Il libro del mare recensione

Titolo: Havboka
Autore: Morten A. Strøksnes
Genere: Saggio/Autobiografia
Anno di pubblicazione: 2015
Titolo in Italia: Il libro del mare
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad. di: Francesco Felici

«Se si pensa alle molecole d’acqua come a lettere, si può affermare che il mare contiene tutti i libri mai scritti, in lingue conosciute e non.»

Chi l’avrebbe mai detto che una semplice battuta di pesca tra due amici potesse diventare un libro?

Insomma, che fanno due pescatori in mezzo al mare? Pescano… fine. Che altro c’è da dire? Dispongono una serie di esche, gettano l’amo, tirano su il pesce riarrotolando il filo al mulinello e fine, no? Be’, sì e no.

In primo luogo, perché ai nostri – Morten, l’autore, e Hugo, un suo eclettico amico pittore – viene in mente di catturare un pesce in particolare (certo non uno facile): perché non uno squalo della Groenlandia?

Questo mostro marino è il più longevo vertebrato al mondo: vive centinaia di anni (al più anziano mai catturato è stata stimata un’età di 362 anni). Solo. Negli abissi. Bui. E gelidi. Con una serie di parassiti abbrancicati addoso, alcuni dei quali divorano la sua cornea rendendo il suo sguardo inquietantemente luminescente.

Le isole Lofoten sono il suo terreno, ma questo enorme pesce – 6/7 metri di lunghezza per una tonnella di peso – gira, con mistica calma e tranquillità, miglia e miglia di mare ed è capace di mangiarsi un po’ di tutto (pesci, foche, grasso di balena… addirittura renne e, se la situazione è propizia, anche altri squali della Groenlandia).

In secondo luogo, dato anche il titolo del libro in questione, ne “Il libro del mare” non si parla solo della pesca, di un’amicizia e della caccia a uno squalo, ma del mare in ogni sua sfaccettatura.

Quei momenti di attesa nella pesca, il moto ondoso del gommone alla deriva sono solo la scusa che innesca nell’autore una serie di considerazioni, ricordi e informazioni legati al mare.

Perché la vita è nata lì, in mare; perché, tutto sommato, noi stessi continuiamo a venire dall’acqua (il liquido amniotico); perché il mare (l’oceano) ricopre il 71% della superficie terrestre; perché la vita dell’uomo dipende, ancora oggi, dal mare; città e centri sono nati e hanno preso una determinata forma proprio in relazione alla pescosità (o meno) del mare lì di fronte.

Insomma, “Il libro del mare” è un libro sui generis, a metà tra l’autobiografia (la pesca con l’amico Hugo), il reportage naturalistico (per i silenzi e gli scorci di una Norvegia puntellata di fiordi e insenature) e il saggio (per le molte informazioni e curiosità di ogni genere: naufraghi e naufragi, miti e leggende, esplorazioni coraggiose e tragici fallimenti, attacchi e scontri con giganti marini, essiccazione e salatura del pesce, Sea World e molto altro ancora).


Il testamento di Magdalen Blair

Titolo: The testament of Magdalen Blair
Autore: Aleister Crowley
Genere: Storia breve
Anno di pubblicazione: 1913
Titolo in Italia: Il testamento di Magdalen Blair
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Luca Moccafighe

Magdalen ha delle doti molto particolari che le concedono quasi una specie di preveggenza. Il termine con cui il suo professore definisce Magdalen e questa sua sorta di “empatia” potenziata è «termopila umana».

I due si mettono sotto con esperimenti e studi per comprendere questi “poteri” della ragazza, ma poi – si sa: galeotto fu il becco Bunsen – e il professor Blair e la giovane Magdalen finiscono sposi.

Superati felicemente i primi mesi di matrimonio, qualcosa però inizia a stonare: Magdalen riceve delle strane sensazioni da suo marito fino a quando l’uomo non arriva a terrorizzarla con i suoi pensieri strambi e talvolta malvagi.

E sicuramente c’è qualcosa che non va perché quello che noi leggiamo è il testamento di Magdalen Blair.

Il testamento di Magdalen Blair” è un libretto particolare che, da operetta ammiccante – quasi simpatica per quell’ingenua sensibility inglese che tanto andava di moda – di paranormale, si trasforma in una sorta di trattato sulla morte, l’aldilà e i pensieri e i ricordi che un defunto potrebbe lasciare dietro di sé come una sorta di scia fantasma.

Una lettura particolare, quindi, come particolare è il suo autore, Aleister Crowley.

Nato da una prestigiosa famiglia inglese nel 1875, il giovanotto si mostrò quasi subito uno spirito ribelle e assolutamente non convenzionale. Solo per dirne una, riuscì a farsi espellere dall’Italia fascista dopo aver fondato, in Sicilia, la sua personale chiesa. Una chiesa, ovviamente, sui generis considerando che il suo fondatore si auto-definiva la Grande Bestia 666 e viveva sulla base della seguente massima: «Fa’ ciò che vuoi, sarà la tua unica legge».

La mia sensazione è stata che il libro in analisi riproduca un po’ la vita del suo autore: un po’ strambo, un concentrato di considerazioni sulla vita e sulla morte alle volte folleggiante e, infine, un po’ inquietante.

Ammetto, quindi, di esserne rimasta perplessa.

La brevità del libello (si legge in un’oretta senza sforzo) lo rendono una lettura agile, ma i contenuti inquietanti e confusi, soprattutto nella parte finale, lasciano con una brutta sensazione di smarrimento.

Non posso che dirmi d’accordo con Frank Harris, amico di Oscar Wilde, il quale definì questa storia come «la più terrificante».

Ma forse agli occhi di un moderno, assuefatto a quasi tutti i tipi di orrori, questa storia breve resta solo un concentrato di considerazioni di un autore non convenzionale, un po’ folle e talvolta difficile da comprendere.

Se la storia mi ha lasciata perplessa, nulla da dire sulla cura di questa edizione di Abeditore: la copertina è assolutamente fantastica e la scelta dei font interni al romanzo azzeccata.

Jane Austen a casa recensione

Titolo: Jane Austen at home
Autrice: Lucy Worsley
Genere: Saggio
Anno di pubblicazione: 2017
Titolo in Italia: Jane Austen a casa
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Maddalena Togliani

Prima di cominciare devo premettere che ho un debole  per Lucy Worsley. Storica e conduttrice della BBC, la scoprì per la prima volta proprio con un documentario dedicato proprio Jane Austen.

La passione nello spiegare, il modo con cui presenta i suoi programmi e la sua simpatia fecero il resto.

Da allora ogni volta che becco un suo documentario, me lo divoro.

Anche se ero un po’ spaventata dalla lettura di un saggio in inglese: temevo di non capire alcune parole o di non riuscire a seguire il filo del discorso (che già ho delle grosse difficoltà con i saggi in italiano!).

Alla fine, però, non ho mai sottolineato così tante frasi da potermi rileggere dopo (se ti capita di passare sui social noterai un libro giallo di post-it!) né mi era mai capitato di commuovermi leggendo un saggio (che, per antonomasia, hanno un tono più neutro rispetto a un romanzo).

Detto questo e prima di procedere con la mia recensione, ultimo appunto: ho letto il romanzo in lingua originale, quindi non posso garantire sulla traduzione (anche se Neri Pozza è valida in questo).

Quindi, venendo a noi.

Lucy, bravissima narratrice (deformazione da fan, ma quando leggevo sentivo il suo tono nelle orecchie), apre la scena su un carro in viaggio quasi arrivato a Steventon (dove Jane nacque, visse ventitré anni e in cui scrisse tre dei suoi romanzi).

A bordo ci sono Mr George Austen e sua moglie Cassandra, adagiata su di un letto di piume a causa della sua salute cagionevole e dei suoi inaffidabili «nervi»; la di lei madre, Mrs Jane Leigh; e i tre figli della coppia sposata da quattro anni: James (Jemmy), George (che ben presto sparirà dalla storia e dagli annali della famiglia in una specie di damnatio memoriae) e Edward (Neddy).

Siamo abituati a pensare a Jane e a pochi altri suoi altri famigliari: in particolare, la sorella Cassandra con quale ebbe davvero un rapporto magnifico (e le cui ultime parole sulla morte dell’amata sorella furono: «[…] ho perso una parte di me stessa.») e il fratello Henry, che la supportò nella pubblicazione dei suoi romanzi, agì praticamente come suo agente letterario e le procurò il primo contratto di pubblicazione con Egerton per Sense and Sensibility.

In realtà, il sistema famiglia-Austen era più complesso di quello che appare in superficie e si componeva di genitori, fratelli, fidanzate (poi mogli), zii, cugini, amici in una sorta di famiglia allargata a cui, nel tempo, si aggiunsero una svariata quantità di nipoti (per esempio Edward, di cui parleremo tra poco, ebbe con la moglie Elizabeth Bridges undici figli).

I rapporti, con così tanti familiari, non erano ovviamente idilliaci con tutti (ad esempio, con il ramo materno ci furono delle dispute ereditarie che, se rispettate, avrebbero garantito a Jane e a sua sorella una buona rendita), ma alla morte di Elizabeth – la moglie di Edward – Jane e Cassandra assunsero il ruolo di madri putative degli undici nipoti (molti dei quali svilupparono da grandicelli velleità letterarie).

La famiglia era così compatta che ognuno ebbe la sua da dire sulla «zia Jane»; ognuno apportando ricordi, impressioni e immagini di una zia (o di una sorella o di un’amica) e contribuendo così – più o meno in maniera organizzata – alla creazione di un personaggio socialmente perfetto, dalla vita irreprensibile, ideale modello della società giorgiana.

La verità, però, sta quasi sempre nel mezzo: anche Jane Austen era umana, anche lei aveva le sue preferenze, i suoi “momenti no” e le sue stranezze.

Quella che, quindi, emerge dalle pagine di questo saggio è una ragazza – e poi una donna – sagace e ironica, in grado di prendere le sue decisioni con fermezza ma anche di tornare sui suoi passi (come per la proposta di matrimonio, rotta da Jane il giorno dopo averla accettata, con il danaroso Harris Bigg-Wither).

Ma mi sto dilungando: questa recensione è già troppo lunga e non voglio annoiare.

Il libro della Worsley è un concentrato di validissime informazioni su Jane; sulle case dove ha vissuto o visitato o soggiornato (e che hanno inevitabilmente influenzato le abitazioni che conosciamo e amiamo dai romanzi); sugli amori che ha avuto (sì perché non c’è stato solo Mr Lefroy!); su decisioni da prendere, sogni da realizzare e la coerenza da mantenere con grandi (grandissimi) sacrifici; sui salari dei domestici; sui “modelli” usati per tracciare i caratteri delle sue eroine; sul dare letteralmente voce alle donne (se ti capiterà di leggere il libro capirai in che modo); sui diritti d’autore; sulle beghe familiari; sui viaggi in carrozza; sull’amore; sulla sofferenza; sulle difficoltà economiche; sull’impegno e la costanza; sull’accanimento del destino (che spesso arride a chi già ha troppo).

Concludo con un’immagine, presa dal film “Becoming Jane“, la quale nulla, in realtà, ha a che vedere con la vera Jane.
Ma vorrei ricordarla così proprio come suggerisce anche Lucy Worsley: felice, piena di sogni e speranze, che corre via verso un mondo di possibilità.


I testi virgolettati vengono tutti da “Lucy Worlsey at home. A biografy”, Lucy Worlsey, Hodder & Stoughton, 2017. Eventuali errori nella traduzione sono esclusivamente colpa mia.

Onde nello spaziotempo

Nel 2015, una straordinaria scoperta: la registrazione delle onde gravitazionali. In “Onde nello spaziotempo. Einstein, le onde gravitazionali e il futuro dell’astronomia” si parla di questo, ma anche delle persone che con tanta dedizione e impegno hanno permesso d’inaugurare questa nuova stagione dell’astronomia.

La registrazione delle onde gravitazionali è già considerata la scoperta scientifica del secolo. Einstein aveva previsto l’esistenza di queste piccole increspature nel tessuto dello spaziotempo un secolo fa, ma fino a oggi non erano mai state osservate a livello sperimentale. Quello che è stato rilevato il 14 settembre 2015 nei laboratori del Max Planck Institute in Germania e del LIGO negli Stati Uniti ha messo nelle mani degli scienziati nuovi strumenti per studiare gli eventi violentissimi e misteriosi che hanno dato origine e plasmato l’universo, e ha fornito la definitiva conferma della teoria della relatività einsteiniana. Ma prima ancora che un libro di divulgazione sull’astrofisica, “Onde nello spaziotempo. Einstein, le onde gravitazionali e il futuro dell’astronomia” è il racconto delle persone che hanno contribuito a questa straordinaria scoperta, della loro passione e della ostinazione per una ricerca scientifica che è durata un secolo e che promette di inaugurare una nuova stagione dell’astronomia.

Hanno detto di questo libro e del suo autore

«Un delizioso grand tour che ci accompagna tra storie avvincenti,
ricerca scientifica attuale e prospettive future.»
Nature

«Govert Schilling racconta anche i fallimenti, oltre agli straordinari successi di tecnici e scienziati
che a lungo hanno faticato per raggiungere l’impensabile grado di precisione richiesto.
Alla fine ne sono usciti trionfatori: hanno scoperto indizi importanti
sulla natura fondamentale dello spazio e del tempo.
È una storia magnifica, qui raccontata in modo coinvolgente e affascinante.»
Martin Rees

Titolo: Onde nello spaziotempo
Autore: Govert Schilling
Genere: Saggio
Casa editrice: Codice editore
Pagine: 307
Prezzo ed. cartacea: 27,00€


Disponibile dal 12 luglio 2018!


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Penelope Poirot fa la cosa giusta recensione

Titolo: Penelope Poirot fa la cosa giusta
Autrice: Becky Sharp
Genere: Giallo
Anno di pubblicazione: 2016 

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Che ci fa Velma Hamilton, tipica zitella inglese, nello studio della botticelliana (o, a seconda dei punti di vista, krapfeniana= dalla forme di un krapfen) Penelope Poirot?

Presto detto: sta per ottenere il suo primo lavoro.

L’egocentrica pronipote di Hercule, non ha niente a che vedere con il mondo del crimine (anche se le sue celluline grigie viaggiano a velocità elevate… dritte, talvolta, anche verso delle grandi cantonate); Penelope è una buona-forchetta-critica culinaria e vuole scrivere le sue memorie. Velma dovrà aiutarla in questo compito.

Ma prima: un bel ritiro tra le colline del Chianti in una clinica salutistica che garantisce di depurare e rinvigorire corpo e mente.

Tuttavia nella bella Villa Onestà dal sapore gotico e un po’ english, la convivenza tra gli ospiti non è proprio semplice: c’è la donna misteriosa, l’autista affascinante, la scrittrice invidiosa, il marito innamorato, l’anonimo ex-editore…

E se alla fine ci scappa il morto, tranquilli: c’è Penelope Poirot!

Come avevo annunciato qualche tempo fa, con Penelope Poirot fa la cosa giusta s’inaugura la mia collaborazione con la casa editrice Marcos y Marcos (🎉🎉🎉).

Imbarazzata dalla possibilità di poter pescare da tutto il catalogo dell’editore (per esempio, mi ispirava molto anche “La vedova Van Gogh“), alla fine ho optato per due mie grandi passioni (o distorsioni… a seconda dei punti di vista): il giallo e Poirot che, guarda caso, si trovavano riassunte nel romanzo in questione.

L’idea della Sharp (pseudonimo, per la verità, di una traduttrice milanese che al momento ha scelto l’anonimato) è molto simpatica, ma attenzione non vuole in alcun modo essere una scopiazzatura o un remake in stile “Orgoglio e pregiudizio zombie“: leggendo, infatti, si avverte come obiettivo dell’autrice fosse quello di omaggiare il giallo in stile inglese e una tra le sue più grandi rappresentanti (Agatha Christie).

In effetti, a parte il cognome, un figurino tondeggiante (o botticelliano appunto se preferiamo) e la cura per i dettagli  nel vestire, i due Poirot  non spartiscono altro.

L’esuberante Penelope non potrebbe essere più lontana da certe deduzioni che il prozio Hercule si masticherebbe (bendato e con le mani legate) per colazione, ma le sue cellulline grigie si smuovono con matronesca simpatia.

Il libro è suddiviso in due parti principali in cui Velma e poi Penelope si alternano a farci da letterarie Ciceroni; e ammetto d’aver apprezzato molto di più il ritmo spigliato e un po’ pissero di quest’ultima sebbene la pacata Velma si difenda bene (e rischi grosso!).

Tutto il libro è pervaso da una simpatica vena di ironia; impossibile non apprezzare i modi effervescenti di Penelope, le sue cantonate e il suo rapporto con la posata Velma, che le fa da degno contraltare.

Penelope fa la cosa giusta è il libro perfetto con un passare un paio di  ore in piacevole compagnia di una trama scorrevole e leggera e di personaggi tutto sommato adeguati alla freschezza della trama.

Insomma, una buona prima prova che getta delle solide basi per un dovuto approfondimento dei personaggi e un necessario aumento nella complessità della trama. A questo primo volume, quindi, seguono “Penelope Poirot e il male inglese” e, fresco di stampa, “Penelope Poirot e l’ora blu” che onestamente sono curiosa di leggere entrambi per seguire l’evoluzione dei personaggi.

Concludendo, “Penelope Poirot fa la cosa giusta” è un gialletto frizzante, leggero; bisognoso anche di qualche aggiustamento di tiro, ma che promette molto bene.


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