L’uomo che odiava Sherlock Holmes recensione

Titolo: The Sherlockian
Autore: Graham Moore
Genere: Giallo
Anno di pubblicazione: 2010
Titolo in Italia: L’uomo che odiava Sherlock Holmes
Anno di pubblicazione ITA: 2012
Trad. di: Roberta Zuppet

Alex Cale ha un annuncio-bomba da fare: ha finalmente ritrovato i documenti perduti di Arthur Conan Doyle, padre di Sherlock Holmes.

Tutto è, ovviamente, ammantato dal silenzio più duro, ma basti sapere questo: i documenti esistono per davvero e Cale ne parlerà alla riunione degli Irregolari di Baker Street, «principale organizzazione mondiale dedicata allo studio di Sherlock Holmes» (realmente… sono stati fondati nel 1934).

Peccato che, poco prima dell’attesissima conferenza, Cale viene ritrovato morto, la sua camera d’albergo setacciata, i documenti di Conan Doyle spariti.

Viene chiamata la polizia certo, ma a che serve quando c’è un albergo pieno di aspiranti Holmes?

Uno in particolare, Harold White appena iniziato agli Irregolari, è convito di vedere più lontano degli altri e, con il patrocinio del pronipote di Doyle, Sebastian Conan Doyle, e l’incitamento di una rossa giornalista, Sarah, partirà per la sua personale indagine: trovare l’assassino e, soprattutto, trovare il diario perduto.

Ecco cosa accade quando ti ritrovi fra le mani un libro con grandi premesse che evaporano con un quasi inudibile pop! come una bolla di sapone.

Ok… forse parto con troppo durezza.

Ricominciamo daccapo.

L’idea di base è interessante se non geniale, considerato il mito di Sherlock e del suo creatore: è stato finalmente ritrovato il diario mancante di Arthur Conan Doyle (in effetti, alla sua morte, emerse che alcuni suoi effetti personali – documenti, scritti incompiuti e appunto un volume del suo diario – mancavano all’appello).

Fra quelle pagine scopriremo finalmente perché lo scrittore, dopo aver addirittura ucciso la sua creatura, decise improvvisamente di resuscitarla.

Un’altra scia narrativa, che si alterna alla precedente talvolta anche dopo un paio di pagine (irritante…), ci porta invece direttamente nella Londra di Doyle tra vicoletti chiassosi e sporchi, carrozze tirate da palpitanti destrieri e le tremolanti luci delle ultime lampade a gas.

Seguiremo, in questo caso, il Sir in persona nella sua indagine privata (e, in effetti, Doyle collaborò davvero ad alcune indagini di Scotland Yard).

Insomma, l’ambientazione perfetta per un fan, ma anche per chi è un semplice simpatizzante di gialli.

Qui, però, devo frenare gli entusiasmi: se eravate sull’uscio di casa pronti per andare in libreria, aspettate, tornante dentro e sopportatemi per altri due minuti.

La storia è portata avanti con fatica e goffaggine: ho impiegato un mese per leggere circa 300 pagine scritte in un carattere gigante, i colpi di scena sono imbarazzanti per la loro prevedibilità… è stato snervante e irritante.

I personaggi sono prevedibili, insulsi, mal rappresentati; nemmeno i nomi altisonanti di Arthur Conan Doyle e Bram Stoker (che coadiuva il primo nell’indagine) riescono a rallentare l’inesorabile flop della storia.

Lo stile di scrittura è di quelli che personalmente non gradisco: banali frasette talvolta così elementari da rendere necessaria una seconda occhiata per capire quello che sta succedendo.

A questo punto, potreste dirmi: dai, almeno ti sei goduta una storia originale… lo hai scritto all’inizio dell’articolo «geniale».

Già e non lo nego.

Peccato che la storia del diario scomparso e ritrovato, le minacce di morte al suo scopritore e, infine, la morte di quest’ultimo siano, in realtà, storia vera.

Già.

Il caso è poco noto in Italia – almeno non sono riuscita a trovare articoli in italiano che ne parlassero – ma nei paesi anglosassoni fu un vero e proprio caso.

Richard Lancelyn Green (il nostro Alex Cale) annunciò, nel 2004, d’aver finalmente trovato i documenti di Doyle tanto cercati da tutti gli sherlockiani del mondo. Qualche tempo dopo, però, Green annunciò di temere per la sua vita dati i numerosi messaggi minatori ricevuti; era, inoltre, convinto di essere pedinato.

Nel marzo del 2004, Green fu trovato morto (dalla sorella) non durante una conferenza di sherlockiani, ma nel suo appartamento di Londra [qui trovi un articolo riguardo la vicenda; purtroppo, come scrivevo sopra, è in inglese]. Il suo omicidio resta ancora irrisolto.

Che forse il nostro Moore sia una specie di Cassandra incompresa? No, no… per stessa ammissione dell’autore: la storia del romanzo è ispirata a questo – e altri – fatti reali.

Insomma… semplicemente no.

La ragazza e la notte recensione

Titolo: La Jeune fille et la niut
Autore: Guillaume Musso
Genere: Noir
Anno di pubblicazione: 2018
Titolo in Italia: La ragazza e la notte
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Sergio Arecco

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Non è facile quasi per nessuno tornare a quei tempi del liceo, nemmeno se la tua scuola (il Saint-Exupéry) era – ed è ancora, per la verità – un super istituto di altissimo livello… e meno facile è per Thomas Degalais, oggi scrittore, e Maxime Biancardini, oggi lanciato in una brillante carriera politica.

I due, infatti, custodiscono da venticinque anni un terribile segreto, murato tra le pareti di quella palestra scolastica che, adesso, il futuristico progetto dei vertici del Saint-Ex minaccia di buttare giù.

Insomma… è arrivata la fine; non c’è più speranza. Thomas e Maxime dovranno pagare per il loro tremendo atto.

O forse… ancora no? Magari c’è ancora tempo; c’è modo per salvare il salvabile, ideare una strategia… in fondo, ci vorranno ancora giorni prima che la palestra venga buttata giù, rivelando così  il suo funereo segreto, e sono loro due le uniche persone – ancora in vita – a conoscenza del fattaccio.

Ecco… in quest’ultimo caso, forse proprio no. C’è qualcun altro, oltre a loro due, a conoscenza della storia… e pare che adesso abbia deciso di prendere la propria vendetta.

Primo impatto con Musso – del quale, obiettivamente, ho sentito parlare molto bene – superato con ottimi voti direi.

La storia viaggia su due piani temporali: (1992) l’adolescenza ricca di speranze e promesse, oltre la quale tuttavia già s’intravede l’orlo del collasso e (2017) l’età adulta, periodo in cui si è dovuti venire a patti col passato per vivere un presente non sempre scevro da rimpianti.

Il ritmo, ben battuto, della narrazione rende la lettura scorrevole e agevole nonostante la corposità del volume.

La nostra voce narrante, Thomas, è bella forte e sa tenere il lettore riuscendo a fidelizzarlo anche in quei momenti in cui la parola viene lasciata ad altri personaggi che integrano il complesso puzzle di vite e caratteri.

Il nostro gruppo di comprimari, infatti, è variegato e ben strutturato; e ammetto di aver apprezzato molto la cura dedicati ai personaggi.

Alla fine, il quadro che ne risulta è sufficientemente complesso per una sola notte in un campus liceale nei primi anni ’90, non banale e profondo.

A questo punto, non mi resta che recuperare la bibliografia di Musso, quindi si accettano suggerimenti! Grazie!

Penelope Poirot fa la cosa giusta recensione

Titolo: Penelope Poirot fa la cosa giusta
Autrice: Becky Sharp
Genere: Giallo
Anno di pubblicazione: 2016 

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Che ci fa Velma Hamilton, tipica zitella inglese, nello studio della botticelliana (o, a seconda dei punti di vista, krapfeniana= dalla forme di un krapfen) Penelope Poirot?

Presto detto: sta per ottenere il suo primo lavoro.

L’egocentrica pronipote di Hercule, non ha niente a che vedere con il mondo del crimine (anche se le sue celluline grigie viaggiano a velocità elevate… dritte, talvolta, anche verso delle grandi cantonate); Penelope è una buona-forchetta-critica culinaria e vuole scrivere le sue memorie. Velma dovrà aiutarla in questo compito.

Ma prima: un bel ritiro tra le colline del Chianti in una clinica salutistica che garantisce di depurare e rinvigorire corpo e mente.

Tuttavia nella bella Villa Onestà dal sapore gotico e un po’ english, la convivenza tra gli ospiti non è proprio semplice: c’è la donna misteriosa, l’autista affascinante, la scrittrice invidiosa, il marito innamorato, l’anonimo ex-editore…

E se alla fine ci scappa il morto, tranquilli: c’è Penelope Poirot!

Come avevo annunciato qualche tempo fa, con Penelope Poirot fa la cosa giusta s’inaugura la mia collaborazione con la casa editrice Marcos y Marcos (🎉🎉🎉).

Imbarazzata dalla possibilità di poter pescare da tutto il catalogo dell’editore (per esempio, mi ispirava molto anche “La vedova Van Gogh“), alla fine ho optato per due mie grandi passioni (o distorsioni… a seconda dei punti di vista): il giallo e Poirot che, guarda caso, si trovavano riassunte nel romanzo in questione.

L’idea della Sharp (pseudonimo, per la verità, di una traduttrice milanese che al momento ha scelto l’anonimato) è molto simpatica, ma attenzione non vuole in alcun modo essere una scopiazzatura o un remake in stile “Orgoglio e pregiudizio zombie“: leggendo, infatti, si avverte come obiettivo dell’autrice fosse quello di omaggiare il giallo in stile inglese e una tra le sue più grandi rappresentanti (Agatha Christie).

In effetti, a parte il cognome, un figurino tondeggiante (o botticelliano appunto se preferiamo) e la cura per i dettagli  nel vestire, i due Poirot  non spartiscono altro.

L’esuberante Penelope non potrebbe essere più lontana da certe deduzioni che il prozio Hercule si masticherebbe (bendato e con le mani legate) per colazione, ma le sue cellulline grigie si smuovono con matronesca simpatia.

Il libro è suddiviso in due parti principali in cui Velma e poi Penelope si alternano a farci da letterarie Ciceroni; e ammetto d’aver apprezzato molto di più il ritmo spigliato e un po’ pissero di quest’ultima sebbene la pacata Velma si difenda bene (e rischi grosso!).

Tutto il libro è pervaso da una simpatica vena di ironia; impossibile non apprezzare i modi effervescenti di Penelope, le sue cantonate e il suo rapporto con la posata Velma, che le fa da degno contraltare.

Penelope fa la cosa giusta è il libro perfetto con un passare un paio di  ore in piacevole compagnia di una trama scorrevole e leggera e di personaggi tutto sommato adeguati alla freschezza della trama.

Insomma, una buona prima prova che getta delle solide basi per un dovuto approfondimento dei personaggi e un necessario aumento nella complessità della trama. A questo primo volume, quindi, seguono “Penelope Poirot e il male inglese” e, fresco di stampa, “Penelope Poirot e l’ora blu” che onestamente sono curiosa di leggere entrambi per seguire l’evoluzione dei personaggi.

Concludendo, “Penelope Poirot fa la cosa giusta” è un gialletto frizzante, leggero; bisognoso anche di qualche aggiustamento di tiro, ma che promette molto bene.


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Il silenzio della città bianca recensione

Titolo: El silencio de la ciudad blanca
Autrice: Eva G. Sáenz de Urturi
Genere: Thriller
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Il silenzio della città bianca
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Paola Olivieri

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Nella cripta della cattedrale vecchia di Vitoria vengono scoperti i cadaveri di due ragazzi: un maschio e una femmina, ventenni, completamente nudi e con le mani poggiate l’uno sulla guancia dell’altra.

Già devastante di suo, questo doppio omicidio, però, nasconde ben altro e riporta l’intera città indietro di vent’anni.

Sì, perché Vitoria fu sconvolta da un’ondata di doppi-delitti folle: nel dolmen della Chabola de la Hechicera rinvennero i corpi senza vita di due neonati; poi, nel sito celtibero di La Hoya de Laguardia, un bambino e una bambina di cinque anni. E ancora, in un giacimento salino di epoca romana, un ragazzino e di una ragazzina di dieci anni.

Man a mano che i delitti si avvicinavano a Vitoria, aumentava anche l’età delle vittime (e il secolo di edificazione del luogo in cui i cadaveri veniva sistemati).

Gli ultimi omicidi furono quelli di un ragazzo e di una ragazza di quindici anni davanti al portale d’ingresso della Muraglia Medievale.

Tutti ritrovati secondo schemi simili: maschio e femmina, l’età, le mani affettuosamente posate sulla guancia dell’altro, i corpi sistemati lungo l’asse nord-est.

La follia sembrava finita con l’arresto del carismatico Tasio Ortiz de Zárate, archeologo, volto televisivo adorato dal pubblico, personalità di spicco di Vitoria.

Ma ecco che tutto sta per ricominciare. L’omicidio dei ventenni non è solo orribile di per sé, ma non fa altro che riprendere la macabra sequenza bruscamente interrotta dall’assassino vent’anni prima.

Come se la psicosi non si diffondesse già bene di suo, Tasio – il colpevole dei precedenti omicidi – sta per essere rilasciato in permesso premio dopo vent’anni di galera.

Quindi… non può essere lui l’esecutore materiale di quest’ultimo omicidio, ma potrebbe esserne il mandante? E se fosse solo un ammiratore, un imitatore di Tasio? E se, invece, Tasio non c’entrasse proprio nulla? Nemmeno con i delitti precedenti? Vorrebbe dire aver tenuto rinchiuso un innocente per vent’anni e uno psicopatico libero di uccidere ancora…

Insomma… un bel macello.

La patata bollente finisce nelle mani di Unai ed Estíbaliz, entrambi ispettori della omicidi, i quali dovranno vedersela con un passato pesante, un presente pericoloso e un futuro davvero molto incerto.

Vitoria è una città spagnola di cui io nemmeno conoscevo l’esistenza prima di leggere questo libro (brava in geografia… XD); tuttavia, la narrazione è così profonda e limpida da farle assumere contorni ben definiti – anche se i nomi delle vie, gli incroci, i palazzi potrebbero essere quelli di una città di fantasia per quanto ne so io -; Vitoria si costruisce davanti agli occhi di un lettore… anche di uno completamente ignorante come me.

Sullo sfondo di questa bella città, il revival degli omicidi coincide con il calendario delle festività estive. Quindi, la voglia di festa ha un doppio svantaggio per i nostri (i quali, però, diventano vantaggi per il nostro assassino): la moltitudine di gente che ogni evento attrae e la confusione che una massa di persone brulicante crea.

Unai (detto Kraken) ed Esti(baliz) sono due ottimi poliziotti, l’uno specializzato in criminal profiling, l’altra in vittimologia; hanno la vocazione nel sangue, ma sono anche umani, quindi fallibili e fallaci. Hanno i loro demoni da nascondere, le loro storie da rivelare e il loro cuore da curare.

Non solo loro, però, invadono la scena con la loro umanità; tutti i personaggi, anche quelli più marginali, sono in grado di mirare e centrare in pieno il cuore del lettore che non può non affezionarsi (o non intenerirsi) o non odiarli (o non provare ribrezzo).

Unai, poi, è una voce narrante meravigliosa: chiara, schietta, fluida e dannatamente convincente.

La storia che così si crea vede la disperata rincorsa a un assassino in costante vantaggio, le vicende personali dei protagonisti e un tuffo nel passato che porta il lettore qualche passo più avanti rispetto ai due ispettori.

A tutto questo, aggiungiamo anche qualche colpo di scena ben piazzato e il risultato finale è sicuramente azzeccato.

L’intreccio che ne deriva catalizza l’attenzione del lettore per regalare un thriller davvero ben fatto.

Il silenzio della città bianca fa parte di una trilogia di cui, al momento in cui scrivo, è stato pubblicata la prima edizione del secondo volume nel 2017 “Los ritos del agua” (in Spagna).

Insomma, come prima prova è davvero eccellente e non vedo l’ora di scoprire cosa attenderà nei prossimi capitoli Kraken!


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Solo la verità recensione

Titolo: Need to know
Autore: Karen Cleveland
Genere: Thriller
Anno di pubblicazione: 2018
Titolo in Italia: Solo la verità
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Isabella Zani

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Vivian Miller, analista del controspionaggio della CIA – divisione Russia -, sta finalmente per verificare se l’algoritmo da lei ideato funziona.

Due anni di ricerche per arrivare a questo momento e, finalmente, riuscire a entrare nel computer di Jurij Yakov e iniziare a  smascherare una rete di spie russe dormienti negli Stati Uniti.

A ogni “gestore” fanno, infatti, capo cinque agenti dormienti ed eccoli: a lei basta cliccare sulla cartella “Amici” del computer di Jurij e cinque foto compaiono sulle schermo.

Quello che Vivian, però, non si sarebbe mai aspettata è che, tra questi volti, c’è pure quello di suo marito, Matt.

Quei pixels sullo schermo sono l’inizio della fine: la fine di una vita insieme, la fine di una storia d’amore da film (forse troppo bella per essere vera). Il dubbio, adesso, s’insinua in ogni più piccola cosa fatta o detta dal padre dei suoi quattro (!) figli.

E Matt? È davvero una spia russa? Oppure è solo una vittima inconsapevole, un fantoccio? Magari è tutto un grande equivoco… magari Matt è stato incastrato… o magari tutta la vita di Vivian è una grandissima bugia.

Ex agente dei servizi segreti americani e collaboratrice dell’FBI, Karen Cleveland ci inserisce in mondo a lei familiare dove tutti i giochi e le contromosse che vediamo nei film di spionaggio sono quotidianità (ma con meno esplosioni alla Hollywood).

Tuttavia, questo coinvolgimento del lettore non riesce fino in fondo e si avverte comunque un certo distacco che conduce a uno scarso affiatamento tra lettore-personaggi-storia.

Ma procedendo con ordine.

La vita di Viv viene sconvolta da una doccia fredda che nessuno vorrebbe mai subire: la persona che le sta accanto, quella con la quale ha deciso di costruire una vita insieme, mente e, probabilmente, ha sempre mentito.

La notizia non è semplice da digerire né da accettare così Viv inizia a rileggere tutta la loro relazione (il momento in cui si sono incontrati, quello in cui ha confessato a Matt di lavorare per la CIA, il giorno in cui è entrata nella divisione russa…) alla luce di questa rivelazione sconvolgente su di Matt.

Così si susseguono una serie di flashback che portano il lettore a conoscere la quotidiana normalità dei dieci anni passati insieme da Matt e Vivian, ma che non possono essere riletti e rivisti in un’ottica diversa e diffidente (dal punto di vista narrativo, tuttavia, questi “inserti domestici” rallentano un po’ la fluidità della narrazione).

L’idea alla base della storia è sicuramente interessante (e il film che dovrebbe arrivare prodotto e interpretato da Charlize Theron per la Universal Pictures potrebbe rivelarsi davvero avvincente) e coinvolge una serie di aspetti intriganti: la fiducia nell’altro, il sentire di conoscere una persona e il conoscerla per davvero, il poter continuare a credere nell’altro dopo un tradimento o una (colossale) bugia.

Tuttavia, il romanzo manca un po’ di quegli aspetti tipici del thriller come il ritmo serrato nel susseguirsi degli eventi e una certa attrattiva negli stessi. Stesso discorso per i personaggi che risultano un poco insipidi nei loro travagli e conflitti; anche le loro conquiste non trascinano come dovrebbero il lettore.

Una lettura che si inserisce nel panorama medio di questi ultimi anni con trovate interessanti che, tuttavia, vengono svolte con scarsa abilità.


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