La statua di sale recensione

Titolo: The city and the Pillar
Autore: Gore Vidal
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1948
Titolo in Italia: La statua di sale
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Alessandra Osti

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Jim Willard è un bel giovanotto, un po’ schivo; ama il tennis e Bob, il suo migliore amico.

Alla capanna dello schiavo, camporella adolescenziale, i due trascorrono una notte d’amore; ma Bob, ormai diplomato, parte per imbarcarsi.

I due promettono di scriversi fino a quando, l’anno dopo, anche Jim, ottenuto a sua volta il diploma, non raggiungerà l’amato in mare.

Ma il piano non va esattamente come previsto: lo scambio epistolare è unidirezionale (Jim che scrive a Bob; Bob che non risponde) e, dopo un po’, cessa definitivamente e il ritrovarsi-per-mare è più semplice a dirsi che non a farsi.

In ogni caso, Jim diventa marinaio, poi istruttore di tennis, poi amante di un attore del cinema, poi… be’, la sua vita prosegue prima in mare al costante inseguimento di Bob, poi a terra nella scontata certezza che il destino di entrambi preveda prima o poi il ricongiungersi.

Il dilemma che si presentò a un giovane Vidal ventiduenne, già lanciato dal nonno in una molto-probabilmente-sfavillante carriera politica e con all’attivo due romanzi molto apprezzati dalla critica, fu il seguente: la pubblico o no ‘sta statua di sale?

La scelta cadde evidentemente sulla prima ipotesi e La statua di sale mosse i primi passi tra reazioni isteriche, di sdegno, rabbia e paura sia nel pubblico di lettori – che, però, fecero man bassa del libro – sia tra i critici che, infine, tra i colleghi scrittori («Gli scrittori omosessuali furono atterriti; gli altri furono deliziati all’idea che un concorrente si fosse tolto di mezzo in modo così drastico.»).

Il New York Times rifiutò di pubblicizzare il romanzo; nessun giornale o rivista di rilievo gli dedicò una recensione (trattamento sotto al quale passarono anche agli altri romanzi di Vidal per i successivi sei anni).

Perché “The City and the Pillar” (tradotto in italiano con “La statua di sale” per rispettare il passo biblico richiamato della moglie di Lot che si trasforma appunto in statua di sale) fu un romanzo che sicuramente ruppe gli schemi non solo perché tratta di omosessualità in un periodo in cui la questione era ancora super-tabù, ma anche perché Vidal la trattò da una prospettiva diversa.

Fino a quel momento, infatti, «i romanzi americani sulle “inversioni sessuali” avevano trattato di travestiti o di ragazzi solitari e cerebrali che avevano contratto matrimoni infelici e si struggevano per i marine. Io ruppi quello schema. I miei due amanti erano atleti e così attratti dal genere maschile che, nel caso di uno, Jim Willard, quello femminile era semplicemente irrilevante».

Infatti qui ci ritroviamo con un ragazzo borghese, consapevole della propria omosessualità – ma non interessato a ridursi in schemi prestabiliti – pieno di progetti e sogni, con un obiettivo ben preciso tanto da eclissare completamente tutti gli altri rapporti umani: ritrovare l’amato Bob.

Incapace di affezionarsi ad altro che non sia Bob – o meglio all’idea che lui conserva di Bob – Jim si barcamena in rapporti futili, passeggeri; tutto gli scivola addosso e lui è letteralmente una statua di sale (apatico, anedonico, annoiato da questa parentesi di vita che al momento non contempla Bob), perché nulla lo smuove dal suo chiodo fisso (Bob).

Il protagonista non ispira certo simpatia e gli altri personaggi difficilmente risaltano dalla pagina (perché tali sono anche nella vita interiore di Jim: superflui).

Il tutto poi è declinato con una «prosa piatta e grigia» che rende difficile calarsi nella vicenda.

La scelta di un registro stilistico monocorde è stata, però, volutamente presa da Vidal («Volevo che la prosa fosse piana e dura.»), ma non posso dire purtroppo di aver apprezzato.

Alla fine, non posso che dirmi d’accordo con il giudizio di Thomas Mann – cui Vidal inviò il romanzo, ma da cui ottenne un riscontro solo dopo che Mann era già morto da qualche anno -: «Finito il romanzo di Vidal, commosso, sebbene sia molto carente».

Sicuramente apprezzo l’impegno – e, sotto certi punti di vista, il coraggio – di trattare senza vergogna un tema come l’omosessualità negli anni ’40/’50 scardinando le tipizzazioni che il genere subiva all’epoca, inimicandosi una buona parte del mondo giornalistico-editoriale e giocandosi una carriera praticamente già scritta (sebbene poi questo romanzo si rivelò anche un importante trampolino).

Quindi, se interessati alla portata storico-innovativa di questo romanzo, ne consiglierei la lettura.

Per il resto, l’amore verso Bob diventa ridondante ossessione (e sfocia anche in una conclusione violenta che non mi sarei aspettata dai personaggi), la vita di Jim si barcamena in un costante apatico distacco (con un perfetto stile noli me tangere), i personaggi si trascinano stancamente per le pagine senza uno scopo.


Hai letto "La statua di sale"? Che ne pensi?

View Results

Loading ... Loading ...

Le citazione presenti nell’articolo vengono dalla perfezione dell’autore a “La statua di sale”, trad. di Alessandra Osti, Fazi editore, 2018

Chi è partito e chi è rimasto recensione

Titolo: Who was change and who was dead
Autrice: Barbara Comyns
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1954
Titolo in Italia: Chi è partito e chi è rimasto
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Cristina Pascotto

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Tutto comincia con un’inondazione: le anatre sguazzano felici nel salotto conquistato attraverso una finestra spalancata dall’impeto dell’acqua, le strade sono diventate fiumi brodosi e gli uomini le attraversano in barca.

In casa, le gonne delle domestiche vengono fissate in alto con uno spillo, i fuochi dei fornelli vengono accesi  e ci si accinge a iniziare la routine quotidiana.

La vecchia Willoweed assalta i famigliari con il suo cornetto acustico per avere notizie fresche sui danni («Il ponte è stato danneggiato? La diga ha tenuto? Sai se qualcuno è annegato?»).

Emma, la maggiori delle nipoti, riversa nel cornetto della nonna le ultime novità; il figlio, Ebin Willoweed, ci aggiunge qualche dettaglio.

Gli altri due figli di Ebin, Dennis e Hattie, non possono che rallegrarsi di quella calamità: l’inondazione farà dimenticare al padre le loro lezioni quotidiane per almeno una settimana!

Quello che, però, ancora non sanno è che, mentre l’inondazione lascerà presto una terra limacciosa e umida, una nuova calamità si abbatterà sul villaggio: la pazzia.

Di lì a poco, infatti, il mugnaio si affoga e poi il macellaio si taglia la gola.

E mentre i vari abitanti saranno falcidiati da questa malattia improvvisa, contagiosa e apparentemente inarrestabile, le vite di tutti cambieranno per sempre.

Pubblicato nel 1954, “Chi è partito e chi è rimasto” è definito «un piccolo capolavoro trascurato».
E, be’, effettivamente si tratta di una piccola perla dal fascino tutto inglese (astenersi, quindi, chi non è avvezzo al genere!).

La storia è una catena di folli eventi disposti in una ondivaga oscillazione tra realismo (quindi descrizioni degli avvenimenti senza alcun abbellimento poetico… alcuni disgustosi) e fascino ammiccante: nel mezzo solo (fatale) pazzia.
Così tanto forse che, in Irlanda, di questo romanzo fu bloccata la pubblicazione.

Chi è partito e chi è rimasto” si concentra sulla famiglia Willoweed, capitanata dalla bisbetica e prepotente nonna Willoweed; ma in poche pagine riesce a distendere un pezzo di campagna tipicamente inglese con i suoi scorci, le sue chiacchiere, i suoi personaggi pittoreschi, i suoi pregiudizi e ipocrisie.

La Comyns è davvero brava nello spostare il focus dell’azione da un personaggio all’altro in maniera fluida e naturale: un momento stiamo seguendo un personaggio e poi un incrocio in una stanza o uno sguardo alla finestra ci porta a seguirne un altro.

Nonostante le pagine contenute, i vari personaggi sono piccole riproduzioni della classica novella inglese, quindi nascondono quei tratti irriverenti e parossistici tanto da renderli quasi caricaturali (ma, per altri versi, realistici).

Nonna Willoweed, ad esempio, è la tipica vecchia fastidiosa, dispettosa e prepotente, e la sua maestosa promessa di non attraversare mai un terreno che non fosse stato di sua proprietà la rende sicuramente ridicola, ma chi non ha mai avuto modo di incrociare (o sentire raccontare di) una vecchietta molesta? 

Insomma, il breve romanzo della Comyns, irriverente nelle sue descrizioni, è il perfetto compagno di un pomeriggio.


Hai letto "Chi è partito e chi è rimasto"? Che ne pensi?

View Results

Loading ... Loading ...

Lamentation recensione

Titolo: Lamentation
Autore: Joe Clifford
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2014
Titolo in Italia: Lamentation
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Alessandra Brunetti

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

La vita di Jay Porter si sta sgretolando anno dopo anno, ma il nostro sembra quasi preferire cullarsi in una facile mediocrità che non aspirare a qualcosa di meglio.

I suoi genitori sono morti in un incidente stradale – in città si bisbiglia che suo fratello Chris potrebbe aver dato una mano alla provvidenza (tagliando i cavi dei freni).

Il suddetto fratello poi è completamente fatto di acidi e droghe varie ed è convinto che gli impianti dentali nascondano delle microspie, che gli Stati Uniti siano stati fondati dagli alieni e che il governo avveleni l’acqua.

La moglie di Jay, Jenny, lo ha lasciato – a causa del sempre succitato fratello – portandosi via suo figlio e andando a vivere con un «idiota di merda», dal cervello vuoto e pieno di tatuaggi (ma sempre meglio di Jay – il che la dice lunga sul nostro protagonista…).

Adesso Jay svuota le case dei defunti per racimolare qualche soldo venendone i mobili; gli incontri con il figlio sono altalenanti vista la precarietà del lavoro e il rapporto con Chris consiste in una breve telefonata, giusto per assicurarsi che un’overdose non se lo sia portato via.

Però, un giorno quella che arriva è la telefonata della polizia. Stanno cercando Chris per l’omicidio del suo socio in affari.

Jay non sa davvero che pesci pigliare… non pensava nemmeno che suo fratello fosse capace di aprire e gestire un’attività!

E, quando all’improvviso Jay se lo ritrova di fronte, Chris non fa altro che vaneggiare su di un hard disk che sarebbe anche la causa di morte del suo socio e che nasconderebbe un segreto capace di sgretolare l’intera cittadina di Ashton.

Intanto, la caccia all’uomo (cioè Chris) prosegue e, dalla città, arriva pure un detective.

Insomma… tutta questa mobilitazione per un drogato assassinato? E se avesse ragione Chris? Se ci fosse qualcosa di orribile nascosto ad Ashton?

È con immenso piacere che ho iniziato a leggere questo romanzo di Casa Sirio, casa editrice nata nel 2014, ricca davvero di interessanti proposte.

Questa è una di quelle (tanto da risultare #1 nella classifica Amazon ed essere nominato per l’Anthony Award nel 2015).

La storia di Jay Porter (prima di una serie – al momento – composta da quattro libri) si assicura di non lasciare mai il lettore sperduto nelle pagine, ma lo guida all’inseguimento di una persona – Chris – e di una storia – quella di Jay.

Così la disperata corsa per salvare Chris da un’accusa – forse – immeritata e – soprattutto – da se stesso, si trasforma in una riscoperta del passato, in una crescita per il nostro protagonista e nella speranza di una migliore prospettiva futura.

Com’è possibile che una caccia all’assassino possa essere anche caccia alla rinascita? Be’, sarebbe da chiedere a Joe Clifford visto che in questo romanzo riesce molto bene a combinare questi due aspetti: giallo e formazione.

 

A onor del vero, la parte introduttiva – in cui conosciamo meglio Jay, la sua (ex) famiglia, i problemi con il freddo di Ashton e il lavoro – è un po’ lenta, ma poi prende il volo ed è impossibile staccarsene.

Mentre il puzzle prende forma davanti ai personaggi, che cercano di comporne i pezzi, anche al lettore iniziano a venire dubbi e domande sull’investigazione, sulla reale colpevolezza di Chris e sui segreti che una cittadina apparentemente tranquilla come Ashton nasconde.

Resto sempre un po’ perplessa da come alcuni protagonisti di gialli o thriller si improvvisino detective con ottimi risultati e con brillanti capacità deduttive… insomma, la cosa diventa ridicola e evidentemente forzata dopo un po’ e, quindi, poco credibile.

Qui nulla di tutto questo. Pur essendo Jay un tipo comunque sveglio, la questione “improvvisiamoci-detective” è portata avanti con oculatezza e senza sacrificare la coerenza narrativa.

Insomma, complimenti a Joe Clifford. Non ci sono forzature nella trama; il protagonista si rende perfettamente conto di non essere in grado di risolvere la questione da solo; gli altri personaggi sono tratteggiati con efficacia e risultano tutti dotati di una propria dimensione; e la combinazione tra romanzo giallo e romanzo di crescita è ben realizzata.

Un’ottima prova per essere la prima! Non vedo l’ora di scoprire cosa riserva il futuro a Jay.


Hai letto "Lamentation"? Che ne pensi?

View Results

Loading ... Loading ...

La Primula rossa recensione

Titolo: The Scarlet Pimpernel
Autrice: Emma Orczy
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: La primula rossa
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Davide Musso

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Dopo duecento anni di angherie e sofferenze, il popolo francese finalmente è l’unico sovrano di Francia. 

E per divertire la folla e per rimarcare il neo-acquisito potere, questo popolo mette in scena un peculiare spettacolo: quello imbastito ogni pomeriggio da Madame Ghigliottina. 

E la lama affilata non fa alcuna distinzione fra uomini, donne e bambini. La loro colpa è essere parte dell’odiata aristocrazia; il resto non conta.

Ma c’è qualcuno oltre Manica a cui interessa: la Primula rossa e la sua fedele lega sono pronti a mettere in gioco la loro stessa vita per quella degli altri.

E, ovviamente, al governo repubblicano le continue incursione della Primula non risultano affatto gradite.

Ma chi è la Primula rossa? Come agisce? E come fa, ogni volta, a portare in fondo salvataggi che hanno dell’impossibile?

Eroe tanto misterioso quanto sagace, la Primula rossa nasce dalla penna della baronessa Emma Orczy a partire dagli inizi del ‘900 (nel 1905 uscì il primo dei dodici volumi dedicati alle avventure della Primula; in seguito la sua storia è stata ampliata con una serie di spin-off dedicati agli ascendenti, discendenti e mini-racconti).

La sua identità gelosamente custodita da una cerchia ristrettissima di fedeli e il suo agire quasi come un fantasma in barba al sanguinario nemico francese affascinarono fin da subito i lettori, decretando così il successo dell’intera saga. Nella quale è presente tutto: avventura, amore, mistero, spionaggio (non a caso la storia della Primula fa da capostipite proprio di quest’ultimo genere letterario). 

A dispetto di quello che potrebbe far pensare il titolo, la storia segue Marguerite Blakeney, bellissima e intelligentissima francese, con un passato sospetto alle spalle come simpatizzante – pare – del Comitato rivoluzionario, finita in terra inglese grazie al matrimonio con il bellissimo e poco intelligente (ma folle d’amore – almeno prima di scoprire il segreto della moglie) Lord Percy Blakeney.

Il suo ruolo diventa, involontariamente, fondamentale quando un agente francese le chiede di individuare proprio la Primula in cambio della vita salva del di lei fratello.

E così ci ritroviamo, assieme a Marguerite, a intercettare missive private e scrutare tra la folla in cerca della Primula.

Ma questo romanzo non è solo la ricerca dell’identità segreta di un eroe romantico. È la storia anche di un amore in crisi e di un matrimonio che si trascina per dovere delle convenzioni; è la storia di una donna intraprendente e coraggiosa (ho davvero molto apprezzato il personaggio di Marguerite); è il gusto dell’azione per alcuni e la difesa di ideali e affetti per altri; è la confusione di un mondo in subbuglio e il placido sdegno di un altro passivo spettatore. 

Così  un «orgoglio inflessibile» e una «fiera ostinazione» guideranno non solo la nostra beniamina, ma anche i suoi antagonisti. L’ombra del sospetto calerà su tutti in un gioco in cui è difficile riconoscere amici dai nemici ed esporsi a quest’ultimi per errore potrebbe rivelarsi fatale. 

Certo, si tratta pur sempre di un romanzo che ha la sua età; per cui il lento procedere iniziale e una certa facilità nel sospettare la vera identità della Primula potrebbero un po’ scontentare un lettore moderno. 

Complessivamente, però, il libro è molto interessante complice la carismatica figura di Margerite – che entra di diritto nella mia classifica dei personaggi femminili cazzuti – e la curiosità di scoprire come farà la Primula rossa a salvarsi da situazioni apparentemente insuperabili. 


Hai letto "La Primula rossa"? Che ne pensi?

View Results

Loading ... Loading ...

Piccole grandi bugie recensione

Titolo: Big Little Lies
Autrice: Liane Moriarty
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2014
Titolo in Italia: Piccole grandi bugie
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Enrica Budetta

Una caviglia storta, una donna frizzante (Madeline Martha Mackenzie; e chi non la vorrebbe come migliore amica?! Io mi prenoto subito!), un pre-scuola da raggiungere e un pizzico di solidarietà femminile.

Mescolati insieme creano l’inizio di una dirompente amicizia: quella di Jane, giovane ragazza single da poco trasferitesi a Pirriwee, e Madeline, esuberante mamma di due pargoli + un’adolescente in cerca di ribellione.

Il duo diventa subito un trio affiatato, perché c’è anche Celeste – di nome e di fatto-, celestiale (appunto) madre di due gemelli carinissimi, ma un po’ scalmanati.

Ma a Pirriwee ci sono tante altre madri (il gruppo dei Caschetti Biondi è solo un esempio – un po’ pressante – di come essere una madre troppo presente); altri padri (la maggior parte lavoratori, ma i pochi “casalinghi” sono guardati dalla fauna femminile con famelica avidità) e poi tante… tantissime piccole bugie.

E queste bugie possono gonfiarsi fino a diventare esplosive.

È proprio quello che avviene all’annuale serata Trivia della scuola quando la festa si conclude con un omicidio

Alzi la mano chi non ha visto l’acclamata serie Big Little Lies con protagoniste Reese Witherspoon (Madeline), Nicole Kidman (Celeste) e Shailene Woodley (Jane).

Immagine di theweek.co.uk

Se hai alzato la mano, corri a rimediare perché è una serie televisiva assolutamente da non perdere!

Le tre attrici sono bravissime a rendere i personaggi letterari su pellicola e anche gli altri co-protagonisti non sono da meno. La storia, poi, sebbene siano presenti alcune differenze, è molto fedele al libro (cosa affatto scontata).

Questa breve premessa solo per dire che, prima di avventurarmi con la lettura di Piccole grandi bugie, avevo già visto – e apprezzato – la serie televisiva.

Da una parte, quindi, sapevo/temevo che la lettura del romanzo a cui la serie tv si ispira mi avrebbe rovinato quest’ultima; dall’altra sapevo/temevo che la lettura mi sarebbe risultata più noiosa dal momento che già conoscevo gli eventi della storia (e, soprattutto, la sua fine).

E invece…

Invece con sarcasmo e ironia, ma anche con una certa dose di serietà quando necessario, la Moriarty ci trasporta in questa piccola cittadina piena di invidie, segreti, simpatie, antipatie, desideri.

Una città, come tante altre città, in cui troppo spesso i «sorrisi […] non arrivano agli occhi» e le chiacchiere si diffondono a macchia d’olio distorcendosi ogni volta che vengono raccontate (e di cui troviamo esempi alla fine di ogni capitolo).

Una storia in cui le voci femminili sono sì predominanti, ma comunque diverse e sfaccettate… mai banali: c’è Madeline, un po’ svampita alle volte, ma personaggio complesso e profondo; c’è Celeste con la sua vita apparentemente perfetta e i suoi segreti; lo stesso dicasi anche per Bonnie che, alla fine, si rivela essere un personaggio molto più terreno (e umano) di quello che pareva all’inizio; c’è Renata con il suo lavoro e il suo costante tentennare sul piedistallo delle apparenze (su cui lei stessa – un po’ tutte/i in verità – si ritrova costretta); e poi c’è Jane con le sue insicurezze e la sua necessità di andare avanti malgrado tutto.

Ovviamente il libro è a maggioranza femminile, ma questi caratteri forti (dotati anche di una normale umana fragilità) non offuscano – almeno non completamente – il comparto maschile anch’esso complesso… e complessato tanto quanto quello femminile.

Insomma, una storia ben raccontata e ben orchestrata; dei personaggi credibili e realistici e un ritmo molto incalzante rendono questo libro assolutamente da leggere!


Hai letto "Piccole grandi bugie"? Che ne pensi?

View Results

Loading ... Loading ...