Casa di foglie

Titolo originale: House of leaves
Autore: Mark Z. Danielewski
Genere: Letteratura ergodica
Anno di pubblicazione: 2000
Titolo in Italia: Casa di foglie
Anno di pubblicazione ITA: 2019 (nuova edizione)
Trad. di: Sara Reggiani e Leonardo Taiuti

– Ho ricevuto una copia di questo libro –

Nel 2005 uscì la prima edizione italiana di Casa di foglie… e poi boh, perché il libro andò ben presto fuori catalogo e l’unica possibilità di averlo (oltre alla fortuna di aver vicino una biblioteca davvero ben fornita) era spendere tra i 100 e i 180€ (a volte anche molto di più pare) su eBay.

Ma la casa editrice 66thand22nd ha fatto di recente il miracolo ripubblicando Casa di foglie in una bellissima edizione curata (che è quella che vedete in foto e che ha un prezzo molto più accettabile dei 100€ richiesti su eBay).

Quindi… cos’è Casa di foglie?

Parliamo di letteratura ergodica; un nome strano per dire che, per leggere questa storia, ci sarà un po’ da ingegnarsi ruotando il libro per seguire le frasi sulla pagina (etc.).

Non solo: la presenza di più narratori spezza il piano narrativo (in un interessante giochino tra presente e passato, quello e quell’altro che io ho avuto modo di vedere – e apprezzare – per la prima volta con S. La nave di Teseo).

La storia inizia, infatti, con il nostro Johnny Truant che, per una serie di eventi, entra in possesso del manoscritto di tal Zampanò (recentemente deceduto).

Il manoscritto in questione è un’analisi, un saggio, una dissertazione sulla pellicola intitolata Tha Navidson Record (nella traduzione italiana, La versione di Navidson).

Oggetto della pellicola, la nuova casa in Virginia nella quale Navidson e famiglia si trasferirono (e che, ovviamente, non è una casa come tutte le altre).

Da qui scaturiscono tutta una serie di interrogativi (per citare solo i primi che saltano in mente: chi è Zampanò? Cos’è la casa di Navidson? Quello che è contenuto nel manoscritto è, in qualche modo, collegato alla – o magari causa della – morte di Zampanò?).

Insomma… vale leggerlo?

Sì… anche solo per essere trascinati in un modo di raccontare (e di leggere) diverso dal normale.

I font diversi segnano il cambio di narratore tra Zampanò e Johnny; le appendici aggiungono dettagli e dubbi.

È un capolavoro-oh-mio-dio-la-tua-vita-non-sarà-più-la-stessa-dopo-aver-letto-questo-libro?

No… è un libro interessante, sicuramente bello da tenere in libreria, una storia ben intrecciata con i suoi gusti punti di ansia e confusione, ma non è – a parer mio – un capolavoro.

Piccole donne

Titolo originale: Little Women or, Meg, Jo, Beth, and Amy
Autrice: Louisa May Alcott
Genere: Romanza
Anno di pubblicazione: 1868-1869
Titolo in Italia: Piccole donne
Anno di pubblicazione ITA: 2019
Trad. di: Chiara Spallino Rocca e Luca Lamberti

– Ho ricevuto una copia di questo libro –

Piccola confessione prima di cominciare: non ho mai letto Piccole donne né mai visto un adattamento cinematografico.

Sapevo che c’erano queste tre/quattro sorelle (Jo, Beth e qualcun’altra… ? 🙈) e sapevo che era considerato un indiscusso classico di formazione.

Quindi è con occhi del tutto nuovi che ho iniziato questa bella edizione Oscar Draghi, nella quale sono raccolti tutti i romanzi della serie Piccole donne (Piccole donne; Piccole donne crescono; Piccoli uomini; I ragazzi di Jo).

Oltre al romanzo di formazione, questa serie di mini-episodi si prefigge anche un forte intento pedagogico (non a caso la Alcott era insegnante).

E – per carità – “pecca” sicuramente per essere comunque un romanzo ottocentesco (guai, quindi, alla piccola donna che poi non intraprende il cammino di brava massaia e madre orgogliosa), ma regala comunque una serie d’insegnamenti validi ancora oggi (la comprensione per l’altro, ad esempio; ma anche l’ergersi davanti alle ingiustizie; essere più che apparire etc.).

Personaggio di punta nonché spirito ribelle amante dei libri (che, però, alla fine dovrà comunque venire a patti con la realtà) Jo(sephine) March con la quale, direi, che è impossibile non solidarizzare e non immedesimarsi.

E poi c’è la materna e dolce Meg; la compassata Beth e la (almeno all’inizio) antipatichina e bravina-solo-lei Amy.

Ma ovviamente non ci sono solo loro, ma genitori, amici e vicini che compongono un realistico ritratto quotidiano (e tante aspettative per il futuro).

Se in Piccole donne culla la dolce quotidianità fatta di piccole battaglie e piccole conquiste, in Piccole donne crescono il clima è diverso, forse più amaro: perché si cresce… e crescendo si deve venire tutti a patti con la realtà e le difficili scelte e prove che questa ci impone.

Perché, ovviamente, ogni cammino intrapreso ne preclude un altro e chissà se quello scelto sia poi alla fine anche quello migliore.

Piccoli uomini I ragazzi di Jo prosegue con le vicende familiari, ma con una portata affettiva – almeno per me – un po’ inferiore rispetto alla parte principale della saga.

Indubbiamente, però, il romanzo perfetto per il periodo natalizio!

 

Ninfee nere

Titolo originale: Nymphéas Noirs
Autore: Michel Bussi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2011
Titolo in Italia: Ninfee nere
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad. di: Alberto Bracci Testasecca

Memo per la futura me: vai a Giverny.

Sin da piccola, gli impressionisti hanno sempre detenuto un posto speciale della mia anima più artistica e Claude Monet, con le sue ninfee, è sempre stato sul podio.

Ma chi sapeva, onestamente, che c’era un posto vero, reale e perfettamente cristallizzato per restare così com’era all’epoca di Monet? Ecco quel posto è Giverny, paesino dove il nostro Bussi ambienta la sua storia.

E ovviamente c’entra Monet perché oltre a esserci la sua casa (e giardino) lì e il laghetto delle ninfee, la sua ombra (e le sue tele) fa(nno) da sfondo a tutte le vicende.

Quindi… venendo a noi.

Ci sono tre donne: un’anziana (di cui al momento ci manca il nome) acida, sola e pure ficcanaso, Stéphanie la bella (e sposata!, non fatevi subito strane idee) maestra del villaggio e l’undicenne Fanette con un occhio artistico peculiare e un prorompente talento pittorico in fieri.

A titolo diverso, queste tre figure entreranno loro malgrado nell’indagine su di un omicidio che l’ispettore Sérénac seguirà con… particolare coinvolgimento personale.

Giocando in maniera sagace con i suoi personaggi, Bussi ci conduce in un questo paesello sì pittoresco ma popolato di segreti e sogni, rimpianti e passioni, vendette e morbosi affetti.

Un mondo in miniatura che, però, conquista e coinvolge.

Ora, per evitare di fare anticipatici spoiler, dirò solo che la trovata alla base della storia è interessante ma non geniale; è ben condotta ma si avverte, alla fine, dove si vuole andare a parare (e per certi versi, m’è venuto anche da pensare: “bah, facile così“).

I personaggi ci consegnano le loro passioni, i loro sogni e le loro frustrazioni con traboccante sincerità e sconcertante realismo (in quanti casi la vita, a volte, rischia di diventare solo un monotono accontentarsi per vigliaccheria o apatia?).

Quindi, una storia sicuramente piacevole, una Giverny intrigante e poetica, dei personaggi ben realizzati e ben mossi (anche se, verso la fine, meh).

Complessivamente, quindi, non un capolavoro, ma indubbiamente una storia piacevole e coinvolgente in grado di regalare un bell’intrattenimento.

La città delle ragazze

Titolo originale: City of girls La città delle ragazze
Autrice: Elizabeth Gilbert
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2019
Titolo in Italia: La città delle ragazze
Anno di pubblicazione ITA: 2019
Trad. di: Elena Cantoni

– Ho ricevuto una copia di questo libro –

Siamo miliardi di persone. Ognuna con le sue sfumature e particolarità, le sue complessità e sfaccettature.

La città delle ragazze, l’ultimo romanzo di Elizabeth Gilbert nota per Mangia, prega, ama, ci insegna questo… o meglio ce lo ricorda: non siamo tutti uguali, non sia etichettabili e, soprattutto, non siamo giudicabili.

Tutto inizia nel più sfavillante e canonico dei modi. Vivian Morris, fallita miseramente la strada del college, viene spedita dalla zia Peg a New York… che provi a compicciare qualcosa almeno lì.

Ma , in verità, Vivian inciampa in un nuovo tipo di libertà (la zia non ha né l’animo né il tempo per farle da mastino da guardia): notti sfrenate, un carosello di uomini diversi e una soubrette, Celia, a farle da polo gravitazionale.

Ed è così che Vivian imparerà a vivere una vita alla massima velocità, incurante del pericolo e delle conseguenze.

Ma tutto ha una fine… soprattutto quando si tira troppo la corda.

Devo ammettere che, dopo essere già qualche capitolo avanti nella storia, non ero troppo convinta di questo romanzo: sì, una storia piacevole per quanto frivola e leggera, specchio di una New York e di una società persi ormai nel tempo (iniziamo la storia negli anni ’40).

Poi qualcosa ha fatto click e il personaggio di Vivian con le sue sfaccettature, il suo essere così al di fuori dei canoni e della morale comuni mi ha completamente conquistata.

Assieme a lei, un nutrito gruppo di personaggi che sono buoni, ma non completamente onesti; che sono disponibili fino a quando il vento non li porta in un’altra direzione; che sono sciocchi ma non del tutto stupidi; che sembrano codardi ma il cui coraggio sta proprio nel sapersi riconoscere come fallaci.

Insomma, un carosello di varia umanità al quale non si può non guardare con un certo fascino… complice forse anche la patina sfavillante che, da sempre, accompagna il mondo dello spettacolo.

A tutto questo si aggiunga un tono di narrazione frizzante (in grado di reggere senza pesantezza quasi 500 pagine) perfettamente declinato prima secondo la vacuità degli anni ruggenti di Vivian (e la sua fortuna sfacciata che, cavolo, se fa digrignare i denti!) e poi nella conquista di maturità e consapevolezza.

Insomma, se cercate una storia che vi lasci qualcosa a fine lettura, questo è quello che fa per voi.

Rosamund

Titolo originale: Rosamund
Autrice: Rebecca West
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1985
Titolo in Italia: Rosamund
Anno di pubblicazione ITA: 2019
Trad. di: Francesca Frigerio

– Ho ricevuto una copia di questo libro –

Preceduto da:
La famiglia Aubrey
Nel cuore della notte

Attenzione! Questo è il terzo e ultimo volume della trilogia di Rebecca West, iniziata con La famiglia Aubrey. Proseguendo nella lettura di questo articolo, se non hai già letto il primo capitolo della serie, potresti incappare in spoiler!

Ma quanto è bello – da una parte almeno – vedere finalmente completa una serie?

Quel brivido di gioia che cresce mentre si guarda lo scaffale è emozionante, no? 🤩

… ma… ma c’è anche un risvolto “negativo”: il fatto cioè che niente, nada… tutto è finito. Al massimo si potranno rileggere, ma le avventure dei personaggi finiscono lì.

È con questo misto di eccitazione e agonia che è iniziato il mio ultimo incontro con gli Aubrey.

Da quest’ultimo volume poi mi aspettavo grandi cose sia per il suo essere volume conclusivo (e, quindi, summa un po’ di tutta la serie e considerando anche che, per me, la lettura dei precedenti è stata un crescendo) sia per il titolo: Rosamund.

Finalmente un po’ di luce su un personaggio che io ho davvero amato molto, ma che è sempre rimasto molto misterioso ed evanescente; se ne avverte la carica, ma non la si vede mai direttamente in volto.

Ecco… sfortunatamente i dubbi che speravo di risolvere visto il titolo, li ho dovuti accantonare: Rosamund è un mistero e tale rimarrà.

Ed è davvero un peccato…

Per il resto: lo stile della West resta eccelso, poetico e trascinante; il flusso di ricordi e pensieri e considerazioni al quale Rose ci ha abituati cresce d’intensità, i temi si fanno più maturi e le riflessioni più adulte; i personaggi, che già abbiamo imparato a conoscere, avranno qualche “new entry” (nessuna, però, in grado di soppiantare il ricordo della madre e di Richard Quin).

Insomma, lo standard resta molto molto alto e, anche se da questo ultimo capitolo forse mi aspettavo qualcosa in più, non posso dire di non aver adorato anche questa volta lo stile della West e i suoi personaggi.