Il libro del mare recensione

Titolo: Havboka
Autore: Morten A. Strøksnes
Genere: Saggio/Autobiografia
Anno di pubblicazione: 2015
Titolo in Italia: Il libro del mare
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad. di: Francesco Felici

«Se si pensa alle molecole d’acqua come a lettere, si può affermare che il mare contiene tutti i libri mai scritti, in lingue conosciute e non.»

Chi l’avrebbe mai detto che una semplice battuta di pesca tra due amici potesse diventare un libro?

Insomma, che fanno due pescatori in mezzo al mare? Pescano… fine. Che altro c’è da dire? Dispongono una serie di esche, gettano l’amo, tirano su il pesce riarrotolando il filo al mulinello e fine, no? Be’, sì e no.

In primo luogo, perché ai nostri – Morten, l’autore, e Hugo, un suo eclettico amico pittore – viene in mente di catturare un pesce in particolare (certo non uno facile): perché non uno squalo della Groenlandia?

Questo mostro marino è il più longevo vertebrato al mondo: vive centinaia di anni (al più anziano mai catturato è stata stimata un’età di 362 anni). Solo. Negli abissi. Bui. E gelidi. Con una serie di parassiti abbrancicati addoso, alcuni dei quali divorano la sua cornea rendendo il suo sguardo inquietantemente luminescente.

Le isole Lofoten sono il suo terreno, ma questo enorme pesce – 6/7 metri di lunghezza per una tonnella di peso – gira, con mistica calma e tranquillità, miglia e miglia di mare ed è capace di mangiarsi un po’ di tutto (pesci, foche, grasso di balena… addirittura renne e, se la situazione è propizia, anche altri squali della Groenlandia).

In secondo luogo, dato anche il titolo del libro in questione, ne “Il libro del mare” non si parla solo della pesca, di un’amicizia e della caccia a uno squalo, ma del mare in ogni sua sfaccettatura.

Quei momenti di attesa nella pesca, il moto ondoso del gommone alla deriva sono solo la scusa che innesca nell’autore una serie di considerazioni, ricordi e informazioni legati al mare.

Perché la vita è nata lì, in mare; perché, tutto sommato, noi stessi continuiamo a venire dall’acqua (il liquido amniotico); perché il mare (l’oceano) ricopre il 71% della superficie terrestre; perché la vita dell’uomo dipende, ancora oggi, dal mare; città e centri sono nati e hanno preso una determinata forma proprio in relazione alla pescosità (o meno) del mare lì di fronte.

Insomma, “Il libro del mare” è un libro sui generis, a metà tra l’autobiografia (la pesca con l’amico Hugo), il reportage naturalistico (per i silenzi e gli scorci di una Norvegia puntellata di fiordi e insenature) e il saggio (per le molte informazioni e curiosità di ogni genere: naufraghi e naufragi, miti e leggende, esplorazioni coraggiose e tragici fallimenti, attacchi e scontri con giganti marini, essiccazione e salatura del pesce, Sea World e molto altro ancora).


L’incredibile storia dell’uomo che dall’India arrivò in Svezia in bicicletta per amore recensione

Titolo: New Delhi-Borås
Autore: Per J Andersson
Genere: Biografia
Anno di pubblicazione: 2013
Titolo in Italia: L’incredibile storia dell’uomo che dall’India arrivò in Svezia in bicicletta per amore
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Giulia Pillon e Alessandra Scali

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Tutto comincia come in un film di Hollywood (o Bollywood, visto dove siamo): in una giungla indiana, in un’umile capanna, lo stesso giorno della nascita del profeta dei cristiani, un bimbo appena nato sta per ricevere la sua profezia personale dall’astrologo del villaggio.

La profezia sostiene che il futuro di questo bambino sarà quello di sposare una donna di un’altra tribù, di un altro villaggio, provincia, stato, nazione. La donna in questione sarà una creatura musicale, del segno del Toro e possiederà una giungla.

Prima un arcobaleno spunta sopra la testa del bambino; qualche settimana dopo un cobra, animale sacro, gli si infila nella cesta dove dorme senza ferirlo. Insomma… il destino di questo bambino pare essere già tracciato e sicuramente splendente.

Ma gli anni passano; la donna delle profezia non si vede da nessuna parte e intanto Jagat Ananda Pradyumna Kumar Mahanandia, per gli amici Pikej (o PK), deve barcamenarsi in un’India piena di pregiudizi e ingiustizie.

Perché lui è un fuori casta: va bene se i compagni di classe lo isolano e corrono a lavarsi se per errore entrano in contatto con lui; va bene che lo battano con il bastone; va bene che i fondi stanziati per la sua borsa di studio all’università vengano intascati da un burocrate corrotto.

La storia di Pikej parte davvero con le migliori premesse: una profezia che promette una storia d’amore eccezionale, un’India magica e piena di segreti, una vita fatta di ingiustizie e prevaricazioni dalle quali non si aspetta altro che il protagonista (determinato e quasi-incrollabile) riesca a riscattarsi.

A tutto questo si aggiunga anche che il nostro non è un semplice “protagonista” di un libro, ma è una persona in carne e ossa (con la sua personale pagina Facebook, per la cronaca).

E la sua storia vale davvero la pena di essere raccontata, perché non c’è solo il viaggio Nuova Delhi-Borås in bicicletta (una buona parte almeno): c’è anche la conflittualità della società indiana; l’incentivazione dell’ingiustizia sociale; ci sono le difficoltà (economiche, spirituali e quelle “terrene” come lo “scontato” bisogno di mangiare); c’è l’amore per l’arte e il disegno e la pittura; c’è lo scontro – brusco, cattivo – con la realtà che non sempre permette di realizzare i propri sogni; c’è l’incontro con personalità di spicco (per es. Indira Gandhi).

E alla storia di Pikej ci si affeziona per tutto questo: perché è vera.

PK e Charlotte Mahanandia. Immagini tratte da BBC.com

Ma il guaio – temo – sia avvenuto in fase di realizzazione. La vicenda, così come raccontata da Per J Andersson, assume più i contorni di un distaccato rapporto giornalistico, fatto per dovere e non molto sentito dal narratore.

Si parte con un resoconto dell’infanzia dei due protagonisti (con un rapporto 10 a 1 in favore in Pikej; a Charlotte – Lotta – si dedica solo qualche rapida pagina) per proseguire con l’età adulta.

Pikej affronta tutte le problematiche che ho indicato poco sopra (anche se con rigoroso distacco professionale da parte del narratore che non riesce a coinvolgere il lettore); Lotta semplicemente procede con la sua vita senza troppi scossoni da perfetta ragazza bianca (o, comunque, il narratore non si impegna molto a rendere interessante la vita della bionda svedese, che sembra più un incostante fantasma che prende consistenza proprio prima dell’incontro con Pikej per poi aleggiare misterioso fino a quando lui non arriva in Svezia).

Poi ecco il giorno dell’incontro tra i due: il clou del libro, no?

No… La storia d’amore è abbozzata molto approssimativamente, stropicciata in poche righe e mal approfondita come se il lettore si dovesse accontentare di un semplice “si sono visti e si sono piaciuti… e poi c’è la profezia, ricordi?“, quando invece dietro ci sarà stato un mondo dietro: il diverso approccio alla vita, la differente educazione, le società di provenienza culturalmente e socialmente diverse, la diversa quotidianità dalle piccole alle grandi cose e moltissimo altro.

La parte finale, scritta in prima persona, ha un sapore diverso rispetto al resto del libro: più intimo e  un po’ più “sentita”. Ma si tratta di poche pagine finali che non riescono a recuperare l’intero romanzo.

Ciò, infatti, non scrolla via la sensazione di apatico distacco che permea un po’ tutto il romanzo.

Peccato perché poteva rivelarsi davvero un bellissimo libro.

Ah… p.s.:  qualcuno dia il mio numero all’astronomo, perché potrebbe essere davvero utile! XD


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Fuga dal campo 14 recensione

Titolo: Escape from Camp 14 – One man’s remarkable Odyssey from North Korea to freedom in West
Autore: Blaine Harden
Genere: Reportage
Anno di pubblicazione: 2012
Titolo in Italia: Fuga dal Campo 14
Anno di pubblicazione: 2014
Trad. di: Ilaria Oddenino

A causa dei crimini ereditati dai fratelli di suo padre, Shin  vive – per modo di dire – dietro la recinzione elettrificata dal segretissimo Campo 14.

Lì la sua non-vita consiste in fame, privazioni, violenze, torture e lavori forzati.

Obblighi primari: non fuggire, lavorare sodo, obbedire alle guardie e denunciare chi rinnega la benevolenza dello Stato nord coreano.

È così che, dopo essere stato imprigionato al buio e torturato col fuoco, Shin assiste – con uno stranito senso di sollevo – all’esecuzione della madre e del fratello maggiore, colpevoli d’aver tentato la fuga dal campo.

Shin ancora non incolpa il regime nord-coreano (di cui a malapena conosce l’esistenza) e non pensa nemmeno lontanamente alla fuga.

Perché Shin, nato da una madre e un padre scelti per passare insieme cinque notti l’anno, non conosce nulla al di fuori del Campo 14 e non è in grado di immaginare una realtà diversa di quella del lavoro forzato,  delle botte e dagli ordini delle guardie.

È cresciuto con una madre che altro non è se non una rivale per il cibo; un fratello praticamente estraneo e un padre altrettanto sconosciuto.

Ma per Shin questa situazione è la normalità: lui non sa come dovrebbe essere l’amore di una madre o di un padre; non conosce la complicità di un fratello; e non ha nemmeno idea di cosa sia stato privato perché «all’inferno ci [è] nato».

«I campi di lavoro nordcoreani, tuttora funzionanti, esistono da un periodo di tempo doppio rispetto ai gulag sovietici e dodici volte superiore rispetto ai campi di concentramento nazisti. Sulla loro collocazione geografica non ci sono dubbi: le immagini satellitari ad alta risoluzione, disponibili su Google Earth a chiunque abbia accesso a Internet, mostrano ampi perimetri recitanti disseminato lungo le impervie montagne della Nord Corea. Secondo le stime del governo sudcoreano sarebbero circa centocinquantamila i prigionieri rinchiusi nei campi, mentre secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America il numero toccherebbe quota duecentomila.» [estratto da Fuga dal Campo 14, Blaine Harden, Codice edizioni, 2017]

Secondo alcuni rilevamenti svolti da Amnesty International, le costruzioni all’interno dei sei campi di concentramento sarebbero in aumento.

Il Campo 14 visto da Google Earth;
immagine estratta dal sito North Korean Economy Watch

Il più grande di questi è lungo circa cinquantuno chilometri e largo quaranta. Una città praticamente (più grande di Los Angeles) che comprende (quasi) tutto per l’autosufficienza: fattorie, fabbriche per i vestiti, dormitori, centrali elettriche, miniere, ect..

In due di questi campi vi si applicano sistemi “rieducativi” che, se “superati con successo”, possono consentire al fortunato di tornare in società (per sempre, però, sotto la sorveglianza del regime).

Il Campo 14 è, invece, quello cui viene applicato il regime duro ed è tristemente noto per l’inflessibilità e il rigore con cui le violenze sono perpetrate.

Shin Dong Hyuk in una foto dell’Indipendent.co.uk

La vita nel campo offre giornate lavorative di dodici/quindici ore; dieta a base di mais, cavolo e sale; abusi e umiliazioni; esecuzioni pubbliche; diffidenza, isolamento e disprezzo persino tra gli stessi internati.

Insomma, in poche parole, lotta per la sopravvivenza (a ogni costo).

Shin, comunque, è riuscito a fuggire: il primo a esser nato in un campo ed esser poi riuscito a scappare.

Ha ventisei anni (è scappato da tre) quando incontra il nostro narratore cinquantaseienne Blaine Harden, corrispondente del Washington Post.

Tra segreti, menzogne (già…), confessioni, correzioni e spiegazioni Harden ci introduce nella realtà vissuta da Shin all’interno del campo e di come questo abbia cambiato drasticamente la sua esistenza e il suo carattere (e, ovviamente, ne influenzi ancora fortemente la vita).

Accanto alle terrificanti esperienze di Shin, le rivelazioni e le confessioni di altri nord coreani, riportate da Harden, ci aiutano a comprende il clima e la realtà di una nazione completamente alla deriva e chiusa in un violento oscurantismo.

Insomma, Fuga dal Campo 14 è un reportage accurato e non pesante (nel senso che è facilmente comprensibile anche da non esperiti di geo-politica e questioni internazionali; ovviamente sono gli argomenti trattati e la realtà mostrata a essere pensanti).

Una lettura importante per conoscere il mondo e non ficcare la testa sotto la sabbia, ignorando certe realtà. E ovviamente io non posso che consigliarne la lettura.

Ma forse la verità è quella contenuta nell’editoriale dell’Economist (e riportata da Harden): «Forse la portata delle attività è tale da anestetizzare l’indignazione. […] È molto più facile ridicolizzare il regime e le pazzie del suo leader piuttosto che affrontare realmente la sofferenza che quel regime infligge alla popolazione […] la Corea del Nord commette praticamente ogni attività che rientra nella categoria “crimine contro l’umanità“».


Qui sotto trovi il docu-film Camp 14: Total Control Zone diretto da Marc Wiese (in inglese).


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Mindhunter recensione

Titolo: Mindhunter
Autore: John Douglas con Mark Olshaker
Genere: Biografia
Anno di pubblicazione: 1995
Titolo in Italia: Mindhunter
Anno di pubblicazione ITA: 1996
Trad. di: Maria Barbara Piccioli

Fare profiling, quando ancora la parola risuonava simile a un rito di propiziazione degli dei, non è proprio un compito facile tra casi che si accumulano in ogni parte del mondo; pressioni e – comprensibili – insistenze da parte delle famiglie offese, della comunità, magari anche dei media; burocrazia governativa; diffidenza e circospezione da parte dei poliziotti di turno.

Ma questo è il lavoro di John e questa è la sua storia, degnamente raccontata da lui e da Mark Oldhaker.

John Douglas è un profiler del Federal bureau of investigation (FBI); praticamente lo possiamo pure definire il primo della sua specie.

Il suo lavoro lo porta a giro per gli Stati Uniti (e per il mondo), lontano dalla famiglia; immerso in una dimensione di atrocità in cui il tempo è il peggior nemico.

Nella pratica, il suo ruolo è quello di calarsi nella mente dell’assassino, comprenderne i movimenti, le motivazioni; scoprire chi potrebbe nascondersi dietro atrocità al di fuori di ogni immaginazione. Ma il profiler si deve anche calare nella mente della vittima cercando di comprendere cosa l’ha resa vittima: perché proprio lei e non altri?

John Douglas [Foto: Criminal Minds wikia]
La figura di Douglas ha dato a molti l’ispirazione. Thomas Harris ne trasse spunto per creare il suo Jack Crawford, personaggio in Red Dragon e Il silenzio degli innocenti (famosi anche per la loro versione cinematografica).

Il creatore della serie Hannibal, Bryan Fuller, ha ammesso che la figura di Will Graham è basata – almeno in parte – su John Douglas.

E ancora: i creatori di Criminal Minds, nel 2015, hanno confermato che il profiler Jason Gideon è anche lui basato su Douglas. [Fonte: Wikipedia.org]

Insomma… Douglas è una specie di stampo perfetto da riprodurre in serie nel mondo cinematografico americano legato al crimine, all’indagine e all’investigazione.

E come in un film o in un racconto thriller che si rispetti cominciamo in maniera piuttosto inquietante: John è la vittima. 

«Devo essere all’inferno.
Non c’erano altre spiegazioni possibili, dato che ero nudo è legato. Una lama mi lacerava le membra causandomi un dolore intollerabile. Non c’era orifizio del mio corpo che non fosse stato violato. In gola mi era stato infilato qualcosa che mi soffocava, causandomi conati di vomito. Oggetti appuntiti mi erano stati infilato nel pene e nel retto e avevo la sensazione che mi stessero squartando. Ero fradicio di sudore. Poi finalmente capii che cosa stava accadendo: mi torturavano a morte tutti gli assassini, gli stupratori e i molestatori di bambini che avevo mandato in carcere.»

Ora, in realtà, non si tratta di quello che tutti potremo pensare:

Piccolissimo spoiler

“semplicemente” Douglas ha avuto un gravissimo crollo psico-fisico che manca poco lo conduce alla morte a causa di tutto lo stess accumulato negli anni di frenetico lavoro e caccia ai vari assassini…

Premetto che la lettura di questo libro non è stata semplice: primo perché tutti i casi riportati (e sono tanti e uno più orrendo dell’altro) sono tutti realmente accaduti; secondo, perché nei momenti in cui iniziavo la lettura – ed ero sola in casa -, gli oggetti delle altre stanze prendevano improvvisamente vita e cadevano dagli scaffali o scricccchiolavano in modo sinistro. Giuro che ho rischiato l’infarto più di una volta!

Meno male che in Italia, seppur con tutti i nostri difetti, non abbiamo alle spalle un passato di serial killer e maniaci omicidi affollato e composito come quello americano!

Ma veniamo a noi.

Come hai potuto capire leggendo le righe di estratto sopra, si tratta di una biografia ricca di esperienze, di casi risolti (e, purtroppo, anche non risolti), di atrocità, di indagini e considerazioni.
Nella nuova edizione curata quest’anno da Longanesi, abbiamo un paio di pagine di prefazione scritte da Donato Carrisi.

Insomma, il libro intreccia le esperienze e le considerazioni di Douglas, traducendosi in un’analisi inquietante ma realistica, considerando anche che leggiamo il libro a distanza di una decina d’anni (la prima edizione del libro è del ’96), sulla società, sulle distanze che si creano tra gli individui e sulla percentuale di casi risolti, la quale si dissolve di anno in anno.

Così Douglas ci fa partire dalle basi, prendendola larga: August Dupin, Sherlock Holmes, La donna in bianco di Wilkie Collins… fino a portarci dal caso letterario al caso concreto: Jack lo squartatore, Mad Bomber, Charles Manson, John Hinckley (nome da sempre accostato a quello della famosa attrice Jodie Foster, la quale poverina fu oggetto di una folle persecuzione da parte di Hinckley) e – purtroppo – tantissimi altri.

Uno dei primi esempi presentati è proprio quello di Mad Bomber. Il dottor Brussel, psichiatra, negli anni ’60, fornì un profilo dannatamente preciso di Mad Bomber (che si macchiò di oltre trenta attentanti in quindici anni), avvisando gli inquirenti che avrebbero trovato il loro uomo scapolo, convivente con un fratello o una sorella e vestito probabilmente con un doppio petto… abbottonato. E così gli agenti lo trovano: l’unico errore nel profilo redatto dallo psichiatra stava nel numero di fratelli (si trattava di due sorelle nubili).

Magia?

No: studio sapiente, attenzione per i dettagli, analisi dei dati e delle statistiche.

Insomma, il lavoro dei profiler è proprio quello di ricostruire il profilo tipo, esattamente come fece il dott. Brussel negli anni ’60.
I due anni di preparazione per gli operativi di analisi comportamentale dell’FBI servono a imparare a riconoscere i segnali, a leggere le azioni e incasellarle in un determinato schema comportamentale e a rispondere a tre apparentemente semplici domande: cosa, perché e chi.

L’addestramento non è né rapido né indolore tra alcune procedure bizzarre, ferreo addestramento, la leggendaria quanto ingombrante figura di J. Edgar Hoover e, alla fine, la difficile scelta della prima destinazione (generalmente una sede disagiata).

E se, da una parte, è inquietante quanto profetiche possano essere state certe rivelazione fatte da questi agenti della squadra di supporto, dall’altra ci fanno comprendere quanto una catalogazione e studio accurato dei profili di criminali e serial killer possa contribuire alla loro cattura e, di conseguenza, a salvare delle vite.

Ma è anche lo strano rapporto che si crea tra il profiler e il suo assassino. Una sorta di “rispetto” o “stima” – passami il termine -, forse sarebbe meglio dire fascino inteso in questi termini: come può una persona capace di tali perversioni averla fatta franca così a lungo? Oppure come può una persona così affabile aver perpetrato tali efferatezze? Insomma cosa accade nella mente del serial killer? Cosa si può fare per fermarli? Per impedire che un fattore scatenante possa liberare la loro follia?

Ma siamo poi così sicuri che un serial killer sia un pazzo?

Siamo d’accordo che questi individui sono assolutamente al di fuori di ogni logica sana, ma ciò non prescinde dal comprendere le proprie azioni – e le relative conseguenze – e sopra ogni cosa dall’intenzione di compierle (cioè l’assassino sa perfettamente che ciò che farà causerà del male; sa perfettamente che il suo comportamento avrà delle conseguenze disastrose sulla vita di un altro essere umano… e, nonostante tutto, non gli interessa).

Il loro comportamento denota razionalità. Ed è proprio questa la logica in cui si deve calare un profiler per poter restringere la rosa dei sospetti e permettere alla polizia di individuare il suo uomo.

E a questo proposito avrai notato che, quando ho scritto di serial killer o omicida, l’ho fatto declinandolo al genere maschile. Ebbene, il profilo del classico serial killer è quello di un uomo bianco, con un passato di violenze, una famiglia disfunzionale e con un quoziente intellettivo pari o addirittura superiore alla media.

Quindi, come dire che si tratta di pazzi?

Sono persone capaci di aberrazioni senza dubbio, ma si tratta di individui che comprendono perfettamente quello che stanno facendo e le sofferenze che stanno infliggendo.

Anche se, in fondo, ha ragione John Douglas: fra cent’anni – ma anche oggi in realtà – nessuno saprà chi è stato John Douglas, ma tutti ricorderanno il nome di Charles Manson – ad esempio – e le folli atrocità della sua famiglia.
[Per esempio, la foto di copertina scelta dalla casa editrice è proprio di Manson].

Insomma, in questo viaggio nel profondo nonché distorto animo umano c’è spazio per numerose domande: è possibile individuare il potenziale serial killer nell’infanzia recuperandolo prima che sia troppo tardi?

Insomma, criminali si nasce o si diventa? È possibile riconoscere dei comportamenti potenzialmente pericolosi e, di conseguenza, impedire il verificarsi di determinati eventi? Esiste un comportamento – attivo o passivo – che la vittima può tenere per avere una speranza di salvezza? Esiste o esistono delle iniziative che una collettività può intraprendere per impedire la “nascita” o il “divenire” di un assassino?

Ma non sempre a una domanda corrisponde una risposta adeguata. Tuttavia, la biografia/analisi che propongono Douglas e Olshaker offre numerosi spunti di riflessione.

Non si tratta di un’apologia verso il crimine né un modo per invitare chi ha mire poco altruistiche a prendere idee: si tratta di un’analisi schietta e senza filtri.

È una trattazione interessante, sebbene molto inquietante, di cui ne consiglio la lettura (non do valutazione, perché come sai le biografie sono escluse). Il taglio psicologico e psichiatrico nonché – ovviamente – criminalistico che Douglas dà alla questione mi spinge a voler approfondire questi aspetti (e, quindi, mi sono segnata un altro libro di Douglas da leggere: Nella mente del serial killer). Tuttavia, è una lettura che mi sento di sconsigliare a chi si spaventa facilmente o è di stomaco debole.


P.S. Giusto per curiosità, ti informo che Mindhunter diventerà una serie televisiva Netfilx.


 

Il farmacista del ghetto di Cracovia recensione

il-farmacista-del-ghetto-di-cracoviaTitolo: Apteka w getcie krakowskim
Autore: Tadeusz Pankiewicz
Genere: Biografia/Memoir
Anno prima pubblicazione: 1982
Titolo in Itala: Il farmacista di Cracovia
Anno prima pubblicazione ITA:
Trad. ed. Utet di: Irene Picchianti

– Ho ricevuto dalla casa editrice una copia del libro in cambio di un’onesta recensione –

«Le parole, le considerazioni, le analisi, ma soprattutto l’eroica condotta di questo mite farmacista e delle sue assistenti, tra i pochi a considerare quel maledetto luogo pur sempre una “patria comune”, ci insegnano che la vita di ogni persona, pur in una situazione devastata dalla morte di massa, può ancora essere ritenuta il più grande dono che ci è stato dato e che abbiamo sempre il dovere di salvaguardarla, anche quando sembra impossibile farlo.»

Estratto dalla perfezione di Marcello Pezzetti,
Utet, 2016

A dispetto di un titolo così romantico ed evocativo, Il farmacista del ghetto di Cracovia non è un racconto né un romanzetto.
È una testimonianza dura – terribilmente dura – ma diretta delle follie naziste.

Siamo qui in una Polonia appena diventata il nuovo parco giochi nazista, in particolare ci troviamo a Cracovia… nel ghetto – pardon, “Quartiere ebraico” – di Cracovia.

E il quartiere con i suoi edifici chiusi sul “lato ariano” e stipati fino all’inverosimile di persone (circa 17.000), con le sue strade nelle quali si riversano anche bambini e ammalati e malati di mente durante i “trasferimenti”, con i suoi accessi militarmente controllati, è un quartiere completamente trasformato.

Non solo per la nuova conformazione, i nuovi limiti invalicabili in filo spinato, il coprifuoco… sono le persone a essere cambiate…

il-farmacista-di-cracovia-citazione

 

La preoccupazione per l’oggi cancella il ricordo del passato e la prospettiva per il futuro. Così sono costretti a vivere gli abitanti del ghetto: bugie, inganni, percosse, insulti, minacce.

Trasferimenti e rastrellamenti sono gli unici eventi che si ripresentano nel ghetto con una certa terribile frequenza e gli unici dopo i quali si fa la conta di chi è rimasto e la conta di chi non c’è più.

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA
[Fonte: Wikipedia.org]

La farmacia All’Aquila è uno dei pochi luoghi dove ancora è permesso piangere un caro picchiato a morte o deriso o trascinato via da qualche nazista; dove è permesso gioire per aver ottenuto un permesso – un  semplice pezzo di carta – grazie al quale, però, aver salva la vita; e dove poter trovare un nascondiglio anche durante il coprifuoco.

Tadeusz Pankiewicz e le sue collaboratrici Irena Droździkowska, Aurelia Danek-Czortowa e Helena Krywaniuk si impegnano in questo ogni giorno e assistono impotenti, come moltissimi altri, a ciò che sta avvenendo proprio davanti alle finestre della farmacia.

Per quanto gli fu possibile cercarono di aiutare  regalando medicinali a chi stava per partire (e forse non tornare mai più) o fingendo di esserne privi per consentire a qualcuno di uscire dal ghetto e scomparire oppure fornirono tintura per capelli a chi era troppo anziano (e di conseguenza considerato “inabile al lavoro” e di conseguenza deportato); nascondendo pergamene e libri e effetti personali all’interno della farmacia organizzandosi anche con scomparti segreti. Quando possibile cercano di addolcire i tedeschi per convincerli a rilasciare permessi (e di conseguenza salvare vite) o ottenere la grazia.

Non solo soli. Con loro tantissimi altri, nomi più o meno noti ma tutti ugualmente importanti: Feliks Dziuba e il suo collaboratore Józef Zając, il dottor Ludwik Żurowski, il dottor Biberstein, tutti i componenti dello ŻOB che collaborava con la resistenza esterna, Oskar Schindler e tantissimi altri.

Non mancano, tuttavia, anche i nomi dei delatori e degli informatori della Gestapo e delle SS che con gioia riportavano ogni genere di segnalazione ai tedeschi. E, anzi, è bene fare anche i loro di nomi sebbene poi molti di loro, per questa loro devozione alla Gestapo o alle SS, furono fucilati dai loro stessi padroni.

Insomma, le testimonianze di questo periodo non sono mai facili né di agile lettura. Si tratta di un periodo oscuro, ignominioso della nostra storia umana, ma va conosciuto.
Va affrontato.
E ritengo che il modo migliore sia quello di leggere e informarsi. Non c’è nulla di meglio che ascoltare e leggere le testimonianze dirette di chi ha visto e sentito e provato e vissuto la violenza nazista sulla propria pelle.

Una prima edizione del libro fu presentata nel 1947 piena, però, di censure. Una seconda edizione, cui questa si rifà, aggiunge nuovi ricordi e nuove vite spezzate. Nonostante questo – e allo stesso autore pare sia capitato in prima persona un incontro del genere – c’è chi comunque continua a non credere che una tale quantità di atrocità fu commessa (o che un tale massacro sia davvero avvenuto).

Tadeusz Pankiewicz, Giusto fra le nazioni, non è uno scrittore – e questo si avverte nella lettura del libro – ma è stato un testimone. Non si creda, quindi, che gli episodi da lui riportati siano “gonfiati” o esagerati, perché purtroppo non furono i soli episodi che si verificano nell’Europa nazista.

E le deportazioni, il viaggiare giorni e giorni stipati in vagoni bui e pieni senza acqua né cibo, l’orrore dei campi di sterminio, le camere a gas, i forni crematori, gli stanzoni ricolmi di effetti personali strappati, famiglia distrutte, bambini amputati e torturati usati come cavie, violenze, stupri, furti, percosse. 
È successo tutto e molto altro.

Quindi, per ricordarsi che la vita umana non deve essere alla mercé di un capriccio, che nulla vale quanto una vita, ti consiglio di leggere questa testimonianza (e, se hai interesse, anche gli altri libri qui indicati).

E non dovremo solo ricordare e vergognarci per le bassezze di cui il genere umano è stato capace, ma dovremo fare altrettanto – qui a maggior ragione vergognarsi – sapendo che molti mostri nazisti non hanno ricevuto la loro giusta punizione tra chi non ha mai dovuto venire a patti con la giustizia e chi, invece, quella stessa giustizia assurdamente assolse.


P.S. Ti ricordo che i libri biografici non hanno la scheda di valutazione per i seguenti motivi.