Figlie del mare recensione

Titolo: White Chrysanthemum
Autrice: Mary Lynn Bracht
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2018
Titolo in Italia: Figlie del mare
Anno di pubblicazione ITA:
Trad. di: Katia Bagnoli

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Isola di Jeju, 1943.
Hana s’immerge tra i flutti, rapida e precisa perché ne va della sopravvivenza sua e della sua famiglia; riemerge con il pescato e si rituffa per ricominciare la caccia.

Lei e la madre – e ben presto anche la sorellina Emiko – sono haenyeo, donne del mare.
Il loro corpo è fatto per resistere lunghi periodi in apnea, scendere più in profondità e mantenere al meglio la temperatura corporea.

Da secoli, le donne di Jeju godono di una libertà privilegiata perché le «immersioni [sono] un lavoro» esclusivamente al femminile.

Ma qualcosa è radicalmente cambiato da quando il Giappone ha annesso la Corea (nel 1910).

Ad Hana, come a tutti gli altri coreani, è vietato parlare, scrivere o leggere in coreano: l’unica cultura che devono conoscere è quella giapponese; l’unico rispetto che devono è al crisantemo giallo (simbolo dell’imperatore giapponese); gli unici ordini a cui devono obbedire subito e senza questioni sono quelli dei soldati giapponesi.

Ma quando Hana, riemergendo dal mare, vede sulla spiaggia un soldato giapponese avvicinarsi alla sorellina, nascosta tra gli scogli, sa ciò che deve fare: salvarla. Perché non ha un’idea precisa di quello che il soldato giapponese potrebbe farle, ma è sicuramente qualcosa di terrificante.

Così, Hana salva la sorella dannando se stessa.

Perché, mentre il soldato giapponese la porta via dalla sua famiglia, dalla sua isola e dalla sua vita, Hana non sa che il suo destino è diventare una “comfort woman“.

Seul, 2011.
Emi
è appena partita dall’isola di Jeju per raggiungere Seul, dove i figli l’aspettano. Lì parteciperà al millesimo mercoledì, una manifestazione settimanale iniziata nel 1922 per chiedere giustizia per le “comfort women” sopravvissute, in nome di un passato che lei non ha ancora la forza di ricordare e che i due figli non conoscono affatto.

Perché Emi ricorda una vita piena di paura e dolore e costrizioni e ricorda anche di aver avuto una sorella che ha dato la vita in cambio della sua… e non sa se questa amata sorella, a lungo nascosta in un angolo del cuore, è sopravvissuta, se è ancora viva e se avrà la possibilità un giorno di rivederla un’ultima volta.

Il dramma delle “comfort women” (traduzione del termine giapponese ianfu, eufemismo per “prostituta”) è rimasto silenzioso fino al 1991, anno in cui la prima donna di conforto coreana, Kim Hak-sun, uscì allo scoperto e rese al mondo la sua spaventosa testimonianza.

Dopo di lei, molte altre trovano il coraggio e la forza di raccontare le violenze subite, ma vennero accolte con «incredulità [e] bollate come donnacce in cerca di denaro facile».

Credits photo: ipsnews.net

Tutto questo fino al 1992, quando l’olandese Jan Ruff O’Herne si unì al coro inascoltato e deriso di queste donne, raccontando la sua terrificante storia all’udienza pubblica internazionale sui crimini di guerra giapponesi tenutasi a Tokyo, riuscendo così a suscitare l’interesse del mondo occidentale.

Le comfort women iniziano la loro “storia” in effetti come gruppi di volontarie: l’autorità giapponese, convinta che un soldato che sfogasse i suoi istinti su di una prostituita fosse meglio di uno che lo facesse su di un campo di battaglia (anche per prevenire infezioni e malattie veneree delle truppe), tramite una serie mirata di pubblicità, reclutò le prime comfort women e istituì la prima comfort house nel 1932 a Shangai.

Ma la questione delle volontarie – che, secondo numerose testimonianze, vennero raggirate e ingannate (veniva loro promesso un lavoro come operaie o infermiere o la possibilità di ripianare i debiti della famiglia senza però spiegare che sarebbero diventate schiave sessuali) – ben presto non fu sufficiente.

Così l’esercito giapponese iniziò a “reclutare” le prostitute, rapendo ragazze e donne nei territori conquistati (prevalentemente in Corea, ma anche in Cina, Filippine, Thailandia, Vietnam, Indocina francese e molti altri paesi).

Una volta infilate in una comfort house, per queste ragazze non c’era scampo: perdevano il loro nome e di loro restava solo una foto appesa all’ingresso con un numero affianco in modo che i soldati sapessero già a quale porta mettersi in fila.

Sei giorni su sette, queste donne, costrette a subire ogni genere di abusi e violenze, erano segregate in una stanza sporca e sudicia dove vi entravano più di venti soldati (al giorno), uno dietro l’altro.

Le vittime stimate, ma ovviamente si tratta di calcoli “a braccio” poiché mancano totalmente numeri precisi, si aggira tra le 50.000 e le 200.000 donne.
Secondo la BBC, invece, questo numero salirebbe fino a 300.000

Nel 1965, il governo giapponese pagò 364 milioni di dollari al governo coreano come indennizzo per tutti i crimini di guerra, incluse le ferite procurate alle comfort women.
Nel 1994, il governo giapponese creò il Fondo Donne Asiatiche per distribuire compensazioni supplementari a Corea del Sud, Filippine, Taiwan, Paesi Bassi e Indonesia.
Ad ogni sopravvissuta fu consegnata una scusa ufficiale dall’allora Primo Ministro del GiapponeTomiichi Murayama, in cui si può leggere «Come Primo Ministro del Giappone, io dunque rinnovo le mie più sincere scuse e il [mio più sincero] rimorso a tutte le donne che furono sottoposte ad immensurabili e dolorose esperienze e [che] soffrirono ferite fisiche e psicologiche incurabili nel ruolo di comfort women».
Il fondo fu chiuso il 31 marzo 2007.
[Fonte: Wikipedia.it]

Ancora oggi, quindi, manca un risarcimento diretto alle vittime.

Nel 2007, il primo ministro giapponese, Shinzō Abe, affermò che non vi erano prove che il governo giapponese avesse tenuto schiave sessuali.

Nel luglio 2017, solo 38 comfort women erano ancora in vita.

La prima statua in memoria delle “comfort women” venne eretta nel 2011 a Seul, davanti all’ambasciata giapponese. Da quel momento, molte altre repliche della statua spuntarono in altre zone del mondo (alle volte scatenando un’aspra opposizione da parte del governo giapponese).

Mi spiace essermi dilungata così tanto sulla questione, ma uno degli aspetti che più apprezzo del leggere è quando un libro è capace di aprire finestre sul passato e sulla storia e regalare al lettore nuove conoscenze (in un ambito qualunque).

E questo romanzo ha questo grandissimo merito: rivelare un pezzo di storia nascosto e bistrattato (personalmente, prima di leggere “Figlie del mare”, non sapevo nulla sulle comfort woman).

Comunque… venendo a noi.

Abbiamo capito che ho un leggggggggerissimo debole per le storie drammatiche ispirate a eventi realmente accaduti (v., giusto per restare in tema di letture edite da Longanesi, “Gemelle imperfette“).

E qui non si può certo restare indifferenti alle sorti di Hana: sballottata su di una nave, caricata su di un camion, costretta a lunghe marce fino ad arrivare nell’unico posto apparentemente ospitale e che si rivelerà, invece, l’inferno in terra.

La stessa Emiko, seppur in maniera diversa, nasconde un passato difficile e doloroso che rivelerà al lettore – e ai figli – un passo alla volta. Emi lo seppellirà così a fondo che ritrovarlo sarà quasi impossibile.

Il romanzo si gioca, quindi, su due tempi – quello della guerra e quello “presente” – e sui punti di vista delle due sorelle senza dimenticare flashback dal passato di entrambe.

Le loro storie – in particolare io sono rimasta legata ad Hana (anche perché i capitoli a lei dedicati sono più corposi) – arpionano il lettore e, almeno per me, la lettura è stata intesa, tosta e appassionante ma della durata di un battito di ciglia (insomma un vero page-turner).


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L’Alienista recensione

Titolo: The Alienist
Autore: Caleb Carr
Genere: Thriller/Storico
Anno di pubblicazione: 1994
Titolo in Italia: L’Alienista
Anno di pubblicazione ITA: 2000
Trad. di: Annamaria Biavasco

New York, 1896. A capo del dipartimento di polizia abbiamo un giovane Theodor Roosevelt (sì, quel Roosevelt) di fresca nomina, il cui compito principe è abbattere la corruzione dilagante e spregiudicata dei poliziotti.

Per combatterla, le caldamente-consigliate-dimissioni e le conseguenti nuove assunzioni nel dipartimento si susseguono una dietro l’altra e alcune sono… non convenzionali: come, per esempio, l’impiego delle due prime donne (e una è la nostra Sara Howard), sebbene con compiti più “d’ufficio”.

Insomma, si direbbe una società avveniristica, pronta a dare una possibilità a chiunque (siamo in America, del resto).

New York, però, non è mai stato un porto per buoni samaritani e azioni misericordiose; e questa città raggiunge un nuovo baratro che nessuno si aspettava (ma che tutti apprezzerebbero se restasse chiuso nel silenzio).

Tirato giù da una brusca sveglia in piena notte, John Schuyler Moore, cronista giudiziario, viene infatti costretto a recarsi nel Lower East Side dove ha avuto luogo un efferato omicidio: un ragazzo, dedito al meretricio, viene ritrovato morto, gli occhi cavati, praticamente squartato e orrendamente mutilato…

Per questo raccapricciante spettacolo, John deve “ringraziare” l’amico Laszlo Kreizler, alienista, il quale ha un’idea… peculiare: creare un profilo psicologico dell’assassino, magari riuscire a trovarlo e magari consegnarlo alla giustizia e alla doverosa punizione.

La proposta suona folle a Moore, ma non a Roosevelt che, entusiasta della cosa (anche perché nessun altro nel dipartimento è interessato al caso), aggiunge alla squadra la summenzionata Sara, come anonimo e insospettabile tramite di informazioni tra il gruppo e il commissario, e i due ispettori Marcus e Lucius Isaacson, quali esperti di criminologia e di tecniche forensi.

Pronti per cominciare? Be’, l’assassino non pare avere nessuna intenzione di fermarsi e la squadra deve recuperare in fretta se non vuole avere altre povere vittime.

Anche qui altro romanzo scoperto grazie alla serie tv, in questo caso, di Netflix (l’altro recente è Piccole grandi bugie, la cui serie televisiva è opera della HBO).

Con un cast davvero d’eccellenza (Daniel Brühl – Laszlo Kreizler, Luke Evans – John Moore, e Dakota Fanning – Sara Howard), la serie segue abbastanza fedelmente le vicende narrate nel libro… anche se, verso la fine, se ne discosta un po’ a favore di scelte più “cinematografiche”.

Immagine di telegraph.co.uk

Per la prima volta, ho proceduto a una lettura in contemporanea, cercando di guardare gli episodi della serie e in corrispondenza leggere i capitoli del libro (o viceversa). È stata un’esperienza interessante (e anche da rifare) che mi ha permesso di approfondire meglio la storia e i personaggi e vederli sotto angolazioni diverse.

Veniamo, quindi, al romanzo di Carr. L’Alienista è il primo di una – al momento – trilogia, cui seguono “L’angelo delle tenebre” (già inserito nella mia reading-list) e “The Alienist at Armageddon” (la cui pubblicazione è prevista per il 2019).

Tutti seguono le vicende di Kreizler, ma il narratore – almeno nel primo – è il giornalista John Moore (che ha qui un ruolo sicuramente più efficiente e utile rispetto alla serie tv).

Laszlo Kreizler è, sotto certi aspetti, un «enigma»: uomo chiuso, ma capace di grande empatia. John Moore cerca l’occasione per allontanarsi dai suoi demoni, ma il passato è una bestia difficile da sconfiggere; Sara Howard sa che questa potrebbe essere l’occasione per dimostrare finalmente quanto vale, ma lo fa senza illusioni e senza mai perdere di vista ciò che è giusto.

I comprimari sono ben delineati quindi, ma anche gli altri personaggi, sebbene con pennellate un po’ più rapide, sono elaborati nelle loro sofferenze, nella loro indifferenze, ect.

In particolare, i tre fedelissimi di Laszlo: Mary, la governante con un serio problema della parola e un passato da assassina; Stevie, teppista di strada già noto alle forze di polizia per la sua lunga fedina penale, e il grande e bonario Cyrus… anche lui con omicidio alle spalle.

Ciò che mi ha colpito di più, a parte la complessità dei personaggi e il modo peculiare in cui si articola questa ricerca al serial killer (ovvero ricostruendo la sua personalità in base ai dettagli delle scene del crimine), è la profondità che raggiunge la ricostruzione della New York dell’epoca.

Nelle righe di Carr compaiono ubriaconi e prostitute, marinai e sempliciotti nella caciara dei vicoli sudici dei sobborghi cittadini. Ma poi, solo qualche minuto di calesse in più, lo scenario cambia: le strade si puliscono non solo di gente, ma anche di sporcizia e ci ritroviamo nei quartieri bene.

Accanto al mondo alto-borghese e a quello proletario, abbiamo anche un altro mondo: quello della polizia. Un mondo in subbuglio, perché solo un anno prima è iniziata la lotta alla corruzione dei poliziotti e molti non vedono per nulla di buon occhio questa “pulizia”.

E poi: l’abuso di droghe, vendute regolarmente come normali farmaci; la povertà e l’ignoranza diffusa nei quartieri popolari; l’ipocrisia delle classi agiate; il mondo sopraelevato dei tetti di New York; e una sequela di personaggi realmente esistiti che fanno la loro comparsata interagendo, talvolta anche violentemente, con i nostri.

Insomma, un libro sicuramente valido. Certo in alcuni momenti (essendo anche un tometto non indifferente) c’è qualche passaggio della narrazione un po’ troppo lento o ridondante, ma complessivamente si tratta di un’ottima lettura, ricca anche di piccole curiosità che colorano una trama ben strutturata.


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L’altra Grace recensione

Titolo: Alias Grace
Autrice: Margaret Atwood
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1996
Titolo in Italia: L’altra Grace
Anno di pubblicazione ITA: 2008 (nuova ed. 2017)
Trad. di: Margherita Giacobino

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

1859. Grace Marks ha trentun anni e si trova nel penitenziario di Kingston, nel Canada occidentale, fin da quando di anni ne aveva solo 18 (e, per un certo periodo, è stata pure internata in un manicomio).

Adesso la sua esistenza passa tra un ricamo e un altro; un dottore e un altro; un secondino e una guardiana.

Questo perché Grace ha sulle spalle una pesante condanna a vita per aver ucciso, assieme a James McDermott, il signor Kinnear, loro datore di lavoro, e Nancy Mongomery, la governante del suddetto signore nonché sua amante.

McDermott, ritenuto colpevole oltre ogni dubbio, è stato condannato a morte per impiccagione ormai anni fa; Grace, invece, facendo forza su di un gruppo di simpatizzanti e un avvocato che ha giocato d’astuzia, ha visto commutare la sua pena in una condanna a vita.

Adesso, però, sembra che la fortuna le offra un’ulteriore opportunità. Il reverendo Verringer vuole inoltrare una nuova petizione per chiedere la scarcerazione della donna e, per rafforzare questo suo proposito, ha chiamato un medico, il dottor Simon Jordan, in modo che questi parli con Grace e ne attesti l’estraneità al turpe duplice omicidio.

Medico e carcerata, però, seguono un gioco diverso e muovono le loro pedine su di una scacchiera fatta di bugie, piccole confessioni e una pericolosa attrazione reciproca.

Avevo conosciuto Margaret Atwood con “L’assassino cieco“, romanzo che le valse un premio e che non potei fare a meno di apprezzare (e consigliare). L’avevo seguita poi con “Il racconto dell’ancella“, adesso diventato serie televisiva targata Netflix e di recente oggetto di una nuova edizione, ma che io purtroppo non ho particolarmente apprezzato.

Con “L’altra Grace” direi che la Atwood torna a essere quella che avevo ammirato con “L’assassino cieco”.

Sullo sfondo di un Canada ottocentesco (molto simile all’Inghilterra vittoriana per mode e costumi), ricostruito con dovizia di particolari e con una precisione per gli usi del tempo degna di un saggio, un terribile omicidio occupa le cronache di tutti i giornali.

Il signor Kinnear viene ritrovato morto nella sua abitazione di Richmond Hill. Per il suo omicidio vengono praticamente subito sospettati i due domestici – spariti dalla casa e fuggiti negli Stati Uniti – Grace Marks, domestica, e James McDermott, stalliere.
Alla cattura dei due, segue anche il ritrovamento, in cantina, del cadavere della governante, Nancy Mongomery.

[Fonte: Murderpedia.org]
Ovviamente il processo che segue è paragonabile ai nostri moderni “processi-mediatici” con svisceramento più o meno fantasioso della vita dei due protagonisti, allusioni di ogni genere e perversione, visite morbosamente curiose nelle celle dove Grace e James sono rinchiusi, ovazione per l’impiccagione di James, ect.

Partendo da questo caso di cronaca vera e dai suoi tantissimi punti oscuri, la Atwood ricama sopra una storia davvero interessante a partire proprio dai suoi personaggi.

Per quanto protagonista indiscussa sia Grace Marks, sulla scena si avvicendano numerosi personaggi ben congegnati, ben strutturati e ognuno con la propria dimensione… sebbene abbiano tutti un puntino in comune: mentire.

Mentire a se stessi, agli altri; mentire per il semplice gusto di farlo, per bontà, per vergogna, per illudersi, per illudere.

Insomma, il gioco che si crea è davvero interessante considerando anche che la storia che Grace propina al medico è solo una storia… una delle tante versioni che, negli anni, si sono succedute (quelle che la stampa ha rifilato ai lettori, ad esempio; oppure quella che si è formata autonomamente nelle menti canadesi; quella – anzi quelle – dei veri “attori” del delitto e ancora quella che forniscono in difesa i loro avvocati).

E, quindi, le domande che si creano sono varie e numerose: Grace era una pazza? Soffriva di doppia personalità? Era innocente? Oppure era solo una donna fredda e calcolatrice? E questa sua indifferenza era forse determinata dal tempo, dai modi e dai limiti in cui le donne venivano costrette?  O forse è solo un altro esempio di umana sofferenza, umana follia?
In definitiva, chi potrebbe dire dove arriverebbe se messo alle strette

Quella della Atwood, in verità, è una non-soluzione, ma è la conclusione degna di un romanzo ben realizzato che offre anche spunti storici, sociali e umani.


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La bottega dello speziale recensione

Titolo: La bottega dello speziale
Autore: Roberto Tiraboschi
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2016

Preceduto da: 
– La pietra per gli occhi

Alvise, approfittando di una provvida mareggiata che ha scoperto una zona di laguna sepolta da ben dodici anni, è a caccia di granchi belli saporiti.

I crostacei ovviamente non sono molto propensi a far da cena al ragazzo e uno di questi si nasconde sotto dei filamenti grigiastri.

Se non che i filamenti grigiastri si rivelano essere un bel viso di donna. Il cadavere della poveretta, mezzo incastrato nella melma e completamente nudo, per esser rimasto sotto l’acqua dodici anni è davvero troppo perfetto e ben conservato.

Il ragazzo è sconvolto, ma il bello deve ancora venire.

Colpito dagli ultimi raggi di sole, il corpo della donna irradia luce e resta sospeso nel vuoto.

Alvise scappa (e chi non l’avrebbe fatto davanti a uno zombie), ma il dubbio resta: chi è quella donna? Come a fatto a finire nella melma lagunare e restare perfettamente intatta? È ancora viva?

Bè, a Ca’ Grimani, dimora della famiglia per cui Alvise lavora, c’è qualcuno che forse potrebbe fare un po’ di luce sulla figura di questa miracolosa donna…

… ma anche gli abitanti di Ca’ Grimani hanno i loro bei problemi. Costanza, la giovane sorella della padrona di casa, sparisce improvvisamente nei pressi del monastero di San Zaccaria. Di lei nessuna traccia.

Prima di cominciare con il mio commento, una piccola precisazione. “La bottega dello speziale” è il secondo volume della serie dedicata alla nascita di Venezia, cominciata con “La pietra per gli occhi” (ambientato nel 1106). Ci tengo a precisarlo, perché questo dato in copertina non è molto chiaro.

Sebbene la storia riguardi sempre lo scriba storto Edgardo, la vicenda di questo nuovo romanzo si segue comunque bene.

Verso la fine, però, dati i richiami a personaggi e vicissitudini passati, si soffre un po’ nel non conoscere le avventure raccolte ne “La pietra per gli occhi”.

Tutto questo per dire che, se questa lettura dovesse interessarti, leggere prima “La pietra per gli occhi” e seguire il giusto ordine nella storia di Edgardo è la scelta giusta (io mi attrezzerò per leggere anche il primo volume).

Veniamo, quindi, a “La bottega dello speziale”.

Ciò che più mi ha affascinata in questa lettura è la certosina ricostruzione di Venezia e le tantissime curiosità sugli usi, i costumi (dal trucco ai vestiti) e sulla medicina (un misto di intrugli disgustosi e falegnameria alla buona).

La Venezia di Tiraboschi è lontana dal comune immaginario seicentesco ricco di colori, balli, maschere, intrighi.

Siamo, infatti, nel 1118.
Venezia, vittima di alcune calamità naturali che – solo l’anno precedente – si sono crudelmente abbattute una dopo l’altra sulla lacustre città, è priva di un doge e in mano a ladri e stupratori e, nel periodo del Carnovale, anche a folli – e alcuni davvero schifosi – eccessi.

Un ristretto, ma efficace gruppo di personaggi ci accompagna tra le calli, i ponti e le isole. La tipica parlata veneziana (che, però, in alcune parti, somiglia al Jar Jar Binks di Star Wars) è riservata ai più umili; mentre per gli altri il latino si fonde con italiano.

Ma niente panico: si capisce tutto senza problemi e, laddove la lingua si fa un po’ più ostica, ci viene in soccorso un glossario finale.

La storia, pur partendo dal misterioso ritrovamento nel limo lagunare, segue due figure molto particolari: quella di Edgardo, lo scriba mezzo cieco e con una protuberanza purulenta sul petto, e quella di Abella, magister mulier sapiens (un medico donna).

E ben presto si trasforma in un’indagine dilettantesca condotta dalle intuizioni di Edgardo (che non sempre ci azzecca) e dalla ferma logica di Abella (che, è evidente, nasconda qualcosa).

Certo, per entrare nel vivo del storia ci vuole un po’ di pazienza. Solo a metà del romanzo, finalmente, la storia comincia a intrecciarsi, gli eventi si ingarbugliano e le domande si infittiscono.

Insomma, un romanzo interessante a mezzo tra un manuale breve di curiosità storiche e un gialletto piacevole e non scontato.


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Victoria recensione

Titolo: Victoria
Autrice: Daisy Goodwin
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Victoria
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Alessandra di Luzio

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

La giovane Alexandrina Victoria – Drina per gli intimi – è destinata a un grande futuro – se lo zio Guglielmo le farà il dono di lasciarle il trono quando lei avrà raggiunto i diciotto anni così da essere libera dall’assurdo “Sistema Kensington“, una serie di regole impostale dalla madre e dal di lei… amichetto Lord Conroy, i quali le hanno praticamente impedito di godere del mondo esterno e della altolocata società inglese (per la cronaca, la futura regina dorme ancora in camera con la madre).

Insomma, ecco arrivare il giorno sperato. Drina è diciottenne da un mese; è teoricamente libera dalla tutela opprimente della madre e… è appena diventata regina.

Ma su di lei le chiacchiere dei notabili e del popolino già si sprecano: è nana, è isterica, è inesperta, analfabeta e impreparata, troppo giovane, inadeguata al ruolo che sta per assumere, un burattino nelle mani della madre e di Lord Conroy (e la madre, a sua volta, è a dir poco succube del fascino di Conroy).

Dopo «un imbecille, un dissoluto e un buffone», tocca ad Alexandrina Victoria salire sul trono d’Inghilterra e dimostrare al mondo di poter essere una regina e non una sciocca ragazzina con una corona in testa.

Ma sarà effettivamente in grado?

Tra malelingue, sotterfugi, complotti Drina, anzi Victoria da adesso, troverà un inaspettato alleato nel suo Primo Ministro (dalla dubbia reputazione), Lord Melbourne, il quale la guiderà nel difficile protocollo reale e legislativo («È sempre più facile dare consigli che ascoltarli.», Lord Melbourne docet).

Ma un regno non si governa con i consigli altrui o in preda ai bisogni del cuore e all’esaltazione della libertà riconquistata. Victoria dovrà, in primo luogo, imparare a servire la Corona e i suoi sudditi.

Nell’immaginario comune, Victoria è associata alla figura austera con l’abito a lutto e la cuffietta bianca in testa. Ma ci si dimentica – almeno io mi ero dimentica prima di leggere questo romanzo – che la regina Victoria è salita al trono all’età di diciotto anni.

Si sarebbe rivelata una giovane ragazza nelle cui mani sarebbe rifiorito uno degli imperi più grandi di sempre, ma, al momento in cui ce la presenta Daisy Goodwin, Victoria è solo una ragazza inesperta e un po’ sognatrice – come ogni ragazza di diciotto anni – con un paese da gestire.

Un metro e quarantanove di giovinezza e caparbietà chiuso per diciotto anni nel polveroso Palazzo di Kensington, libero da una parte ma legato dall’altra a un rigido protocollo, costantemente osservato da mille occhi pronti a individuare un suo tentennamento.

Quindi, questa è la storia della liberazione di un’adolescente costretta dalla propria madre e dal di lei amichetto al rispetto di rigide (e un poco assurde) regole; è la storia di come Buckingham House si trasformò in Buckingham Palace; è la storia di una grandiosa regina che dette il nome a un’epoca.

La regina Victoria il giorno dell’incoronazione ritratta da Franz Winterhalter

Ma è anche la storia di intrighi, maldicenze, dicerie, gelosie; di piccoli fatti ingigantiti dalle chiacchiere; di orecchie costantemente in ascolto e di occhi costantemente in agguato; di doveri, politica, obblighi e di rispetto della tradizione.

Tra una madre opprimente, uno zio che medita vendetta e l’altro che le cerca marito, una Corte pronta a cannibalizzare le spoglie del vinto, un popolo che cambia i propri beniamini come una banderuola segna-vento e un Parlamento gestito da soli uomini, la giovanissima sovrana sembrerebbe destinata a fallire tra chi la vorrebbe pazza e chi solo frivola.

Ma Victoria riesce a incunearsi in un mondo a misura d’uomo: non solo la circonferenza della corona è “da uomo”, ma persino la dimensione delle stoviglie.

Ho un debole per i romanzi storici che riadattano eventi reali alle esigenze della storia raccontata e ho anche un vena romantica – ogni tanto vien fuori anche quella – che qui si è sciolta di fronte al rapporto tra Victoria e il suo Primo Ministro.

Ovviamente, vorrei precisare che si tratta di una storia molto (mooooolto) romanzata.  Ma, come scrivevo poco sopra, gli eventi base sono suppergiù tutti veri.

Ad esempio,

  • esisteva davvero il “Sistema Kensington“, una rigida disciplina fatta di svariate regole (tra cui anche il dormire nella stessa stanza della madre) alla quale Victoria era costretta;
  • è vero, anche se si svolse con dinamiche differenti, lo scandalo di Lady Flora Hastings. Uno stesso appunto nel diario della regina Victoria indica che lei sospettava il colpevole (non lo scrivo per non spoilerare la storia);
  • è vero anche che le chiacchiere circa il rapporto tra Victoria e il Primo Ministro furono davvero argomento del secolo; tanto che alla regina fu affibbiato il nomignolo di Mrs. Malbourne.

E visto che mi sono sbrodolata in complimenti su questo romanzo, concludo con un paio di appunti. Il primo riguarda la scrittura che non mi ha particolarmente esaltata, essendo molto scarna e sbrigativa.

Jenna Coleman e Rufus Sewell nello sceneggiato Victoria, scritto e ideato da Daisy Goodwin

L’autrice ha scritto il libro mentre curava la sceneggiatura della serie televisiva Victoria (con Jenna Coleman nel ruolo di Victoria e Rufus Sewell in quello di Lord Melbourne) e questa impronta da script/sceneggiatura si riverbera nello stile usato nel romanzo.

Anche perché Daisy Goodwin È sceneggiatrice; nella serie tv si perdono alcuni passaggi davvero deliziosi del libro, ma si guadagna uno sguardo sul mondo della servitù e dei domestici non affrontato nel libro… ma la cosa non è poi così determinante.

In secondo luogo, l’altro appunto riguarda la parte finale del romanzo: per certi verso meno approfondita e più tirata via rispetto al resto.

Detto questo – e concludo davvero – i reali inglesi esercitano un certo fascino nell’immaginario collettivo da sempre e la Goodwin riesce qui a dargli una rilevanza interessante, piegando gli eventi necessari per una storia tutto sommato credibile e appassionante.

Insomma… signora Goodwin, ci fosse un seguito (sarebbe bello seguire Victoria fino alla fine del suo lunghissimo regno), io mi prenoto fin da ora!

 


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