L’altra Grace recensione

Titolo: Alias Grace
Autrice: Margaret Atwood
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1996
Titolo in Italia: L’altra Grace
Anno di pubblicazione ITA: 2008 (nuova ed. 2017)
Trad. di: Margherita Giacobino

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

1859. Grace Marks ha trentun anni e si trova nel penitenziario di Kingston, nel Canada occidentale, fin da quando di anni ne aveva solo 18 (e, per un certo periodo, è stata pure internata in un manicomio).

Adesso la sua esistenza passa tra un ricamo e un altro; un dottore e un altro; un secondino e una guardiana.

Questo perché Grace ha sulle spalle una pesante condanna a vita per aver ucciso, assieme a James McDermott, il signor Kinnear, loro datore di lavoro, e Nancy Mongomery, la governante del suddetto signore nonché sua amante.

McDermott, ritenuto colpevole oltre ogni dubbio, è stato condannato a morte per impiccagione ormai anni fa; Grace, invece, facendo forza su di un gruppo di simpatizzanti e un avvocato che ha giocato d’astuzia, ha visto commutare la sua pena in una condanna a vita.

Adesso, però, sembra che la fortuna le offra un’ulteriore opportunità. Il reverendo Verringer vuole inoltrare una nuova petizione per chiedere la scarcerazione della donna e, per rafforzare questo suo proposito, ha chiamato un medico, il dottor Simon Jordan, in modo che questi parli con Grace e ne attesti l’estraneità al turpe duplice omicidio.

Medico e carcerata, però, seguono un gioco diverso e muovono le loro pedine su di una scacchiera fatta di bugie, piccole confessioni e una pericolosa attrazione reciproca.

Avevo conosciuto Margaret Atwood con “L’assassinio cieco“, romanzo che le valse un premio e che non potei fare a meno di apprezzare (e consigliare). L’avevo seguita poi con “Il racconto dell’ancella“, adesso diventato serie televisiva targata Netflix e di recente oggetto di una nuova edizione, ma che io purtroppo non ho particolarmente apprezzato.

Con “L’altra Grace” direi che la Atwood torna a essere quella che avevo ammirato con “L’assassinio cieco”.

Sullo sfondo di un Canada ottocentesco (molto simile all’Inghilterra vittoriana per mode e costumi), ricostruito con dovizia di particolari e con una precisione per gli usi del tempo degna di un saggio, un terribile omicidio occupa le cronache di tutti i giornali.

Il signor Kinnear viene ritrovato morto nella sua abitazione di Richmond Hill. Per il suo omicidio vengono praticamente subito sospettati i due domestici – spariti dalla casa e fuggiti negli Stati Uniti – Grace Marks, domestica, e James McDermott, stalliere.
Alla cattura dei due, segue anche il ritrovamento, in cantina, del cadavere della governante, Nancy Mongomery.

[Fonte: Murderpedia.org]
Ovviamente il processo che segue è paragonabile ai nostri moderni “processi-mediatici” con svisceramento più o meno fantasioso della vita dei due protagonisti, allusioni di ogni genere e perversione, visite morbosamente curiose nelle celle dove Grace e James sono rinchiusi, ovazione per l’impiccagione di James, ect.

Partendo da questo caso di cronaca vera e dai suoi tantissimi punti oscuri, la Atwood ricama sopra una storia davvero interessante a partire proprio dai suoi personaggi.

Per quanto protagonista indiscussa sia Grace Marks, sulla scena si avvicendano numerosi personaggi ben congegnati, ben strutturati e ognuno con la propria dimensione… sebbene abbiano tutti un puntino in comune: mentire.

Mentire a se stessi, agli altri; mentire per il semplice gusto di farlo, per bontà, per vergogna, per illudersi, per illudere.

Insomma, il gioco che si crea è davvero interessante considerando anche che la storia che Grace propina al medico è solo una storia… una delle tante versioni che, negli anni, si sono succedute (quelle che la stampa ha rifilato ai lettori, ad esempio; oppure quella che si è formata autonomamente nelle menti canadesi; quella – anzi quelle – dei veri “attori” del delitto e ancora quella che forniscono in difesa i loro avvocati).

E, quindi, le domande che si creano sono varie e numerose: Grace era una pazza? Soffriva di doppia personalità? Era innocente? Oppure era solo una donna fredda e calcolatrice? E questa sua indifferenza era forse determinata dal tempo, dai modi e dai limiti in cui le donne venivano costrette?  O forse è solo un altro esempio di umana sofferenza, umana follia?
In definitiva, chi potrebbe dire dove arriverebbe se messo alle strette

Quella della Atwood, in verità, è una non-soluzione, ma è la conclusione degna di un romanzo ben realizzato che offre anche spunti storici, sociali e umani.


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La bottega dello speziale recensione

Titolo: La bottega dello speziale
Autore: Roberto Tiraboschi
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2016

Preceduto da: 
– La pietra per gli occhi

Alvise, approfittando di una provvida mareggiata che ha scoperto una zona di laguna sepolta da ben dodici anni, è a caccia di granchi belli saporiti.

I crostacei ovviamente non sono molto propensi a far da cena al ragazzo e uno di questi si nasconde sotto dei filamenti grigiastri.

Se non che i filamenti grigiastri si rivelano essere un bel viso di donna. Il cadavere della poveretta, mezzo incastrato nella melma e completamente nudo, per esser rimasto sotto l’acqua dodici anni è davvero troppo perfetto e ben conservato.

Il ragazzo è sconvolto, ma il bello deve ancora venire.

Colpito dagli ultimi raggi di sole, il corpo della donna irradia luce e resta sospeso nel vuoto.

Alvise scappa (e chi non l’avrebbe fatto davanti a uno zombie), ma il dubbio resta: chi è quella donna? Come a fatto a finire nella melma lagunare e restare perfettamente intatta? È ancora viva?

Bè, a Ca’ Grimani, dimora della famiglia per cui Alvise lavora, c’è qualcuno che forse potrebbe fare un po’ di luce sulla figura di questa miracolosa donna…

… ma anche gli abitanti di Ca’ Grimani hanno i loro bei problemi. Costanza, la giovane sorella della padrona di casa, sparisce improvvisamente nei pressi del monastero di San Zaccaria. Di lei nessuna traccia.

Prima di cominciare con il mio commento, una piccola precisazione. “La bottega dello speziale” è il secondo volume della serie dedicata alla nascita di Venezia, cominciata con “La pietra per gli occhi” (ambientato nel 1106). Ci tengo a precisarlo, perché questo dato in copertina non è molto chiaro.

Sebbene la storia riguardi sempre lo scriba storto Edgardo, la vicenda di questo nuovo romanzo si segue comunque bene.

Verso la fine, però, dati i richiami a personaggi e vicissitudini passati, si soffre un po’ nel non conoscere le avventure raccolte ne “La pietra per gli occhi”.

Tutto questo per dire che, se questa lettura dovesse interessarti, leggere prima “La pietra per gli occhi” e seguire il giusto ordine nella storia di Edgardo è la scelta giusta (io mi attrezzerò per leggere anche il primo volume).

Veniamo, quindi, a “La bottega dello speziale”.

Ciò che più mi ha affascinata in questa lettura è la certosina ricostruzione di Venezia e le tantissime curiosità sugli usi, i costumi (dal trucco ai vestiti) e sulla medicina (un misto di intrugli disgustosi e falegnameria alla buona).

La Venezia di Tiraboschi è lontana dal comune immaginario seicentesco ricco di colori, balli, maschere, intrighi.

Siamo, infatti, nel 1118.
Venezia, vittima di alcune calamità naturali che – solo l’anno precedente – si sono crudelmente abbattute una dopo l’altra sulla lacustre città, è priva di un doge e in mano a ladri e stupratori e, nel periodo del Carnovale, anche a folli – e alcuni davvero schifosi – eccessi.

Un ristretto, ma efficace gruppo di personaggi ci accompagna tra le calli, i ponti e le isole. La tipica parlata veneziana (che, però, in alcune parti, somiglia al Jar Jar Binks di Star Wars) è riservata ai più umili; mentre per gli altri il latino si fonde con italiano.

Ma niente panico: si capisce tutto senza problemi e, laddove la lingua si fa un po’ più ostica, ci viene in soccorso un glossario finale.

La storia, pur partendo dal misterioso ritrovamento nel limo lagunare, segue due figure molto particolari: quella di Edgardo, lo scriba mezzo cieco e con una protuberanza purulenta sul petto, e quella di Abella, magister mulier sapiens (un medico donna).

E ben presto si trasforma in un’indagine dilettantesca condotta dalle intuizioni di Edgardo (che non sempre ci azzecca) e dalla ferma logica di Abella (che, è evidente, nasconda qualcosa).

Certo, per entrare nel vivo del storia ci vuole un po’ di pazienza. Solo a metà del romanzo, finalmente, la storia comincia a intrecciarsi, gli eventi si ingarbugliano e le domande si infittiscono.

Insomma, un romanzo interessante a mezzo tra un manuale breve di curiosità storiche e un gialletto piacevole e non scontato.


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Victoria recensione

Titolo: Victoria
Autrice: Daisy Goodwin
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Victoria
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Alessandra di Luzio

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

La giovane Alexandrina Victoria – Drina per gli intimi – è destinata a un grande futuro – se lo zio Guglielmo le farà il dono di lasciarle il trono quando lei avrà raggiunto i diciotto anni così da essere libera dall’assurdo “Sistema Kensington“, una serie di regole impostale dalla madre e dal di lei… amichetto Lord Conroy, i quali le hanno praticamente impedito di godere del mondo esterno e della altolocata società inglese (per la cronaca, la futura regina dorme ancora in camera con la madre).

Insomma, ecco arrivare il giorno sperato. Drina è diciottenne da un mese; è teoricamente libera dalla tutela opprimente della madre e… è appena diventata regina.

Ma su di lei le chiacchiere dei notabili e del popolino già si sprecano: è nana, è isterica, è inesperta, analfabeta e impreparata, troppo giovane, inadeguata al ruolo che sta per assumere, un burattino nelle mani della madre e di Lord Conroy (e la madre, a sua volta, è a dir poco succube del fascino di Conroy).

Dopo «un imbecille, un dissoluto e un buffone», tocca ad Alexandrina Victoria salire sul trono d’Inghilterra e dimostrare al mondo di poter essere una regina e non una sciocca ragazzina con una corona in testa.

Ma sarà effettivamente in grado?

Tra malelingue, sotterfugi, complotti Drina, anzi Victoria da adesso, troverà un inaspettato alleato nel suo Primo Ministro (dalla dubbia reputazione), Lord Melbourne, il quale la guiderà nel difficile protocollo reale e legislativo («È sempre più facile dare consigli che ascoltarli.», Lord Melbourne docet).

Ma un regno non si governa con i consigli altrui o in preda ai bisogni del cuore e all’esaltazione della libertà riconquistata. Victoria dovrà, in primo luogo, imparare a servire la Corona e i suoi sudditi.

Nell’immaginario comune, Victoria è associata alla figura austera con l’abito a lutto e la cuffietta bianca in testa. Ma ci si dimentica – almeno io mi ero dimentica prima di leggere questo romanzo – che la regina Victoria è salita al trono all’età di diciotto anni.

Si sarebbe rivelata una giovane ragazza nelle cui mani sarebbe rifiorito uno degli imperi più grandi di sempre, ma, al momento in cui ce la presenta Daisy Goodwin, Victoria è solo una ragazza inesperta e un po’ sognatrice – come ogni ragazza di diciotto anni – con un paese da gestire.

Un metro e quarantanove di giovinezza e caparbietà chiuso per diciotto anni nel polveroso Palazzo di Kensington, libero da una parte ma legato dall’altra a un rigido protocollo, costantemente osservato da mille occhi pronti a individuare un suo tentennamento.

Quindi, questa è la storia della liberazione di un’adolescente costretta dalla propria madre e dal di lei amichetto al rispetto di rigide (e un poco assurde) regole; è la storia di come Buckingham House si trasformò in Buckingham Palace; è la storia di una grandiosa regina che dette il nome a un’epoca.

La regina Victoria il giorno dell’incoronazione ritratta da Franz Winterhalter

Ma è anche la storia di intrighi, maldicenze, dicerie, gelosie; di piccoli fatti ingigantiti dalle chiacchiere; di orecchie costantemente in ascolto e di occhi costantemente in agguato; di doveri, politica, obblighi e di rispetto della tradizione.

Tra una madre opprimente, uno zio che medita vendetta e l’altro che le cerca marito, una Corte pronta a cannibalizzare le spoglie del vinto, un popolo che cambia i propri beniamini come una banderuola segna-vento e un Parlamento gestito da soli uomini, la giovanissima sovrana sembrerebbe destinata a fallire tra chi la vorrebbe pazza e chi solo frivola.

Ma Victoria riesce a incunearsi in un mondo a misura d’uomo: non solo la circonferenza della corona è “da uomo”, ma persino la dimensione delle stoviglie.

Ho un debole per i romanzi storici che riadattano eventi reali alle esigenze della storia raccontata e ho anche un vena romantica – ogni tanto vien fuori anche quella – che qui si è sciolta di fronte al rapporto tra Victoria e il suo Primo Ministro.

Ovviamente, vorrei precisare che si tratta di una storia molto (mooooolto) romanzata.  Ma, come scrivevo poco sopra, gli eventi base sono suppergiù tutti veri.

Ad esempio,

  • esisteva davvero il “Sistema Kensington“, una rigida disciplina fatta di svariate regole (tra cui anche il dormire nella stessa stanza della madre) alla quale Victoria era costretta;
  • è vero, anche se si svolse con dinamiche differenti, lo scandalo di Lady Flora Hastings. Uno stesso appunto nel diario della regina Victoria indica che lei sospettava il colpevole (non lo scrivo per non spoilerare la storia);
  • è vero anche che le chiacchiere circa il rapporto tra Victoria e il Primo Ministro furono davvero argomento del secolo; tanto che alla regina fu affibbiato il nomignolo di Mrs. Malbourne.

E visto che mi sono sbrodolata in complimenti su questo romanzo, concludo con un paio di appunti. Il primo riguarda la scrittura che non mi ha particolarmente esaltata, essendo molto scarna e sbrigativa.

Jenna Coleman e Rufus Sewell nello sceneggiato Victoria, scritto e ideato da Daisy Goodwin

L’autrice ha scritto il libro mentre curava la sceneggiatura della serie televisiva Victoria (con Jenna Coleman nel ruolo di Victoria e Rufus Sewell in quello di Lord Melbourne) e questa impronta da script/sceneggiatura si riverbera nello stile usato nel romanzo.

Anche perché Daisy Goodwin È sceneggiatrice; nella serie tv si perdono alcuni passaggi davvero deliziosi del libro, ma si guadagna uno sguardo sul mondo della servitù e dei domestici non affrontato nel libro… ma la cosa non è poi così determinante.

In secondo luogo, l’altro appunto riguarda la parte finale del romanzo: per certi verso meno approfondita e più tirata via rispetto al resto.

Detto questo – e concludo davvero – i reali inglesi esercitano un certo fascino nell’immaginario collettivo da sempre e la Goodwin riesce qui a dargli una rilevanza interessante, piegando gli eventi necessari per una storia tutto sommato credibile e appassionante.

Insomma… signora Goodwin, ci fosse un seguito (sarebbe bello seguire Victoria fino alla fine del suo lunghissimo regno), io mi prenoto fin da ora!

 


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I misteri di Chalk Hill recensione

Titolo: Der verbotene Fluss
Autrice: Susanne Goga
Genere: Romanzo storico/Giallo
Anno di pubblicazione: 2014
Titolo in Italia: I misteri di Chalk Hill
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Lucia Ferrantini

Fräulein Pauly si trova sul traghetto che attraversa lo stretto della Manica. Alle sue spalle – più o meno – si trova la Germania, sua terra natia, che ha deciso di abbandonare; adesso ripone le sue speranze nell’Inghilterra e in Chalk Hill, dove prenderà servizio a breve.

Charlotte Pauly è, infatti, un’institutrice con il delicato compito di istruire le signorine e prepararle per il bel mondo. A Chalk Hill, la signorina in questione ha otto anni, si chiama Emily e, sebbene dia qualche rispostina salace (per quei tempi), la sua nuova istitutrice è pronta a vedervi un’alunna diligente, educata e dalla mente pronta… troppo pronta, forse.

Non passa molto tempo dall’aver consolidato una certa quotidianità a Chalk Hill che strani rumori iniziano a provenire dai corridoi (di notte), parecchi segreti paiono nascondersi ed essere nascosti dagli abitanti della casa e poi… e poi Emily, tra urli notturni e fughe diurne, inizia a parlare con sua madre. La vede, la chiama e la cerca quando non la trova in casa.

Cosa c’è di sbagliato in tutto questo?, mi dirai. Be’, nulla se non fosse che la madre di Emily è morta mesi prima.

La narrazione segue – per una grossa parte – il parallelo tra due Tom (attenzione, non si tratta della stessa persona… lì per lì ho fatto un po’ di fatica a realizzarlo):

  • il primo Tom che incontriamo è Sir Andrews, moglie Ellen (la madre di Emily per intendersi e defunta pochi mesi prima), nonchè deputato. La sua storia ci arriva per tramite di Charlotte, la nostra teutonica istitutrice;
  • il secondo Tom di cognome fa Ashdown e non è Sir e per scrivere i suoi articoli di critica teatrale/quello-che-gli-pare si firma con lo pseudonimo ThAsh (per la cronaca, tutti ne tessono le lodi, la sua scrittura risolleva addirittura gli animi, ma a me gli stralci delle di lui recensioni paiono molto insulsi e non si discostano per nulla dallo stile usato nella narrazione principale).
    Anche lui ha perso la moglie (Lucy), ma qualche anno prima e, per questo e svariati altri motivi, è entrato a far parte della Società per la ricerca psichica. A differenza del primo, la storia di questo Tom ci viene raccontata attraverso il suo punto di vista.

Chiarito questo aspetto, possiamo addentrarci nella storia.

… E già si comincia male. Non per essere pignola eh, ma dalla presentazione leggo che l’autrice, appassionata di romanzi storico-sentimentali e di gialli, avrebbe qui riunito i due interessi.

Tuttavia, ci sono alcuni dettagli che storicamente fanno un po’ storcere il naso (in ordine sparso, ma ce ne sono altri che non ho segnalato… sennò faccio sempre la pedante!).

Una madre che parla alla figlia (Charlotte) di “carriera” (sì, c-a-r-r-i-e-r-a) in alternativa al matrimonio è quanto di più inverosimile si possa trovare in un romanzo che si definisce “storico”.

Ah, dimenticavo un dettaglio: siamo nel 1890 in Inghilterra. Donne e carriera sono due termini che difficilmente vengono accostati con cotanta disinvoltura. E, per carità, è vero che fu proprio nell’ottocento che si iniziato a vedere tante donne impegnate in ambito letterario e scientifico, ma certo per una madre – a meno che non fosse di mentalià mooooooolto aperta – restava comunque una certa sensazione di onta personale il fatto che una figlia – femmina – guadagnasse dei soldi propri e  intraprendesse una “carriera” che potenzialmente l’avrebbe destinata allo zitellaggio.

Altra caratterista ottocentesca è il rapporto che oggi potremo definire “distante” tra genitori e figli. Difficile che una madre provvedesse alla toiletta nel neonato o all’educazione dei figli più grandicelli; ancor meno i padri. Quindi, nulla di sconvolgente che la cura dei bambini e la loro educazione fosse completamente affidata a figure diverse da quelle genitoriali.

Un po’ contraddittorio risulta, quindi, il ragionamento della nostra protagonista che si meraviglia, più di una volta, di come la madre, Lady Ellen, seguisse con apprensione e molte attenzioni la fragile salute della figlia Emily, considerando quasi eccessivo questo rapporto madre-figlia (anzi, ponendo in questo modo l’accento su questo aspetto, porta il lettore a immaginarsi il motivo di questo quasi morboso attaccamento). Di contro, però, ribadisce – anche qui più volte – che pure il comportamento del padre, più distaccato e – diciamolo francamente – più aderente alla realtà storica di riferimento, sia strano e alquanto sospetto. Allo stesso modo un po’ troppo fuori dal tempo che Charlotte si sorprenda che un matrimonio alto-borghese fosse programmato dalle famiglie e, quindi, potenzialmente infelice.

Tuttavia, la nostra istitutrice tedesca non è poi una cima e dalle sedicenti affermazioni iniziali in cui la stessa si dice essere una donna seria e affezionata alla piccola Emily, in verità, nel corso della narrazione, Charlotte si rivela essere un personaggio molto sciocco (di cui l’affermazione «Cominciano i giochi!» riferita al tentativo di comprendere la situazione di grave malessere e disagio della pupilla non è altro che la punta dell’iceberg delle molte contraddizioni presenti nella storia).

Ma, in generale, c’è la sensazione che qualcosa di molto anacronistico si covi in ogni frase del libro.

Ho letto numerosi romanzi ottocenteschi, non storici cioè ma scritti da dei contemporanei, e molti atteggiamenti, modi di fare e uscite varie dei personaggi oltre a essere davvero troppo moderne, in ottica storica potrebbero anche risultare impudenti e soprattutto molto maleducate.

È vero, certo, che le istitutrici non erano né carne né pesce (nel senso che non facevano parte della servitù, ma non potevano nemmeno permettersi certe libertà con i padroni di casa), ma le gerarchie, soprattutto in Inghilterra, erano molto rigide e ossequiosamente rispettate… da tutti.

Qui ognuno si concede piccole “ribellioni” assolutamente intollerabili, modi di fare troppo confidenziali e considerazioni troppo all’avanguardia.

I dialoghi sono spesso troppo colloquiali e usano terminologie e modi di espressione e costruzione della frase molto moderni. Per la maggior parte, si tratta poi di dialoghi fini a se stessi, riempitivi.

Si prosegue molto lentamente nella storia mentre la nostra Charlotte si alza, fa colazione, si veste, si mette/toglie giacche/capi d’abbigliamento in generale, beve tè, ci subissa di chiacchiere inutili ed elucubrazioni ripetitive, legge ma non ci riesce mai fino in fondo a causa dei tanti pensieri (lo stesso dicasi delle lezioni che è pagata per tenere), intercetta frammenti di conversazione, mangia ancora e osserva estasiata il paesaggio.

Gli altri personaggi sono più o meno sulla stessa linea: mangiano, aprono e chiudono porte, ricamano, lanciano commenti sferzanti pensando di non essere sentiti, bevono tè, si perdono in scambi di battute inutili, ect.

Insomma, si tratta di un elenco monotono e ridondante che troppe volte annacqua inutilmente la narrazione.

A parte il sano movimento di mandibola, i personaggi sono piatti e c’è qualche contraddizione nel loro comportamento e nei loro modi fare che impedisce al lettore di calarsi meglio nella vicenda.

Lo stile di scrittura poi non aiuta né ad apprezzare le uscite e battute “sarcastiche” dei personaggi (che li fanno tanto sbellicare) né le meccaniche della storia.

Mi ha ricordato un po’ un tema delle medie: quell’uso della lingua che inizia ad avere segni di maturità, ma a cui sfuggono ancora i misteri dell’intreccio fraseologico e una certa elaborazione nello stile e nell’accostamento delle parole.

E questa, per la verità, è la sensazione che mi ha tarlato per tutta la lettura: immaturo (nel senso di ancora acerbo). C’è una certa goffaggine nel portare avanti la storia e un certo imbarazzo nel dare maggiore spessore ai personaggi e senso ai loro dialoghi.

La storia deve molto a Jane Eyre: sia l’impianto generale che alcuni singoli episodi ricalcano il noto romanzo della Brönte.

Ed è evidente che la signora Goga ha un debito di riconoscenza parecchio importante con Charlotte Brönte (che, a onor del vero, lei stessa richiama nei “titoli di coda“;e anche i nomi di due personaggi – Charlotte ed Emily – potrebbero nascondere un altro omaggio… magari anche in Wilkins si nasconde un riconoscimento a Wilkie Collins?); ma anche con Giro di vite di Henry James dove ritroviamo la campagna, i bambini (che lì, però, sono due) e le apparizioni di fantasmi.

I riferimenti ai libri famosi poi si sprecano (Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen; Uno studio in rosso e Il segno dei quattro di Arthur Conan Doyle; Frankenstein di Mary Shelley). Se da una parte sono richiami assolutamente apprezzabili, dall’altra parte però affossano il romanzo della Goga se un lettore pensa, anche solo per un attimo, agli intrecci proposti dagli autori citati. Non che uno ne debba fare il paragone, ma se l’autrice cita tali mostri sacri, mi fa ben sperare che quanto meno pure lei se ne intenda un pochettino.

Invece…

… Lasciamo stare che la storia richiami molto Jane Eyre (ma qui lo ammette l’autrice stessa) e Giro di vite, perché certamente gli autori contemporanei continuano a ispirarsi molto ai classici passati (per citare un esempio che ho fatto poco tempo fa: Ladra di Sarah Waters).

Insomma, le idee ormai si sono esaurite… la fantasia umana si è spinta ormai quasi in ogni dove (streghe e fatine, divinità furiose, eroi e poteri magici vari, viaggi nello spazio, guerre tra dinastie, mostri nei tombini, ect.), quindi ciò che conta oggi è anche il saper aggiustare/personalizzare quelle idee per creare una storia godibile.
E, insomma, qui questo aspetto manca. Anche il mistero che si nasconderebbe a Chalk Hill è davvero poco “misterioso”, anzi… purtroppo è parecchio prevedibile e immaginabile molto rapidamente.

Le parti che dovrebbero essere concitate sono prive di pathos narrativo; le altre, come scrivevo sopra, ripetono gli stessi monotoni schemi.

Ho proseguito la mia lettura principalmente per capire come le storie molto simili dei due Tom, di cui scrivevo all’inizio, si incastrassero l’una con l’altra, ma non pensare che questa alternanza sia così preponderante nella narrazione. Il grosso dell’attenzione è, infatti, riservato a Charlotte.

In ogni caso, non è che si debba andare molto in là per comprendere come questi due fili narrativi s’intreccino alfine… e, attorno a pagina cento (su trecento circa), ero di nuovo bloccata.

Comunque, ho deciso di proseguire nella lettura – sebbene debba ammettere d’aver saltellato tra i paragrafi alla ricerca di quelli importanti per la storia – con la speranza di essere smentita.

Un po’ mi sono fermata, ho letto altro, poi ho ripreso… poi mi sono fermata di nuovo. Ma, dal momento che mi ero piccata di scrivere una recensione concludente, ho deciso di terminare la lettura… nel bene e nel male.

E questo che hai appena letto è il risultato.

Poi, per carità, la lettura è una delle cose più soggettive che esistono e sono convinta che, se il libro della Goga è stato tradotto ed è arrivato fino a noi, avrà sicuramente le sue potenzialità. Io, purtroppo, non sono stata in grado di cogliere.


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Il miniaturista recensione

Titolo: The Miniaturist
Autrice: Jessie Burton
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2014
Titolo in Italia: Il miniaturista
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Elena Malanga

Galeotto fu il liuto e Petronella (detta Nella), diciassette anni (quasi diciotto) e un promettente futuro in qualità di “moglie”,  va in sposa a Johannes Brant, affascinante trentanovenne dal sorriso obliquo nonchè mercante di Amsterdam molto ricco.

L’arrivo, dopo poco tempo, nella casa del marito è alquanto strambo. Ad accoglierla – si fa per dire – c’è Marin, la di lui sorella, “simpaticissima” con le sue uscite cariche di astio e derisione. In casa anche una domestica, Cornelia, senza peli sulla lingua e uno schiavo/servo/liberto di colore, Otto, dalla parlata enigmatica.

Se questo alone di mistero misto a una confidenza quasi offensiva che aleggia su tutta la casa non bastasse, ci si mette anche Johannes, il marito in questione, che alla sua novella moglie pensa bene di regalare una casa di bambole. Sì, il diventare moglie dovrebbe di diritto far entrare Nella nell’età matura, ma così non è.

E anzi pare che il rifiuto e la conseguente umiliazione come moglie-vergine di Nella per le scarse attenzioni del marito sia – o stia per diventare – di pubblico dominio. Un miniaturista, assunto dalla stessa Nella per riempire la sua casa di bambole, le invia strani pacchetti che, oltre a contenere delle inquietanti riproduzioni fedelissime dei vari oggetti della casa, le inviano anche dei moniti al limite del dispetto: per esempio una culla, segno evidente che il miniaturista sa perfettamente del talamo nuziale intatto. Ma chi è il miniaturista e cosa vuole da Nella?

All’inizio il lettore si ritrova a condividere il disorientamento e il disagio di Nella, sostanzialmente abbandonata a se stessa nella casa del marito come un pacco del quale non si sa bene cosa farne.
Frasi sussurrate e argomenti ammezzati sono gli unici appigli alla quotidianità che sono concessi alla novella sposa in attesa che il marito si ricordi d’averla presa in moglie.
I domestici impertinenti creano ancora più confusione in una familiarità dove il centro di tutto pare essere Marin, la cognata altezzosa e molto molto fredda che si serve delle massime della Bibbia per rimbrottare tutti gli abitanti della casa (fratello compreso).

Su tutto capeggia la figura della miniaturista – sì, è donna e lo si capisce nelle prime pagine del romanzo.… quindi non capisco la scelta di traduzione del titolo.

Il sospetto e l’ombra del dubbio iniziano ad accompagnare Nella, seguendola in ogni angolo di una casa non sua: com’è possibile che questa miniaturista sappia certi particolari intimi di cui sono a conoscenza solo gli abitanti della casa? Si tratta di una spiona/guardona? E dove si nasconde? Dietro una finestra… o in casa?

Per la cronaca, la storia si ispira al vero stipetto-casa-di-bambole della vera Petronella Oortman che nulla – ma proprio nulla – ha da condividere con la sua controparte letteraria (se non il nome e l’esistenza dello stipetto). La  figlia, Hendrina, affermò che il valore dello stipetto era di 30.000 fiorini (un’enormità); sebbene, da un inventario del fratello Jan, risultasse un valore stimato di 700 fiorini.
Lo stipetto, però, fu poi venduto, nel 1744, per la cifra di 1.200 fiorini (comunque, un’enormità per l’epoca).
E il marito Johannes non ebbe mai di che passar guai.
[Fonte: Wikipedia.org]

In verità, il possedere una casa di bambole per le donne sposate dell’epoca non era una cosa fuori dal normale né era da considerarsi un’onta o una presa in giro, anzi… era quasi d’obbligo per le dame “bene” intrattenersi con i decori e gli arredamenti della casa in miniatura (poverina, almeno un piccolo svago lo doveva pur avere). Ma la nostra Nella, magari, venendo dalla campagna la pensa diversamente.

Insomma, la storia si svolge dal punto di vista di Nella che, in prima persona, racconta gli avvenimenti di casa Brant e la sua strana ossessione-paura e poi cieco affidamento con la miniaturista. Se nella protagonista Nella si può ravvisare un qualche tipo di crescita e maggior consapevolezza di sé (sebbene con certe remore che dirò più avanti), lo stesso non si può affatto dire per gli altri personaggi. Incomprensibili – e pure lasciati senza una spiegazione – molti dei loro comportamenti: troppo disinvolti e troppo moderni per essere nella Amsterdam seicentesca e calvinista (vorrei porre l’attenzione su quest’ultima parola: calvinista!).
Lo stesso dicasi per il comparto “servi e domestici”: troppo confidenziali… assolutamente troppo (in altre case sarebbero stati rimessi a posto senza troppi complimenti… vorrei ricordarlo ancora: siamo verso la fine del seicento). E certi comportamenti – per esempio, il vizio di origliare dietro le porte o lo spiare dalla serratura – per quanto i Brant letterari siano una famiglia di buon cuore sono assolutamente inaccettabili… figuriamoci se un tale comportamento venisse realmente tenuto da un domestico per di più in una società calvinista! Silurato… subito!

Prima ho fatto riferimento a Nella come la protagonista della storia. Tuttavia, condivide questo ruolo con questa benedetta miniaturista (e qui posso ammettere d’aver continuato a leggere solo per saperne di più su questa figura, ma posso già dire di essere rimasta delusa). La sua figura è sfuggente: sostanzialmente, la sua non-presenza aleggia su ogni pagina del libro, ma in scena la miniutuarista non si fa quasi mai vedere.
Le sue miniature, oltre che essere precise in ogni dettaglio, paiono pure prevedere eventi futuri il che rende la miniaturista una sorta di profetessa. Insomma, da un personaggio così misterioso che dà pure il titolo al libro mi aspetto qualcosa di più di una mera presenza sibillina. E invece…

SPOILER

La miniaturista scompare senza confidare a nessuno il segreto della sua esistenza e i motivi di questo suo spasmodico interesse verso le dame di Amsterdam (perché non stalkerizza solo Nella).

Né sappiamo da dove vengono queste sue profezie né come fa a campare ‘sta donna se regala il suo lavoro (sì, perché, nonostante il suo studio sia pieno di lettere in cui la si prega di non inviare più nulla, questa miniaturista continua a inviare roba aggratis e anche laddove ci sia un vaglia da intascare questo resta nella busta… ma ‘sta donna campa d’aria?).

Inizialmente, pensavo che la miniaturista fosse una sorta di metafora dell’autrice stessa, considerando anche che la casa a stipetto viene descritta come la riproduzione fedele della casa del Brant letterario. Tuttavia, l’entrata in scena del padre della miniturista la rende – dal mio punto di vista – personaggio del libro, facendo così saltare la mia idea della metafora. E, quindi, una spiegazione sarebbe stata d’obbligo… considerando che, come ho già scritto, la miniaturista dà il titolo al libro!

La stessa Nella, per quanto posso capire che sia abbandonata a se stessa e cerchi delle figure di riferimento, ha questo strano attaccamento alla miniaturista, il quale si trasforma in tre balletti da paura a ma sì, fidiamoci di un’emerita sconosciuta che mi manda a casa oggettini non richiesti e dal significato inquietante perché sicuramente la miniaturista conosce la via giusta da seguire.

Sono tanti altri i comportamenti poco chiari e talvolta – parecchio – incoerenti nei personaggi di questo libro. Vorrei, però, soffermarmi sull’evento clou – anzi, eventi – di tutta la storia…

ATTENZIONE SPOILER

All’epoca, ma purtroppo anche oggi, non era per nulla facile essere omosessuali. L’omosessualità veniva considerata un vero e proprio abominio che andava scontato con la morte (un esempio su tutti visto che è stato anche oggetto di film, Alan Turing si suicidò per aver dovuto subire il trattamento chimico). Ed è vero che molto spesso si trattava di incontri occasionali, ma insomma si trattava anche di vita o di morte.

Detto questo qualcuno deve spiegarmi, considerando che sulle spalle del Johannes Brant letterario ci sono almeno altre tre persone (compresa la moglie che ha preso per continuare la farsa di perfetto olandese), il motivo per cui continua a vedere il giovincello Jack Philips – quando, almeno per il periodo in cui è “attenzionato”, potrebbe astenersi come fa la moglie Nella da mesi – dopo che questi ha fatto irruzione in casa sua armato di un coltello, ha amazzato il povero cane minacciando di fare altrettanto con gli altri abitanti della casa, lottato con Otto e poi è fuggito con una ferita non si capisce bene di quale entità minacciano ancora una volta di metterli tutti nella mer**.

Secondo punto: questo benedetto zucchero dei Meermans rimasto invenduto.
Okay, Brant è incaricato di venderlo, ma non se ne capisce bene il motivo non fa altro che procrastinare fino a quando la corda della pazienza non si spezza. E il miglior modo, dal punto di vista di Frans Meermans, per recuperare il proprio patrimonio sotto forma di pani di zucchero è quello di denunciare per sodomia (quindi, condannare a morte) il mercante incaricato della vendita del suddetto zucchero.

Okay… Non capisco in che modo questo dovrebbe fargli recuperare lo zucchero (e soprattutto i soldi), perché a quanto pare l’onere di venderlo resta sul groppone alla vedova.

Ma… okay.

Si dice allora che si tratta di una vendetta maturata nel tempo (e allora, sapendolo, per quale assurdo motivo Brant ha accettato di vendergli lo zucchero e poi non ha fatto altro che rimandare?).

Okay… E non sarebbe stato sufficiente “montare il caso”, cosa che difatti fanno, senza bisogno di mettere nel mezzo lo zucchero, che, per stessa ammissione dei Meermans, potrebbe essere l’unico zucchero della piantagione per i prossimi anni?

Insomma, non mi dilungo oltre, ma il comparto personaggi non mi ha soddisfatto molto. Nelle tendine dello spoiler, riportando l’incoerenza dei personaggi ho implicitamente evidenziato anche i punti che nella trama – e dal mio punto di vista – non stanno né in cielo né in terra. La famosa “prova dell’idrovolante” non è stata superata: manca la coerenza logica.

Lo stesso posso dire anche per il clima che si respira in questo libro. Ripeto: siamo nella Amsterdam seicentesca, pregna delle idee calviniste che sono le azioni a renderci quello che siamo (massima spesso applicata in maniera ipocrita) e a permetterci di aspirare alla gloria divina.
Per il nostro nucleo famigliare, invece, le regole del tempo – per i loro pensieri troppo moderni – e le leggi calviniste – per i loro comportamenti troppo disinvolti – sembrano essere un’eccezione, perché loro vi si sottraggono senza spiegazione alcuna.

Il libro – pare – abbia venduto un sacco (Italia compresa: 30.000 copie… che, nel mercato italiano, sono davvero una gran cosa!). Tuttavia, non riesco a scrollarmi di dosso questa sensazione di artificio (anche se apprezzo che tutta l’idea sia nata – almeno secondo quanto racconta la scrittrice – dalla semplice visione dello stipetto di Ornella Oortman).
Insomma, un raccontino meditato per occhieggiare alla bontà del lettore, considerando:

  1. che viene venduto paragonandolo (ricordi cosa dicevo a proposito delle fascette “se ti è piaciuto questo libro, allora adorerai quest’altro!“?) a La ragazza con l’orecchio di perla con il quale ha da spartire solo l’ambientazione (Olanda) e il tempo (XVII secolo);
  2. che lo “stile” di scrittura è quello classico – e dal mio punto di vista impersonale – usato per i bestseller di consumo: semplice e basilare consente una lettura rapidissima (infatti, credo d’averlo finito in un paio di giorni… con scarso impegno). Anzi, in qualche passaggio, è così semplice che crea pure confusione (e mi sono dovuta rileggere qualche passaggio per capirlo!).


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