Penelope Poirot fa la cosa giusta recensione

Titolo: Penelope Poirot fa la cosa giusta
Autrice: Becky Sharp
Genere: Giallo
Anno di pubblicazione: 2016 

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Che ci fa Velma Hamilton, tipica zitella inglese, nello studio della botticelliana (o, a seconda dei punti di vista, krapfeniana= dalla forme di un krapfen) Penelope Poirot?

Presto detto: sta per ottenere il suo primo lavoro.

L’egocentrica pronipote di Hercule, non ha niente a che vedere con il mondo del crimine (anche se le sue celluline grigie viaggiano a velocità elevate… dritte, talvolta, anche verso delle grandi cantonate); Penelope è una buona-forchetta-critica culinaria e vuole scrivere le sue memorie. Velma dovrà aiutarla in questo compito.

Ma prima: un bel ritiro tra le colline del Chianti in una clinica salutistica che garantisce di depurare e rinvigorire corpo e mente.

Tuttavia nella bella Villa Onestà dal sapore gotico e un po’ english, la convivenza tra gli ospiti non è proprio semplice: c’è la donna misteriosa, l’autista affascinante, la scrittrice invidiosa, il marito innamorato, l’anonimo ex-editore…

E se alla fine ci scappa il morto, tranquilli: c’è Penelope Poirot!

Come avevo annunciato qualche tempo fa, con Penelope Poirot fa la cosa giusta s’inaugura la mia collaborazione con la casa editrice Marcos y Marcos (🎉🎉🎉).

Imbarazzata dalla possibilità di poter pescare da tutto il catalogo dell’editore (per esempio, mi ispirava molto anche “La vedova Van Gogh“), alla fine ho optato per due mie grandi passioni (o distorsioni… a seconda dei punti di vista): il giallo e Poirot che, guarda caso, si trovavano riassunte nel romanzo in questione.

L’idea della Sharp (pseudonimo, per la verità, di una traduttrice milanese che al momento ha scelto l’anonimato) è molto simpatica, ma attenzione non vuole in alcun modo essere una scopiazzatura o un remake in stile “Orgoglio e pregiudizio zombie“: leggendo, infatti, si avverte come obiettivo dell’autrice fosse quello di omaggiare il giallo in stile inglese e una tra le sue più grandi rappresentanti (Agatha Christie).

In effetti, a parte il cognome, un figurino tondeggiante (o botticelliano appunto se preferiamo) e la cura per i dettagli  nel vestire, i due Poirot  non spartiscono altro.

L’esuberante Penelope non potrebbe essere più lontana da certe deduzioni che il prozio Hercule si masticherebbe (bendato e con le mani legate) per colazione, ma le sue cellulline grigie si smuovono con matronesca simpatia.

Il libro è suddiviso in due parti principali in cui Velma e poi Penelope si alternano a farci da letterarie Ciceroni; e ammetto d’aver apprezzato molto di più il ritmo spigliato e un po’ pissero di quest’ultima sebbene la pacata Velma si difenda bene (e rischi grosso!).

Tutto il libro è pervaso da una simpatica vena di ironia; impossibile non apprezzare i modi effervescenti di Penelope, le sue cantonate e il suo rapporto con la posata Velma, che le fa da degno contraltare.

Penelope fa la cosa giusta è il libro perfetto con un passare un paio di  ore in piacevole compagnia di una trama scorrevole e leggera e di personaggi tutto sommato adeguati alla freschezza della trama.

Insomma, una buona prima prova che getta delle solide basi per un dovuto approfondimento dei personaggi e un necessario aumento nella complessità della trama. A questo primo volume, quindi, seguono “Penelope Poirot e il male inglese” e, fresco di stampa, “Penelope Poirot e l’ora blu” che onestamente sono curiosa di leggere entrambi per seguire l’evoluzione dei personaggi.

Concludendo, “Penelope Poirot fa la cosa giusta” è un gialletto frizzante, leggero; bisognoso anche di qualche aggiustamento di tiro, ma che promette molto bene.


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La statua di sale recensione

Titolo: The city and the Pillar
Autore: Gore Vidal
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1948
Titolo in Italia: La statua di sale
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Alessandra Osti

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Jim Willard è un bel giovanotto, un po’ schivo; ama il tennis e Bob, il suo migliore amico.

Alla capanna dello schiavo, camporella adolescenziale, i due trascorrono una notte d’amore; ma Bob, ormai diplomato, parte per imbarcarsi.

I due promettono di scriversi fino a quando, l’anno dopo, anche Jim, ottenuto a sua volta il diploma, non raggiungerà l’amato in mare.

Ma il piano non va esattamente come previsto: lo scambio epistolare è unidirezionale (Jim che scrive a Bob; Bob che non risponde) e, dopo un po’, cessa definitivamente e il ritrovarsi-per-mare è più semplice a dirsi che non a farsi.

In ogni caso, Jim diventa marinaio, poi istruttore di tennis, poi amante di un attore del cinema, poi… be’, la sua vita prosegue prima in mare al costante inseguimento di Bob, poi a terra nella scontata certezza che il destino di entrambi preveda prima o poi il ricongiungersi.

Il dilemma che si presentò a un giovane Vidal ventiduenne, già lanciato dal nonno in una molto-probabilmente-sfavillante carriera politica e con all’attivo due romanzi molto apprezzati dalla critica, fu il seguente: la pubblico o no ‘sta statua di sale?

La scelta cadde evidentemente sulla prima ipotesi e La statua di sale mosse i primi passi tra reazioni isteriche, di sdegno, rabbia e paura sia nel pubblico di lettori – che, però, fecero man bassa del libro – sia tra i critici che, infine, tra i colleghi scrittori («Gli scrittori omosessuali furono atterriti; gli altri furono deliziati all’idea che un concorrente si fosse tolto di mezzo in modo così drastico.»).

Il New York Times rifiutò di pubblicizzare il romanzo; nessun giornale o rivista di rilievo gli dedicò una recensione (trattamento sotto al quale passarono anche agli altri romanzi di Vidal per i successivi sei anni).

Perché “The City and the Pillar” (tradotto in italiano con “La statua di sale” per rispettare il passo biblico richiamato della moglie di Lot che si trasforma appunto in statua di sale) fu un romanzo che sicuramente ruppe gli schemi non solo perché tratta di omosessualità in un periodo in cui la questione era ancora super-tabù, ma anche perché Vidal la trattò da una prospettiva diversa.

Fino a quel momento, infatti, «i romanzi americani sulle “inversioni sessuali” avevano trattato di travestiti o di ragazzi solitari e cerebrali che avevano contratto matrimoni infelici e si struggevano per i marine. Io ruppi quello schema. I miei due amanti erano atleti e così attratti dal genere maschile che, nel caso di uno, Jim Willard, quello femminile era semplicemente irrilevante».

Infatti qui ci ritroviamo con un ragazzo borghese, consapevole della propria omosessualità – ma non interessato a ridursi in schemi prestabiliti – pieno di progetti e sogni, con un obiettivo ben preciso tanto da eclissare completamente tutti gli altri rapporti umani: ritrovare l’amato Bob.

Incapace di affezionarsi ad altro che non sia Bob – o meglio all’idea che lui conserva di Bob – Jim si barcamena in rapporti futili, passeggeri; tutto gli scivola addosso e lui è letteralmente una statua di sale (apatico, anedonico, annoiato da questa parentesi di vita che al momento non contempla Bob), perché nulla lo smuove dal suo chiodo fisso (Bob).

Il protagonista non ispira certo simpatia e gli altri personaggi difficilmente risaltano dalla pagina (perché tali sono anche nella vita interiore di Jim: superflui).

Il tutto poi è declinato con una «prosa piatta e grigia» che rende difficile calarsi nella vicenda.

La scelta di un registro stilistico monocorde è stata, però, volutamente presa da Vidal («Volevo che la prosa fosse piana e dura.»), ma non posso dire purtroppo di aver apprezzato.

Alla fine, non posso che dirmi d’accordo con il giudizio di Thomas Mann – cui Vidal inviò il romanzo, ma da cui ottenne un riscontro solo dopo che Mann era già morto da qualche anno -: «Finito il romanzo di Vidal, commosso, sebbene sia molto carente».

Sicuramente apprezzo l’impegno – e, sotto certi punti di vista, il coraggio – di trattare senza vergogna un tema come l’omosessualità negli anni ’40/’50 scardinando le tipizzazioni che il genere subiva all’epoca, inimicandosi una buona parte del mondo giornalistico-editoriale e giocandosi una carriera praticamente già scritta (sebbene poi questo romanzo si rivelò anche un importante trampolino).

Quindi, se interessati alla portata storico-innovativa di questo romanzo, ne consiglierei la lettura.

Per il resto, l’amore verso Bob diventa ridondante ossessione (e sfocia anche in una conclusione violenta che non mi sarei aspettata dai personaggi), la vita di Jim si barcamena in un costante apatico distacco (con un perfetto stile noli me tangere), i personaggi si trascinano stancamente per le pagine senza uno scopo.


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Le citazione presenti nell’articolo vengono dalla perfezione dell’autore a “La statua di sale”, trad. di Alessandra Osti, Fazi editore, 2018

Fiabe islandesi recensione

Titolo: Fiabe islandesi
Curatrice: Silvia Cosimini
Genere: Fiabe
Anno di pubblicazione: 2016

Arrivate nel giro di due anni alla loro terza edizione, Fiabe islandesi è la raccolta di Iperborea per i sognatori nordici (grandi e piccoli).

Il racconto fiabesco fa ovviamente parte di un immaginario comune con variazioni sul tema che seguono i gusti locali e talvolta personali dell’oratore stesso. Quindi ci ritroviamo contadini che hanno due o – più spesso – tre figli (Helga è la figlia meno apprezzata del trio, ma in qualche fiaba recupera l’affetto genitoriale; Ingibjörg è spesso il nome delle principesse); re e regine con lo stesso ammontare di discendenza o anche privi; maledizioni e metodi per risolverle che, in qualche caso, riguardano il dormire ai piedi del letto dei novelli sposi, ect.

Dalle fiabe derivano anche comuni modi di dire (come nel caso de “Il paniere paroliere“) o che descrivono gli usi più diffusi (per esempio quello di prepararsi un paio di scarpe nuove per i lunghi viaggi).

Ma le fiabe non si limitano solo a una dimensione locale e così troviamo, pure in Islanda, Biancaneve (“Vilfridur più bella di Vala”) che, però, di nani qui ne ha solo due e sono a dir poco super-pazienti.

Una trentina di fiabe ci accompagnano così tra gli abitanti del piccolo popolo dove però intervengono anche giganti, troll e trollesse, animali parlanti e dove il lieto finale è d’obbligo.

Silvia Cosimini ha proceduto alla sistemazione e selezione dei racconti spiegandocene significati e segreti con note molto precise e curate (stesso dicasi anche per la postfazione) e prediligendo quelli «più genuinamente islandesi».

Ovviamente si tratta sempre di fiaba: per cui non ci dovremo scandalizzare troppo se i plot narrativi sono incoerenti o assurdi e i comportamenti dei personaggi – tipicamente suddivisi tra buoni e cattivi, intelligenti e scemi, belli e brutti – sono semplificati al massimo.

Quindi per l’impegno di lavorazione che traspare in maniera netta dalle pagine di questa piccola raccolta e l’interesse antropologico che le fiabe rappresentano come «eredità […] condivisa» (non solo all’interno di un singolo popolo ma anche tra i popoli), mi sento di consigliare questo libretto come lettura “di compagnia” serale.

Le fiabe ovviamente vanno prese per quel che sono: un insieme di storie magari infantili, ma dal profondo valore pedagogico; talvolta ambigue, ma nate anche per «criticare le ingiustizie sociali raccontandole in maniera figurata».


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Chi è partito e chi è rimasto recensione

Titolo: Who was change and who was dead
Autrice: Barbara Comyns
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1954
Titolo in Italia: Chi è partito e chi è rimasto
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Cristina Pascotto

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Tutto comincia con un’inondazione: le anatre sguazzano felici nel salotto conquistato attraverso una finestra spalancata dall’impeto dell’acqua, le strade sono diventate fiumi brodosi e gli uomini le attraversano in barca.

In casa, le gonne delle domestiche vengono fissate in alto con uno spillo, i fuochi dei fornelli vengono accesi  e ci si accinge a iniziare la routine quotidiana.

La vecchia Willoweed assalta i famigliari con il suo cornetto acustico per avere notizie fresche sui danni («Il ponte è stato danneggiato? La diga ha tenuto? Sai se qualcuno è annegato?»).

Emma, la maggiori delle nipoti, riversa nel cornetto della nonna le ultime novità; il figlio, Ebin Willoweed, ci aggiunge qualche dettaglio.

Gli altri due figli di Ebin, Dennis e Hattie, non possono che rallegrarsi di quella calamità: l’inondazione farà dimenticare al padre le loro lezioni quotidiane per almeno una settimana!

Quello che, però, ancora non sanno è che, mentre l’inondazione lascerà presto una terra limacciosa e umida, una nuova calamità si abbatterà sul villaggio: la pazzia.

Di lì a poco, infatti, il mugnaio si affoga e poi il macellaio si taglia la gola.

E mentre i vari abitanti saranno falcidiati da questa malattia improvvisa, contagiosa e apparentemente inarrestabile, le vite di tutti cambieranno per sempre.

Pubblicato nel 1954, “Chi è partito e chi è rimasto” è definito «un piccolo capolavoro trascurato».
E, be’, effettivamente si tratta di una piccola perla dal fascino tutto inglese (astenersi, quindi, chi non è avvezzo al genere!).

La storia è una catena di folli eventi disposti in una ondivaga oscillazione tra realismo (quindi descrizioni degli avvenimenti senza alcun abbellimento poetico… alcuni disgustosi) e fascino ammiccante: nel mezzo solo (fatale) pazzia.
Così tanto forse che, in Irlanda, di questo romanzo fu bloccata la pubblicazione.

Chi è partito e chi è rimasto” si concentra sulla famiglia Willoweed, capitanata dalla bisbetica e prepotente nonna Willoweed; ma in poche pagine riesce a distendere un pezzo di campagna tipicamente inglese con i suoi scorci, le sue chiacchiere, i suoi personaggi pittoreschi, i suoi pregiudizi e ipocrisie.

La Comyns è davvero brava nello spostare il focus dell’azione da un personaggio all’altro in maniera fluida e naturale: un momento stiamo seguendo un personaggio e poi un incrocio in una stanza o uno sguardo alla finestra ci porta a seguirne un altro.

Nonostante le pagine contenute, i vari personaggi sono piccole riproduzioni della classica novella inglese, quindi nascondono quei tratti irriverenti e parossistici tanto da renderli quasi caricaturali (ma, per altri versi, realistici).

Nonna Willoweed, ad esempio, è la tipica vecchia fastidiosa, dispettosa e prepotente, e la sua maestosa promessa di non attraversare mai un terreno che non fosse stato di sua proprietà la rende sicuramente ridicola, ma chi non ha mai avuto modo di incrociare (o sentire raccontare di) una vecchietta molesta? 

Insomma, il breve romanzo della Comyns, irriverente nelle sue descrizioni, è il perfetto compagno di un pomeriggio.


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Il silenzio della città bianca recensione

Titolo: El silencio de la ciudad blanca
Autrice: Eva G. Sáenz de Urturi
Genere: Thriller
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Il silenzio della città bianca
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Paola Olivieri

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Nella cripta della cattedrale vecchia di Vitoria vengono scoperti i cadaveri di due ragazzi: un maschio e una femmina, ventenni, completamente nudi e con le mani poggiate l’uno sulla guancia dell’altra.

Già devastante di suo, questo doppio omicidio, però, nasconde ben altro e riporta l’intera città indietro di vent’anni.

Sì, perché Vitoria fu sconvolta da un’ondata di doppi-delitti folle: nel dolmen della Chabola de la Hechicera rinvennero i corpi senza vita di due neonati; poi, nel sito celtibero di La Hoya de Laguardia, un bambino e una bambina di cinque anni. E ancora, in un giacimento salino di epoca romana, un ragazzino e di una ragazzina di dieci anni.

Man a mano che i delitti si avvicinavano a Vitoria, aumentava anche l’età delle vittime (e il secolo di edificazione del luogo in cui i cadaveri veniva sistemati).

Gli ultimi omicidi furono quelli di un ragazzo e di una ragazza di quindici anni davanti al portale d’ingresso della Muraglia Medievale.

Tutti ritrovati secondo schemi simili: maschio e femmina, l’età, le mani affettuosamente posate sulla guancia dell’altro, i corpi sistemati lungo l’asse nord-est.

La follia sembrava finita con l’arresto del carismatico Tasio Ortiz de Zárate, archeologo, volto televisivo adorato dal pubblico, personalità di spicco di Vitoria.

Ma ecco che tutto sta per ricominciare. L’omicidio dei ventenni non è solo orribile di per sé, ma non fa altro che riprendere la macabra sequenza bruscamente interrotta dall’assassino vent’anni prima.

Come se la psicosi non si diffondesse già bene di suo, Tasio – il colpevole dei precedenti omicidi – sta per essere rilasciato in permesso premio dopo vent’anni di galera.

Quindi… non può essere lui l’esecutore materiale di quest’ultimo omicidio, ma potrebbe esserne il mandante? E se fosse solo un ammiratore, un imitatore di Tasio? E se, invece, Tasio non c’entrasse proprio nulla? Nemmeno con i delitti precedenti? Vorrebbe dire aver tenuto rinchiuso un innocente per vent’anni e uno psicopatico libero di uccidere ancora…

Insomma… un bel macello.

La patata bollente finisce nelle mani di Unai ed Estíbaliz, entrambi ispettori della omicidi, i quali dovranno vedersela con un passato pesante, un presente pericoloso e un futuro davvero molto incerto.

Vitoria è una città spagnola di cui io nemmeno conoscevo l’esistenza prima di leggere questo libro (brava in geografia… XD); tuttavia, la narrazione è così profonda e limpida da farle assumere contorni ben definiti – anche se i nomi delle vie, gli incroci, i palazzi potrebbero essere quelli di una città di fantasia per quanto ne so io -; Vitoria si costruisce davanti agli occhi di un lettore… anche di uno completamente ignorante come me.

Sullo sfondo di questa bella città, il revival degli omicidi coincide con il calendario delle festività estive. Quindi, la voglia di festa ha un doppio svantaggio per i nostri (i quali, però, diventano vantaggi per il nostro assassino): la moltitudine di gente che ogni evento attrae e la confusione che una massa di persone brulicante crea.

Unai (detto Kraken) ed Esti(baliz) sono due ottimi poliziotti, l’uno specializzato in criminal profiling, l’altra in vittimologia; hanno la vocazione nel sangue, ma sono anche umani, quindi fallibili e fallaci. Hanno i loro demoni da nascondere, le loro storie da rivelare e il loro cuore da curare.

Non solo loro, però, invadono la scena con la loro umanità; tutti i personaggi, anche quelli più marginali, sono in grado di mirare e centrare in pieno il cuore del lettore che non può non affezionarsi (o non intenerirsi) o non odiarli (o non provare ribrezzo).

Unai, poi, è una voce narrante meravigliosa: chiara, schietta, fluida e dannatamente convincente.

La storia che così si crea vede la disperata rincorsa a un assassino in costante vantaggio, le vicende personali dei protagonisti e un tuffo nel passato che porta il lettore qualche passo più avanti rispetto ai due ispettori.

A tutto questo, aggiungiamo anche qualche colpo di scena ben piazzato e il risultato finale è sicuramente azzeccato.

L’intreccio che ne deriva catalizza l’attenzione del lettore per regalare un thriller davvero ben fatto.

Il silenzio della città bianca fa parte di una trilogia di cui, al momento in cui scrivo, è stato pubblicata la prima edizione del secondo volume nel 2017 “Los ritos del agua” (in Spagna).

Insomma, come prima prova è davvero eccellente e non vedo l’ora di scoprire cosa attenderà nei prossimi capitoli Kraken!


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