L’ultimo passo di tango recensione

Titolo: L’ultimo passo di tango
Autore: Maurizio de Giovanni
Genere: Racconti
Anno di pubblicazione: 2017

Per una serie di eventi e magheggi del destino, non avevo ancora mai letto nulla di Maurizio De Giovanni.

Poi un Natale propizio e un regalo speciale, hanno messo questo scrittore sul mio cammino.

L’ultimo passo di tango è una raccolta composta da numerosi racconti – già pubblicati – suddivisi in quattro categorie.

Quelli dedicati al commissario Ricciardi (tra cui quello che dà il nome a tutto il libro) sono legati assieme da una chiacchierata con il dottor Modo – a sua volta protagonista della tragedia – e una serie di sfogliatelle che rievocano ricordi spesso amari.

Anime ci porta in un mondo fatto di amore – anche malato – difficile da sopportare e difficile da gestire; Napoli e altrove, invece, ci regala protagonisti e personaggi della città partenopea.

Infine, in Nove volte per amore, i racconti prendono un taglio decisamente più inquietante perché ispirati a reali eventi di cronaca nera (ad esempio, la scomparsa di Yara o quella di Sara, gli omicidi della madre e del fratellino perpetrati da Erika). Ovviamente, i nomi – quando presenti – sono cambiati, ma non è difficile risalire al caso di cronaca che ha ispirato il racconto.

Questa, onestamente, è la sezione che ho apprezzato meno: si tratta di una mia opinione personale e di un mio “problema”, ma non apprezzo quando gli scrittori si aggrappano in questo modo a eventi di cronaca realmente accaduti, ricamandoci sopra proprie interpretazioni.

In ogni caso, tutti i racconti vanno giù che è una meraviglia: lo stile di scrittura è fluido e coinvolgente (anche se, ovviamente, non tutti i racconti sono interessanti allo stesso modo).
Nulla da eccepire, quindi, solo una piccola nota: ho messo in wish-list il primo romanzo con protagonista Ricciardi.

Perché, in quella manciata di racconti a lui dedicati, si arriva ad apprezzare il commissario come un vecchio amico, se ne condivide la sofferenza e l’amarezza e rimane il bisogno di restare ancora un altro po’ in compagnia di questo distinto signore.

Perché, sicuramente, la prima sezione dedicata al commissario è anche quella meglio riuscita dell’intera raccolta (ed è quella a cui vi consiglierei di prestare maggior attenzione se decidete di leggere questo libro).

Insomma, complessivamente una selezione particolare (sebbene con le remore che ho già espresso), ottima per conoscere l’autore e altrettanto valida per chi è già un suo fan e non vuol perdersi nulla del suo autore preferito.

Dei racconti dedicati a Ricciardi, segnalo (perché li ho particolarmente apprezzati): Partire e lasciare (di cui, per la verità, è protagonista il dottor Modo); Quando si dice il destino e Un mazzo di fiori, racconti dal sapore dolce-amaro. Delle altre sezioni Le beffe della cena, ovvero: piccolo manuale di sopravvivenza dell’intrattenimento in piedi.

Lavoro sporco recensione

Titolo: Lavoro sporco
Autori: Jeffery Deaver, John Harvey, Doug Johnstone, Danny Gardner, Jedidiah Ayres, Anthony Neil Smith, Willie Meikle, Adam Howe
Genere: Raccolta/Giallo
Anno di pubblicazione: 2018
Trad. di: Seba Pezzani, Carlotta Spiga, Fernando Masullo, Alessandra Brunetti e Martino Ferrario

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Ammetto di avere una debolezza verso CasaSirio: le scelte editoriali di questa casa editrice mi affascinano e, finora, non sono mai rimasta delusa.

E la nuova raccolta del Mucho Mojo Club si rivela una conferma.

Filo conduttore della raccolta il crimine e i suoi protagonisti: papponi, killer, impresari di pompe funebri, ma anche normalissimi ragazzi che si ritrovano, più o meno consapevolmente, in situazioni non proprio all’ordine del giorno.

Sarà un’affermazione scontata, ma anche i malviventi sono persone e, quindi, per sopravvivere devono stare al passo coi tempi; adeguarsi a Internet, ad esempio (come Bill, il pappone con un Alzheimer galoppante, protagonista del racconto “Gallina vecchia“).

Oppure suonando tragicamente su di un palco e raccogliendo solo schiamazzi (“Frankie, Dracula e il lupo mannaro“); o esponendosi per la propria famiglia (“Danny Gardner“); o per il bene della comunità (“Non si butta via niente“).

A proposito di quest’ultimo racconto a lui va la mia menzione speciale: Non si butta via nientedi Jedidiah Ayres è un racconto affasciante, scritto in prima persona in un stile frizzante e ironico (difficile da sostenere e quasi paradossale se si considera l’oggetto dei “traffici” del protagonista della storia, Wainscot, ma estremamente azzeccato).

Irriverente al punto giusto, il racconto inverte il punto di vista: in fondo, Wainscot è un imprenditore. Non fa altro che risparmiare per procurarsi maggiori utili; coinvolge altri imprenditori della zona creando nuova ricchezza da far circolare nella loro comunità.

Un uomo da ammirare… se solo sapeste cosa si nasconde dietro la faccia di uomo-per-bene, su cosa risparmia il grande-imprenditore, be’ non lo trovereste più così simpatico.

Altra menzione speciale a “Kid Cooper” di Adam Howe (che – ricordo – potete leggere gratuitamente qui).

“Capitano”, in un certo qual modo, della raccolta è sicuramente Jeffrey Deaver che, con il suo “La donna del mistero“, ci porta in Italia, a Milano per la precisione. Tra le strade della città, seguiremo un killer e il suo particolare modo di scegliere-la-prossima-vittima, la polizia e un’anonima signora in giallo.

Come accade in una raccolta, ci sono alcuni racconti più coinvolgenti di altri, ma complessivamente “Lavoro sporco” è una collezione di tutto rispetto che vi consiglio di leggere.

Minima. 7 racconti neri e uno bizzarro

Titolo: Minima. 7 racconti neri e uno bizzarro
Autore: Edgar Allan Poe
Genere: Raccolta
Anno di pubblicazione: 2015
Trad. di: Maddalena Togliani

«Non credete a nulla di ciò che sentite dire,
è solo alla metà di ciò che vedete

Edgar Allan Poe

E nulla… che dire? È Edward Allan Poe (e tanto dovrebbe bastare). 

Il maestro dell’orrore, della paura e del bizzarro è di nuovo in circolazione grazie a questa mini-raccolta curata da Abeditore.
Mini solo nel formato; formidabile nell’estetica con illustrazioni davvero magnifiche, font che illuminano la narrazione e una copertina come sempre accattivante. 

All’interno della raccolta troviamo grandi classici (come “Cuore rivelatore”, “Il ritratto ovale” e “Hop-frog”) e altri un po’ meno conosciuti – almeno per me – (come “Berenice” e “Il sistema del dottor Catrame e del prof. Piuma”); per un totale di sette racconti neri e uno bizzarro. 

I primi sono, quindi, un’immersione profonda e oscura nelle sfaccettata psiche umana che Poe è così bravo a rendere su carta (e in poche pagine). Qui non è solo questione di paranormale; qui è questione di umanità, inquietudine, vendetta, morte, istinti incontrollati e incontrollabili.

Il barile di Amontillado”, primo racconto in ordine di apparizione, già ci prepara a quello che verrà dopo: paura, inquietudine e delle menti così fredde e razionali da essere ancora più spaventose. Ma la razionalità cede il passo, senza nemmeno accorgersene, alla follia come ne “Il cuore rivelatore” o “Il gatto nero”.

In altri, invece, sarà il contatto con gli altri ad essere fatale seppure in modo diverso e, comunque, imprevedibile (“Il ritratto ovale” e “Berenice”). 

Negli altri una pacca sulla spalla o una risata ricercata con troppa insistenza saranno fatali (“Silenzio – una favola” e “Hop Frog”).

In solitaria, invece, il racconto bizzarro che ci porterà all’interno di una particolare casa di cura con particolari metodi di cura.

Insomma, una raccolta molto bella da avere assolutamente nella libreria; consigliata sia a chi si affaccia al genere per la prima volta sia a chi è già amante di Edgard Allan Poe.

Fiabe islandesi recensione

Titolo: Fiabe islandesi
Curatrice: Silvia Cosimini
Genere: Fiabe
Anno di pubblicazione: 2016

Arrivate nel giro di due anni alla loro terza edizione, Fiabe islandesi è la raccolta di Iperborea per i sognatori nordici (grandi e piccoli).

Il racconto fiabesco fa ovviamente parte di un immaginario comune con variazioni sul tema che seguono i gusti locali e talvolta personali dell’oratore stesso. Quindi ci ritroviamo contadini che hanno due o – più spesso – tre figli (Helga è la figlia meno apprezzata del trio, ma in qualche fiaba recupera l’affetto genitoriale; Ingibjörg è spesso il nome delle principesse); re e regine con lo stesso ammontare di discendenza o anche privi; maledizioni e metodi per risolverle che, in qualche caso, riguardano il dormire ai piedi del letto dei novelli sposi, ect.

Dalle fiabe derivano anche comuni modi di dire (come nel caso de “Il paniere paroliere“) o che descrivono gli usi più diffusi (per esempio quello di prepararsi un paio di scarpe nuove per i lunghi viaggi).

Ma le fiabe non si limitano solo a una dimensione locale e così troviamo, pure in Islanda, Biancaneve (“Vilfridur più bella di Vala”) che, però, di nani qui ne ha solo due e sono a dir poco super-pazienti.

Una trentina di fiabe ci accompagnano così tra gli abitanti del piccolo popolo dove però intervengono anche giganti, troll e trollesse, animali parlanti e dove il lieto finale è d’obbligo.

Silvia Cosimini ha proceduto alla sistemazione e selezione dei racconti spiegandocene significati e segreti con note molto precise e curate (stesso dicasi anche per la postfazione) e prediligendo quelli «più genuinamente islandesi».

Ovviamente si tratta sempre di fiaba: per cui non ci dovremo scandalizzare troppo se i plot narrativi sono incoerenti o assurdi e i comportamenti dei personaggi – tipicamente suddivisi tra buoni e cattivi, intelligenti e scemi, belli e brutti – sono semplificati al massimo.

Quindi per l’impegno di lavorazione che traspare in maniera netta dalle pagine di questa piccola raccolta e l’interesse antropologico che le fiabe rappresentano come «eredità […] condivisa» (non solo all’interno di un singolo popolo ma anche tra i popoli), mi sento di consigliare questo libretto come lettura “di compagnia” serale.

Le fiabe ovviamente vanno prese per quel che sono: un insieme di storie magari infantili, ma dal profondo valore pedagogico; talvolta ambigue, ma nate anche per «criticare le ingiustizie sociali raccontandole in maniera figurata».


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Trilogia di New York recensione

Titolo: Trilogia di New York (Città di vetro; Fantasmi; La stanza chiusa)
Autore: Paul Auster
Genere: Surreale
Anno di pubblicazione: 1985/1987
Titolo in Italia: The New York Trilogy
Anno di pubblicazione ITA: 2004
Trad. di: Massimo Bocchiola

È stato un supplizio auto-inflitto. E, come si dice, mal voluto non è mai troppo.
Volevo, in realtà, leggere 4321. Non essendo, però, disponibile per il prestito bibliotecario, ho pensato bene di interfacciarmi con Paul Auster in uno dei suoi lavori più famosi.

Quindi, parliamo di questo (capo)lavoro…

Si tratta di tre racconti, pubblicati tra il 1985 e il 1987, presentati come “polizieschi”, ma che poi presentano aspetti più legati al surreale e al meta-mistero (io, in tutta onestà, ci ho capito davvero poco).

Città di vetro è il primo e vede come protagonista Quinn, uno scrittore di romanzi polizieschi, che, rispondendo a una chiamata, si trasforma in un novello detective. Un certo Peter Stillman ha, infatti, bisogno di protezione (teme per la sua vita) e cerca un certo Auster, investigatore privato, al numero di casa di Quinn.
Dopo due o tre chiamate, Quinn pensa che sarebbe un’ottima idea spacciarsi per Auster e risolvere il “caso”; in fondo, Quinn ha già una certa pratica di “immedesimazione” nei suoi personaggi letterari… perché non può diventare un investigatore privato nella vita reale?

Fantasmi, invece, ha per protagonisti nomi più colorati. L’investigatore privato di turno qui si chiama Blue, è stata allievo di un certo Brown (ora ritirato a vita privata) e deve investigare su di un uomo, Black, per conto del suo nuovo cliente White.

Anche qui il lavoro investigativo manda in bambola il nostro protagonista tanto da fargli perdere il proprio io (e la propria razionalità).

L’ultimo racconto, La stanza chiusa, riprende sempre il concetto di “perdita di sé”, “immedesimazione in altri” e vede qualche comparsata da parte dei personaggi dei precedenti racconti.

Questa volta, torniamo al protagonista scrittore che si ritrova a dover gestire e curare le opere inedite di un suo amico – apparentemente – deceduto.

Detto questo, però, qui comincia anche il mio impaccio, perché non so davvero come proseguire in questo mio commento.

Saranno state le alte aspettative; saranno state le tante allegorie e simbologie a cui io non sono riuscita a dare significato sensato; sarà stata l’assurdità con cui i personaggi s’infilano uno dopo l’altro nella stessa fine, ma io ho avuto la forte sensazione d’aver letto «uno sproloquio, un’esasperante tirata sul niente» (non so se questa frase di Auster sia uno sberleffo al suo lettore…).

Insomma, nessuno dei tre racconti mi ha fatto gridare “wow”, ma tutti mi hanno lasciato con un imbarazzatissimo “boh“: un po’ per la mia incapacità di non riuscire a comprendere il clamore che questo libro ha suscitato e un po’ perché è davvero impossibile riuscire a dare un senso compiuto al tutto.

Per carità, tutti i ragionamenti sul linguaggio e l’etimologia delle parole, sull’io che si perde e che si ricompone in altro sono apprezzabili, ma perdono efficacia poiché privi di soluzione e senso.

Alla fine, tutto resta avvolto nel buio e tutto sembra davvero ridursi a un inutile sproloquio; poco viene spiegato e la confusione regna sovrana.


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