distrugge rendendomi impaziente (e fastidiosa per chi mi sta vicino).

A questo giro, per non diventare molesta troppo presto, ho deciso di leggermi i romanzi Julian Fellowes (oltre a questo: Snob e Un passato imperfetto) nell’attesa del grande evento (= il film di Downton Abbey).

Così eccomi qui con Belgravia.

Le similitudini con Downton Abbey sono numerose: famiglie aristocratiche e dislivelli sociali; eredi e eredità; drammi, ambizioni, scandali da coprire; amori da nascondere (o incentivare); anni che trascorrono imponendo cambiamenti ed esigendo sacrifici.

Al solito, Fellowes ci delizia con questi personaggi imponenti (un po’ in stile Lady Violet) e qui degnamente riprodotti in due grandi “matrone”: Anne Trenchard e Lady Brockenhurst.

Ma la bellezza delle trame di Fellowes è che ogni personaggio è importante, ha la sua storia, le sue ambizioni, le sue debolezze, le sue necessità.

E così non solo i personaggi dei “piani alti lasciano la loro impronta nella storia, ma anche quelli dei “piani bassi hanno il loro bel da fare: pettegolezzi, invidie e simpatie, “arrotondamenti” del salario…

Ovviamente, ognuno agisce per il proprio tornaconto, qualcuno per fedeltà, altri per amore sullo sfondo di una Londra al solito magnifica nella penna di Fellowes.

Certo, c’è anche questo da dire per essere completamente onesti: che di innovativo – rispetto agli altri romanzi di Fellowes – c’è ben poco. Gli intrecci sono quelli, la resa della upper class pure.

Insomma, in altre parole, Fellowes è bravo in quello che fa e, semplicemente, continua a riprodurlo.

A me, comunque, piace e ne consiglio la lettura a chi è in cerca di atmosfere alla Jane Austen o di un surrogato di Downton Abbey.

M Il figlio del secolo recensione

Titolo: M Il figlio del secolo
Autore: Antonio Scurati
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2018

«È inutile, non c’è niente da fare,
io sono come le bestie: sento il tempo che viene.
»

Chi era il Duce? Da dove salta fuori? Come arriva dove arriva? E perché? 

Be’, all’ultima domanda è sicuramente difficile – se non impossibile – fornire un’unica risposta, ma alle altre risponde, con linguaggio impeccabile e una chiarezza invidiabile, Antonio Scurati con questo suo nuovo romanzo.

Sì, perché nonostante le informazioni contenute in “M” siano tutte storiche e attendibili (sebbene non vi nascondo che ci siano anche alcuni grossi errori… chi mi segue su Instagram sa già di cosa parlo), sempre di narrativa si tratta. 

Una sorta di affascinante incrocio tra narrativa e saggio. Non credevo fosse possibile e, invece, Scurati mi ha dimostrato che si può fare (vedremo poi con quale fortuna… dal mio punto di vista, ovviamente). 

Ogni capitolo cela un evento o un momento della nascita e diffusione del fascismo (si arriva fino all’assassinio di Matteotti del 1924) basato su elementi e dati storici (anche se è un peccato che l’autore, così come spiegò alla presentazione cui partecipai – e di cui trovi degli estratti su IG -, abbia deciso di non inserire una bibliografia per mantenere il tono del romanzo) oppure ci presenta una figura o un personaggio rilevante per la sequenza narrativa.

E, infatti, non c’è solo Benito Mussolini: c’è Filippo Tommaso Marinetti, quello che, a scuola, viene semplicisticamente bollato come “quello del manifesto futurista”; c’è Gabriele D’Annunzio, la sua “vittoria mutilata” e il suo romantico governo di Fiume; c’è John Maynard Keynes con la sua lungimiranza profetica; c’è Luigi Pirandello che prese la tessera del Pnf quattro mesi dopo l’assassinio di Matteotti; poi c’è proprio Giacomo Matteotti, il «socialista impellicciato», questa Cassandra da tutti derisa e poi osannata come martire.

E poi c’è l’Italia. È una nazione, lo so, non può essere un personaggio, ma… lo è. Perché si tratta di un’Italia viva, sofferente, attraversata da correnti e malumori.  

Un’Italia umiliata, disfatta, fatta di rivolte, di comizi in piazza attorno alle statue, di amarezza e delusione, di «sangue e lacrime» di una guerra ancora viva negli animi degli ex combattenti. 

Un’Italia fatta di mezze tacche, di personaggetti, di parolai. Un’Italia, almeno sotto quest’ultimo punto di vista, non tanto diversa da quella odierna.

E poi: la presa di Fiume, le attese e i rinvii, i tentennamenti e le chiacchiere, gli sberleffi e i magheggi, la trasformazione di un embrionale movimento nel maggior partito italiano, un governo (anzi… una serie di governi) procrastinatore, costantemente incapace di far fronte ai problemi sustanziali e attuali.

Insomma, si se vuole approfondire un pezzetto di storia sul quale, in effetti, mai si era romanzato un protagonista così discusso, ve ne consiglio la lettura… con alcuni accorgimenti però.

In primo luogo, gli errori. È vero che, su più di 800 pagine, qualche punto più saltare, ma si tratta qui di un progetto – come rivendicato dallo stesso Scurati – studiato per anni, in modo da avere una solida base documentale. E non vale, a parer mio, la scusa che «M, per quanto fondato su una vasta base documentale, è un romanzo, non un saggio storico». Errare è umano; basta solo ammetterlo senza lasciarsi andare a proclami (precedenti all’articolo di Galli della Loggia).

Comunque, dato che sta venendo fuori – come mio solito – una mega recensione e non ho molto spazio (che poi sennò vi addormento per bene), per indicare i singoli errori presenti nel libro rimando all’articolo di Galli della Loggia, il primo a evidenziare le inesattezze. Cui è seguita una replica dello stesso Scurati.

In secondo luogo, l’episodicità della narrazione. Il libro è corposo e, se non si fosse optato per capitoletti brevi (alternati ad alcuni estratti di lettere, comunicati, articoli di giornale, ect.), non sarebbe stato di agevole lettura (e anche così si ha un fluire molto lento). Ma bisogna un attimo adattarsi allo stile. Personalmente, ho fatto molta fatica ad abituarmi e, ancora a metà romanzo, ho sofferto molto questa narrazione – passatemi il termine – episodica.

Terzo punto: si parla di romanzo e io stessa lo definisco tale, ma si tratta di qualcosa di leggermente diverso. Non può definirsi completamente un saggio, perché i personaggi agiscono in momenti di vita privata, impossibili da definire se non con uno sforzo di fantasia. Per quanto si possa ricavare il comportamento di qualcuno dai suoi scritti o da video o da foto, è ovviamente impossibile ricomporre ciò che ha detto o fatto nell’intimità.
Di contro, però, “M” non è nemmeno completamente un romanzo, perché sussistono numerosi elementi saggistici e il modo in cui vengono proposti e narrati gli avvenimenti, il tono – comprensibilmente – distaccato, quasi super partes si avvicina quasi a monografia.

In conclusione, ammiro il coraggio del progetto e aspetto di vederlo completato (si tratta, infatti, di una trilogia) per poter dare una valutazione finale. Si tratta di un lavoro ambizioso e ammirabile, che va però maneggiato con cura.

Figlie del mare recensione

Titolo: White Chrysanthemum
Autrice: Mary Lynn Bracht
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2018
Titolo in Italia: Figlie del mare
Anno di pubblicazione ITA:
Trad. di: Katia Bagnoli

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Isola di Jeju, 1943.
Hana s’immerge tra i flutti, rapida e precisa perché ne va della sopravvivenza sua e della sua famiglia; riemerge con il pescato e si rituffa per ricominciare la caccia.

Lei e la madre – e ben presto anche la sorellina Emiko – sono haenyeo, donne del mare.
Il loro corpo è fatto per resistere lunghi periodi in apnea, scendere più in profondità e mantenere al meglio la temperatura corporea.

Da secoli, le donne di Jeju godono di una libertà privilegiata perché le «immersioni [sono] un lavoro» esclusivamente al femminile.

Ma qualcosa è radicalmente cambiato da quando il Giappone ha annesso la Corea (nel 1910).

Ad Hana, come a tutti gli altri coreani, è vietato parlare, scrivere o leggere in coreano: l’unica cultura che devono conoscere è quella giapponese; l’unico rispetto che devono è al crisantemo giallo (simbolo dell’imperatore giapponese); gli unici ordini a cui devono obbedire subito e senza questioni sono quelli dei soldati giapponesi.

Ma quando Hana, riemergendo dal mare, vede sulla spiaggia un soldato giapponese avvicinarsi alla sorellina, nascosta tra gli scogli, sa ciò che deve fare: salvarla. Perché non ha un’idea precisa di quello che il soldato giapponese potrebbe farle, ma è sicuramente qualcosa di terrificante.

Così, Hana salva la sorella dannando se stessa.

Perché, mentre il soldato giapponese la porta via dalla sua famiglia, dalla sua isola e dalla sua vita, Hana non sa che il suo destino è diventare una “comfort woman“.

Seul, 2011.
Emi
è appena partita dall’isola di Jeju per raggiungere Seul, dove i figli l’aspettano. Lì parteciperà al millesimo mercoledì, una manifestazione settimanale iniziata nel 1922 per chiedere giustizia per le “comfort women” sopravvissute, in nome di un passato che lei non ha ancora la forza di ricordare e che i due figli non conoscono affatto.

Perché Emi ricorda una vita piena di paura e dolore e costrizioni e ricorda anche di aver avuto una sorella che ha dato la vita in cambio della sua… e non sa se questa amata sorella, a lungo nascosta in un angolo del cuore, è sopravvissuta, se è ancora viva e se avrà la possibilità un giorno di rivederla un’ultima volta.

Il dramma delle “comfort women” (traduzione del termine giapponese ianfu, eufemismo per “prostituta”) è rimasto silenzioso fino al 1991, anno in cui la prima donna di conforto coreana, Kim Hak-sun, uscì allo scoperto e rese al mondo la sua spaventosa testimonianza.

Dopo di lei, molte altre trovano il coraggio e la forza di raccontare le violenze subite, ma vennero accolte con «incredulità [e] bollate come donnacce in cerca di denaro facile».

Credits photo: ipsnews.net

Tutto questo fino al 1992, quando l’olandese Jan Ruff O’Herne si unì al coro inascoltato e deriso di queste donne, raccontando la sua terrificante storia all’udienza pubblica internazionale sui crimini di guerra giapponesi tenutasi a Tokyo, riuscendo così a suscitare l’interesse del mondo occidentale.

Le comfort women iniziano la loro “storia” in effetti come gruppi di volontarie: l’autorità giapponese, convinta che un soldato che sfogasse i suoi istinti su di una prostituita fosse meglio di uno che lo facesse su di un campo di battaglia (anche per prevenire infezioni e malattie veneree delle truppe), tramite una serie mirata di pubblicità, reclutò le prime comfort women e istituì la prima comfort house nel 1932 a Shangai.

Ma la questione delle volontarie – che, secondo numerose testimonianze, vennero raggirate e ingannate (veniva loro promesso un lavoro come operaie o infermiere o la possibilità di ripianare i debiti della famiglia senza però spiegare che sarebbero diventate schiave sessuali) – ben presto non fu sufficiente.

Così l’esercito giapponese iniziò a “reclutare” le prostitute, rapendo ragazze e donne nei territori conquistati (prevalentemente in Corea, ma anche in Cina, Filippine, Thailandia, Vietnam, Indocina francese e molti altri paesi).

Una volta infilate in una comfort house, per queste ragazze non c’era scampo: perdevano il loro nome e di loro restava solo una foto appesa all’ingresso con un numero affianco in modo che i soldati sapessero già a quale porta mettersi in fila.

Sei giorni su sette, queste donne, costrette a subire ogni genere di abusi e violenze, erano segregate in una stanza sporca e sudicia dove vi entravano più di venti soldati (al giorno), uno dietro l’altro.

Le vittime stimate, ma ovviamente si tratta di calcoli “a braccio” poiché mancano totalmente numeri precisi, si aggira tra le 50.000 e le 200.000 donne.
Secondo la BBC, invece, questo numero salirebbe fino a 300.000

Nel 1965, il governo giapponese pagò 364 milioni di dollari al governo coreano come indennizzo per tutti i crimini di guerra, incluse le ferite procurate alle comfort women.
Nel 1994, il governo giapponese creò il Fondo Donne Asiatiche per distribuire compensazioni supplementari a Corea del Sud, Filippine, Taiwan, Paesi Bassi e Indonesia.
Ad ogni sopravvissuta fu consegnata una scusa ufficiale dall’allora Primo Ministro del GiapponeTomiichi Murayama, in cui si può leggere «Come Primo Ministro del Giappone, io dunque rinnovo le mie più sincere scuse e il [mio più sincero] rimorso a tutte le donne che furono sottoposte ad immensurabili e dolorose esperienze e [che] soffrirono ferite fisiche e psicologiche incurabili nel ruolo di comfort women».
Il fondo fu chiuso il 31 marzo 2007.
[Fonte: Wikipedia.it]

Ancora oggi, quindi, manca un risarcimento diretto alle vittime.

Nel 2007, il primo ministro giapponese, Shinzō Abe, affermò che non vi erano prove che il governo giapponese avesse tenuto schiave sessuali.

Nel luglio 2017, solo 38 comfort women erano ancora in vita.

La prima statua in memoria delle “comfort women” venne eretta nel 2011 a Seul, davanti all’ambasciata giapponese. Da quel momento, molte altre repliche della statua spuntarono in altre zone del mondo (alle volte scatenando un’aspra opposizione da parte del governo giapponese).

Mi spiace essermi dilungata così tanto sulla questione, ma uno degli aspetti che più apprezzo del leggere è quando un libro è capace di aprire finestre sul passato e sulla storia e regalare al lettore nuove conoscenze (in un ambito qualunque).

E questo romanzo ha questo grandissimo merito: rivelare un pezzo di storia nascosto e bistrattato (personalmente, prima di leggere “Figlie del mare”, non sapevo nulla sulle comfort woman).

Comunque… venendo a noi.

Abbiamo capito che ho un leggggggggerissimo debole per le storie drammatiche ispirate a eventi realmente accaduti (v., giusto per restare in tema di letture edite da Longanesi, “Gemelle imperfette“).

E qui non si può certo restare indifferenti alle sorti di Hana: sballottata su di una nave, caricata su di un camion, costretta a lunghe marce fino ad arrivare nell’unico posto apparentemente ospitale e che si rivelerà, invece, l’inferno in terra.

La stessa Emiko, seppur in maniera diversa, nasconde un passato difficile e doloroso che rivelerà al lettore – e ai figli – un passo alla volta. Emi lo seppellirà così a fondo che ritrovarlo sarà quasi impossibile.

Il romanzo si gioca, quindi, su due tempi – quello della guerra e quello “presente” – e sui punti di vista delle due sorelle senza dimenticare flashback dal passato di entrambe.

Le loro storie – in particolare io sono rimasta legata ad Hana (anche perché i capitoli a lei dedicati sono più corposi) – arpionano il lettore e, almeno per me, la lettura è stata intesa, tosta e appassionante ma della durata di un battito di ciglia (insomma un vero page-turner).


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L’Alienista recensione

Titolo: The Alienist
Autore: Caleb Carr
Genere: Thriller/Storico
Anno di pubblicazione: 1994
Titolo in Italia: L’Alienista
Anno di pubblicazione ITA: 2000
Trad. di: Annamaria Biavasco

New York, 1896. A capo del dipartimento di polizia abbiamo un giovane Theodor Roosevelt (sì, quel Roosevelt) di fresca nomina, il cui compito principe è abbattere la corruzione dilagante e spregiudicata dei poliziotti.

Per combatterla, le caldamente-consigliate-dimissioni e le conseguenti nuove assunzioni nel dipartimento si susseguono una dietro l’altra e alcune sono… non convenzionali: come, per esempio, l’impiego delle due prime donne (e una è la nostra Sara Howard), sebbene con compiti più “d’ufficio”.

Insomma, si direbbe una società avveniristica, pronta a dare una possibilità a chiunque (siamo in America, del resto).

New York, però, non è mai stato un porto per buoni samaritani e azioni misericordiose; e questa città raggiunge un nuovo baratro che nessuno si aspettava (ma che tutti apprezzerebbero se restasse chiuso nel silenzio).

Tirato giù da una brusca sveglia in piena notte, John Schuyler Moore, cronista giudiziario, viene infatti costretto a recarsi nel Lower East Side dove ha avuto luogo un efferato omicidio: un ragazzo, dedito al meretricio, viene ritrovato morto, gli occhi cavati, praticamente squartato e orrendamente mutilato…

Per questo raccapricciante spettacolo, John deve “ringraziare” l’amico Laszlo Kreizler, alienista, il quale ha un’idea… peculiare: creare un profilo psicologico dell’assassino, magari riuscire a trovarlo e magari consegnarlo alla giustizia e alla doverosa punizione.

La proposta suona folle a Moore, ma non a Roosevelt che, entusiasta della cosa (anche perché nessun altro nel dipartimento è interessato al caso), aggiunge alla squadra la summenzionata Sara, come anonimo e insospettabile tramite di informazioni tra il gruppo e il commissario, e i due ispettori Marcus e Lucius Isaacson, quali esperti di criminologia e di tecniche forensi.

Pronti per cominciare? Be’, l’assassino non pare avere nessuna intenzione di fermarsi e la squadra deve recuperare in fretta se non vuole avere altre povere vittime.

Anche qui altro romanzo scoperto grazie alla serie tv, in questo caso, di Netflix (l’altro recente è Piccole grandi bugie, la cui serie televisiva è opera della HBO).

Con un cast davvero d’eccellenza (Daniel Brühl – Laszlo Kreizler, Luke Evans – John Moore, e Dakota Fanning – Sara Howard), la serie segue abbastanza fedelmente le vicende narrate nel libro… anche se, verso la fine, se ne discosta un po’ a favore di scelte più “cinematografiche”.

Immagine di telegraph.co.uk

Per la prima volta, ho proceduto a una lettura in contemporanea, cercando di guardare gli episodi della serie e in corrispondenza leggere i capitoli del libro (o viceversa). È stata un’esperienza interessante (e anche da rifare) che mi ha permesso di approfondire meglio la storia e i personaggi e vederli sotto angolazioni diverse.

Veniamo, quindi, al romanzo di Carr. L’Alienista è il primo di una – al momento – trilogia, cui seguono “L’angelo delle tenebre” (già inserito nella mia reading-list) e “The Alienist at Armageddon” (la cui pubblicazione è prevista per il 2019).

Tutti seguono le vicende di Kreizler, ma il narratore – almeno nel primo – è il giornalista John Moore (che ha qui un ruolo sicuramente più efficiente e utile rispetto alla serie tv).

Laszlo Kreizler è, sotto certi aspetti, un «enigma»: uomo chiuso, ma capace di grande empatia. John Moore cerca l’occasione per allontanarsi dai suoi demoni, ma il passato è una bestia difficile da sconfiggere; Sara Howard sa che questa potrebbe essere l’occasione per dimostrare finalmente quanto vale, ma lo fa senza illusioni e senza mai perdere di vista ciò che è giusto.

I comprimari sono ben delineati quindi, ma anche gli altri personaggi, sebbene con pennellate un po’ più rapide, sono elaborati nelle loro sofferenze, nella loro indifferenze, ect.

In particolare, i tre fedelissimi di Laszlo: Mary, la governante con un serio problema della parola e un passato da assassina; Stevie, teppista di strada già noto alle forze di polizia per la sua lunga fedina penale, e il grande e bonario Cyrus… anche lui con omicidio alle spalle.

Ciò che mi ha colpito di più, a parte la complessità dei personaggi e il modo peculiare in cui si articola questa ricerca al serial killer (ovvero ricostruendo la sua personalità in base ai dettagli delle scene del crimine), è la profondità che raggiunge la ricostruzione della New York dell’epoca.

Nelle righe di Carr compaiono ubriaconi e prostitute, marinai e sempliciotti nella caciara dei vicoli sudici dei sobborghi cittadini. Ma poi, solo qualche minuto di calesse in più, lo scenario cambia: le strade si puliscono non solo di gente, ma anche di sporcizia e ci ritroviamo nei quartieri bene.

Accanto al mondo alto-borghese e a quello proletario, abbiamo anche un altro mondo: quello della polizia. Un mondo in subbuglio, perché solo un anno prima è iniziata la lotta alla corruzione dei poliziotti e molti non vedono per nulla di buon occhio questa “pulizia”.

E poi: l’abuso di droghe, vendute regolarmente come normali farmaci; la povertà e l’ignoranza diffusa nei quartieri popolari; l’ipocrisia delle classi agiate; il mondo sopraelevato dei tetti di New York; e una sequela di personaggi realmente esistiti che fanno la loro comparsata interagendo, talvolta anche violentemente, con i nostri.

Insomma, un libro sicuramente valido. Certo in alcuni momenti (essendo anche un tometto non indifferente) c’è qualche passaggio della narrazione un po’ troppo lento o ridondante, ma complessivamente si tratta di un’ottima lettura, ricca anche di piccole curiosità che colorano una trama ben strutturata.


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