Mia figlia è un’astronave recensione

Titolo: Mia figlia è un’astronave
Autore: Francesco Mandelli
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Fedele ai comandamenti della Moleskine e stoicamente ancorato ad essi, Japoco rifiuta l’epidurale che la compagna, Viola, sta invece coloritamente invocando.

Ma lui nulla; non cede.

E perché dovrebbe poi? È stata lei a scrivere proprio su quella Moleskine: verrà il momento in cui, sopraffatta dai dolori del parto, ti chiederò l’epidurale, potrebbero seguire una serie di insulti, ma tu non cedere perché sarà tutto nelle tue mani… dovrai impedirmi di ricorrere all’anestesia.

Jacopo è fiero della ferma opposizione che sta portando avanti per entrambi, ma in breve si ritrova trascinato fuori di peso dalla sala parto.

Ma, alla fine, arriva la piccola Vittoria e la vita assume colori sconosciuti e assolutamente stupendi.

Poi c’è Napo.

B’è Napo-capelli-alla-Mirko-dei-BeeHive invece di una Moleskine stringe un microfono; invece di rifiutare un’epidurale per la compagna, vorrebbe rifiutare di piegarsi all’azienda musicale che richiede sempre più solo sciocca musica commerciale.

Napo è così: molesto, sbandato, solo (e non solo perché la sua di compagna l’ha appena lasciato), depresso e deprimente… ha una vita, ma nemmeno lui sa bene che in che direzione trascinarla.

Seguivo Francesco Mandelli quando ancora c’era Mtv (quanto fa vecchia ‘sta cosa… ?) e, quindi, quando dall’ufficio stampa di DeA Planeta mi hanno detto “guarda che è appena uscito il suo libro”, mi son detta: perché no?

Nella veste di romanziere, Mandelli parte con molta ironia rendendo il panico da sala parto/primo figlio quasi divertente (non per Viola poveraccia!). Un po’ troppo al limite del paradossale come se si cercasse di strappare una risata forzata in certi punti, ma insomma… non siamo fiscali.

Anche introducendo un personaggio difficile da apprezzare e impossibile da solidarizzarci come Napo non si perde quella vena di umorismo che ci si aspetta leggendo questo autore.

E la contrapposizione che si crea tra il quasi-perfetto Jacopo e l’irresponsabile Napo dona una nota in più al comparto personaggi – altrimenti un po’ piatto.

Insomma complessivamente la lettura non mi stava dispiacendo… poi, però, la storia prende una china strana, si fa quasi sciatta, ripetitiva e un po’ banalotta; i personaggi replicano azioni, concetti.

Per riprendersi bisognerà aspettare il finale con una rivelazione inattesa.

Complessivamente, quindi, Mia figlia è un’astronave parte e finisce bene, ma mi pare ci siano delle difficoltà a mantenere il tono e l’interesse della narrazione nella parte centrale così come i personaggi non sono in grado di assumere una tridimensionalità tale da renderli interessanti.

Maus

C’è una branca della letteratura che si occupa di un tema molto delicato e non solo perché esiste ancora qualche demente convinto che non sia mai accaduto nulla ma, proprio perché coinvolge argomenti (ed esperienze e vite) da maneggiare con cautela, e non sempre – e non tutti – riescono nell’intento.

Quindi, c’è una parte di questa letteratura che – a parer mio – tenta un approccio, ma il risultato è così impacciato che risulta poi banale (e fastidioso); e un’altra parte di questa letteratura che, invece, funziona davvero.

Ora… questa lunga premessa per dire che la graphic novel potrebbe non apparire un genere adatto alla trattazione di determinati argomenti. Potrei fare numerosi esempi di questo (fortunatamente ne potrei fare anche altrettanti – anzi di più – del contrario), però in effetti ammetto di essermi avvicinata anche io a Maus parecchio dubbiosa (nonostante le recensioni siano tutte estremamente positive).

Fortemente autobiografico (è basato, infatti, sui racconti del padre di Spiegelman, Vladek, che è anche protagonista della storia), questo romanzo (o fumetto o graphic novel… scegli l’etichetta che ritieni più adatta) fu inizialmente pubblicato a puntate sulla rivista Raw a partire dal 1980 e successivamente raccolto in albi.

In breve, Maus è la storia di Vladek, sopravvissuto di Majdanek Auschwitz; è la storia di una famiglia; è la storia di chi c’è ancora e chi, purtroppo, no; è la storia di odio, di speranza, di salvezza, di morte condivisa da tante – troppe – persone; è la storia fatta di “semplici“decisioni…

Ma è anche il difficile rapporto tra padre-figlio; il dolore e la perdita e la sofferenza senza senso; il carattere di un uomo duro, caparbio, tenace abituato a cavarsela da solo e ad arrangiarsi per strappare il meglio anche da situazioni disperate (e quello che poi ne consegue in una vita tornata alla “normalità”… che la normalità poi è impossibile da riconquistare).

Tutto il fumetto è caratterizzato inoltre da una notevole impronta metaforica e non solo per l’aspetto con il quale l’autore ha deciso di disegnare i suoi personaggi (gli ebrei sono topi; i tedeschi sono ovviamente gatti; gli americani cani; i polacchi maiali).

Insomma, per concludere: questa graphic novel fa parte di quella letteratura che funziona davvero e che va letta non solo per non dimenticare, ma soprattutto per comprendere che dietro ai numeri da prigionieri e i numeri dei milioni morti c’erano (e ci sono ancora) vite.

 

Belgravia recensione

Titolo: Belgravia
Autore: Julian Fellowes
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Belgravia
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad. di: Simona Fefé

Giugno 1815, Bruxelles. Il ballo della duchessa di Richmond è uno sfarzo maestoso di vesti fruscianti, luci, fiori, musiche, ospiti dal calibro del duca di Wellington! Uno splendore paragonabile solo all’incoronazione di «una regina medievale».

Ma il ballo della duchessa non verrà ricordato per nulla di questo, ma per le lacrime.

Il disastro arriva nelle vesti di un giovane ufficiale dagli stivali inzaccherati di fango: Napoleone è arrivato, annuncia. Lo scontro finale si svolgerà sul terreno di uno sconosciuto villaggio, Waterloo, decreta Wellington.

È così che Sophia Trenchard, figlia di James Trenchard detto “Mago” capace di procurare approvvigionamenti per l’esercito inglese in stanza in Belgio in qualunque condizione, dirà addio al suo Lord Edmund Bellasis, erede della dinastia Brockenhurst, serbando nel cuore la speranza che il campo di battaglia risparmi il suo innamorato.

Londra, 1841. Gli anni, la guerra hanno cambiato il mondo dei Trenchard. Pur conservando l’ambizione d’entrare nell’elisio mondo della upper class, James Trenchard resta un mercante… ricco ma pur sempre mercante, anzi costruttore ora.

Brockenhurst, vivono a poca distanza da loro in un palazzo realizzato proprio da Trenchard e dal socio Thomas Cubitt in persona, nella prestigiosa zona di Belgravia.

Ma del comune passato tra le due famiglie non resta traccia.

Si cela, però, un segreto che accomuna – non volenti – le due famiglie. Un segreto che, se rivelato, potrebbe alla distruzione tutto quello che i Trenchard hanno faticosamente costruito in questi venticinque anni.

Mi mancava Downton Abbey… e ho un grande difetto: l’attesa, talvolta, mi distrugge rendendomi impaziente (e fastidiosa per chi mi sta vicino).

A questo giro, per non diventare molesta troppo presto, ho deciso di leggermi i romanzi Julian Fellowes (oltre a questo: Snob e Un passato imperfetto) nell’attesa del grande evento (= il film di Downton Abbey).

Così eccomi qui con Belgravia.

Le similitudini con Downton Abbey sono numerose: famiglie aristocratiche e dislivelli sociali; eredi e eredità; drammi, ambizioni, scandali da coprire; amori da nascondere (o incentivare); anni che trascorrono imponendo cambiamenti ed esigendo sacrifici.

Al solito, Fellowes ci delizia con questi personaggi imponenti (un po’ in stile Lady Violet) e qui degnamente riprodotti in due grandi “matrone”: Anne Trenchard e Lady Brockenhurst.

Ma la bellezza delle trame di Fellowes è che ogni personaggio è importante, ha la sua storia, le sue ambizioni, le sue debolezze, le sue necessità.

E così non solo i personaggi dei “piani alti lasciano la loro impronta nella storia, ma anche quelli dei “piani bassi hanno il loro bel da fare: pettegolezzi, invidie e simpatie, “arrotondamenti” del salario…

Ovviamente, ognuno agisce per il proprio tornaconto, qualcuno per fedeltà, altri per amore sullo sfondo di una Londra al solito magnifica nella penna di Fellowes.

Certo, c’è anche questo da dire per essere completamente onesti: che di innovativo – rispetto agli altri romanzi di Fellowes – c’è ben poco. Gli intrecci sono quelli, la resa della upper class pure.

Insomma, in altre parole, Fellowes è bravo in quello che fa e, semplicemente, continua a riprodurlo.

A me, comunque, piace e ne consiglio la lettura a chi è in cerca di atmosfere alla Jane Austen o di un surrogato di Downton Abbey.

Cucinare un orso recensione

Titolo: Koka biörn
Autore: Mikael Niemi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2017
Titolo in Italia: Cucinare un orso
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Alessandra Albertari e Alessandra Scali Fefé

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Svezia, 1852. Il cadavere di una ragazza viene trovato nascosto in una torbiera coperto di graffi e ferite.

Il giudice Brahe incolpa subito un orso, perché – si sa – sono animali che preferiscono lasciar frollare un po’ il cibo e nasconderlo da altri a quel modo; graffi e colpi sul corpo della sventurata sono tutti riconducibili a un violento attacco da parte di questo mammifero.

Ma Læstadius, pastore, fondatore del Risveglio (che, tra le svariate lotte, si propone anche di eradicare l’alcool tra i fedeli) ed esperto botanico, sa che quelle non sono ferite provocate dall’attacco di un orso.

Sono state fatte di proposito (e pure un po’ maldestramente)… per somigliare a quelle di un orso.

Inizia così un’indagine alla ricerca della verità con al fianco il fedele Jussi, un ragazzo lappone dal tragico passato, oggetto di pregiudizi e diffidenze, capro espiatorio designato.

Sullo sfondo, una Svezia magica fatta di paesaggi innevati, silenzi e odori del bosco…

Ridurre questo romanzo a un semplice giallo è fargli un colossale torto. È vero: abbiamo un cadavere (anzi… piccolo spoiler: più di uno), una sorta di Sherlock Holmes in chiave religiosa con un fedele John Watson in versione sami al fianco, ma non si tratta solo di una ricerca alla caccia di un assassino.

Ci sono, infatti, i dubbi di un uomo; i pregiudizi di una comunità; la crescita e la tenera ingenuità di un ragazzo; le follie della massa; le facilonerie degli incompetenti; le cattiverie e le ingiustizie degli sciocchi.

E non basta nemmeno, in realtà, perché il romanzo di Niemi raggiunge una complessità molto più profonda con delicatezza e attenzione.

È il giallo, per la verità, a far da contorno a una Svezia fatta di tormenti religiosi, innovazioni tecnologiche, contadini e braccianti, torbiere e boschi, pregiudizi e usanze.

In questa cornice già di per sé interessante e curata, si muovono poi due figure stupefacenti: quella del reverendo Læstadius, ispirata al vero Lars Levi Læstadius leader del Læstadianesimo, e quella del giovane sami, Jussi.

Lo spirito di conoscenza del primo e la cieca fedeltà del secondo produrranno non solo una ricostruzione puntuale delle varie scene del crimine, ma anche confronti sulla natura umana, sull’essere, sull’importanza della conoscenza, dell’oratoria, sulla possibilità di rivalsa, sull’ostruzionismo degli invidiosi, sulla diffidenza per ciò che è diverso.

Ovviamente non solo soli ad agire sulla scena: accanto a loro un nutrito gruppo di personaggi secondari – aiutanti, antagonisti, stupidi, egoisti -, tratteggiati con poche pennellate sicure, parteciperà  alla creazione di un intreccio davvero interessante.

Insomma, che altro dire?

Cucinare un orso ha confermato le mie altissime aspettative: l’attenzione puntuale, ma non pedante ai personaggi; il fascino di una terra magica fatta di tradizioni e quotidianità; la precisa analisi delle minuzie in stile Sherlock Holmes… tutto concorre alla creazione di un romanzo da non perdere.

Sarò la tua tregua recensione

Titolo: Sarò la tua tregua
Autore: Claudio D’Amico
Genere: Romatico
Anno di pubblicazione: 2018

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

«[…] il giorno in cui riuscirai finalmente a
concedere al tuo cuore una tregua.

Il giorno, forse, in cui incontrerai un uomo
che delle stranezze del tuo animo non vorrà più solamente approfittarsene, ma ci si accamperà accanto, piantandosi saldo per
custodirle e preservarle.»

Francesco, giornalista ventisettenne trasferitosi da qualche tempo nella capitale, ha passato l’esistenza tra rapporti sbagliati e compagni assolutamente inadeguati che lo hanno usato e provato nell’anima.

L’ultimo di questi è Angelo che, giusto per rimarcare la sua inettitudine, durante un incendio nel ristorante dove finalmente erano riusciti a vedersi dopo un sacco di tempo, fugge in sordina («novello Enea») lasciando il povero Francesco stordito dal fumo e minacciato dalle fiamme, a un passo dalla morte insomma.

Fortuna che arriva Davide, aitante pompiere. L’incontro sembra di quelli da film, ma c’è il passato di Davide (meticolosamente sezionato e catalogato da Giulia, la migliore amica di Frà, anche lei con i sui grossi problemi di cuore) che spinge Francesco a tenersene ben lontano e c’è pure il passato di Francesco, stanco di venir sfruttato e distrutto da relazioni parassitarie.

Prima collaborazione con Bookabook e primo impatto con il loro innovativo metodo di pubblicazione in crowdfunding.

Non mi starò a ripetere – perché davvero divento un disco rotto; per cui – davvero in breve – Bookabook permette agli aspiranti scrittori e scrittrici di pubblicare tramite il supporto diretto dei loro potenziali lettori, i quali potranno dar fiducia a un determinato progetto acquistandone in anteprima una copia cartacea.
Per tutti i dettagli su questa casa editrice, ti rimando all’articolo a loro dedicato.

Venendo, quindi, nello specifico a “Sarò la tua tregua“.

La storia è super-simpatica, anche se caratterizzata dai classici cliché di un genere, quello romantico, che non lascia grande margine alla sorpresa o alla spiazzamento nella trama o nell’evoluzione dei rapporti tra i personaggi.

Quindi c’è lui, una serie di rapporti disastrosi, il disincanto comprensivo di quel piccolo barlume di speranza che – dannato lui! – non si spenge mai; e c’è l’altro lui finalmente conscio di sé e finalmente libero di potersi esprimere a pieno.

Nel mezzo ricordi, situazioni imbarazzanti e/o surreali, amiche, supporters, metafore irriverenti, battutine piccanti e riferimenti in una continua chiave ironica che non può non strappare un sorriso. Ma c’è anche spazio per un po’ di nostalgia e depresso realismo.

Il tono usato dal nostro narratore, Francesco, martire per la speranza di un amore che magari non esiste nemmeno (in altre parole, un sognatore come tutti noi), è spiritoso, caustico, irriverente… insomma, impossibile non volergli bene e sorridere con lui dei suoi drammi in stile diva o delle sue battute caustiche (o restare devastati, come lui, dai suoi ménage amorosi ai limiti del surreale).

Complessivamente, quindi, una lettura fresca e simpatica perfetta per chi cerca un po’ di speranza in quelle storie d’amore tormentate e apparentemente impossibili.