Onde nello spaziotempo

Nel 2015, una straordinaria scoperta: la registrazione delle onde gravitazionali. In “Onde nello spaziotempo. Einstein, le onde gravitazionali e il futuro dell’astronomia” si parla di questo, ma anche delle persone che con tanta dedizione e impegno hanno permesso d’inaugurare questa nuova stagione dell’astronomia.

La registrazione delle onde gravitazionali è già considerata la scoperta scientifica del secolo. Einstein aveva previsto l’esistenza di queste piccole increspature nel tessuto dello spaziotempo un secolo fa, ma fino a oggi non erano mai state osservate a livello sperimentale. Quello che è stato rilevato il 14 settembre 2015 nei laboratori del Max Planck Institute in Germania e del LIGO negli Stati Uniti ha messo nelle mani degli scienziati nuovi strumenti per studiare gli eventi violentissimi e misteriosi che hanno dato origine e plasmato l’universo, e ha fornito la definitiva conferma della teoria della relatività einsteiniana. Ma prima ancora che un libro di divulgazione sull’astrofisica, “Onde nello spaziotempo. Einstein, le onde gravitazionali e il futuro dell’astronomia” è il racconto delle persone che hanno contribuito a questa straordinaria scoperta, della loro passione e della ostinazione per una ricerca scientifica che è durata un secolo e che promette di inaugurare una nuova stagione dell’astronomia.

Hanno detto di questo libro e del suo autore

«Un delizioso grand tour che ci accompagna tra storie avvincenti,
ricerca scientifica attuale e prospettive future.»
Nature

«Govert Schilling racconta anche i fallimenti, oltre agli straordinari successi di tecnici e scienziati
che a lungo hanno faticato per raggiungere l’impensabile grado di precisione richiesto.
Alla fine ne sono usciti trionfatori: hanno scoperto indizi importanti
sulla natura fondamentale dello spazio e del tempo.
È una storia magnifica, qui raccontata in modo coinvolgente e affascinante.»
Martin Rees

Titolo: Onde nello spaziotempo
Autore: Govert Schilling
Genere: Saggio
Casa editrice: Codice editore
Pagine: 307
Prezzo ed. cartacea: 27,00€


Disponibile dal 12 luglio 2018!


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Penelope Poirot fa la cosa giusta recensione

Titolo: Penelope Poirot fa la cosa giusta
Autrice: Becky Sharp
Genere: Giallo
Anno di pubblicazione: 2016 

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Che ci fa Velma Hamilton, tipica zitella inglese, nello studio della botticelliana (o, a seconda dei punti di vista, krapfeniana= dalla forme di un krapfen) Penelope Poirot?

Presto detto: sta per ottenere il suo primo lavoro.

L’egocentrica pronipote di Hercule, non ha niente a che vedere con il mondo del crimine (anche se le sue celluline grigie viaggiano a velocità elevate… dritte, talvolta, anche verso delle grandi cantonate); Penelope è una buona-forchetta-critica culinaria e vuole scrivere le sue memorie. Velma dovrà aiutarla in questo compito.

Ma prima: un bel ritiro tra le colline del Chianti in una clinica salutistica che garantisce di depurare e rinvigorire corpo e mente.

Tuttavia nella bella Villa Onestà dal sapore gotico e un po’ english, la convivenza tra gli ospiti non è proprio semplice: c’è la donna misteriosa, l’autista affascinante, la scrittrice invidiosa, il marito innamorato, l’anonimo ex-editore…

E se alla fine ci scappa il morto, tranquilli: c’è Penelope Poirot!

Come avevo annunciato qualche tempo fa, con Penelope Poirot fa la cosa giusta s’inaugura la mia collaborazione con la casa editrice Marcos y Marcos (🎉🎉🎉).

Imbarazzata dalla possibilità di poter pescare da tutto il catalogo dell’editore (per esempio, mi ispirava molto anche “La vedova Van Gogh“), alla fine ho optato per due mie grandi passioni (o distorsioni… a seconda dei punti di vista): il giallo e Poirot che, guarda caso, si trovavano riassunte nel romanzo in questione.

L’idea della Sharp (pseudonimo, per la verità, di una traduttrice milanese che al momento ha scelto l’anonimato) è molto simpatica, ma attenzione non vuole in alcun modo essere una scopiazzatura o un remake in stile “Orgoglio e pregiudizio zombie“: leggendo, infatti, si avverte come obiettivo dell’autrice fosse quello di omaggiare il giallo in stile inglese e una tra le sue più grandi rappresentanti (Agatha Christie).

In effetti, a parte il cognome, un figurino tondeggiante (o botticelliano appunto se preferiamo) e la cura per i dettagli  nel vestire, i due Poirot  non spartiscono altro.

L’esuberante Penelope non potrebbe essere più lontana da certe deduzioni che il prozio Hercule si masticherebbe (bendato e con le mani legate) per colazione, ma le sue cellulline grigie si smuovono con matronesca simpatia.

Il libro è suddiviso in due parti principali in cui Velma e poi Penelope si alternano a farci da letterarie Ciceroni; e ammetto d’aver apprezzato molto di più il ritmo spigliato e un po’ pissero di quest’ultima sebbene la pacata Velma si difenda bene (e rischi grosso!).

Tutto il libro è pervaso da una simpatica vena di ironia; impossibile non apprezzare i modi effervescenti di Penelope, le sue cantonate e il suo rapporto con la posata Velma, che le fa da degno contraltare.

Penelope fa la cosa giusta è il libro perfetto con un passare un paio di  ore in piacevole compagnia di una trama scorrevole e leggera e di personaggi tutto sommato adeguati alla freschezza della trama.

Insomma, una buona prima prova che getta delle solide basi per un dovuto approfondimento dei personaggi e un necessario aumento nella complessità della trama. A questo primo volume, quindi, seguono “Penelope Poirot e il male inglese” e, fresco di stampa, “Penelope Poirot e l’ora blu” che onestamente sono curiosa di leggere entrambi per seguire l’evoluzione dei personaggi.

Concludendo, “Penelope Poirot fa la cosa giusta” è un gialletto frizzante, leggero; bisognoso anche di qualche aggiustamento di tiro, ma che promette molto bene.


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La statua di sale recensione

Titolo: The city and the Pillar
Autore: Gore Vidal
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1948
Titolo in Italia: La statua di sale
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Alessandra Osti

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Jim Willard è un bel giovanotto, un po’ schivo; ama il tennis e Bob, il suo migliore amico.

Alla capanna dello schiavo, camporella adolescenziale, i due trascorrono una notte d’amore; ma Bob, ormai diplomato, parte per imbarcarsi.

I due promettono di scriversi fino a quando, l’anno dopo, anche Jim, ottenuto a sua volta il diploma, non raggiungerà l’amato in mare.

Ma il piano non va esattamente come previsto: lo scambio epistolare è unidirezionale (Jim che scrive a Bob; Bob che non risponde) e, dopo un po’, cessa definitivamente e il ritrovarsi-per-mare è più semplice a dirsi che non a farsi.

In ogni caso, Jim diventa marinaio, poi istruttore di tennis, poi amante di un attore del cinema, poi… be’, la sua vita prosegue prima in mare al costante inseguimento di Bob, poi a terra nella scontata certezza che il destino di entrambi preveda prima o poi il ricongiungersi.

Il dilemma che si presentò a un giovane Vidal ventiduenne, già lanciato dal nonno in una molto-probabilmente-sfavillante carriera politica e con all’attivo due romanzi molto apprezzati dalla critica, fu il seguente: la pubblico o no ‘sta statua di sale?

La scelta cadde evidentemente sulla prima ipotesi e La statua di sale mosse i primi passi tra reazioni isteriche, di sdegno, rabbia e paura sia nel pubblico di lettori – che, però, fecero man bassa del libro – sia tra i critici che, infine, tra i colleghi scrittori («Gli scrittori omosessuali furono atterriti; gli altri furono deliziati all’idea che un concorrente si fosse tolto di mezzo in modo così drastico.»).

Il New York Times rifiutò di pubblicizzare il romanzo; nessun giornale o rivista di rilievo gli dedicò una recensione (trattamento sotto al quale passarono anche agli altri romanzi di Vidal per i successivi sei anni).

Perché “The City and the Pillar” (tradotto in italiano con “La statua di sale” per rispettare il passo biblico richiamato della moglie di Lot che si trasforma appunto in statua di sale) fu un romanzo che sicuramente ruppe gli schemi non solo perché tratta di omosessualità in un periodo in cui la questione era ancora super-tabù, ma anche perché Vidal la trattò da una prospettiva diversa.

Fino a quel momento, infatti, «i romanzi americani sulle “inversioni sessuali” avevano trattato di travestiti o di ragazzi solitari e cerebrali che avevano contratto matrimoni infelici e si struggevano per i marine. Io ruppi quello schema. I miei due amanti erano atleti e così attratti dal genere maschile che, nel caso di uno, Jim Willard, quello femminile era semplicemente irrilevante».

Infatti qui ci ritroviamo con un ragazzo borghese, consapevole della propria omosessualità – ma non interessato a ridursi in schemi prestabiliti – pieno di progetti e sogni, con un obiettivo ben preciso tanto da eclissare completamente tutti gli altri rapporti umani: ritrovare l’amato Bob.

Incapace di affezionarsi ad altro che non sia Bob – o meglio all’idea che lui conserva di Bob – Jim si barcamena in rapporti futili, passeggeri; tutto gli scivola addosso e lui è letteralmente una statua di sale (apatico, anedonico, annoiato da questa parentesi di vita che al momento non contempla Bob), perché nulla lo smuove dal suo chiodo fisso (Bob).

Il protagonista non ispira certo simpatia e gli altri personaggi difficilmente risaltano dalla pagina (perché tali sono anche nella vita interiore di Jim: superflui).

Il tutto poi è declinato con una «prosa piatta e grigia» che rende difficile calarsi nella vicenda.

La scelta di un registro stilistico monocorde è stata, però, volutamente presa da Vidal («Volevo che la prosa fosse piana e dura.»), ma non posso dire purtroppo di aver apprezzato.

Alla fine, non posso che dirmi d’accordo con il giudizio di Thomas Mann – cui Vidal inviò il romanzo, ma da cui ottenne un riscontro solo dopo che Mann era già morto da qualche anno -: «Finito il romanzo di Vidal, commosso, sebbene sia molto carente».

Sicuramente apprezzo l’impegno – e, sotto certi punti di vista, il coraggio – di trattare senza vergogna un tema come l’omosessualità negli anni ’40/’50 scardinando le tipizzazioni che il genere subiva all’epoca, inimicandosi una buona parte del mondo giornalistico-editoriale e giocandosi una carriera praticamente già scritta (sebbene poi questo romanzo si rivelò anche un importante trampolino).

Quindi, se interessati alla portata storico-innovativa di questo romanzo, ne consiglierei la lettura.

Per il resto, l’amore verso Bob diventa ridondante ossessione (e sfocia anche in una conclusione violenta che non mi sarei aspettata dai personaggi), la vita di Jim si barcamena in un costante apatico distacco (con un perfetto stile noli me tangere), i personaggi si trascinano stancamente per le pagine senza uno scopo.


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Le citazione presenti nell’articolo vengono dalla perfezione dell’autore a “La statua di sale”, trad. di Alessandra Osti, Fazi editore, 2018

Fiaba di morte

Un detective, un profiler e una psicologa in un gioco diabolico che li porterà in una caccia all’assassino contro il tempo: Fiaba di morte

Berna. Il cadavere di una donna fluttua nel vuoto, appeso a un ponte per i capelli. Quando il detective Rudolf Horowitz nota un misterioso segno sulla pelle della vittima, capisce subito che, per risolvere il caso, non potrà fare a meno dell’aiuto di Maarten S. Sneijder, il profiler olandese noto in tutta Europa per il suo talento. Affiancato dalla giovane collega ed ex-allieva Sabine Nemez, Sneijder individua subito inquietanti somiglianze tra il metodo dell’artefice dell’omicidio a Berna e quello dello spietato serial killer Piet van Loon, da lui arrestato anni prima dopo una estenuante caccia all’uomo. Ma, procedendo nelle indagini, l’assassino sembra essere sempre un passo avanti a loro. Nel frattempo, la giovane psicologa Hannah Norland arriva a Steinfels, un penitenziario psichiatrico nel nord della Germania, con il pretesto di dirigere sessioni di terapia di gruppo con i detenuti. Ma Hannah, in realtà, è interessata a un solo prigioniero, Piet van Loon, lo stesso che per Sneijder torna misteriosamente ad essere una figura chiave in un gioco diabolico. Un gioco che dovranno fermare a ogni costo prima che altri innocenti possano cadere vittima di una nuova, perversa violenza.

Titolo: Fiaba di morte
Autore: Andreas Gruber
Genere: Thriller
Casa editrice: Longanesi
Pagine: 504
Prezzo ed. cartacea: 22,00€
Disponibile dal 5 luglio


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Il fiume della colpa

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Dopo anni di forzata lontananza, in seguito alla morte del padre, Gerard Roylake fa ritorno alla residenza di famiglia per prendere possesso della casa e delle terre ereditate. Quella che ritrova è una contea avvolta da un groviglio di misteri. L’incontro con Cristel Toller, la bellissima figlia del mugnaio, ridesta in Gerard ricordi sopiti dal tempo dell’infanzia e fa sorgere in lui una passione fatale, ma lo porta anche a imbattersi in un uomo misterioso e affascinante: tutti lo conoscono come “l’inquilino”, un individuo sinistro che la sordità e l’isolamento dal mondo hanno reso insofferente nei confronti di quanti lo circondano. Questi, infatuato di Cristel, finirà inevitabilmente per vedere in Gerard un pericoloso rivale in amore. Un orribile delitto sta per avere luogo, oppure i timori dei protagonisti – e del lettore – sono infondati? E qual è il motivo della strana attrazione che, in segreto, sembra spingere Cristel tra le braccia dell’inquilino?
Wilkie Collins è un maestro nel disseminare la strada di false tracce e, come sempre, tocca al lettore decidere chi amare e chi odiare in attesa della soluzione finale. Come nella migliore tradizione dei suoi romanzi, anche qui, «sulle rive del peggior torrente d’Inghilterra», sono presenti, in un intreccio magistrale, gli elementi d’avventura, mistero e suspense che lo hanno reso celebre.

L’autore

Wilkie Collins nasce a Londra l’8 gennaio 1824. Il padre William, paesaggista, ha in mente per il figlio un futuro fuori dal mondo dell’arte. Infatti Wilkie all’inizio si cimenta con il commercio del thè, scoprendo, però, di non essere tagliato per le attività mercantili. A quel punto decide di studiare giurisprudenza al Lincoln’s Inn: nel 1851 ottiene l’abilitazione all’avvocatura, ma tale carriera non gli dà lo sperato successo. Solo iniziando a scrivere scoprirà la sua vera vocazione che si accompagnerà a quella per la pittura – Collins arriverà ad esporre le sue opere alla Royal Academy in una mostra nell’estate del 1849. Ma la sua vera passione rimarrà comunque la letteratura, passione che lo porterà ad essere riconosciuto come il padre del genere poliziesco. La sua prima opera è dedicata al padre, morto nel 1847, Memoirs of the Life of William Collins, edita l’anno successivo. Quindi pubblica due romanzi: Antonina nel 1850 e Basil nel 1852. Nell’aprile dello stesso anno incontra, grazie al suo amico Augustus Egg, Charles Dickens e scrive per la sua rivista, un settimanale, Household Words: è l’inizio di un lungo rapporto di lavoro e d’amicizia lungo dieci anni. G.K. Chesterton ebbe una volta modo di scrivere relativamente a Dickens e Collins: «Erano due uomini che nessuno può superare nello scrivere storie di fantasmi». I due amici e collaboratori decidono di fare un viaggio in Francia. Questo viaggio avrà un significato straordinario non solo per la vita artistica dei due scrittori ma soprattutto per l’intera storia della letteratura. I due tornano infatti dalla Francia recando sotto il braccio un libro che sarà destinato a cambiare l’intero corso letterario del genere mistery, la Recueil des causes célèbres di Maurice Mejean, che riportava in una raccolta tutti i principali casi giudiziari di cronaca nera compresi tra il 1807 e il 1814.

Il primo romanzo maturo di Collins risale al 1860: ispiratogli da un fatto personale realmente accaduto e improntato agli influssi balzachiani, La donna in bianco è un complicatissimo romanzo a tinte forti, che in sostanza preclude a quello che sarà poi il suo capolavoro definitivo, La pietra di Luna, del 1868, appassionante romanzo raccontato a più voci in cui si narra di un prezioso gioiello andato perso e dell’onore di una ragazza che rischia di essere macchiato. A partire dal 1870 però, anno della morte di Dickens, la fama di Collins comincia a scemare, iniziò a soffrire di artrite, finì col diventare dipendente dall’oppio, sviluppò una sindrome paranoica che lo portò a credere di essere sempre accompagnato dal suo alter ego. Nel suo romanzo The Moonstone tratterà proprio degli effetti dell’oppio. Collins non si sposò mai, ma nel 1858 si innamorò di una vedova, Caroline Graves, con la quale convisse per molti anni. Questo non gli impedì di avere tre figli da un’altra donna, Martha Rudd. Di fatto, Collins ebbe una relazione con entrambe le donne, durante gli ultimi vent’anni circa della sua vita.  Wilkie Collins muore il 23 settembre 1889 e viene seppellito al Kensal Green Cemetery.

Hanno detto di Wilkie Collins

«I romanzi di Wilkie Collins sono viaggi irresistibili:
agganciano subito il lettore, che quando parte non riesce più a fermarsi.»
Leonetta Bentivoglio

«Wilkie Collins è famoso, nei manuali di letteratura, per avere scritto nel 1868 il primo giallo. 
Ma non eccelle solo nella suspense. È anche uno scrittore di sentimenti. 
Ed eccelle nella pittura dei personaggi.»
Antonio D’Orrico

Titolo: Il fiume della colpa
Autore: Wilkie Collins
Genere: Romanzo
Casa editrice: Fazi editore
Pagine: 184
Prezzo ed. cartacea: 17,50€
Prezzo ed. digitale: 9,99€


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