Miti del nord

Titolo originale: Norse Mythology
Autore: Neil Gaiman
Genere: Raccolta
Anno di pubblicazione: 2019
Titolo in Italia: Miti del nord
Anno di pubblicazione ITA: (nuova edizione) 2019
Trad. di: Stefania Bertola

– Ho ricevuto una copia di questo libro –

Ammettiamolo: la mitologia norrena ha un fascino speciale.

Asgard, il Bifrost, i terribili giganti di giaccio e, infine, l’ineluttabile Ragnarǫk non sono solo nomi che evocano un certo incanto, ma sono elementi vivi di una cultura lontana (ma, sotto certi punti di vista, non poi così distante dalla nostra).

Ed è così che Gaiman ci porta a un passo da Thor (che no, non è biondo, ma rosso di capelli ed è pure robusto… non dico grassoccio… robusto… del resto è il dio più forte e potente di tutti!), Loki (che no, non è suo fratello e non è solo il dio degli inganni), Odino, Heimdall e altri nomi noti che abbiamo già sentito riecheggiare dal mondo dei fumetti e del cinema.

Ecco… qui non ci sono “trucchi” da Hollywood né i disegni di Jack Kirby.

Qui ci sono Yggdrasill e i nove mondi; c’è il sacrificio grazie al quale poter conquistare la saggezza; c’è la follia di scelte azzardate e l’assurdità di alcuni divini conciliaboli; ci sono giganti così grandi che col solo respiro possono far tremare la terra e serpenti così mostruosamente colossali da poter avvolgere tutto il mondo tra le proprie spire; ci sono calderoni che non si svuotano mai o che si riempiono della birra più saporita; ci sono inganni e raggiri.

Con una serie di racconti (che poi, alla fine, compongono un unicum narrativo), Gaiman ci fa una bella carrellata sui miti del nord… dei quali io, onestamente, conoscevo solo una minima parte.

Devo ammettere di essermi ritrovata galvanizzata da questo gruppo di divinità capricciose, scostanti e sempre pronte a fregare il prossimo (ma ho sempre avuto un debole per i miti)!

La raccolta si legge nel giro di un pomeriggio (o di una serata… dipende dai gusti) ed è perfetta sia per chi simpatizza con i miti del nord ma non li ha mai approfonditi troppo bene sia per coloro che vogliono iniziare ad approcciarsi a questo mondo.

Se proprio devo trovare una pecca, lo stile di scrittura non mi ha molto entusiasmata trattandosi più che altro di brevi fraseggi molto elementari (ma è un po’ lo stile a cui Gaiman ci ha abituati, soprattutto quando si tratta di favole).

 

La notte comincia piano recensione

Titolo: La notte comincia piano
Autore: Daniele Titta
Genere: Racconti
Anno di pubblicazione: 2019

Quando il gentilissimo ufficio stampa di CasaSirio mi propose questa lettura non ero del tutto convinta: si tratta di racconti e i racconti – sebbene mi piacciano molto – sono un po’ subdoli.

Devono, infatti, riuscire a dare il massimo in pochissime pagine e… insomma non è affatto semplice che il lettore si senta coinvolto.

Poi però lessi il primo racconto (Il mare di spighe) e lo stile di Titta mi trascinò così tanto che, al Salone del libro, decisi di comprarmelo 🤗

Il mare di spighe con il suo mietitore era davvero una piccola chicca favolosa (sul sito di CasaSirio trovate le prime pagine in anteprima gratuita… vi consiglio di dargli un occhio), ma anche gli altri racconti ti trascinano giù tra le pagine.

Alcuni inorridiscono, ripugnano quasi (come La sirena); altri fanno sorridere e disperare allo stesso tempo (Un problema di tempo); altri ancora espongono cruda verità (come il racconto che dà titolo a tutta la raccolta, La notte comincia piano).

A prescindere dai sentimenti che questi racconti trasmettono, si tratta di storie affascinanti, curiose e particolari riportate con uno stile frizzante e coinvolgente.

I racconti sono subdoli, ma Titta riesce a domare questa loro imprevedibilità regalando al lettore storie corpose (nonostante le poche pagine a disposizione), personaggi completi e momenti di ottimo intrattenimento.

Se vi piacciono le storie con elementi surreali, ironia e un po’ di sano horror, allora questa raccolta di Titta è la compagnia perfetta di un pomeriggio.

La forchetta, la strega e il drago recensione

Titolo: The fork, the witch and the worm
Autore: Christopher Paolini
Genere: Racconti fantasy
Anno di pubblicazione: 2018
Titolo in Italia: La forchetta, la strega e il drago
Anno di pubblicazione ITA: 2019
Trad. di: Maria Concetta Scotto di Santillo

Quando è venuto fuori che Paolini aveva rimesso in circolo le storie e i personaggi di Alagaësia, non sono riuscita a resistere e, il giorno dell’uscita, a un “vecchio” fan della saga qual è mio fratello ho deciso di regalare questo volumetto.

Breve sguardo d’insieme per cominciare: il titolo preannuncia quelli che saranno i temi delle storie che ci riporteranno ad Alagaësia (il secondo racconto è stato scritto dalla sorella dell’autore, Angela Paolini, ed è naturalmente dedicato ad Angela l’erborista).

È passato qualche anno dagli eventi finali del Ciclo dell’Eredità (nessuno spoiler), Eragon, con la federa Saphira al fianco, sta costruendo la nuova roccaforte dei Cavalieri dei Draghi aiutato da nani, elfi, umani e i-non-più-così-temili Urgali.

Ovviamente, incontra qualche problema burocratico, un po’ di stanchezza, noia, tensione, ect. e gli Eldunarí, le coscienze dei draghi rimasti senza corpo, lo aiutano a trovare un po’ di pace facendo così partire il primo dei tre racconti: quello della forchetta.

E qui mi fermo per evitare spoiler, ma ogni racconto viene introdotto da una breve “scenetta introduttiva” in cui a farla da (fugace) protagonista è sempre il nostro Eragon, cresciuto sì ma con ancora tanto da imparare… in fondo resta sempre un cucciolo d’uomo.

Dopo letture sfalzate e una sessione di commenti, abbiamo raggiunto il seguente verdetto (parlo al plurale solo perché questa volta ho il contributo di un secondo lettore: mio fratello).

Ovviamente, fa piacere per chi ha amato la saga (che, comunque, non è mai stato un capolavoro, ma si è dimostrata un intrattenimento piacevole) ritornare ad Alagaësia, ma…

i racconti sembrano più che altro fugaci prodromi poco-ben-mascherati di quello che probabilmente avverrà in un futuro prossimo: un nuovo romanzo (o una serie di nuovi romanzi?).

Quindi fa sì piacere ritrovare i personaggi che ci avevano accompagnato nella saga principale, ma manca completamente un plus ai racconti che si riducono così a semplici parentesi, piatte e che poco aggiungono al complesso.

L’ultimo racconto in particolare, sebbene paia sia il primo a esser stato scritto come “storia a sé”, è soporifero (entrambi abbiamo impiegato più tempo a leggere quest’ultimo che non l’intera parte precedente).

Viene introdotto con l’artificio di essere una sorta di ballata (o storia orale o leggenda) tramandata dagli Urgali, ma è troppo lunga, piena di inutili particolari e priva, alla fine, di un senso da risultare piacevole da leggere.

Affetto per la saga okay, ma si poteva (anzi, forse, si doveva) far di meglio.

Il cacciatore di draghi e Le avventure di Tom Bombadil

A inizio anno ho visto questi libriccini, freschi freschi di pubblicazione, e mi sono detta: “Sara, devono essere tuoi”.

Quindi… 3, 2, 1 e avevo le mie piccole perle a casa: Il cacciatore di draghi e Le avventure di Tom Bombadil.

Cominciamo dall’ultimo, Le avventure di Tom Bombadil.

Come ho già avuto modo di accennare su Instagram, si tratta di un libriccino di componimenti (più in stile filastrocche o canzoncine), la buona parte con protagonista proprio Bombadil, ma ci sono anche cavalieri erranti, principesse e uomini della luna.

Non aspettarti grandi rivelazioni su questo personaggio così enigmatico della Terra di Mezzo; nella maggior parte delle scene Tom Bombadil passeggia nel bosco, incontra creature parlanti, viene infastidito da ninfe (tra cui anche quella che poi diventerà sua moglie, Baccador) e, come sappiamo già, si veste con colori sgargianti e accostamenti azzardati.

L’edizione è molto carina (mi piacciono i bordi stondati 😆) – con una traduzione che cerca di rispettare la metrica e il suono dei versi – e potrebbe rivelarsi un’aggiunta interessante per chi è fan dell’autore.

🇬🇧  «Old Tom Bombadil was a merry fellow;
bright blue his jacket was and his boots were yellow;
green were his girdle and his breeches all of leather;
he wore in his tall hat a swan-wing feather.»
🇮🇹 «Il vecchio Tom Bombadil era un tipo assai allegro;
stivali gialli aveva e la giacca color cielo,
cinture e brache in cuoio, colore verde prato;
sul cappello una piuma che a un cigno avea strappato.»

Detto questo, però, si tratta pur sempre di poesiole; per chi intende avvicinarsi alla Terza di Mezzo e a Tolkien per la prima volta forse è meglio cominciare con un romanzo 😬.

Per quanto riguarda, invece, Il cacciatore di draghi devo dirne di esserne rimasta piacevolmente sorpresa. 

In questo caso, siamo di fronte a un racconto – o forse è meglio dire fiaba (nacque, infatti, come storia che Tolkien raccontava ai figli).

Il protagonista è un contadino un po’ borioso con un fedele cane parlante che, una notte, lo avvisa dell’arrivo nei suoi campi di un gigante.

Il contadino – più fortunato che altro – riesce con relativa facilità a scacciare il gigante dalle sue terre salvando così l’intero villaggio da un probabile schiacciamento.

Da lì poi, il passo ad affrontare un drago sarà quasi automatico… per gli abitanti del villaggio e, addirittura, per il re di quelle terre che incaricherà il contadino in veste ufficiale. Questo, però, la pensa proprio in altro modo… ma a un re che comanda non si può proprio dire di no, no?

Insomma, dicevo piacevolmente sorpresa perché ho trovato molto interessante vedere l’evoluzione di una storia (che rimane comunque della consistenza un po’ infantile tipica della fiaba quindi molto leggera, carica di passaggi semplificati e con personaggi tratteggiati sulla base di poche caratteristiche stereotipate).

Infatti, alla fine del libro si può leggere la versione originale del racconto, che presenta una forma più breve e molto semplificata.

L’ultimo passo di tango recensione

Titolo: L’ultimo passo di tango
Autore: Maurizio de Giovanni
Genere: Racconti
Anno di pubblicazione: 2017

Per una serie di eventi e magheggi del destino, non avevo ancora mai letto nulla di Maurizio De Giovanni.

Poi un Natale propizio e un regalo speciale, hanno messo questo scrittore sul mio cammino.

L’ultimo passo di tango è una raccolta composta da numerosi racconti – già pubblicati – suddivisi in quattro categorie.

Quelli dedicati al commissario Ricciardi (tra cui quello che dà il nome a tutto il libro) sono legati assieme da una chiacchierata con il dottor Modo – a sua volta protagonista della tragedia – e una serie di sfogliatelle che rievocano ricordi spesso amari.

Anime ci porta in un mondo fatto di amore – anche malato – difficile da sopportare e difficile da gestire; Napoli e altrove, invece, ci regala protagonisti e personaggi della città partenopea.

Infine, in Nove volte per amore, i racconti prendono un taglio decisamente più inquietante perché ispirati a reali eventi di cronaca nera (ad esempio, la scomparsa di Yara o quella di Sara, gli omicidi della madre e del fratellino perpetrati da Erika). Ovviamente, i nomi – quando presenti – sono cambiati, ma non è difficile risalire al caso di cronaca che ha ispirato il racconto.

Questa, onestamente, è la sezione che ho apprezzato meno: si tratta di una mia opinione personale e di un mio “problema”, ma non apprezzo quando gli scrittori si aggrappano in questo modo a eventi di cronaca realmente accaduti, ricamandoci sopra proprie interpretazioni.

In ogni caso, tutti i racconti vanno giù che è una meraviglia: lo stile di scrittura è fluido e coinvolgente (anche se, ovviamente, non tutti i racconti sono interessanti allo stesso modo).
Nulla da eccepire, quindi, solo una piccola nota: ho messo in wish-list il primo romanzo con protagonista Ricciardi.

Perché, in quella manciata di racconti a lui dedicati, si arriva ad apprezzare il commissario come un vecchio amico, se ne condivide la sofferenza e l’amarezza e rimane il bisogno di restare ancora un altro po’ in compagnia di questo distinto signore.

Perché, sicuramente, la prima sezione dedicata al commissario è anche quella meglio riuscita dell’intera raccolta (ed è quella a cui vi consiglierei di prestare maggior attenzione se decidete di leggere questo libro).

Insomma, complessivamente una selezione particolare (sebbene con le remore che ho già espresso), ottima per conoscere l’autore e altrettanto valida per chi è già un suo fan e non vuol perdersi nulla del suo autore preferito.

Dei racconti dedicati a Ricciardi, segnalo (perché li ho particolarmente apprezzati): Partire e lasciare (di cui, per la verità, è protagonista il dottor Modo); Quando si dice il destino e Un mazzo di fiori, racconti dal sapore dolce-amaro. Delle altre sezioni Le beffe della cena, ovvero: piccolo manuale di sopravvivenza dell’intrattenimento in piedi.