L’Alienista recensione

Titolo: The Alienist
Autore: Caleb Carr
Genere: Thriller/Storico
Anno di pubblicazione: 1994
Titolo in Italia: L’Alienista
Anno di pubblicazione ITA: 2000
Trad. di: Annamaria Biavasco

New York, 1896. A capo del dipartimento di polizia abbiamo un giovane Theodor Roosevelt (sì, quel Roosevelt) di fresca nomina, il cui compito principe è abbattere la corruzione dilagante e spregiudicata dei poliziotti.

Per combatterla, le caldamente-consigliate-dimissioni e le conseguenti nuove assunzioni nel dipartimento si susseguono una dietro l’altra e alcune sono… non convenzionali: come, per esempio, l’impiego delle due prime donne (e una è la nostra Sara Howard), sebbene con compiti più “d’ufficio”.

Insomma, si direbbe una società avveniristica, pronta a dare una possibilità a chiunque (siamo in America, del resto).

New York, però, non è mai stato un porto per buoni samaritani e azioni misericordiose; e questa città raggiunge un nuovo baratro che nessuno si aspettava (ma che tutti apprezzerebbero se restasse chiuso nel silenzio).

Tirato giù da una brusca sveglia in piena notte, John Schuyler Moore, cronista giudiziario, viene infatti costretto a recarsi nel Lower East Side dove ha avuto luogo un efferato omicidio: un ragazzo, dedito al meretricio, viene ritrovato morto, gli occhi cavati, praticamente squartato e orrendamente mutilato…

Per questo raccapricciante spettacolo, John deve “ringraziare” l’amico Laszlo Kreizler, alienista, il quale ha un’idea… peculiare: creare un profilo psicologico dell’assassino, magari riuscire a trovarlo e magari consegnarlo alla giustizia e alla doverosa punizione.

La proposta suona folle a Moore, ma non a Roosevelt che, entusiasta della cosa (anche perché nessun altro nel dipartimento è interessato al caso), aggiunge alla squadra la summenzionata Sara, come anonimo e insospettabile tramite di informazioni tra il gruppo e il commissario, e i due ispettori Marcus e Lucius Isaacson, quali esperti di criminologia e di tecniche forensi.

Pronti per cominciare? Be’, l’assassino non pare avere nessuna intenzione di fermarsi e la squadra deve recuperare in fretta se non vuole avere altre povere vittime.

Anche qui altro romanzo scoperto grazie alla serie tv, in questo caso, di Netflix (l’altro recente è Piccole grandi bugie, la cui serie televisiva è opera della HBO).

Con un cast davvero d’eccellenza (Daniel Brühl – Laszlo Kreizler, Luke Evans – John Moore, e Dakota Fanning – Sara Howard), la serie segue abbastanza fedelmente le vicende narrate nel libro… anche se, verso la fine, se ne discosta un po’ a favore di scelte più “cinematografiche”.

Immagine di telegraph.co.uk

Per la prima volta, ho proceduto a una lettura in contemporanea, cercando di guardare gli episodi della serie e in corrispondenza leggere i capitoli del libro (o viceversa). È stata un’esperienza interessante (e anche da rifare) che mi ha permesso di approfondire meglio la storia e i personaggi e vederli sotto angolazioni diverse.

Veniamo, quindi, al romanzo di Carr. L’Alienista è il primo di una – al momento – trilogia, cui seguono “L’angelo delle tenebre” (già inserito nella mia reading-list) e “The Alienist at Armageddon” (la cui pubblicazione è prevista per il 2019).

Tutti seguono le vicende di Kreizler, ma il narratore – almeno nel primo – è il giornalista John Moore (che ha qui un ruolo sicuramente più efficiente e utile rispetto alla serie tv).

Laszlo Kreizler è, sotto certi aspetti, un «enigma»: uomo chiuso, ma capace di grande empatia. John Moore cerca l’occasione per allontanarsi dai suoi demoni, ma il passato è una bestia difficile da sconfiggere; Sara Howard sa che questa potrebbe essere l’occasione per dimostrare finalmente quanto vale, ma lo fa senza illusioni e senza mai perdere di vista ciò che è giusto.

I comprimari sono ben delineati quindi, ma anche gli altri personaggi, sebbene con pennellate un po’ più rapide, sono elaborati nelle loro sofferenze, nella loro indifferenze, ect.

In particolare, i tre fedelissimi di Laszlo: Mary, la governante con un serio problema della parola e un passato da assassina; Stevie, teppista di strada già noto alle forze di polizia per la sua lunga fedina penale, e il grande e bonario Cyrus… anche lui con omicidio alle spalle.

Ciò che mi ha colpito di più, a parte la complessità dei personaggi e il modo peculiare in cui si articola questa ricerca al serial killer (ovvero ricostruendo la sua personalità in base ai dettagli delle scene del crimine), è la profondità che raggiunge la ricostruzione della New York dell’epoca.

Nelle righe di Carr compaiono ubriaconi e prostitute, marinai e sempliciotti nella caciara dei vicoli sudici dei sobborghi cittadini. Ma poi, solo qualche minuto di calesse in più, lo scenario cambia: le strade si puliscono non solo di gente, ma anche di sporcizia e ci ritroviamo nei quartieri bene.

Accanto al mondo alto-borghese e a quello proletario, abbiamo anche un altro mondo: quello della polizia. Un mondo in subbuglio, perché solo un anno prima è iniziata la lotta alla corruzione dei poliziotti e molti non vedono per nulla di buon occhio questa “pulizia”.

E poi: l’abuso di droghe, vendute regolarmente come normali farmaci; la povertà e l’ignoranza diffusa nei quartieri popolari; l’ipocrisia delle classi agiate; il mondo sopraelevato dei tetti di New York; e una sequela di personaggi realmente esistiti che fanno la loro comparsata interagendo, talvolta anche violentemente, con i nostri.

Insomma, un libro sicuramente valido. Certo in alcuni momenti (essendo anche un tometto non indifferente) c’è qualche passaggio della narrazione un po’ troppo lento o ridondante, ma complessivamente si tratta di un’ottima lettura, ricca anche di piccole curiosità che colorano una trama ben strutturata.


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L’uomo del labirinto recensione

Titolo: L’uomo del labirinto
Autore: Donato Carrisi
Genere: Thriller
Anno di pubblicazione: 2017

“Preceduto”(*) da:
Il suggeritore;
L’ipotesi del male.

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Samantha Andretti – Sam per gli intimi – è una tredicenne che ha appena ricevuto una notizia sconvolgente: Tony Baretta, uno dei ragazzi più carini della scuola, vuole parlare con lei.

Le sfugge il motivo, il dove, il quando… persino la certezza che una cosa del genere stia davvero accadendo a lei… ma non importa. Quel 23 febbraio è fondamentale per Sam e per il suo futuro (e anche per quello di molte altre persone).

Perché Sam ancora non sa che dietro i vetri di quel minivan, nei quali si sta specchiando per essere sicura del suo aspetto, c’è un coniglio che l’attende per portarla nella sua tana.

Quindici anni dopo, una donna viene ritrova sul ciglio della strada in stato confusionale da un’auto pattuglia della polizia. Un esame del DNA toglie ogni dubbio: è Samantha e il suo incubo pare finito.

Il nostro Bruno Genko non è un santo, non è un poliziotto e non ne ha ancora per molto su questa terra.
Ha il classico atteggiamento dell’investigatore privato scoglionato, un poco ottuso e dalla mentalità chiusa, ma nel suo appartamento nasconde un costosissimo ed eclettico quadro di Hans Arp e la sua migliore amica è una bellissima trans.

Insomma, la sua è solo apparenza; una vita passata nell’ombra in nome della propria professione.

La (ri)comparsa di Samantha e la «prognosi infausta» scritta sul referto medico, spingono il nostro Genko a un passo in più per mondarsi di un errore del passato e scovare il pazzo che ha tenuto rinchiusa la ragazza/donna per ben quindici anni.

Un personaggio particolare con cui condividere la storia (e a cui, alla fine, ammetto di essermi un poco affezionata).

Mentre Genko impazza per la città (a sua volta impazzita per il caldo allucinante che sospende le attività giornaliere trasformandole in notturne), in ospedale abbiamo la nostra Samantha, priva di un pezzo bello grosso di vita, con il cervello intrippato prima dagli allucinogeni somministratele dal rapitore e poi dai farmaci per combatterli.
Anche qui, direi che Carrisi fa un buon lavoro descrivendo la confusione della donna divisa tra il suo passato da dimenticare e un futuro nebuloso.

Tra i soliti poliziotti che occupano la scena strafottenti e litigiosi, troviamo degli apprezzati cameo provenienti dai libri precedenti legati a Il Limbo (Il Suggeritore e L’ipotesi del male), la «sezione più oscura» del dipartimento di polizia dedicata alla ricerca delle persone scomparse.

Apprezzo molto quando uno scrittore intreccia il suo universo letterario rendendolo un unicum in cui i ruoli dei personaggi cambiano.

(*) Più o meno, la storia si segue bene anche senza aver letto Il Suggeritore e L’ipotesi del male, ma giusto per avere una vaga idea consiglierei la lettura di uno dei due… se non di entrambi (considerando comunque che, almeno per quello che mi riguarda, la lettura del secondo è stata davvero faticosissima e penosa).

Di positivo c’è che L’uomo del labirinto mi ha fatto ritrovare il Carrisi narratore-di-storie che avevo apprezzato ne Il Suggeritore.

C’è sempre qualche cliché, ma siamo lontani anni luci degli improponibili e tristissimi stereotipi presenti (sia per quanto riguarda i personaggi sia per le “trovate” e i colpi di scena narrativi) ne L’ipotesi del male.

La trama, questa volta (e non come ne L’ipotesi del male!), è ben congegnata, ritmata e tutto sommato priva di quelle falle narrative da miracolo divino che ho odiato ne L’ipotesi del male.

Ammetto che il finale mi ha lasciata un po’ perplessa, ma dopo rimuginamenti vari, ho deciso di apprezzare la scelta di Carrisi e il colpo di scena conclusivo.

Restano, comunque, alcuni aspetti che continuo a non digerire. In primo luogo, la prosa rimane quella telegrafica e basilare de L’ipotesi del male.

La conseguenza di ciò – secondo elemento disturbante – è che le descrizioni ambientali presentano il solito “schema ad elenco puntato” – senza fortunatamente cadere nel ridicolo con finte trovate poetiche come quelle del precedente libro («Un vaso di ceramica incollato alla meglio, una abatjour con le sembianze di Marilyn Monroe, una sveglia a carica manuale ferma sulle sei e ventottoand so on… ).

Per concludere: un buon romanzo sotto il profilo della trama, accattivante e ben orchestrata; il resto si mantiene nella media, ma “L’uomo del labirinto” si rileva una lettura interessante e ottima per passare un pomeriggio immersi in un buon thriller.


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Un misterioso incidente recensione

Titolo: Richardson’s first case
Autore: Basil Thomson
Genere: Giallo
Anno di pubblicazione: 2017
Titolo in Italia: Un misterioso incidente
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Lorenza Gambini

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

P.C. Richardon è un semplice poliziotto da poco nella divisione ‘D’, sporco di fango e mézzo di pioggia, in servizio su Baker Street.

Sebbene sia entrato da poco in polizia, le sue ambizioni sono già alte: entrare nel Dipartimento Investigativo Criminale dove il vitto è più scarso, le ore più lunghe… ma il lavoro sicuramente più vario e interessante.

Insomma, Richardson è immerso in questi pensieri, quando assiste a un incidente stradale: un uomo, sbucato dal nulla, si getta in strada e l’autista dell’auto non può far nulla per evitare l’impatto.

In questa tragedia, però, si nasconde qualcosa di strano. Poche ore dopo, infatti, la moglie – anzi ex moglie – dell’uomo viene ritrovata strangola nel negozio d’antiquariato del marito.

Il negozio è chiuso con l’unica chiave esistente – quella dell’uomo; non ritrovata però sul cadavere di quest’ultimo; inoltre, la donna pare essere stata uccisa prima del marito.

Quindi… è stato l’uomo che, in preda ai sensi di colpa per l’omicidio della ex compagnia, si è gettato nel traffico scegliendo la morte? Ma, se così fosse, la chiave del negozio dov’è finita?

Giallo in stile classico quello di Thomson. Si inizia, infatti, con un apparentemente “innocuo” incidente stradale per vedersi poi intricare la vicenda con eredità contese, misteri da svelare, figuri spocchiosi e supponenti.

Una manciata di elementi concorrono a rendere la morte del nostro uomo sospetta fin dall’inizio e, assieme al nostro Richardson, anche noi lettori iniziamo ad avere i primi dubbi (… che l’incidente stradale occorso non sia solo un semplice incidente?).

Tuttavia, Richardson ci abbandona per tutta la prima metà del libro, lasciandoci nelle mani di un pool di colleghi alle prese con scartoffie, scommesse e giornalisti ficcanaso (e, per la cronaca, vedersi sparire così l’intestatario del romanzo, risulta un po’ strano).

Ritornerà solo più tardi, quando i superiori decideranno di metterlo alla prova con il caso (di cui, comunque, si occuperà in maniera marginale).

I colleghi affidatari dell’intrattenimento del lettore (Sir William – capo del Dipartimento Investigativo Criminale, Foster, Beckett e altri) rappresentano la classica figura da poliziotto inglese: un equilibrato mix di fiuto, english aplomb e paziente ricerca e valutazione delle prove.

Sotto questi punti di vista, si avverte chiaramente come l’autore provenga a sua volta da un ambiente poliziesco (Basil Thomson fu, infatti, ufficiale dell’intelligence britannica e di polizia e diresse proprio il Dipartimento Investigativo Criminale) ed è impossibile non avvertire un certo meticoloso realismo nelle indagini e nei passaggi più pratici di un’indagine.

Tolto questo plaudibile elemento di realismo, la trama tuttavia risulta molto lineare: gli elementi sono esposti con precisa asetticità; i colpi di scena introdotti senza troppo clamore.

I personaggi sono essenzialmente una manciata di nomi e stoica presenza “poliziottesca“.

Dalle dimensione di un racconto, Un misterioso incidente è un libretto interessante per comprendere le dinamiche interne a una delle polizie più famose nel mondo nella prima metà del Novecento, ma come romanzo non riesce completamente a colpire l’interesse del lettore.


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Il capro espiatorio recensione

Titolo: The expendable Man
Autrice: Dorothy B. Hughes
Genere: Giallo
Anno di pubblicazione: 1963
Titolo in Italia: Il capro espiatorio
Anno di pubblicazione ITA: 2017

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

In un deserto giallo dove l’unica ombra concessa è quella piccola e ritorta dei pochi alberi e dove le colline all’orizzonte sono circondate dalla foschia, Hugh, medico tirocinante alla UCLA (la prestiosa università californiana), decide di dare un passaggio a una ragazza.

La ragazza, Iris, dal volto petulante e vestita con abiti dozzinali, ricorda a Hugh le sue sorelle minori e la nipote (per il cui matrimonio sta andando a Phoenix), smuovendo – inconsapevolmente – i suoi istinti protettivi.

Guarda caso pure la ragazza va a Phoenix; così i due si ritrovano a condividere un viaggio in auto e una conversazione difficoltosa e costella di evidenti bugie (da parte di Iris).

Il giovane medico poi si pente quasi subito della sua scelta: la ragazza potrebbe essere fuggita di casa – quasi sicuro – e la polizia magari la sta già cercando. Insomma, trovarla in macchina con lui potrebbe far sorgere delle – grosse – incomprensioni.

Inoltre, Iris è una ragazza molto particolare: bugiarda e manipolatrice (e con strane tendenze persecutorie) e non è affatto semplice comprendere cosa nasconde la sua vita.

Insomma, i due comunque raggiungono Phoenix, dove si separano… per non ritrovarsi mai più – questo almeno è quello che pensa Hugh.

Ma la storia è diversa. Iris ritrova il medico al motel presso il quale alloggia in attesa del giorno del matrimonio della nipote e chiede il suo aiuto in qualcosa di molto grosso… e pericoloso.

Dopo averla scacciata, Hugh è davvero convinto che non sentirà mai più parlare di Iris. E invece… il cadavere di Iris viene ripescato nel canale. E lui è il principale sospettato per la morte della ragazza.

Hugh è il classico personaggio ligio al dovere, rispettoso della legge e così impreparato a trasgredire da agitarsi per un nonnulla convinto di venire considerato colpevole.

È un aspetto questo estremamente realistico che avevamo avuto modo di affrontare già nel resoconto biografico di John Douglas nel suo “Mindhunter” ed è, ovviamente, un elemento importante nella tenuta di questo romanzo della Hughes.

Anche perché ciò che accade qui – e ciò che fa girare il romanzo – è che la paura del protagonista si rivela fondata e le forze dell’ordine mostrano fin da subito un forte astio nei suoi confronti, aggravato da una fitta serie di pregiudizi che infilano Hugh in una situazione ai limiti dell’assurdo.

La triste condizione di Hugh è quella di far parte di un mondo che, però, non lo accetta… non del tutto almeno; in una realtà, quella americana, dove non contano le radici di una persona o il suo sentire, ma solo il colore della sua pelle (e di questo abbiamo già un grandissimo esempio ne “Il buio oltre la siepe“).

Da questo punto di vista, quindi, “Il capro espiatorio” ci regala uno spaccato degli Stati Uniti sicuramente diverso da quello stelle-e-strisce-americandream-possibilità-per-tutti che ci balza immediatamente in mente: infatti, qui abbiamo gente rozza e pronta a tutto, pregiudizi a gogò e una forte ghettizzazione verso gli americani di colore.

Tuttavia quella che dovrebbe presentarsi come una storia ricca di colpi di scena, doppiezze e dubbi sul reale coinvolgimento del protagonista nell’omicidio della ragazza, in realtà si rivela un racconto lineare in cui al lettore non resta altro che attendere il momento in cui Hugh riuscirà a provare la propria estraneità ai fatti.

Non ci sono, infatti, incertezze al riguardo; l’autrice non gioca con il lettore, non gli fa sorgere dei dubbi, ma concentra tutto sui pregiudizi dei poliziotti… di uno solo, per la precisione.
Certo, fa specie pensare che la vita di un uomo possa essere piegata e quasi distrutta per i capricci di un altro – non uno qualunque, ma un rappresentante della legge -, ma, a parte questo, la storia non sconvolge né coinvolge.


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The Store recensione

Titolo: The Store
Autori: James Patterson con Richard Dilallo
Genere: Thriller
Anno di pubblicazione: 2017
Titolo in Italia: The Store
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Federica Garlaschelli

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione – 

Una casa con tre camere da letto, quattrocento dollari d’affito mensile (metà del quale rimborsato dal datore di lavoro), una zona ben distante dal trambusto e dalla frenesia newyorkese (Nebraska) e, come vicini, i tuoi colleghi di lavoro.

Questo è quello che The Store offre ai suoi dipendenti dalle mansioni più “umili”; questo è quello che offre a Jacob e Megan Brandeis, ex scrittori mangiati dallo strapotere proprio del mega-negozio in ogni settore – soprattutto nella produzione di libri.

Perché The Store non è solo IL negozio: è anche… uno stile di vita e un mondo a sé stante.

E infatti c’è qualcosa che non torna. I vicini sono davvero troppo ordinati, precisi, educati e patinati come le copertine delle riviste; tutti in città conoscono i nomi dei Brandeis, conoscono la loro agenda e i loro appuntamenti personali e li salutano come se fossero amici-da-sempre; la piazza cittadina è piena di vecchietti mentre la biblioteca è sospettosamente deserta.

La casa dei Brandeis poi, arredata come gli stessi Jacob e Megan avrebbero sempre voluto sistemare la loro, ha una dispensa ben rifornita con tutti i loro prodotti preferiti (anche quelli che la madre rifiuta ai due figli, Alex e Lindsay); sul ripiano della cucina si materializzano i cibi da cucinare per la cena e poi… qui si fa inquietate: ci sono telecamere di sorveglianza disseminate un po’ ovunque… persino sopra il lavandino della cucina.

Jacob e Megan, però, hanno uno scopo ben preciso. Sono, infatti, infiltrati e la loro intenzione è quella di scrivere un libro e denunciare al mondo i segreti di The Store.

Ma lo strapotere di questo quasi-onnipotente negozio è troppo – forse – per due sole persone.

Nell’inquietantemente perfetta cittadina di The Store, il cielo è oscurato da sciami di droni che non consegnano solo ogni genere di «roba» commerciabile esistente, ma svolgono anche funzioni di video sorveglianza.

Forse il clima è un po’ troppo 1984 (dove però ci si scontrava con un regime totalitario a livello praticamente mondiale); mentre qui – siamo non tanto lontani da oggi… nel 2020 – abbiamo solo accordi politici-economici tesi a piegare le leggi nazionali (siamo in America, quindi ci può stare che un singolo Stato decida di fare di testa propria; un po’ meno che lo Stato federale e, soprattutto, gli abitanti – almeno delle zone vicine – non conoscano proprio per nulla il sistema The Store).

In sostanza: The Store fa ciò che vuole con le vite dei propri dipendenti grazie alla connivenza della politica (e, okay, ci può stare…). Privacy, libertà di espressione e di pensiero… via, tutto cancellato con una riga su di un contratto (tra The Store e il politico di turno).
E nessuno sa nulla.

Okay…

Ovviamente, non c’è bisogno che spieghi a chi si riferiscono Patterson e Dilallo quando parlano di un mega negozio di vendite online, partito come semplice commercio di libri fino ad arrivare a un mega-portale con consegna droni compresa (piccolo suggerimento… comincia con la “A”).

Insomma, Jacob e Megan decidono di fare questa operazione-samaritano-sotto-copertura solo nel momento in cui si vedono alle strette con i propri libri che ormai non vanno proprio per nulla. Costringono i figli a infilarsi in una casa con videocamere in ogni angolo e via così per otto mesi (se non fosse che poi gli stessi figli paiono diventare degli sconosciuti con dei glaciali sorrisi appiccicati in faccia e una voglia matta di documentare ogni momento intimo della famiglia per poi riportalo a scuola… perché questo è quello che richiede The Store).

Insomma, sicuramente il messaggio degli autori è chiaro: rischiamo la deriva, rischiamo di perdere valori importanti, rischiamo di farci schiacciare senza nemmeno rendercene conto… anzi magari ci potremo ritrovare pure a ringraziare.

La potenza delle parole, dell’informazione, del pensiero critico sono tutti elementi vitali in una società sana, ma sono elementi che si stanno perdendo a favore del denaro e dell’avidità, dell’interesse personale e dell’indifferenza.

E va bene.

La realizzazione della storia, tuttavia, mi pare molto impacciata rispetto al messaggio che si cerca di trasmettere.

I colpi di scena sono presentati con scarso pathos e spesso si tratta di trovate un po’ hollywoodiane, piazzate lì giusto per far tornare la storia; il crescendo di concitazione suona obbligatorio, perché in un thriller di James Patterson è quello che ci si aspetta, ma difficilmente impressiona il lettore (un po’ perché la questione è abbastanza prevedibile e un po’ perché – ripeto – pare forzata); i personaggi mancano di individualità e spessore.

 


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