Ipazia recensione

Titolo: Ipazia
Autrice: Silvia Ronchey
Genere: Biografico
Anno di pubblicazione: 2010

Chi era Ipazia? Difficile… quasi impossibile dirlo.

Il mito, la storia (dei vincitori), le varie interpretazioni che ne hanno fatto una martire a seconda della necessità contingenti rendono il lavoro di ricostruzione praticamente impraticabile.

Ma si può dire di lei che era figlia di Teone, che la istruì ma da cui ben presto venne superata; che era filosofa e scienziata (e matematica e politica e maestra); che era bella, intelligente, austera, saggia e influente.

Si sa che è morta in modo atroce.

La ricostruzione più accreditata è quella che, avendo attirato le invidie del vescovo di Alessandria Cirillo, venne aggredita da una massa di fanatici cristiani (molto probabilmente aizzati dallo stesso Cirillo), che la massacrarono usando cocci aguzzi (gli ostraka), le cavarono gli occhi mentre ancora respirava, poi la fecero a brandelli e ne diedero i resti alle fiamme.

Speravo di ricavare qualche informazione in più da questo libro di Silvia Ronchey – storica bizantina, docente di filologia classica e tardoantica e di civiltà bizantina – dal momento anche che il sottotitolo (con senno di poi un po’ altisonante e fuorviante) è “la vera storia“.

Di vero c’è sicuramente una documentazione accurata… anche se le fonti sono scarse, discordanti e trascinate tra miti e malinterpretazioni per dei secoli (per esempio gli òstraka, i famosi pezzi di ceramica usati nelle procedure di “ostracismo”, diventati per una diversa interpretazione dal greco da parte di Gibbon – non errata ma non adeguata al caso specifico – conchiglie).

Di storia c’è ben poco, perché poco è quello che si riesce a ricavare dai materiali (di contemporanei e non) a disposizione e che, comunque sia, trattano solo delle ultime – tremende – fasi della vita di Ipazia.

Il punto infatti (e il malinteso che il sottotitolo genera forse andrebbe sistemato in una prossima edizione), è che da un libro che mi propone “la vera storia” mi aspettavo un qualcosa più “a tutto tondo”.

Invece, seppur tutto molto interessante, nel libro si tratta della morte tragica di Ipazia e di quello che storici, poeti, intellettuali (ect.) anche cattolici ne hanno ricavato per tirare l’acqua al proprio mulino (finanche alla creazione di una Santa Caterina d’Alessandria che ricalca in modo così sospetto la vita di Ipazia da portare papa Paolo VI, nel 1969, a escluderla dal calendario liturgico – Benedetto XVI, che di cose strambe in questo senso ne ha fatte anche altre, ha provveduto invece al suo reinserimento).

Insomma per tirare le fila di un discorso che, altrimenti, diventa infinito: il libro della Ronchey è interessante e obiettivo e propone una curata analisi su quanto la contingenza degli eventi possa incidere sulla storia (per esempio, la figura di Ipazia venne rispolverata in occasione della rivoluzione francese, ma venne presa in considerazione anche dagli intellettuali inglesi – da sempre tra i primi ad aprirsi alla libertà di pensiero – mentre, per svariati anni, venne taciuta negli ambienti italiani tradizionalmente più legati all’influenza cattolica).

Tuttavia, ricorda troppo l’impostazione di una breve tesi di laurea, alla quale però non sono state affiancate le note (che sono state lasciate in fondo al testo e che, prive di un’indicazione del testo cui fanno riferimento, lasciano un po’ il tempo che trovano).

Sebbene traspaia netto l’impegno della autrice, mi aspettavo qualcosa di diverso.

La ragazza che scrisse Frankestein recensione

Titolo: In search of Mary Shelley. The girl who wrote Frankestein
Autrice: Fiona Sampson
Genere: Biografia
Anno di pubblicazione: 2018
Titolo in Italia: La ragazza che scrisse Frankestein
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Eleonora Gallitelli

«I libri nascodono quel che intendono rivelare, chiudendo tra la prima e l’ultima pagina, dove solo un lettore può trovarli, contenuti sovversivi, occasionalmente rivoluzionari.»

Il mio rapporto con Mary Shelley è sempre stato… superficiale. So chi è, so cosa ha scritto, ma a parte sapere che si è sposata l’amore della sua vita, ho poche altre nozioni.

Quindi, ammetto di essere stata tentata in primis dall’estetica di questa bellissima edizione della biografia scritta da Fiona Sampson.

Poi, però, una volta aperto il libro, mi sono resa conto che c’è altro – molto altro – sotto l’apparente superficie romantica della vita di Mary Shelley (e della bella copertina di questa edizione Utet).

Quindi… chi è Mary prima di diventare una Shelley?

La sua immagine – in effetti anche a scuola – viene sempre rapportata a quella del marito, filosofo-poeta-amico-di-Bryon, Percy Bysshe Shelley. Sembra quasi che vadano sempre in tandem i due Shelley e non sia possibile separarli.

In realtà c’è anche un prima (e un dopo-Shelley), nonostante i due si siano conosciuti molto giovani (Mary ha sedici anni quando decide di fuggire con Shelley, di cinque anni più anziano, già sposato con una figlia e un altro bambino in arrivo) e sebbene i carteggi di questi primi anni di Mary siano andati perduti (in circostanze non chiarissime).

Mary nasce, quindi, il 30 agosto del 1797 da William Godwin, filosofo-eccellente-pensatore-ect., e da Mary Wollstonecraft, filosofa-scrittrice-promotrice-dei-diritti-alle-donne.

La madre, in realtà, ha già un’altra figlia, Fanny, da una precedente relazione nata in Francia sullo sfondo della rivoluzione francese e di un viaggio intrapreso in solitaria. Scrivo questo, molto semplificando, solo per tratteggiare un personaggio sicuramente all’avanguardia per il suo tempo.

Ma Mary Wollstonecraft non farà in tempo a impartire materni insegnamenti, perché morirà a causa di un’infezione contratta durante parto.

Mary – e sua sorella Fanny – passeranno, quindi, tra le mani di William, che si rivelerà un padre, sebbene all’inizio affettuoso, col tempo distratto, talvolta disinteressato, facilmente malleabile dalla nuova moglie, sempre alla ricerca di denaro (in questo, lo stesso Percy Shelley si farà negli anni suo creditore con numerose controversie sorte circa una presunta “vendita” delle figlie al giovane poeta).

C’è altro, ovviamente, ma vi rivelerei tutto il libro.

È vero poi che, a un certo punto, arriva Shelley. Ma non è l’amore romantico che tutti pensiamo.

La fuga, certo, ha il suo fascino, ma è guastata dalla presenza perenne di un’altra sorellastra di Mary, Jane (che poi si farà chiamare Clare che poi sarà amante di Bryon dal quale avrà una figlia).
I tre formeranno un ménage scomodo per le sorelle, ma non altrettanto per Shelley che vede l’harem come obiettivo per una vita perfetta.

Shelley, inoltre, è ondivago, capriccioso: non solo con le donne e gli amori (e le dediche poetiche inappropriate), ma anche con il denaro e l’organizzazione e gli aspetti quotidiani della vita.

Così facendo, poi, indifferenti o ignari della sorte altrui, gli Shelley condanneranno anche altri alle conseguenze delle loro scelte e delle loro azioni (la moglie di Percy, Harriet, si suiciderà gettandosi nel Tamigi; la sorella di Mary, Fanny, se ne andrà meno platealmente con una dose di laudano in una stanza d’albergo).

Insomma, ci sono ancora alcuni tratti della personalità di Mary – donna intelligente che, però, accetta di sminuirsi fin quasi a scomparire letteralmente nell’ombra del marito – e scelte che non comprendo e che ancora meno condivido. Ma, a ragionare col senno di poi, siamo tutti bravi.

Alle volte, continuiamo a insistere in determinate decisioni e annichilirci in determinati sacrifici solo per dare un senso agli sforzi, alle fatiche e alle sofferenze fin lì fatte.

Dalla lettura emergono dettagli che ricompongono la figura di una giovane donna consapevole della sua posizione, ombra silenziosa talvolta ingenua e sognatrice, spesso sottovalutata e condannata.

Il libro del mare recensione

Titolo: Havboka
Autore: Morten A. Strøksnes
Genere: Saggio/Autobiografia
Anno di pubblicazione: 2015
Titolo in Italia: Il libro del mare
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad. di: Francesco Felici

«Se si pensa alle molecole d’acqua come a lettere, si può affermare che il mare contiene tutti i libri mai scritti, in lingue conosciute e non.»

Chi l’avrebbe mai detto che una semplice battuta di pesca tra due amici potesse diventare un libro?

Insomma, che fanno due pescatori in mezzo al mare? Pescano… fine. Che altro c’è da dire? Dispongono una serie di esche, gettano l’amo, tirano su il pesce riarrotolando il filo al mulinello e fine, no? Be’, sì e no.

In primo luogo, perché ai nostri – Morten, l’autore, e Hugo, un suo eclettico amico pittore – viene in mente di catturare un pesce in particolare (certo non uno facile): perché non uno squalo della Groenlandia?

Questo mostro marino è il più longevo vertebrato al mondo: vive centinaia di anni (al più anziano mai catturato è stata stimata un’età di 362 anni). Solo. Negli abissi. Bui. E gelidi. Con una serie di parassiti abbrancicati addoso, alcuni dei quali divorano la sua cornea rendendo il suo sguardo inquietantemente luminescente.

Le isole Lofoten sono il suo terreno, ma questo enorme pesce – 6/7 metri di lunghezza per una tonnella di peso – gira, con mistica calma e tranquillità, miglia e miglia di mare ed è capace di mangiarsi un po’ di tutto (pesci, foche, grasso di balena… addirittura renne e, se la situazione è propizia, anche altri squali della Groenlandia).

In secondo luogo, dato anche il titolo del libro in questione, ne “Il libro del mare” non si parla solo della pesca, di un’amicizia e della caccia a uno squalo, ma del mare in ogni sua sfaccettatura.

Quei momenti di attesa nella pesca, il moto ondoso del gommone alla deriva sono solo la scusa che innesca nell’autore una serie di considerazioni, ricordi e informazioni legati al mare.

Perché la vita è nata lì, in mare; perché, tutto sommato, noi stessi continuiamo a venire dall’acqua (il liquido amniotico); perché il mare (l’oceano) ricopre il 71% della superficie terrestre; perché la vita dell’uomo dipende, ancora oggi, dal mare; città e centri sono nati e hanno preso una determinata forma proprio in relazione alla pescosità (o meno) del mare lì di fronte.

Insomma, “Il libro del mare” è un libro sui generis, a metà tra l’autobiografia (la pesca con l’amico Hugo), il reportage naturalistico (per i silenzi e gli scorci di una Norvegia puntellata di fiordi e insenature) e il saggio (per le molte informazioni e curiosità di ogni genere: naufraghi e naufragi, miti e leggende, esplorazioni coraggiose e tragici fallimenti, attacchi e scontri con giganti marini, essiccazione e salatura del pesce, Sea World e molto altro ancora).


L’incredibile storia dell’uomo che dall’India arrivò in Svezia in bicicletta per amore recensione

Titolo: New Delhi-Borås
Autore: Per J Andersson
Genere: Biografia
Anno di pubblicazione: 2013
Titolo in Italia: L’incredibile storia dell’uomo che dall’India arrivò in Svezia in bicicletta per amore
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Giulia Pillon e Alessandra Scali

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Tutto comincia come in un film di Hollywood (o Bollywood, visto dove siamo): in una giungla indiana, in un’umile capanna, lo stesso giorno della nascita del profeta dei cristiani, un bimbo appena nato sta per ricevere la sua profezia personale dall’astrologo del villaggio.

La profezia sostiene che il futuro di questo bambino sarà quello di sposare una donna di un’altra tribù, di un altro villaggio, provincia, stato, nazione. La donna in questione sarà una creatura musicale, del segno del Toro e possiederà una giungla.

Prima un arcobaleno spunta sopra la testa del bambino; qualche settimana dopo un cobra, animale sacro, gli si infila nella cesta dove dorme senza ferirlo. Insomma… il destino di questo bambino pare essere già tracciato e sicuramente splendente.

Ma gli anni passano; la donna delle profezia non si vede da nessuna parte e intanto Jagat Ananda Pradyumna Kumar Mahanandia, per gli amici Pikej (o PK), deve barcamenarsi in un’India piena di pregiudizi e ingiustizie.

Perché lui è un fuori casta: va bene se i compagni di classe lo isolano e corrono a lavarsi se per errore entrano in contatto con lui; va bene che lo battano con il bastone; va bene che i fondi stanziati per la sua borsa di studio all’università vengano intascati da un burocrate corrotto.

La storia di Pikej parte davvero con le migliori premesse: una profezia che promette una storia d’amore eccezionale, un’India magica e piena di segreti, una vita fatta di ingiustizie e prevaricazioni dalle quali non si aspetta altro che il protagonista (determinato e quasi-incrollabile) riesca a riscattarsi.

A tutto questo si aggiunga anche che il nostro non è un semplice “protagonista” di un libro, ma è una persona in carne e ossa (con la sua personale pagina Facebook, per la cronaca).

E la sua storia vale davvero la pena di essere raccontata, perché non c’è solo il viaggio Nuova Delhi-Borås in bicicletta (una buona parte almeno): c’è anche la conflittualità della società indiana; l’incentivazione dell’ingiustizia sociale; ci sono le difficoltà (economiche, spirituali e quelle “terrene” come lo “scontato” bisogno di mangiare); c’è l’amore per l’arte e il disegno e la pittura; c’è lo scontro – brusco, cattivo – con la realtà che non sempre permette di realizzare i propri sogni; c’è l’incontro con personalità di spicco (per es. Indira Gandhi).

E alla storia di Pikej ci si affeziona per tutto questo: perché è vera.

PK e Charlotte Mahanandia. Immagini tratte da BBC.com

Ma il guaio – temo – sia avvenuto in fase di realizzazione. La vicenda, così come raccontata da Per J Andersson, assume più i contorni di un distaccato rapporto giornalistico, fatto per dovere e non molto sentito dal narratore.

Si parte con un resoconto dell’infanzia dei due protagonisti (con un rapporto 10 a 1 in favore in Pikej; a Charlotte – Lotta – si dedica solo qualche rapida pagina) per proseguire con l’età adulta.

Pikej affronta tutte le problematiche che ho indicato poco sopra (anche se con rigoroso distacco professionale da parte del narratore che non riesce a coinvolgere il lettore); Lotta semplicemente procede con la sua vita senza troppi scossoni da perfetta ragazza bianca (o, comunque, il narratore non si impegna molto a rendere interessante la vita della bionda svedese, che sembra più un incostante fantasma che prende consistenza proprio prima dell’incontro con Pikej per poi aleggiare misterioso fino a quando lui non arriva in Svezia).

Poi ecco il giorno dell’incontro tra i due: il clou del libro, no?

No… La storia d’amore è abbozzata molto approssimativamente, stropicciata in poche righe e mal approfondita come se il lettore si dovesse accontentare di un semplice “si sono visti e si sono piaciuti… e poi c’è la profezia, ricordi?“, quando invece dietro ci sarà stato un mondo dietro: il diverso approccio alla vita, la differente educazione, le società di provenienza culturalmente e socialmente diverse, la diversa quotidianità dalle piccole alle grandi cose e moltissimo altro.

La parte finale, scritta in prima persona, ha un sapore diverso rispetto al resto del libro: più intimo e  un po’ più “sentita”. Ma si tratta di poche pagine finali che non riescono a recuperare l’intero romanzo.

Ciò, infatti, non scrolla via la sensazione di apatico distacco che permea un po’ tutto il romanzo.

Peccato perché poteva rivelarsi davvero un bellissimo libro.

Ah… p.s.:  qualcuno dia il mio numero all’astronomo, perché potrebbe essere davvero utile! XD


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Fuga dal campo 14 recensione

Titolo: Escape from Camp 14 – One man’s remarkable Odyssey from North Korea to freedom in West
Autore: Blaine Harden
Genere: Reportage
Anno di pubblicazione: 2012
Titolo in Italia: Fuga dal Campo 14
Anno di pubblicazione: 2014
Trad. di: Ilaria Oddenino

A causa dei crimini ereditati dai fratelli di suo padre, Shin  vive – per modo di dire – dietro la recinzione elettrificata dal segretissimo Campo 14.

Lì la sua non-vita consiste in fame, privazioni, violenze, torture e lavori forzati.

Obblighi primari: non fuggire, lavorare sodo, obbedire alle guardie e denunciare chi rinnega la benevolenza dello Stato nord coreano.

È così che, dopo essere stato imprigionato al buio e torturato col fuoco, Shin assiste – con uno stranito senso di sollevo – all’esecuzione della madre e del fratello maggiore, colpevoli d’aver tentato la fuga dal campo.

Shin ancora non incolpa il regime nord-coreano (di cui a malapena conosce l’esistenza) e non pensa nemmeno lontanamente alla fuga.

Perché Shin, nato da una madre e un padre scelti per passare insieme cinque notti l’anno, non conosce nulla al di fuori del Campo 14 e non è in grado di immaginare una realtà diversa di quella del lavoro forzato,  delle botte e dagli ordini delle guardie.

È cresciuto con una madre che altro non è se non una rivale per il cibo; un fratello praticamente estraneo e un padre altrettanto sconosciuto.

Ma per Shin questa situazione è la normalità: lui non sa come dovrebbe essere l’amore di una madre o di un padre; non conosce la complicità di un fratello; e non ha nemmeno idea di cosa sia stato privato perché «all’inferno ci [è] nato».

«I campi di lavoro nordcoreani, tuttora funzionanti, esistono da un periodo di tempo doppio rispetto ai gulag sovietici e dodici volte superiore rispetto ai campi di concentramento nazisti. Sulla loro collocazione geografica non ci sono dubbi: le immagini satellitari ad alta risoluzione, disponibili su Google Earth a chiunque abbia accesso a Internet, mostrano ampi perimetri recitanti disseminato lungo le impervie montagne della Nord Corea. Secondo le stime del governo sudcoreano sarebbero circa centocinquantamila i prigionieri rinchiusi nei campi, mentre secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America il numero toccherebbe quota duecentomila.» [estratto da Fuga dal Campo 14, Blaine Harden, Codice edizioni, 2017]

Secondo alcuni rilevamenti svolti da Amnesty International, le costruzioni all’interno dei sei campi di concentramento sarebbero in aumento.

Il Campo 14 visto da Google Earth;
immagine estratta dal sito North Korean Economy Watch

Il più grande di questi è lungo circa cinquantuno chilometri e largo quaranta. Una città praticamente (più grande di Los Angeles) che comprende (quasi) tutto per l’autosufficienza: fattorie, fabbriche per i vestiti, dormitori, centrali elettriche, miniere, ect..

In due di questi campi vi si applicano sistemi “rieducativi” che, se “superati con successo”, possono consentire al fortunato di tornare in società (per sempre, però, sotto la sorveglianza del regime).

Il Campo 14 è, invece, quello cui viene applicato il regime duro ed è tristemente noto per l’inflessibilità e il rigore con cui le violenze sono perpetrate.

Shin Dong Hyuk in una foto dell’Indipendent.co.uk

La vita nel campo offre giornate lavorative di dodici/quindici ore; dieta a base di mais, cavolo e sale; abusi e umiliazioni; esecuzioni pubbliche; diffidenza, isolamento e disprezzo persino tra gli stessi internati.

Insomma, in poche parole, lotta per la sopravvivenza (a ogni costo).

Shin, comunque, è riuscito a fuggire: il primo a esser nato in un campo ed esser poi riuscito a scappare.

Ha ventisei anni (è scappato da tre) quando incontra il nostro narratore cinquantaseienne Blaine Harden, corrispondente del Washington Post.

Tra segreti, menzogne (già…), confessioni, correzioni e spiegazioni Harden ci introduce nella realtà vissuta da Shin all’interno del campo e di come questo abbia cambiato drasticamente la sua esistenza e il suo carattere (e, ovviamente, ne influenzi ancora fortemente la vita).

Accanto alle terrificanti esperienze di Shin, le rivelazioni e le confessioni di altri nord coreani, riportate da Harden, ci aiutano a comprende il clima e la realtà di una nazione completamente alla deriva e chiusa in un violento oscurantismo.

Insomma, Fuga dal Campo 14 è un reportage accurato e non pesante (nel senso che è facilmente comprensibile anche da non esperiti di geo-politica e questioni internazionali; ovviamente sono gli argomenti trattati e la realtà mostrata a essere pensanti).

Una lettura importante per conoscere il mondo e non ficcare la testa sotto la sabbia, ignorando certe realtà. E ovviamente io non posso che consigliarne la lettura.

Ma forse la verità è quella contenuta nell’editoriale dell’Economist (e riportata da Harden): «Forse la portata delle attività è tale da anestetizzare l’indignazione. […] È molto più facile ridicolizzare il regime e le pazzie del suo leader piuttosto che affrontare realmente la sofferenza che quel regime infligge alla popolazione […] la Corea del Nord commette praticamente ogni attività che rientra nella categoria “crimine contro l’umanità“».


Qui sotto trovi il docu-film Camp 14: Total Control Zone diretto da Marc Wiese (in inglese).


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