Il mistero del treno azzurro recensione

Titolo: The mystery of the blue train
Autrice: Agatha Christie
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1927
Titolo in Italia: Il mistero del treno azzurro
Anno di pubblicazione ITA: 1940
Trad. di: Giuseppe Settanni

Avete presente quella sensazione di appagamento mentre leggi e pensi: “sì, stavolta ci sono! Ho indovinato come va a finire“?

Euforia allo stato puro, no?

Eh… bel momento sì; peccato che, a questo giro, sia durato molto poco… 😅

Quinto in ordine di pubblicazione delle avventure con il detective belga dalla testa a forma d’uovo, in questa avventura Poirot – in pensione, ma ancora pronto a dilettarsi con il crimine in cui immancabilmente incappa lungo il cammino – dovrà risolvere un omicidio su di un treno (ricorda qualcosa?).

La vittima è una stra-mega-ricchissima donna, Ruth Kettering, figlia di uno degli uomini più ricchi degli Stati Uniti.

I sospettati sono una manciata tra cui quello che presto sarebbe diventato l’ex marito della vittima; il di lei amante (farfallone e gabbatore internazionale del gentil sesso); la di lui – cioè del marito – amante (per evidenti motivi: libera dalla rivale, avrebbe avuto l’uomo e tutto il denaro); e una specie di intrigo internazionale (sì, perché in gioco c’è pure il famoso rubino, il Cuore di fuoco, appartenuto nientepopodimenoche a Caterina I di Russia).

A coadiuvare Hercule in questa indagine, Katherine Grey, di recente venuta in possesso di una bella eredità che le ha permesso l’indipendenza economica, involontaria testimone degli eventi che precedono la morte della Kettering e complice attiva e partecipe dell’investigatore belga poi.

Direi, quindi, che non mancano i classici elementi per un tipico giallo in stile Christie.

Se non che qui hanno tutti ancora un po’ il sapore dell’acerbo come se la scrittrice stesse ancora cercando la strada per sé, per il suo piccolo detective belga e i suoi misteriosi delitti.

Lo stesso Poirot pare vorticare in bilico tra due esistenze ancora in dubbio su quale delle due preferire: quella dell’investigare posato, un po’ impiccione ma sempre molto educato, un po’ pissero (come si dice in fiorentino) e composto o quella del piccolo borghesuccio ex-poliziotto in pensione un po’ impertinente e molto pettegolo tanto da mettersi talvolta in ridicolo.

Quindi, carino – non eccelso, ma comunque una lettura piacevole per gli amanti dei gialli e dei misteri.

 

L’ultima volta recensione

Titolo: Gone again
Autore: Doug Johnstone
Genere: Thriller/Romanzo di formazione
Anno di pubblicazione: 2013
Titolo in Italia: L’ultima volta
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Alessandra Brunetti

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Lo chiamano al telefono perché nessuno è andato a prendere suo figlio Nathan a scuola. Sarebbe dovuta andare sua moglie Lauren, maaaa… vabbè, un contrattempo ci può stare.

Passa del tempo, però, e nulla. Nessuna notizia. E Mark sta iniziando davvero a temere il peggio.

Tuttavia, sono passate solo sei ore… l’agente di polizia al telefono gli consiglia di star calmo e aspettare; sei ore, in ogni caso, sono troppo poche per denunciare una scomparsa.

Ma c’è qualcosa… qualcosa che ancora sfugge a Mark, qualcosa che non torna.

Come potrebbe, però, questa volta essere diversa dall’ultima volta? Quando Nathan era appena nato e Lauren, in piena depressione post-partum era fuggita, sparita per giorni e giorni lasciandoli soli?

Perché Lauren potrebbe essere fuggita di nuovo no?, proprio come l’ultima volta… in definitiva, Lauren e Mark hanno scoperto da poco di aspettare una bambina. E le cose per Lauren non potrebbero essere così felici e serene come lo sono, invece, per Mark.

Nulla da fare… CasaSirio resta semper fidelis al suo motto: storie che non puoi smettere di raccontare… né di leggere aggiungerei io.

E in questo romanzo di Doug Johnstone sembra, in realtà, di partire con un piatto “tutto nella norma“: in fondo, è “solo” una donna spaventata, magari depressa, che decide di sparire, di lasciarsi tutto alle spalle e poi… niente, poi la storia prende il via e non si può smettere di leggere!

Perché c’è molto più di una donna scomparsa: c’è una famiglia, ci sono dei rapporti deteriorati, un passato che galleggia irrisolto (e ormai irrisolvibile). E poi c’è la crescita di un padre; l’ira, la rabbia e la devastazione di esser stato lasciato solo… un’altra volta.

Ma c’è anche la confusione, la paura e il terrore crescente per una situazione troppo surreale, inspiegabile. C’è la crescita di un figlio; c’è un presente da difendere… e possibilmente conservare.

C’è una suocera con un’ordinanza restrittiva; ci sono le lotte e i bulletti; c’è un contorno, perché i drammi e i traumi che si vivono nel proprio personale non incidono minimamente sul resto del mondo; e ci sono le balene che, sullo sfondo, nuotano incontro alla morte seguendo con cieca fiducia la balena pilota.

Insomma, davvero un ottimo romanzo che coinvolge non sono per i toni sincopati simili a un thriller, ma anche per l’attenzione dedicata al rapporto di crescita condivisa padre-figlio.

No exit recensione

Titolo: No exit
Autore: Fiona Sampson
Genere: Thriller
Anno di pubblicazione: 2017
Titolo in Italia: No exit
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Chiara Brovelli

È la sera del 23 dicembre. Si dovrebbe essere in casa con i propri cari, pronti a condividere gli imminenti festeggiamenti natalizi… e invece Darby è bloccata fra i monti del Colorado, con la neve che minaccia paurosamente la stabilità della sua Blue (alias della sua Honda), la radio che manda solo classici di Bing Crosby, la batteria del cellulare quasi morta e un grosso problema: la madre ha un tumore terminale.

Quello di Darby è, molto probabilmente, l’ultimo viaggio per vederla ancora in vita.

Ma non potrà proseguire oltre, perché la nebbia s’infittisce tanto da spezzare un tergicristallo dell’auto. L’unica alternativa è riparare nella stazione di servizio lì vicina.

Niente di tragico, no? Anche se un ritardo di qualche ora proprio non ci voleva.

Trattenuti dalla bufera e bloccati assieme a Darby, ci sono altre quattro persone. Apparentemente tutto nella norma, no? Be’… no, perché quello che Darby intravede nel veicolo di uno dei quattro estranei potrebbe cambiare la vita di tutti.

Ma siamo certi, però? Non è che magari è solo la stanchezza e la tensione a giocare un brutto scherzo alla nostra protagonista?

Terzo romanzo per il nostro Taylor Adams e il primo, per me, in cui incontro l’autore.

Quindi, libera da qualunque pregiudizio o aspettativa, mi sono tuffata famelica nella lettura (chi mi segue sui social conosce già questa storia XD).

Insomma, la storia è un grande classico della letteratura gialla: bloccati dalla neve, nessun soccorso in vista, uno dei tuoi compagni di “prigionia” ha fatto qualcosa di orrendo, ma… non puoi esporti e accusarlo in alcun modo – almeno per il momento – perché non sai quale potrebbe essere la sua reazione, non sai se è armato, non sai come potrebbe reagire e chi potrebbe rimetterci.

In fondo, nessuno è un Rambo dai riflessi fulminei e la forza erculea.

Cosa puoi fare, quindi? Ignorare la vicenda? Produrre prove in attesa dell’autorità? Oppure agire e bloccare la situazione subito?

Non farò spoiler (li odio dal profondo), ma posso dire quanto segue.

La storia è scorrevole e ben ritmata; e la tensione cresce.
Indubbiamente plaudo al fatto che Adams mi ha fatto leggere il suo romanzo in pochissimo tempo, regalandomi qualche ora di puro intrattenimento (e una certa preoccupazione per le vicenda di Darby).

Forse, però, il retaggio da regista dell’autore fa un po’ scadere il romanzo in certe scelte “cinematografiche” che mal si adattano a un libro. In certi passaggi, sembra più di assistere a una trascrizione della scena (nel classico stile: se le cose possono andare male, andranno peggio) che si trasforma in una sorta di sceneggiatura articolata in cui è l’azione a dominare e il resto viene analizzato in stile elementare. E verso la fine è semplicemente un po’ troppo di tutto.

Complessivamente, un buon libro d’intrattenimento senza lode e senza infamia che, alla fine, lascia con un cocente interrogativo: e tu cosa faresti?

Lavoro sporco recensione

Titolo: Lavoro sporco
Autori: Jeffery Deaver, John Harvey, Doug Johnstone, Danny Gardner, Jedidiah Ayres, Anthony Neil Smith, Willie Meikle, Adam Howe
Genere: Raccolta/Giallo
Anno di pubblicazione: 2018
Trad. di: Seba Pezzani, Carlotta Spiga, Fernando Masullo, Alessandra Brunetti e Martino Ferrario

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Ammetto di avere una debolezza verso CasaSirio: le scelte editoriali di questa casa editrice mi affascinano e, finora, non sono mai rimasta delusa.

E la nuova raccolta del Mucho Mojo Club si rivela una conferma.

Filo conduttore della raccolta il crimine e i suoi protagonisti: papponi, killer, impresari di pompe funebri, ma anche normalissimi ragazzi che si ritrovano, più o meno consapevolmente, in situazioni non proprio all’ordine del giorno.

Sarà un’affermazione scontata, ma anche i malviventi sono persone e, quindi, per sopravvivere devono stare al passo coi tempi; adeguarsi a Internet, ad esempio (come Bill, il pappone con un Alzheimer galoppante, protagonista del racconto “Gallina vecchia“).

Oppure suonando tragicamente su di un palco e raccogliendo solo schiamazzi (“Frankie, Dracula e il lupo mannaro“); o esponendosi per la propria famiglia (“Danny Gardner“); o per il bene della comunità (“Non si butta via niente“).

A proposito di quest’ultimo racconto a lui va la mia menzione speciale: Non si butta via nientedi Jedidiah Ayres è un racconto affasciante, scritto in prima persona in un stile frizzante e ironico (difficile da sostenere e quasi paradossale se si considera l’oggetto dei “traffici” del protagonista della storia, Wainscot, ma estremamente azzeccato).

Irriverente al punto giusto, il racconto inverte il punto di vista: in fondo, Wainscot è un imprenditore. Non fa altro che risparmiare per procurarsi maggiori utili; coinvolge altri imprenditori della zona creando nuova ricchezza da far circolare nella loro comunità.

Un uomo da ammirare… se solo sapeste cosa si nasconde dietro la faccia di uomo-per-bene, su cosa risparmia il grande-imprenditore, be’ non lo trovereste più così simpatico.

Altra menzione speciale a “Kid Cooper” di Adam Howe (che – ricordo – potete leggere gratuitamente qui).

“Capitano”, in un certo qual modo, della raccolta è sicuramente Jeffrey Deaver che, con il suo “La donna del mistero“, ci porta in Italia, a Milano per la precisione. Tra le strade della città, seguiremo un killer e il suo particolare modo di scegliere-la-prossima-vittima, la polizia e un’anonima signora in giallo.

Come accade in una raccolta, ci sono alcuni racconti più coinvolgenti di altri, ma complessivamente “Lavoro sporco” è una collezione di tutto rispetto che vi consiglio di leggere.

L’uomo che odiava Sherlock Holmes recensione

Titolo: The Sherlockian
Autore: Graham Moore
Genere: Giallo
Anno di pubblicazione: 2010
Titolo in Italia: L’uomo che odiava Sherlock Holmes
Anno di pubblicazione ITA: 2012
Trad. di: Roberta Zuppet

Alex Cale ha un annuncio-bomba da fare: ha finalmente ritrovato i documenti perduti di Arthur Conan Doyle, padre di Sherlock Holmes.

Tutto è, ovviamente, ammantato dal silenzio più duro, ma basti sapere questo: i documenti esistono per davvero e Cale ne parlerà alla riunione degli Irregolari di Baker Street, «principale organizzazione mondiale dedicata allo studio di Sherlock Holmes» (realmente… sono stati fondati nel 1934).

Peccato che, poco prima dell’attesissima conferenza, Cale viene ritrovato morto, la sua camera d’albergo setacciata, i documenti di Conan Doyle spariti.

Viene chiamata la polizia certo, ma a che serve quando c’è un albergo pieno di aspiranti Holmes?

Uno in particolare, Harold White appena iniziato agli Irregolari, è convito di vedere più lontano degli altri e, con il patrocinio del pronipote di Doyle, Sebastian Conan Doyle, e l’incitamento di una rossa giornalista, Sarah, partirà per la sua personale indagine: trovare l’assassino e, soprattutto, trovare il diario perduto.

Ecco cosa accade quando ti ritrovi fra le mani un libro con grandi premesse che evaporano con un quasi inudibile pop! come una bolla di sapone.

Ok… forse parto con troppo durezza.

Ricominciamo daccapo.

L’idea di base è interessante se non geniale, considerato il mito di Sherlock e del suo creatore: è stato finalmente ritrovato il diario mancante di Arthur Conan Doyle (in effetti, alla sua morte, emerse che alcuni suoi effetti personali – documenti, scritti incompiuti e appunto un volume del suo diario – mancavano all’appello).

Fra quelle pagine scopriremo finalmente perché lo scrittore, dopo aver addirittura ucciso la sua creatura, decise improvvisamente di resuscitarla.

Un’altra scia narrativa, che si alterna alla precedente talvolta anche dopo un paio di pagine (irritante…), ci porta invece direttamente nella Londra di Doyle tra vicoletti chiassosi e sporchi, carrozze tirate da palpitanti destrieri e le tremolanti luci delle ultime lampade a gas.

Seguiremo, in questo caso, il Sir in persona nella sua indagine privata (e, in effetti, Doyle collaborò davvero ad alcune indagini di Scotland Yard).

Insomma, l’ambientazione perfetta per un fan, ma anche per chi è un semplice simpatizzante di gialli.

Qui, però, devo frenare gli entusiasmi: se eravate sull’uscio di casa pronti per andare in libreria, aspettate, tornante dentro e sopportatemi per altri due minuti.

La storia è portata avanti con fatica e goffaggine: ho impiegato un mese per leggere circa 300 pagine scritte in un carattere gigante, i colpi di scena sono imbarazzanti per la loro prevedibilità… è stato snervante e irritante.

I personaggi sono prevedibili, insulsi, mal rappresentati; nemmeno i nomi altisonanti di Arthur Conan Doyle e Bram Stoker (che coadiuva il primo nell’indagine) riescono a rallentare l’inesorabile flop della storia.

Lo stile di scrittura è di quelli che personalmente non gradisco: banali frasette talvolta così elementari da rendere necessaria una seconda occhiata per capire quello che sta succedendo.

A questo punto, potreste dirmi: dai, almeno ti sei goduta una storia originale… lo hai scritto all’inizio dell’articolo «geniale».

Già e non lo nego.

Peccato che la storia del diario scomparso e ritrovato, le minacce di morte al suo scopritore e, infine, la morte di quest’ultimo siano, in realtà, storia vera.

Già.

Il caso è poco noto in Italia – almeno non sono riuscita a trovare articoli in italiano che ne parlassero – ma nei paesi anglosassoni fu un vero e proprio caso.

Richard Lancelyn Green (il nostro Alex Cale) annunciò, nel 2004, d’aver finalmente trovato i documenti di Doyle tanto cercati da tutti gli sherlockiani del mondo. Qualche tempo dopo, però, Green annunciò di temere per la sua vita dati i numerosi messaggi minatori ricevuti; era, inoltre, convinto di essere pedinato.

Nel marzo del 2004, Green fu trovato morto (dalla sorella) non durante una conferenza di sherlockiani, ma nel suo appartamento di Londra [qui trovi un articolo riguardo la vicenda; purtroppo, come scrivevo sopra, è in inglese]. Il suo omicidio resta ancora irrisolto.

Che forse il nostro Moore sia una specie di Cassandra incompresa? No, no… per stessa ammissione dell’autore: la storia del romanzo è ispirata a questo – e altri – fatti reali.

Insomma… semplicemente no.