La notte delle stelle cadenti recensione

Titolo: The night of the shooting stars
Autrice: Ben Pastor
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2018
Titolo in Italia: La notte delle stelle cadenti
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Luigi Sanvito

Preceduto da:
1. Lumen
2. Luna buguarda
3. Kaputt Mundi
4. La canzone del cavaliere
5. Il morto in piazza
6. La Morte, il Diavolo e Martin Bora
7. La Venere di Salò
8. Il Signore delle cento ossa
9. Il cielo di stagno
10. La strada per Itaca
11. Piccoli fuochi

Siamo nell’estate del ’44, Berlino; piena seconda guerra mondiale. Martin Bora, di stanza sul fronte italiano, è stato da poco autorizzato a tornare in patria per assistere alle esequie di uno zio morto suicida.

Praticamente appena rientrato, accadono subito tre cose strambe e potenzialmente pericolose, vista la posizione politica “precaria” (perché, più o meno, in contrasto col regime) di Bora.

La prima è che sarà avvicinato da un collega del defunto il quale getterà parecchie allusioni al fatto che lo zio potrebbe essere stato spinto al suicidio. La seconda è quella di incorrere in un suo superiore in preda ad una compromettente crisi di nervi (da cospiratore) e la terza è – forse – quella più sbalorditiva: che Arthur Nebe, il capo della Kripo, la polizia criminale, voglia proprio lui per risolvere un omicidio.

Ecco… tre circostanze che potrebbero voler dire nulla e tutto in una Berlino sotto bombardamenti, piena di correnti e alleanze pro e contro regime.

Quello che Bora vorrebbe sarebbe tornare dai suoi soldati in Italia; quello che dovrà fare, in realtà, sarà parare i colpi del destino, delle bombe e della macchinazioni nella quali si ritroverà, suo malgrado, coinvolto.

Per prima cosa – anche se poi non è rilevante ai fini del mio commento su questo libro; si tratta più che altro di un trivia – non sapevo a) che dietro lo pseudonimo di Ben Pastor si nascondesse una donna (Maria Verbena Volpi, all’anagrafe statunitense Verbena Volpi Pastor) e b) che la suddetta donna fosse, in realtà, di origini italiane naturalizzata statunitense.

Non sapevo nemmeno che l’autrice preferisse scrivere in inglese (ecco spiegata la presenza del traduttore) né che, in alcuni casi, i suoi libri siano stati pubblicati ugualmente prima in Italia.

Un altro accenno che devo poi fare è quello riguardante una iniziale incomprensione di fondo tra me e questo romanzo: ero alla ricerca di un libro in occasione della ricorrenza della Giornata delle memoria (dato che, quest’anno, avevo in lista di lettura “solo” la graphic novel Maus)… e, quindi, penso potrai immaginare la mia sorpresa quando mi sono ritrovata tra le mani un giallo… dalla parte dei nazisti (ah, e ovviamente nemmeno sapevo che si trattava del dodicesimo volume di una serie 😱)!

Venendo adesso a noi.

La storia intrattiene con un buon intreccio (comunque di intrattenimento) e un’ambientazione ricca nella sua profonda drammaticità (stiamo pur sempre parlando di una città praticamente sotto assedio, sotto una pioggia di bombardamenti che distruggono case, strade e vite).

Anche il fatto di essere davanti alla dodicesima avventura del protagonista non incide sulla piacevolezza della narrazione: si avverte, certo, la presenza di situazioni pregresse che qui si sono evolute o sono giunte a una conclusione, ma questo non boicotta la fruibilità della storia (anzi, forse, viene la curiosità di saperne un po’ di più sul passato di Bora).

Gli unici aspetti che mi hanno lasciata perplessa sono state le considerazioni introspettive del protagonista – che, talvolta, sembra scivolare in strambe auto-analisi da dodicenne – e il ritmo della storia che non si mantiene costante e, in alcuni passaggi, diventa un po’ monotono.

 

La coda del diavolo recensione

Titolo: La coda del diavolo
Autore: Maurizio Maggi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018

Spin-off: 
– Cartoline da N’Djamena

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

La notizia arriva come una scarica elettrica e percorre tutti come un’onda crescente: il mostro è qui, è arrivato.

Ma questa bestia non ha apparentemente nulla di animalesco: il volto tranquillo sembra quasi quello di uno che «torna a casa dopo una giornata di lavoro».

E la ferocia? La follia di inseguire in strada la ragazzina che teneva prigioniera e spararle un colpo alla nuca dov’è finita?

Sante Moras sa, però, che le apparenze non contano, soprattutto in carcere dove anche lui è (auto)confinato. Perché Sante ne ha di segreti: presenti e particolarmente gravosi, ma soprattutto passati e impossibili da cancellare.

L’arrivo di questo mostro, però, potrebbe essere la sua occasione di redenzione perché tanto – si sa – la giustizia, in Italia, difficilmente trova la sua strada. È quello che gli dice l’avvocato della vittima, aggiungendoci pure una richiesta peculiare: vista la sua posizione all’interno del carcere, Sante potrebbe – se solo volesse rendere giustizia – mettere fine al mostro… ucciderlo.

E Sante per un solo attimo ci pensa… per davvero. Ma può una colpa estinguerne un’altra così… magari all’infinito?

La scelta posta al protagonista proprio all’inizio del romanzo non può non destabilizzare, anche perché porta il lettore non solo a solidarizzare con il povero Moras che si ritrova questo spiacevole e gravoso compito sul quale meditare, ma anche a immedesimarsi in lui ponendosi gli stessi dubbi.

Si potrebbe pensare che la storia sia tutta qui, concentrata su questo profondo dubbio amletico… e invece no.

Perché la situazione si evolve, scivola di mano un po’ a tutti e il povero Moras si ritrova invischiato in una trottola di eventi e personaggi decisamente più grossa e organizzata di lui.

Ora, in questi pochi paragrafi, ho avuto modo di definire ben due volte Moras come “povero“; be’, vorrei fare un chiarimento per evitare che le mie parole vengano fraintese.

Sante Moras (per quanto obiettivamente sfortunato) non è uno di quei personaggi preda del destino, ma – di contro – non è nemmeno uno di quelli che lo affrontano eroicamente saldi nelle proprie certezze gloriose. Sante, in primo luogo, ci tiene alla pelle e, come la maggior parte di noi, tra la vita di un estraneo e la propria salvezza sceglie decisamente per la seconda.

Magari ci prova, sì, il pensiero gli viene; ma l’istinto di auto-conservazione decisamente prevale. E questo, comunque, non fa di Sante un antieroe… semplicemente si colloca – direi finalmente – tra quei personaggi più umani e meno caricaturati in stile Rambo o RoboCop.

Quindi, sul protagonista centro assoluto. Gli altri personaggi, chi più chi meno riuscito, lo coadiuvano  nella creazione di una storia scorrevole e piacevole (anche se qualche scelta si rivela, dal mio punto di vista, un po’ cinematografica) sullo sfondo di una Sardegna – e di un’Italia – vittima di facilonerie e magheggi.

Detto questo, se sei in cerca di un romanzo d’azione con un intreccio sufficientemente ingarbugliato e  veloce da leggere, allora La coda del diavolo potrebbe far al caso tuo.

A questo proposito e grazie alla cortesia dell’autore, ci tengo a ricordarti che sul blog, trovi a disposizione per la lettura gratuita lo spin-off del romanzo di cui abbiamo appena parlato: Cartoline da N’Djamena.

Echi da un destino sospeso recensione

Titolo: Echi da un destino sospeso
Autrice: Virginia Bernardi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Una email con una richiesta, una scrittrice con un blocco da superare e una vecchia storia che ha solo bisogno di essere raccontata.

È così che Camilla incontra Valerio, un distinto signore con un passato quasi da romanzo sulle spalle.

Grazie a lui conoscerà una banda di Tigri ruggenti, un tesoro rubato, un amore difficile e la voglia di vivere ancora nonostante tutte le difficoltà e le perfidie del destino.

E non solo… il viaggio che Camilla intraprenderà grazie alla storia di Valerio la porterà di fronte a scelte importanti che imporranno una svolta alla sua vita.

Sullo sfondo di paesaggi e luoghi che viene proprio la voglia di scoprire e visitare di persona, si dipana una storia tra presente e passato: da una parte, Camilla, la giovane scrittrice bloccata; dall’altra Valerio, l’anziano signore pieno di ricordi da raccontare.

Il secondo racconta alla prima il proprio passato e le conseguenze delle proprie (e altrui) azioni; la prima ascolta, impara e ovviamente scrive, affrontando i propri dubbi in un percorso di crescita e consapevolezza che la porteranno a ricredersi su se stessa e le proprie capacità.

La storia, intrecciata sia di amore che di un pizzichino di thriller/spy story (visto che, per un periodo almeno, siamo in tempi di guerra e nazisti), segue un tracciato regolare e non impegnativo che riesce comunque a intrattenere il lettore.

Un romanzo piacevole, quindi, e veloce da leggere – anche se precipitoso in qualche passaggio e un po’ cinematografico nel finale – con uno stile narrativo semplice.

 

Il cacciatore di draghi e Le avventure di Tom Bombadil

A inizio anno ho visto questi libriccini, freschi freschi di pubblicazione, e mi sono detta: “Sara, devono essere tuoi”.

Quindi… 3, 2, 1 e avevo le mie piccole perle a casa: Il cacciatore di draghi e Le avventure di Tom Bombadil.

Cominciamo dall’ultimo, Le avventure di Tom Bombadil.

Come ho già avuto modo di accennare su Instagram, si tratta di un libriccino di componimenti (più in stile filastrocche o canzoncine), la buona parte con protagonista proprio Bombadil, ma ci sono anche cavalieri erranti, principesse e uomini della luna.

Non aspettarti grandi rivelazioni su questo personaggio così enigmatico della Terra di Mezzo; nella maggior parte delle scene Tom Bombadil passeggia nel bosco, incontra creature parlanti, viene infastidito da ninfe (tra cui anche quella che poi diventerà sua moglie, Baccador) e, come sappiamo già, si veste con colori sgargianti e accostamenti azzardati.

L’edizione è molto carina (mi piacciono i bordi stondati 😆) – con una traduzione che cerca di rispettare la metrica e il suono dei versi – e potrebbe rivelarsi un’aggiunta interessante per chi è fan dell’autore.

🇬🇧  «Old Tom Bombadil was a merry fellow;
bright blue his jacket was and his boots were yellow;
green were his girdle and his breeches all of leather;
he wore in his tall hat a swan-wing feather.»
🇮🇹 «Il vecchio Tom Bombadil era un tipo assai allegro;
stivali gialli aveva e la giacca color cielo,
cinture e brache in cuoio, colore verde prato;
sul cappello una piuma che a un cigno avea strappato.»

Detto questo, però, si tratta pur sempre di poesiole; per chi intende avvicinarsi alla Terza di Mezzo e a Tolkien per la prima volta forse è meglio cominciare con un romanzo 😬.

Per quanto riguarda, invece, Il cacciatore di draghi devo dirne di esserne rimasta piacevolmente sorpresa. 

In questo caso, siamo di fronte a un racconto – o forse è meglio dire fiaba (nacque, infatti, come storia che Tolkien raccontava ai figli).

Il protagonista è un contadino un po’ borioso con un fedele cane parlante che, una notte, lo avvisa dell’arrivo nei suoi campi di un gigante.

Il contadino – più fortunato che altro – riesce con relativa facilità a scacciare il gigante dalle sue terre salvando così l’intero villaggio da un probabile schiacciamento.

Da lì poi, il passo ad affrontare un drago sarà quasi automatico… per gli abitanti del villaggio e, addirittura, per il re di quelle terre che incaricherà il contadino in veste ufficiale. Questo, però, la pensa proprio in altro modo… ma a un re che comanda non si può proprio dire di no, no?

Insomma, dicevo piacevolmente sorpresa perché ho trovato molto interessante vedere l’evoluzione di una storia (che rimane comunque della consistenza un po’ infantile tipica della fiaba quindi molto leggera, carica di passaggi semplificati e con personaggi tratteggiati sulla base di poche caratteristiche stereotipate).

Infatti, alla fine del libro si può leggere la versione originale del racconto, che presenta una forma più breve e molto semplificata.

Nel cuore della notte recensione

Titolo: This real night
Autrice: Rebecca West
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1984
Titolo in Italia: Nel cuore della notte
Anno di pubblicazione ITA: 2019
Trad. di: Francesca Frigerio

Preceduto da:
La famiglia Aubrey

Seguito da:
Cousin Rosamund (non ancora annunciato in Italia)

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Attenzione! Questo è il secondo volume della trilogia di Rebecca West, iniziata con La famiglia Aubrey. Proseguendo nella lettura di questo articolo, se non hai già letto il primo capitolo della serie, potresti incappare in spoiler!

Li avevamo lasciati così: abbandonati.

Ma gli Aubrey, anche se privi di un membro – alla fin fine non poi così fondamentale – della famiglia stando andando avanti alla grande: le gemelle, Rose e Mary, hanno ottenuto delle borse di studio per diventare finalmente delle pianiste di successo; Rosamund, l’amata cugina, avendo lavorato l’estate come infermiera in un ospedale per bambini, è sempre più certa della sua scelta di vita; il non-più-piccolo-di-famiglia Richard Quin è diventato un ragazzo d’oro, premuroso, attento, disponibile; Constance, la madre di Rosamund, si è stabilita definitivamente dagli Aubrey al fianco di Clare adesso unico capitano di una nave che – grazie alla vendita dei famosi quadri e alla scomparsa della paterna sanguisuga – procede a gonfie vele.

Nel giardino, gli Aubrey hanno persino piantato dei fiori (e, per chi ricorda le loro ristrettezze economiche, questo sì che è un evento: il poter finalmente godere di denaro extra da poter usare anche per piccoli piaceri).

L’unica incertezza è Cordelia, il membro incompreso e bistrattato della famiglia, che col suo carattere supponente e superbo è l’unica a suscitare qualche preoccupazione.

Ma ci sono delle scelte in arrivo: la vita le esige e la storia si mette nel mezzo.

Una storia quella degli Aubrey che non riesco a assolutamente a lasciar andare.

Saranno i profondi legami che legano i membri di questa famiglia; sarà il loro essere sognatori di gran cuore; sarà il fatto che sono inglesi (e, vabbè mi ripeto perdono: io ho un debole per le famiglie inglesi e per l’ambientazione ‘800/’900… ‘700, okay arrivo anche più indietro)… sta di fatto che anche questo secondo volume è andato e adesso ho bisogno del terzo (che, purtroppo, sarà anche l’ultimo).

Ma venendo alle considerazioni su questo secondo capitolo, mi sento sostanzialmente di confermare quello che avevo già detto riguardo La famiglia Aubrey.

Saga familiare ben scritta e ben condotta con uno stile narrativo assolutamente impeccabile e affascinante che cesella dei personaggi realistici e profondi (che qui forse assumono contorni ancor più definiti).

In questo secondo capitolo, una serie di eventi drammatici investirà la famiglia e la narrazione della West è in grado di gestirli con sapienza trasmettendo un fortissimo senso di turbamento – principalmente nella parte finale del romanzo.

Ribadisco comunque anche gli “aspetti negativi” cioè la mancanza di azione; motivo per cui stiamo parlando di una saga familiare e non di un thriller, ma ecco vorrei che fosse ben chiaro che gli eventi sono pochi e spalmati per numerose pagine (come vi accennavo su Instagram, a pagina 100/150 stiamo ancora andando a cena dal signor Morpugo, amico e benefattore della famiglia).

A questo proposito, vorrei riportare un estratto del commento di Alessandro Baricco, che sicuramente spiega questo aspetto meglio di come potrei fare io, proprio su questo romanzo (trovate la versione completa qui):

Non avendo capito che era una trilogia, a me è accaduto di iniziare dal secondo volume, Proprio stanotte. Le prime pagine, lo ricordo benissimo, mi parvero di una noia ineguagliabile. Raramente avevo letto qualcosa che procedesse più lentamente. Ma non lo faceva in modo forzato o virtuosistico: era tutto molto naturale. Era solo che quella donna aveva quel passo, e non c’era nulla che si potesse fare a riguardo. Mi ricordo che spesso continuavo a leggere pensando ad altro. Mi ritrovavo a girar pagina che a malapena sapevo cosa avevo letto. Eppure giravo pagina. Perché diavolo non smettevo? Un motivo, immediatamente percepibile, c’era: nello scorrere lentissimo di quel fiume, ogni tanto passava una barca. Una frase, una similitudine, un’osservazione minuscola, l’esattezza di un colore, la precisione millimetrica di un aggettivo. E non c’era passaggio di barca, per quanto raro, che non fosse davvero memorabile (in particolare le similitudini, da rimanere a bocca aperta).
Così, per un po’ me ne sono stato ad aspettare il passaggio delle barche, paziente. Poi, pagina dopo pagina, senza accorgermene, ho cominciato a capire il fiume. È durata un po’, e alla fine qualcosa è successo, perché, d’improvviso, ero in quel fiume. Non c’era più lentezza, ma un certo passo del cuore, irrimediabilmente giusto.

Suggerisco, quindi, la lettura a chi è avvezzo (o a chi vorrebbe iniziare le) alle saghe famigliari un po’ in stile Downton Abbey (mi è stato suggerito anche la saga dei Cazalet, ma mi sento di sottoscrive quello che avevo già detto di questa saga quide gustibus).

Per tutti gli altri, dato lo stile quasi lirico della West, suggerirei di fare un tentativo – col primo capitolo ovviamente e magari scorrendo qualche estratto di quest’ultimo (che trovate qui) – e verificare se lo stile della scrittrice potrebbe cadere nelle proprie corde tenendo presente quanto già detto sull’azione narrativa.

Per chi mi ha chiesto se si può leggere questo volume senza aver conosciuto il primo rispondo che sì, si può (anche Baricco l’ha fatto 😉 ). La West riprende e riassume (fortunatamente in breve) gli eventi salienti incorsi ne La famiglia Aubrey, quindi si riesce a ricomporre la storia senza difficoltà.

Ovviamente, è il peso sulla famiglia e le sensazioni nel lettore che questi eventi trasmettono che si perdono completamente; motivo per cui suggerirei comunque di procedere con ordine e iniziare dal primo capitolo.

Mi sono dilungata un sacco e spero di non aver annoiato (😬), quindi rimandando sempre alla lettura completa della saga per un giudizio più completo, intanto per questo volume direi che