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La quercia

Titolo originale: Live Oak, with Moss quercia
Autore: Walt Whitman
Illustrazioni di: Brian Selznick
Genere: Poesia
Anno di pubblicazione: 2019
Titolo in Italia: La quercia
Trad. di: Diego Bertelli

– Ho ricevuto una copia di questo libro –

Leggere poesia è sempre un’esperienza particolare (se le poesie in questione valgono… ovviamente 😬).

Ma qui parliamo di un mostro sacro: Walt Whitman (O capitano! mio capitano!), quindi inutile dire che andate sul sicuro.

… parliamo di componimenti (dodici per la precisione), originariamente raccolti in un taccuino rilegato a mano (in fondo trovate le scansioni con le cancellature e le sbavature dell’autore… emozionante), che affrontano riflessioni personali sull’amore e i sentimenti (Whitman li scrisse allo soglia dei quarant’anni, quindi con una consapevolezza e maturità sicuramente più profonde).

… e parliamo delle illustrazioni di Brian Selznick (noto per le illustrazioni del bestseller La straordinaria invenzione di Hugo Cabret).

Poesia e disegni si fondono insieme per introdurci in questa Live Oak che, in effetti, prende quasi vita, assume dinamicità e regala emozioni.

Le dodici poesie sono riportate con il testo a fronte e, nonostante si capisca che la traduzione sia stata davvero pensata e studiata con attenzione, vi consiglio comunque di dare uno sguardo anche al testo originale che ha una musicalità e una tenerezza davvero da brividi.

Vi lascio solo un esempio che mi ha profondamente colpita:

O you whom I often and silently come where you
are, that I may be with you,
As I walk by your side, or sit near, or remain in the
same room with you,
Little you know the subtle electric fire hat for your
sake is playing within me.—

Tu che spesso raggiungo nel silenzio là dove ti trovi,
per stare con te,
E cammino al tuo fianco, o ti siedo vicino,
o rimango con te in una stanza,
Quasi nulla comprendi del lieve, elettrizzante
fervore che grazie a te dentro di me si
muove.—

[La quercia, Walt Withman e Brian Selznick,
trad. di Diego Bertelli, Tunué, 2019]

Insomma, considerato anche che il Natale si avvicina secondo me questa raccolta potrebbe davvero rivelarsi uno stupendo regalo.

Il nome del vento

Titolo originale: The Kingkiller Chronicle #1
Autore: Patrick Rothfuss
Genere: Fantasy
Anno di pubblicazione: 2007
Titolo in Italia: Il nome del vento. Le cronache dell’assassino del re
Anno di pubblicazione ITA: 2019 (nuova edizione)
Trad. di: Gabriele Giorgi

– Ho ricevuto una copia di questo libro –

Qualcosa di strano sta accadendo… e, infatti, alla Pietra Miliare, una locanda gestita da un tale Kote, un uomo si presenta portando con sé uno strano fagotto e raccontando di essere stato aggredito da dei demoni.

Sono tutti sconvolti e increduli, ma la notizia non trova tanto riscontro: insomma è difficile credere che i demoni esistano, no? Sono solo i protagonisti di storie e racconti…

Ecco però… c’è qualcuno che, invece, ai demoni ci crede davvero… perché sa che esistono e sa come si affrontano.

E quel qualcuno è il mite locandiere: Kote… no, anzi, Kvothe.

Perché l’uomo non è – ovviamente – un mite-locandiere-signor-nessuno, ma una leggenda vivente (in incognito però).

Quando un tale – che si fa chiamare IL Cronista – arriva alla locanda in questione, Kvothe deciderà di raccontare le sue memorie a lui… e a noi.

Alla sua uscita – e comunque nel corso degli anni – questa saga ha raccolto vagonate di ottime recensioni e in questa nuova edizione della collana Oscar Fantastica si arricchisce con delle eccezionali illustrazioni (di Dan Dos Santos; davvero bellissime!).

Inutile dire, quindi, che avevo aspettative altissime… ma…

La storia è un lunghissimo – e prolisso – flashback in cui Kvothe ci metterà a parte delle sue origini e della sua crescita travagliata (quindi la storia si svolge tutta in prima persona).

Ad alternarsi a questi ricordi densi (molto densi di particolari talvolta inutili e ripetitivi) degli interludi che ci riporteranno nella locanda (ma si tratta di brevi considerazioni sui travagli di Kvothe da parte dei due personaggi che ascoltano: il cronista e l’assistente-locandiere di Kvothe).

Non accade nulla che non possa essere ridotto a un numero più sopportabile di pagine e in forma meno pesante.

Purtroppo, ho trovato alcuni passaggi ridondanti, inutili e poco originali.

Ho trovato alcune incoerenze (tipo visto che il ragazzo è così brillante, nonostante la giovane età, viene da chiedersi com’è che ci impieghi tutto ‘sto tempo a sfruttare le sue competenze invece di restare a morir di fame; visto che, al momento di voltar pagina, tutto gli riesce in modo assolutamente perfetto, perché non si è smosso prima?).

Insomma forse si cede a qualche scelta semplicizzata in una storia che avrebbe comunque potuto puntare molto su questa forma originale di magia (che non viene chiamata magia, ma simpatia).

A questo si aggiunga una prosa mediocre e va da sé che – purtroppo e lo scrivo davvero a malincuore – Il nome del vento non è una storia che mi ha entusiasmata.

La scatola di cuoio

Titolo: La scatola di cuoio La scatola di cuoio
Autore: Gianni Spinelli
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2019

– Ho ricevuto una copia di questo libro –

Ci sono un fratemaledetto dal diavolo più che benedetto dal Signore»), una matrona grassa che gli frulla d’intorno, una casa grande grande nella quale – si dice – avvengano cose strane e una serie di personaggi avidi, profittatori, egoisti che entreranno a vario titolo nella vicenda.

Potrebbe sembrare l’inizio di una specie di barzelletta, ma barzelletta non è perché il frate in questione, Don Pantaleo, viene ritrovato morto nel suo studio privato (nella suddetta casa grande e strana), accasciato su una scatola di cuoio.

Erede della fortuna – che non è da poco – la matrona grassa di cui dicevo sopra che del Don è la… moglie del nipote, il quale, però, non riceve nulla dalla morte dello zio.

E in verità sull’onestà della donna c’è qualche dubbio (che abbia qualcosa a che fare con la morte improvvisa dello zio?).

Da qui una serie di morti, segreti dal passato e imbonimenti vari da parte di uno stuoli di eredi in fieri ci accompagnerà fino a (una) conclusione (forse un po’ troppo frettolosa) della vicenda.

Vicenda che, seppur pensata per essere simpatica, irriverente e scanzonata, non raggiunge quel quid in più che invece mi sarei aspettata.

È simpatica sì, paradossale al punto giusto, pure scritta ben(ino)… ma non mi ha coinvolta molto.

La storia mi ha accompagnata certo, ma non mi ha trascinato.

Come spiegarmi meglio? Una storia carina, ma non troppo.

I personaggi sono ben delineati nel loro sterile nulla, nella loro vuota pochezza ma si tratta comunque di macchiette buone a rappresentare varie le sfumature dell’avidità.

E, indubbiamente, l’intento dell’autore era questo: creare un libro scanzonato, irriverente al punto giusto che si prendesse gioco di una visione del mondo manipolata solo dall’invidia, dalla cupidigia.

… però, a me, non ha detto molto.

Casa di foglie

Titolo originale: House of leaves
Autore: Mark Z. Danielewski
Genere: Letteratura ergodica
Anno di pubblicazione: 2000
Titolo in Italia: Casa di foglie
Anno di pubblicazione ITA: 2019 (nuova edizione)
Trad. di: Sara Reggiani e Leonardo Taiuti

– Ho ricevuto una copia di questo libro –

Nel 2005 uscì la prima edizione italiana di Casa di foglie… e poi boh, perché il libro andò ben presto fuori catalogo e l’unica possibilità di averlo (oltre alla fortuna di aver vicino una biblioteca davvero ben fornita) era spendere tra i 100 e i 180€ (a volte anche molto di più pare) su eBay.

Ma la casa editrice 66thand22nd ha fatto di recente il miracolo ripubblicando Casa di foglie in una bellissima edizione curata (che è quella che vedete in foto e che ha un prezzo molto più accettabile dei 100€ richiesti su eBay).

Quindi… cos’è Casa di foglie?

Parliamo di letteratura ergodica; un nome strano per dire che, per leggere questa storia, ci sarà un po’ da ingegnarsi ruotando il libro per seguire le frasi sulla pagina (etc.).

Non solo: la presenza di più narratori spezza il piano narrativo (in un interessante giochino tra presente e passato, quello e quell’altro che io ho avuto modo di vedere – e apprezzare – per la prima volta con S. La nave di Teseo).

La storia inizia, infatti, con il nostro Johnny Truant che, per una serie di eventi, entra in possesso del manoscritto di tal Zampanò (recentemente deceduto).

Il manoscritto in questione è un’analisi, un saggio, una dissertazione sulla pellicola intitolata Tha Navidson Record (nella traduzione italiana, La versione di Navidson).

Oggetto della pellicola, la nuova casa in Virginia nella quale Navidson e famiglia si trasferirono (e che, ovviamente, non è una casa come tutte le altre).

Da qui scaturiscono tutta una serie di interrogativi (per citare solo i primi che saltano in mente: chi è Zampanò? Cos’è la casa di Navidson? Quello che è contenuto nel manoscritto è, in qualche modo, collegato alla – o magari causa della – morte di Zampanò?).

Insomma… vale leggerlo?

Sì… anche solo per essere trascinati in un modo di raccontare (e di leggere) diverso dal normale.

I font diversi segnano il cambio di narratore tra Zampanò e Johnny; le appendici aggiungono dettagli e dubbi.

È un capolavoro-oh-mio-dio-la-tua-vita-non-sarà-più-la-stessa-dopo-aver-letto-questo-libro?

No… è un libro interessante, sicuramente bello da tenere in libreria, una storia ben intrecciata con i suoi gusti punti di ansia e confusione, ma non è – a parer mio – un capolavoro.

La memoria di Babel

Titolo originale: La Passe-Miroir. Vol. 3, La Mémoire de Babel
Autrice: Christelle Dabos
Genere: Fantasy
Anno di pubblicazione: 2017
Titolo in Italia: La memoria di Babel
Anno di pubblicazione ITA: 2019
Trad. di: Alberto Bracci Testasecca

Preceduto da:
Fidanzati dell’inverno
Gli scomparsi di Chiardiluna

Seguito da: 
– capitolo quattro

Tipo qualche giorno fa, la mia cara Federica mi ha lasciato le sue copie dell’attraversa-specchi per permettermi di rifare le foto all’intera saga (a questo giro, è stato più facile lo scatto rispetto all’ultimo 🤣😬) e di leggere in anteprima (perché lei lo deve ancora leggere) La memoria di Babel ❤️

Mi ero ripromessa di aspettare, perché avrei altri libri già in lettura… e quindi com’è che salta fuori la foto?

Eh… perché l’ho già finito 🤣

Con la saga della Dabos è così: si inizia e si viene trascinati. Per essere liberati, va finito e basta.

Premesso che mi è piaciuto, perché ormai a Ofelia e Thorn mi sono affezionata, ci sono comunque un paio di cosette che .

In quattro righe, la storia (attenzione per chi non ha letto i libri precedenti!): sono passati due anni e sette mesi. Ofelia è rimasta bloccata su Anima; Thorn è ancora disperso chissà dove.

Ma in quattro e quattr’otto le cose si rimetteranno in rapido movimento perché Ofelia finirà sull’arca di Babel convinta che lì troverà le risposte agli interrogativi su Dio e compagnia bella…

Quindi… le cose nì. Ormai alla storia ci sono affezionata, ma devo riconoscere che le dinamiche restano sempre quelle e i personaggi sembrano quasi aver scordato le conquiste raggiunte nel precedente capitolo (quindi sì: stessi imbarazzi, stesse incomprensioni e stesse parole non dette).

Anche le evoluzioni nella storia, il modo in cui ci si districa dalle situazioni è ormai quello.

Diciamo che – forse – questo è da vedere più come un libro di passaggio buono per mettere quei due o tre puntini in più (anche se, parlandoci chiaramente, non è che poi ce ne fosse tutto questo bisogno) che poi porteranno meglio alla conclusione (dalla quale mi aspetto grandi grandi cose eh!).

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