L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome recensione

limprevedibile-piano-della-scrittrice-senza-nome-recensione-tbbTitolo: L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome
Autrice: Alice Basso
Genere: Chick-lit
Anno di pubblicazione: 2015

Ecco Silvana Sarca: camaleonte multitasking. Il suo lavoro consiste nel calarsi di volta in volta nell’autore di turno e buttare giù qualche parola (dalle trecento parole per un articolo alle trecento pagine per un libro)… per nome e conto d’altri.

Per intenderci, Silvana (aka Vani) è una ghostwriter ed è dotata di un caratterino molto particolare: scontrosa, solitaria, un po’ border line in stile Lisbeth Salander della saga di Millennium cui assomiglia anche per aspetto fisico (ma visto che Silvana è “nata” prima di Lisbeth sarebbe quest’ultima a somigliare alla prima).

Insomma, Silvana lavora alle Edizioni L’Erica, covo di uno spietato, venale, arrivista, profittatore e chi ne ha più ne metta editore Enrico Fuschi, il quale preferirebbe che Silvana non gironzolasse libera in redazione con il rischio di lanciare qualche frecciatina agli autori per i quali scrive libri.

Insomma, alcuni di questi incontri non sono però evitabili. Uno di questi la porta a ritrovarsi faccia a faccia con il giovine e aitante Riccardo, preda momentanea di un bel blocco dello scrittore. L’improvvissa sintonia che si crea tra i due porterà a un libro magnifico… e a qualcos’altro.

Qualche autore poi richiede esplicitamente di poter parlare con Silvana. È il caso della signora che sussurra agli angeli, Bianca Dell’Arte Cantavilla.
Silvana dovrà scrivere un libro – per la verità, un abbrobrio tra mistico, minchiate self-help e esercizi di pace e amore – a nome della candida donna. E la cosa è assurda perché quella punkettona, metallara, Lisbeth Salander di noi altri non può certo entrare in comunicazione con il divino, no?

Fatto sta che gli angeli non avvertono in tempo la divina Bianca, che viene rapita. E adesso? Be’, Silvana il libro lo dovrà pur scrivere (a prescindere che per Bianca finisca bene o male, sarà una specie di bomba editoriale), ma certo nessuno si aspetta che anche la ghostwriter entrerà presto tra i possibili sospettati.

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Siamo andate alla grande Silvana ed io… per un po’ sicuramente.

Girare nel classico studio da editore – il resto della casa editrice è un po’ off-limits – e trattare male gli scrittori pomposi con lei è stato divertente.
Anche il suo tono ricco di intercalare sboccati coloriva la storia e dava consistenza al personaggio – sebbene in alcuni momenti diventasse un po’ troppo (abbiamo capito Silvana-aka-Vani: sei cinica perché in passato, pur non essendo successo nulla di catastrofico, ci sono state piccole scosse di assestamento che hanno minato la solidità del tuo cuore e, male per te, ancora non hai trovato nessuno che sapesse puntellarlo con cura).

Insomma, più o meno tutto bene… già… Fino a quando non è arrivato il commissario Berganza (ma un poco stava iniziando a sgonfiare il mio interesse per la storia anche Riccardo).

Da lì il declino.

La storia prende una piega ahimè già vista…

Ovvero quella di chi, pur non incastrandoci niente, sfodera un intuito formidabile annientando la possibile – ma in ogni caso sorvolabile – utilità degli agenti di polizia canonici et guadagnandosi la fiducia incondizionata dell’ispettore di turno secola seculorum. Amen.

Ovvero quella di chi si ritrova tra le mani il classico figazzone al quale, in condizioni normali,

Spoiler

non gliene batterebbe una beata minchia – come vedi mi sono adeguata allo stile di Vani – di lei. È palese fin da subito che lui ci sta solo per il suo tornaconto. E, in ogni caso, verso la fine del libro verrà smascherato… ooooh, chi l’avrebbe mai detto!

Ma, ehi, stiamo tranquilli perché

Piccolo spoiler

la seconda scelta – che poi, diciamolo, la simpatia c’era fin dall’inizio e non era nemmeno molto velata – è già pronta per essere servita.

Sotto certi aspetti mi ricorda un po’ L’Allieva di Alessia Gazzola, che essendo arrivata prima (2011), dal mio punto di vista ha diritto di precedenza [N.B. Con questo non voglio fare nessuna illazione di nessuno tipo, ci mancherebbe! Anche alla Christie e Simenon girò un’idea simile].
Certo, le due protagoniste non potrebbero essere più diverse – e non nego di aver apprezzato di più Silvana -, ma… impicci nelle indagini di polizia? Visto. Incomprensibile fiducia – qui un po’ più giustificata dal fatto che Silvana sia dotata di una spiccata empatia – dell’ispettore di turno nella protagonista di turno? Visto. Il triangolo-no-non-l’avevo-considerato (dopo Bridget Jones, è un po’ un must-have in tutti i chick-lit)? Visto. Chick-lit con vaghe tinte di giallo? Già… visto.

Per questi motivi, la valutazione della storia è al ribasso.

Non solo la storia è ahimè prevedibile, ma anche il titolo contribuisce a svelare come andrà a finire (altrimenti per quale motivo una scrittrice – che fa la ghostwriter – dovrebbe architettare un “imprevedibile piano”?!).

E mi dispiace terribilmente.

Il tono con cui è tenuta la narrazione mi piace, anche se – ripeto – dopo un po’ diventa esasperante e fastidioso (almeno, a me a lungo andare sinceramente infastidiva… abbiamo capito Vani sei fighissima, ma sotto la scorza dura sei una brava ragazza che ha incontrato solo persone sbagliate… okay…).

Anche Silvania-aka-Vani, alla fin fine, è un personaggio un po’ sui generis in questa rosea tipologia di narrativa: ironica, cinica, orso… eppure, sotto sotto, buona come una pasta.

Quindi, pollice in alto (sì, sto avendo una deriva da Facebook, mi scuso), per lo stile di scrittura frizzante e per la protagonista-camaleonte-multitasking. Molto apprezzati anche i richiami alla letteratura moderna e non.

Ma il resto… il resto no. Mi spiace.

La storia – mio parere – non è assolutamente all’altezza della protagonista e dello stile narrativo.

E Silvana poi è l’unico personaggio a essere davvero una particolarità della storia. Gli altri? Il tipico belloccio da copertina, il tipico ispettore da libro giallo (però, per alcuni aspetti, Berganza è un elemento simpatico), il tipico rapporto tra sorelle e il tipico contesto familiare nel-quale-non-mi-capiscono, il tipico rapporto mentore-piccola versione del protagonista (ultimamente, incappo sempre in un sacco di “mentori”).

Ora «sorprendente» a me non pare.
«Una protagonista indimenticabile»? Ne possiamo discutere.
Una lettura veloce e tranquilla? Sicuramente.

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E così l’italiano è scomparso…

… ma dai?

Questa è la storia di come, in Italia, ci si svegli sempre tardi (ma, come si dice, meglio tardi che mai) e di come, quando qualcuno finalmente riesce ad attirare l’attenzione, si rimanga tutti scandalizzati dando inizio a un fuggi-fuggi generale (= io? Io no… Non era quello prima di me a doverlo fare?).

E alla fine nel parapiglia che così si scatena, a terra restano solo coloro che non sono stati abbastanza veloci da nascondersi o abbastanza bravi nel ripararsi ai colpi… cioè, i soliti noi.

Questa è la storia di come il signor italiano sia diventato uno sconosciuto nel suo stesso paese. E non si tratta di una storia cominciata oggi o la scorsa settimana o lo scorso anno. È una storia di scelte durante la quale ne sono state fatte altre… di altro tipo.

Il blog era aperto da poco tempo quando parlammo per la prima volta della disastrosa situazione dell’italiano in Italia (qui puoi leggere l’articolo intero; ma, nel corso del tempo, siamo tornati più volte sulla questione). L’occasione era l’ennesima paventata chiusura dell’Accademia della Crusca che, a differenza di quello che sta accadendo a numerose biblioteche, è ancora lì… per il momento.

Oggi ne riparliamo dopo lo scalpore suscitato dalla lettera di seicento docenti universitari i quali si sono scoperti maestri d’italiano con la penna rossa e blu in mano.

In Italia, non si parla più l’italiano, ma una stramba lingua in cui i congiuntivi sono dimenticati; la punteggiatura – escluse forse virgole e punti – non esiste; e non parliamo di apostrofi o accenti o delle “h”…

Come ho avuto già occasione di scrivere: L’italiano è la lingua, la nostra lingua. L’italiano siamo noi (o dovremmo essere noi). E, invece, eccoti una i che compare dove non dovrebbe; una h che, invece, sparisce dimenticata; un apostrofo che evapora per riaffiorare dove non dovrebbe; accenti ballerini e punteggiatura latitante.

In quale modo si pensa che una persona possa esprime un desiderio, un disagio, un’idea se non attraverso la parola, il più grande mezzo di comunicazione che la natura ci ha concesso? 

Ma continuiamo – come abbiamo continuato a fare in tutti questi anni – a glorificare le stupidate, l’ignoranza. Continuiamo a inorridire al momento giusto e aspettare che un po’ di tempo ci aiuti a dimenticare.

Continuiamo pure così…


Il testo della lettera aperta dei 600 docenti universitari
[Fonte: Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità]

Al Presidente del Consiglio

Alla Ministra dell’Istruzione

Al Parlamento

È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana.

A fronte di una situazione così preoccupante il governo del sistema scolastico non reagisce in modo appropriato,  anche perché il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi. Ci sono alcune importanti iniziative rivolte all’aggiornamento degli insegnanti, ma non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema.

Abbiamo invece bisogno di una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti oltre che più efficace nella didattica, altrimenti né il generoso impegno di tanti validissimi insegnanti né l’acquisizione di nuove metodologie saranno sufficienti. Dobbiamo dunque porci come obiettivo urgente il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente possesso degli strumenti linguistici  di base da parte della grande maggioranza degli studenti. 

A questo scopo, noi sottoscritti docenti universitari ci permettiamo di proporre le seguenti linee di intervento:

– una revisione delle indicazioni nazionali che dia grande rilievo all’acquisizione delle competenze di base, fondamentali per tutti gli ambiti disciplinari. Tali indicazioni dovrebbero contenere i traguardi intermedi imprescindibili da raggiungere e le più importanti tipologie di esercitazioni;

–  l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano.

–  Sarebbe utile la partecipazione di docenti delle medie e delle superiori rispettivamente alla verifica in uscita dalla primaria e all’esame di terza media, anche per stimolare su questi temi il confronto professionale tra insegnanti dei vari ordini di scuola.

Siamo convinti che l’introduzione di momenti di seria verifica durante l’iter scolastico sia una condizione indispensabile per l’acquisizione e il consolidamento delle competenze di base. Questi momenti costituirebbero per gli allievi un incentivo a fare del proprio meglio e un’occasione per abituarsi ad affrontare delle prove, pur senza drammatizzarle, mentre gli insegnanti avrebbero finalmente dei chiari obiettivi comuni a tutte le scuole a cui finalizzare una parte significativa del loro lavoro.

Quanto prima pubblicheremo l’elenco completo dei firmatari. Tra i molti nomi noti numerosi Accademici della Crusca (Rita Librandi, Ugo Vignuzzi, Rosario Coluccia, Annalisa Nesi, Francesco Bruni, Maurizio Dardano, Piero Beltrami, Massimo Fanfani)i linguisti Edoardo Lombardi Vallauri, Gabriella Alfieri e Stefania Stefanellii rettori di quattro Università; i docenti di letteratura italiana Giuseppe Nicoletti Biancamaria Frabotta; il pedagogista Benedetto Vertecchi e lo storico della pedagogia Alfonso Scotto di Luzio; gli storici Ernesto Galli Della Loggia, Luciano Canfora, Chiara Frugoni, Mario Isnenghi, Fulvio Cammarano, Francesco Barbagallo, Francesco Perfetti, Maurizio Sangalli; i filosofi Massimo Cacciari, Roberto Esposito, Angelo Campodonico, i sociologi Sergio Belardinelli e Ilvo Diamanti; la scrittrice e insegnante Paola Mastrocola; il matematico Lucio Russo; i costituzionalisti Carlo Fusaro, Paolo Caretti e Fulco Lanchester; gli storici dell’arte Alessandro ZuccariBarbara Agosti e Donata Levi; i docenti di diritto amministrativo Carlo Marzuoli, di diritto pubblico comparato Ginevra Cerrina Feroni e di diritto romano Giuseppe Valditara; il neuropsichiatra infantile Michele Zappella; l’economista Marcello Messori.

Storie di scuola

In libreria per il Centro Studi Erickson, Storie di scuola.

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Il libro raccoglie un cospicuo numero di testimonianze autobiografiche di insegnanti ed educatori, differenti per età, formazione o carriera, ma tutti accomunati dall’impegno e della volontà di realizzare una scuola inclusiva.

Ogni storia raccontata è una storia a sé e propone al lettore spunti significativi, per l’approccio alla diversità, per la realizzazione di percorsi possibili, per la ricerca di strumenti idonei e per il superamento delle barriere culturali, azioni che hanno consentito la rivoluzione copernicana avvenuta nella scuola italiana.

Le storie, gli aneddoti e le esperienze raccontati dagli insegnanti hanno una valenza pedagogica e forniscono una fotografia fedele e unica di come è cambiato il sistema scolastico italiano, dalle scuole speciali all’approccio inclusivo, dagli istituti montessoriani alle metodologie didattiche più recenti.

Questa narrazione dei percorsi e delle esperienze che dalla Montessori a don Milani fino alla scuola dell’inclusione hanno caratterizzato lo sviluppo della nuova pedagogia italiana spinge il lettore a porsi degli interrogativi e a riflettere su una generazione e su un Paese che nella scuola ha investito – in passato – le migliori risorse. a.

L’obiettivo della didattica inclusiva è far raggiungere a tutti gli alunni il massimo grado possibile di apprendimento e partecipazione sociale, valorizzando le differenze presenti nel gruppo classe: tutte le differenze, non solo quelle più visibili e marcate dell’alunno con un deficit o con un disturbo specifico (Centro Studi Erickson).

Nella prima parte del volume è possibile leggere le testimonianze della scuola raccontate da insegnanti di sostegno che, grazie a questo ruolo, sono riusciti a cogliere aspetti inediti del processo di insegnamento e apprendimento. Una delle spinte culturali e pedagogiche che negli ultimi decenni ha permesso l’inserimento dei ragazzi con disabilità nelle classi comuni è nata proprio all’interno degli istituti speciali per ragazzi ciechi. A questa è dedicata la seconda parte del volume. La terza e la quarta parte, invece, riguardano rispettivamente l’utilizzo e la potenzialità delle nuove tecnologie e il contributo fondamentale dei dirigenti scolastici e dei funzionari delle istituzioni, che hanno creato le condizioni affinché l’intera comunità scolastica fosse arricchita da tutti coloro che ne fanno parte, sempre in termini di inclusione.

Titolo: Storie di scuola
A cura di: Fernanda Fazio, Nicola Striano, Giancarlo Onger
Casa editrice: Centro Studi Erickson
Pagine: 300
Prezzo ed. cartacea: 16,50€


Disponibile in libreria!


Il libro dei Baltimore recensione

il-libro-dei-baltimore-tbbTitolo: Le livre des Baltimore
Autore: Joël Dicker
Anno di pubblicazione: 2015
Genere: Romanzo
Titolo in Italia: Il libro dei Baltimore
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad. di: Vincenzo Vega

Preceduto da:
– La verità sul caso Harry Quebert

Marcus Goldman è uno scrittore, uno di quelli affermati tanto da potersi permettersi una villa in una zona tranquilla in cui rinchiudersi e poter pensare solo al nuovo romanzo (beato lui!).

Un giorno, mentre con Leo, un suo anziano vicino, sta giocando a scacchi eccoti un bel cagnolone che Marcus non può far a meno di attirare a sé con un paio di fischi.
Ma di chi sarà la bestiola priva di chip o placchette al guinzaglio che ne identifichino il proprietario?
Be’, grazie a una ricerca su Google dell’affabile – e un po’ ficcanaso – vicino, Marcus lascia andare il cane nella speranza che ritrovi da solo la strada di casa. E, quindi, eccotela la casa: una mega villa – ancora più mega di quella di Marcus – di una star del football. L’animale appartiene alla di lui fiamma nonché popstar all’apice del successo: Alexandra Neville.

Tutto per il meglio, no? Be’, in parte. Perché Marcus e Alexandra si conoscono da tempo… e si sono amanti profondamente, ma… una tragedia (La Tragedia) li ha divisi. E da allora si sono reciprocamente evitati.

Ma non si tratta solo di una storia d’amore; qui si tratta anche di famiglia. Anzi, due per la precisione: i Goldman di Baltimore e i Goldman di Montclair. Si tratta di una fabbrica – quella dell’allora unica famiglia Goldman  -, si tratta di affetti, di orgoglio, di frasi non dette e si tratta anche di una tragedia…

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Ci ritroviamo di nuovo, Marcus.
Stai diventando sempre più Jessica Fletcher per il dono che condividi
con la tenera Signora in giallo nel portare sfiga nei luoghi in cui vai.
E hai questa strana mania di far amicizia con i vecchietti
che rapidamente metti da parte quando hai trovato qualcosa di meglio da fare
e di far soldi componendo libri che raccolgono le storie delle persone che ti sono state vicine. 

Buon per te…

Mi resti ancora non tanto simpatico, ma alcune “incomprensioni” che avevamo avuto nel precedente capitolo, hanno trovato una loro – parziale – spiegazione qui.

Detto questo e chiudendo la mia letterina al protagonista, parliamo un po’ de Il Libro dei Baltimore.

Meno chiacchierato rispetto al suo precedessore (La verità sul caso Harry Quebert, a mio modesto parere, superiore a questo nuovo libro quanto a storia), Il libro dei Baltimore saluta il nostro Marcus Goldman di Montclair come ancora una volta protagonista, ma in un certo qual modo non completamente padrone della scena.

Anche qui Marcus è sempre in prima persona il nostro narratore onnisciente. Aspetto quello dell’onniscienza di un narratore-personaggio che personalmente sono un po’ restia a farmi piacere. Qui, comunque, risolto in parte come se Marcus avesse fatto dell’epopea di famiglia una sorta di ricostruzione tra domande ai diretti interessati, confessioni ricevute più tardi e foto di famiglia.

Dico “in parte” perché, nonostante questo escamotage, permangono alcune parti nella vicenda delle quali lui non può comunque aver avuto conoscenza in alcun modo… nemmeno indiretta.

**MEGA SPOILER**

Mi riferisco, in particolare, alle fasi finali della tragedia che colpisce i due cugini. Dal momento che poi i due ragazzi, appena tornati a casa dopo giorni che non hanno avuto modo di parlare con nessuno, si uccidono non è credibile che Marcus sappia cosa si sono detti o cosa hanno fatto in quei giorni di latitanza o chi ha sparato a chi.

Ma diciamo che sono aspetti giustificabili se si considera che Marcus è uno scrittore e, quindi, potrebbe aver scelto di “imbellettare” alcuni momenti della storia.

Comunque, il personaggio di Marcus – questa volta immune al blocco dello scrittore – è sì coinvolto nelle vicende che racconta, ma comunque non ne è il protagonista indiscusso.
Ne “La verità sul caso Harry Quebert“, alle sue spumeggianti indagini con il sergente, si affiancava in modo preminente la storia d’amore fra Harry e Nola. Qui, anche se comunque protagonista con la sua relazione con Alexandra, Marcus resta indiscutibilmente sullo sfondo dal momento che la storia tratta dei Baltimore… e non dei Montclair.

Ancora una volta, il Marcus personaggio è alla ricerca di un’identità, di un far parte di qualcosa e qui il suo impegno è tutto teso a essere un Baltimore.

Si sa: l’erba del vicino è sempre più verde e Marcus ha avuto un assaggio di questo splendore dal 1990 al 1998, anni nei quali entra a gamba tesa nella vita dei Goldman di Baltimore (e cioè nella famiglia del  fratello di suo padre il quale vive a Baltimore).

I Goldman di Baltimore: ricchi, di successo, con lavori importanti, una villa magnifica. E i Goldman di Montclaire: normalissime persone della media borghesia americana.

Questo disagio nei confronti dei genitori era presente anche nel precedente capitolo, quando Marcus riconosce nella figura-mentore di Harry il padre che ha sempre mancato di qualcosa.
La spiegazione parrebbe quindi essere che la colpa di cui si sono macchiati i genitori è quella di non essere stati dei Baltimore, di non essere stati ricchi o sufficientemente affermati.

Il padre di Marcus continua a essere una figura di sfondo: c’è, ma non si vede. La madre, invece, assume dei connotati differenti e risulta una figura molto meno fastidiosa e meno sciocca di quello che appare ne “La verità sul caso Harry Quebert“, fornendo al figlio una massima che lui comprenderà solo dopo… a conclusione del libro:

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Sull’altro fronte, diametralmente opposto, abbiamo i Baltimore: (zio) Saul, avvocato di grido; (zia) Anita, dottoressa di successo; Hillel, il figlio-genio e Woodrow la cui storia in alcuni punti ricalca la vicenda di Michael Oher, raccontata nel film con Sandra Bullock “The Blind Side” (= ragazzo spiantato e abbandonato dalla propria famiglia; cattive compagnie; animo comunque buono; accoglimento nella casa della gente ricca; paura che tutto finisca; football).

E poi c’è Alexandra, la bella contesa dal trio di affiatatissimi cugini – ma in verità nemmeno Marcus riesce a comprendere quanto lui fosse effettivamente parte del trio… e non ricoprisse, invece, un ruolo mobile affidabile anche ad altri.

Sotto un certo punto di vista, faccio qualche fatica a immaginare che delle personalità così influenti nella vita del nostro Marcus non vengano nemmeno lontanamente menzionate sul precedente capitolo (almeno… io non ho ricordo che, ad esempio, Alexandra, l’amore di una vita, venga menzionata); tuttavia apprezzo gli sviluppi e gli intrecci famigliari dei Goldman, pensati in modo da creare una vera e propria epopea di tre generazioni.

Alla fin fine, la storia si ripete sempre: le aspirazioni dei padri, i fratelli che litigano, sorgono invidie e gelosie, l’orgoglio che non si riesce a mettere da parte.

Tuttavia, noto una certa tendenza alla pantomima e al melodramma e un po’ troppi mentori che entrano in gioco non richiesti (e, come ho avuto modo di scrivere qui, a me tutto questo affollamento di mentori risulta un po’ falsato come elemento).
Per questi – e altri motivi (v. sopra e sotto) – a livello di storia ho apprezzato di più La verità sul caso Harry Quebert.

Dicker mi porta sempre a scrivere dei papiri… ma diciamo che anche lui non scherza.

Ora: non mi spaventano i grandi tomi, ma i tempi morti che si nasconderanno tra le pagine. Un concetto già espresso, un personaggio già ben delineato sul quale ancora si torna a calcare la mano, una descrizione troppo ridondante e particolareggiata, un evento già affrontato da ogni possibile angolazione: insomma, l’insidia può davvero essere dietro l’angolo.

Qui direi che inficia una certa tendenza alla prolissità. I rapporti tra i personaggi, i loro sogni e le loro difficoltà nell’imporsi al mondo e da questo farsi accettare sono ben espressa, ma spesso ridondanti.

Diciamo che un duecento/trecento pagine in meno non avrebbero guastato la godibilità della storia.

Nonostante la “mole”, il libro si legge davvero agilmente (l’ho finito in un paio di giorni). La lettura è sempre scorrevole complice uno stile di scrittura fresco e non pesante nonostante sia comunque abbastanza elaborato.

Detto questo – e arrivando una buona volta alla conclusione del mio commento – confermo quello che ho già scritto ne La verità sul caso Harry Quebert per quanto riguarda i personaggi. Si tratta di figure e caratteri credibili, realistici e, complessivamente considerati, ben delineati. Apprezzo anche il modo in cui le reazioni e i comportamenti dei singoli influenzino le reazioni e i comportamenti degli altri.
Continuo a non provare grande simpatia per il protagonista, sempre pronto a ricercare negli altri conferme per le mancanze che avrebbero avuto i genitori (ma si tratta di “gusti” personali).

Noto d’aver fatto parecchi paragoni fra i due libri e sebbene la storia narrata ne La verità sul caso Harry Quebert sia precedente a quella de Il libro dei Baltimore entrambi i libri possono essere letti indipendentemente, senza aver la conoscenza degli eventi narrati nell’altro volume e senza per questo subire danni nella lettura.

Infine, l’ultima considerazione: il messaggio finale del libro è quello di immaginare la scrittura come un rifugio in cui poter immortale i propri cari. Ed è un messaggio che mi ritrovo a condividere completamente.

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Concorso letterario Donna ieri, donna oggi, donna musa 2017

Premio Nazionale di Narrativa Donna ieri, donna oggi, donna musa copertina

Avevamo già avuto modo di parlare di questa occasione per aspiranti scrittori qui con la precedente edizione del premio nazionale di narrativa “Donna ieri, donna oggi, donna musa“, conclusasi di recente.

Il premio è patrocinato dall’associazione C.L.I.O., la quale, come spiega la sua presidentessa, «lavora sul ruolo della donna, sul contrasto alla violenza di genere, sull’empowerment femminile necessario a superare le discriminazioni di cui, ancora oggi, siamo vittime. Crediamo però nella grande capacità delle donne di riprendere le redini della propria vita magari anche attraverso la scrittura e quindi la condivisione.»

Oggi vi segnalo che il concorso riapre le sue porte a tutti gli scrittori – aspiranti e noti – con questa nuova edizione del 2017.

Le opere dovranno rispettare una lunghezza di 140.000/150.000 battute (spazi inclusi); devono essere inedite e sviluppare tematiche femminili.

C’è tempo per inviare il proprio scritto fino al 30 giugno 2017 ed è prevista una quota di partecipazione di 15,00€.

L’opera vincitrice sarà pubblicata gratuitamente da Fefè editore e l’autore/autrice riceverà 10 copie omaggio. La perfezione del volume sarà curata dalla scrittrice Loredana Limone, scrittore (“Borgo Propizio“; “E le stelle non stanno a guardare“) e socia onoraria dell’associazione.

La giuria di quest’anno sarà così composta:

  • Paola Malcangio, presidentessa dell’associazione C.L.I.O.;
  • Leonardo de Sanctis, editore;
  • Laura Bonalumi, scrittrice;
  • Roberto Spoldi, responsabile Gruppo di Lettura di Segrate;
  • Monica Autunno, giornalista.

Per tutte le altre informazioni, visita il sito dell’associazione.

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