Avviso di chiamata

Titolo originale: Hanging up Avviso di chiamata
Autrice: Delia Ephron
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1995
Titolo in Italia: Avviso di chiamata
Anno di pubblicazione ITA: 2019
Trad. di: Enrica Budetta

– Ho ricevuto una copia di questo libro –

Com’è quel detto che i parenti non li scegli?

La famiglia di Eva è un po’ sconquassata: la madre ha lasciato il padre per un altro ormai parecchio tempo prima; il padre, rimasto solo, si barcamena tra tendenze maniaco-depressive, storie d’amore sbagliate e un grosso problema con l’alcool.

E sta andando verso la vecchiaia… con tutti gli acciacchi e i problemi che questa comporta.

Eva, però, non è sola; ha due sorelle, ma anche loro, oltre a essere due bei tipini, hanno i loro problemi personali.

La maggiore, Georgia, è quella con la vita perfetta, direttrice di una rivista di moda di super-successo che porta il suo nome… ma, alla fine, forse l’apparenza non è poi così perfetta come sembrerebbe in superficie.

La minore, Maddy, è un tipo un po’ stralunato, particolare… adesso che è incinta, l’hanno cacciata nella soap-op nella quale recitava.

In un twist frizzante e con spunti spiritosi, Delia Ephron ci conduce in questo mondo fatto di donne e telefonate, un pizzico autobiografico (perché la Ephorn prende spunto dalle sue vicende familiari).

Nonostante il tono fresco, c’è un po’ di spazio anche per argomenti un po’ più importanti (per esempio, come l’arrivo della demenza senilità cancelli completamente l’essere di una persona).

Insomma, si tratta di una lettura leggera per passare qualche ora in piacevole compagnia grazie a personaggi e rapporti familiari realistici, un tono simpatico e una storia perfetta per una commedia americana (e infatti ne è stato tratto un film con Meg Ryan e Diane Keaton).

Jalna

Titolo originale: Jalna Jalna
Autrice: Mazo de la Roche
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1927
Titolo in Italia: Jalna
Anno di pubblicazione ITA: 2019
Trad. di: Sabina Terziani

– Ho ricevuto una copia di questo libro –

Dovete andare a Jalna!

Lì troverete una novantavenne armata di bastone, affamata di dolci e baci e affiancata da un pappagallo che urla insulti in indù.

Troverete i suoi due figli (Nicholas e Ernest – ma ce ne sarebbero anche altri due di figli), anche loro equipaggiati con il loro famiglio personale (rispettivamente un cane e un gatto), che vi sembreranno due ragazzi anche se di anni ne hanno già una settantina… con relativi acciacchi di gioventù.

Poi c’è la schiera di nipoti che parte da Renny, l’avvenente e seducente capo famiglia, passa per Meg, Eden, Piers, Finch fino ad arrivare al piccolo di famiglia, Wakefield (figli di due matrimoni diversi del quarto figlio della suddetta quasi-centenaria che, tra parentesi, si chiama Adeline).

Insomma, sono un battaglione questi Whiteoak. E sono caotici, bruschi, diretti e duri come il clima canadese; ma sono anche capaci di una sensibilità e una vitalità difficili da ritrovare.

La penna di de la Roche ne tratteggia i caratteri magistralmente muovendosi da un membro della “tribù” a un altro e gestendone amori e odi, gelosie e incomprensioni, dubbi e difficoltà, scatti d’ira e teneri baci.

All’inizio del romanzo, avrete un albero genealogico della famiglia; elemento questo che un poco spaventa vista la quantità di nomi, ma di cui in realtà non sentirete stretto bisogno perché la scrittrice è brava nel presentare bene i suoi personaggi senza caos, concedendo a ognuno una propria dimensione unica.

Si tratta, comunque, di una storia molto lineare, ma carica di promesse.

Direi che questo primo libro getta per basi per i prossimi capitoli (16… ouch!) della saga che sono sinceramente curiosa di proseguire per vedere le evoluzioni dei vari personaggi ai quali, alla fine, non si può può affezionarsi.

Favola di New York recensione

Titolo originale: The Changeling
Autore: Victor LaValle
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2017
Titolo in Italia: Favola di New York
Anno di pubblicazione ITA: 2019
Trad. di: Sabina Terziani

– Ho ricevuto una copia di questo libro –

Questo libro è molte cose: è la crescita e la lotta di un padre; è l’odio e il tormento per il tradimento della fiducia; è vedere il mondo da punti di vista opposti e apparentemente inconciliabili; è l’angoscia di sentirsi soli e sopraffatti; è l’amore dolce e incondizionato o soffocante e malato dei genitori verso i propri figli; è il mostro che si nasconde dove meno ce lo potremo aspettare.

Ed è in questa New York, dove l’amore talvolta si confonde con la sopraffazione, che nasce il nostro Apollo Kagwa.

Ma Apollo non cede facilmente e, nonostante il padre lo abbandoni e le difficoltà economiche di una mamma single siano numerose, il bambino diventa mercante di libri, facendosi uomo lungo il cammino della vita.

La strada in salita, però, non lascia sempre facilmente il passo alla discesa (e alle cose semplici) e un dramma terrificante colpirà Apollo e la donna che ha deciso di sposare (portando davvero tanta pazienza), Emma.

Favola di New York è senza dubbio un romanzo particolare, unico nel suo genere dove fantasy, horror e thriller si mescolano fino a creare un’amalgama che, però, non sono sicura d’aver compreso e apprezzato adeguatamente.

Fortemente onirica e fiabesca, la storia segue il cammino dell’eroe Apollo lungo una serie di peripezie e fantasmi personali in un crescendo che culmina, poi, con il mostro finale da sconfiggere.

Si comincia, quindi, con un “tutto nella norma” per poi raggiungere alti livelli di incanto.

Mi è piaciuta molto questa dualità costante: tecnologia e mito, amore e troppo amore, ricerca e fuga, genitori e figli, fiducia e abbandono, fiaba e realtà, incomprensioni e aspettative… ma altri aspetti li ho trovati un po’ più difficili da digerire.

Nonostante appezzi molto i romanzi fantasy, i cammini di crescita e le storie fiabesche, non sono rimasta del tutto convita di questa Favola. La storia non mi ha coinvolta come speravo; la parte centrale del romanzo mi è suonata strana, forse un po’ forzata e alcuni passaggi difettano – secondo me – di una spiegazione che avrebbe forse reso più credibile la trama.

(Tanto di cappello alla scelta di modificare completamente il titolo; scelta perfetta poiché permette di evitare lo spoiler di fine libro e ci si può godere la lettura vivendola nel costante dubbio di chi abbia davvero ragione e non viva solo di fantasmi e supposizioni).

Evelina recensione

evelina recensioneTitolo originale: Evelina
Autrice: Fanny Burney
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1778
Titolo in Italia: Evelina
Anno di pubblicazione ITA: 2019
Trad. di: Chiara Vatteroni

– Ho ricevuto una copia di questo libro –

Evelina, mia cara, ma quante te ne capitano?

Un attimo, scusate… cominciamo per gradi.

So di essere molto (mooooooolto) ripetitiva in questo caso (soprattutto per chi mi segue su IG), ma… riuscite a immaginare che ho letto una delle autrici preferite di Jane Austen?! 🤩

E sapete che Jane inviò anche un piccolo contributo per aiutare Fanny Burney nella pubblicazione (all’epoca, comunque, era una prassi abbastanza diffusa… però sappiamo anche come il denaro sia sempre stato un problema per i membri femminili della famiglia Austen)?

Comunque… in breve, Evelina è la figlia non riconosciuta di un danaroso conte (e anche da parte di madre non sta messa male), ma per una serie di eventi è stata allevata dal reverendo Villars che le ha fatto teneramente da padre.

Viene invitata da degli amici di famiglia a stare un po’ con loro e, da lì a breve, arriveranno a trascorrere qualche giorno a Londra.

Lì le mode, le chiacchiere, i colori sfavillanti e i magnifici intrattenimenti entusiasmeranno Evelina, ma la metteranno anche a dura prova (lei, vivendo in campagna, a certe cose non è avvezza).

La sua mancanza di conoscenza della rigida (e davvero incomprensibile 🙈) etichetta dei balli e delle conversazioni e la tipica timidezza e ingenuità da adolescente spinta in un ambiente così nuovo e diverso la metteranno presto in seria difficoltà, facendola cadere vittima di imbarazzi e antipatie.

Insomma, riuscirà Evelina a recuperare?

Inutile dire che mi è piaciuto (se piaceva a zia Jane come non poteva piacere anche a me!? … anche se ho avuto qualche timore eh).

Evelina è l’adolescente che – per un periodo più o meno lungo – siamo state tutte (magari con qualche pretendete in meno però: lei è una specie di calamita! Anche un po’ troppo alle volte! 😒): ancora a metà nel bozzo tra bambina e donna, timida, in costante imbarazzo, desiderosa di riuscire bene ma destinata al fallimento più completo nonostante i suoi continui sforzi in senso opposto.

Ma non è una sciocca e, quindi, verso la seconda metà del romanzo, si cambia registro e sono gli altri (e pure una sfiga paurosa) a tirarla in situazioni imbarazzanti e spesso sconvenienti.

Però ecco, per quanto la prosa della Burney mi sia davvero piaciuta molto, c’è una cosa di cui devo accusarla: la prolissità.

Si perde nel riportare i più piccoli e insignificanti dettagli e una marea di eventi che, all’inizio sono anche simpatici, ma che poi, alla fine, sono sempre uguali e non aggiungono nulla alla storia o ai personaggi.

Quindi, ma a queste condizioni: di avere pazienza se qualche volta i personaggi sono davvero un po’ troppo (troppo 😬); se, soprattutto nella parte centrale, ci si dilunga all’infinito in mille inutili scene e dettagli ridondanti.

Alla fine, sarete ricompensati da un’ottima prosa, da personaggi completi (anche se alcuni sono più simpatiche macchiette) e da una storia piacevole.

Inutile dirvi che ci sono delle similitudini con Orgoglio e pregiudizio (ahi, ahi Jane, che mi combini? 🤣).

Quattro chiacchiere con Franco Faggiani

Grazie al gentilissimo ufficio stampa di Fazi editore e alla grande disponibilità di Franco Faggiani, al Salone del libro di quest’anno ho potuto fare quattro chiacchiere sul suo ultimo romanzo: Il guardiano della collina dei ciliegi.

La storia parla di Shizo Kanakuri, giovane atleta olimpionico giapponese che partecipò alla prima sparuta delegazione (formata da due atleti) del Giappone alle Olimpiadi nel 1912 in Svezia – Stoccolma per la precisione.

Shizo terminò la corsa del 1912 nel 1967… fu un record a suo modo: con il tempo di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti, 20 secondi e 3 decimi.

Si poteva non scriverci una storia?

No che non si poteva! Quindi, qui trovi la mia recensione del romanzo; a seguire, invece, la mia chiacchierata con l’autore.

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Partendo dalla fine. Nella parte finale, cita queste parole dello scrittore Haruki: “Le storie si possono trovare ovunque; basta solo vederle ed estrarle“. Quindi, la mia domanda, parafrasando un po’, è: perché proprio Shizo Kanakuri?

Faccio tuttora il giornalista e una rivista di sport mi aveva chiesto, circa tre anni fa, di scrivere un articolo sulle maratone olimpiche.

Leggendo tutte le classifiche di tutte le maratone e arrivato alla voce “Shizo Kanakuri“, mi sono trovato un punto di domanda (invece dell’indicazione del tempo di gara).

Per pura curiosità, sono andato a cercare su altre fonti ed è così che ho scoperto il record di 54 – e qualcosa – senza, però, un’ulteriore indicazione. Ho pensato si trattasse di ore (e già, rispetto ai tempi degli altri atleti, sarebbe stata strana la cosa); poteva essersi infortunato o essersi fermato a recuperare. Ma ecco non pensavo certamente che avesse impiegato più di due giorni a correre 42km; essendo, tra l’altro, pure il favorito della sua gara.

Quando poi ho guardato con maggiore attenzione, ho scoperto che si trattava di anni (e non di ore!) e, insospettito, ho approfondito ancora la vicenda e mi son detto che questa era una storia che andava assolutamente raccontata.

Lo Shizo da lei creato e quello reale sono un po’ diversi; anche perché quello “reale” partecipa ad altre due Olimpiadi (anche se non ottiene grandi posizionamenti)…

Mi pareva il classico percorso di un’atleta che inizia come una stella e poi, piano piano, degrada e viene dimenticato. Invece, volevo che lui avesse una vita un po’ più avventurosa e che trovasse un modo di espiare.

Tra le due parti reali, cioè l’inizio e la fine, quello che sta nel mezzo l’ho creato io.

Infatti, in questo senso, è molto “giapponese”: il senso dell’onore, la vergogna e l’onta subita…

Sì, infatti. Anche io ho questa sorta di spiccato senso dell’onore; per esempio non mi piace arrivare in ritardo, per cui figuriamoci cosa sarebbe successo se fossi arrivato a una gara con 54 anni di ritardo.

Ho corso in montagna, come correva lui, per il gusto di farlo e, quindi, capisco questa sua idiosincrasia per tutto quello che era la corsa.

A un certo punto, mi sono quasi immedesimato nel personaggio. Ho pensato cosa avrei fatto se mi fossi trovato al suo posto: avrei cercato un posto nella natura (un grande rifugio che offre conforto e sostegno, ma anche timore reverenziale).

Quindi, c’è molto di lei in questo romanzo; la scelta della prima persona per la narrazione mi aveva, infatti, piacevolmente stupita…

In ogni storia che creo c’è un po’ di me. Il primo libro (ndr. La manutenzione dei sensi) era completamente autobiografico e parlare in prima persona mi viene meglio anche perché è come se si creasse maggiore confidenza, come se si creasse di una sorta di chiacchierata con il lettore.

E questa collina dei ciliegi?

La collina dei ciliegi non è solo un luogo fisico o geografico; è una sorta di tempio. Nelle foreste, nei boschi, vivono i kami. Non a caso, il ciliegio è una pianta sacra in Giappone.

Inoltre, la riflessione dell’uomo viene meglio in solitudine.

Mi è sembrato un giusto luogo di espiazione per Shizo.

Quando, però, la collina diventa famosa, si assiste anche a un cambiamento…

Sì, mi piaceva raccontare, in piccolo, un po’ l’evoluzione del Giappone. Si comincia con questi abitanti che, per sopravvivere, vanno a raccogliere le alghe per sopravvivere e poi arrivano le navi, il petrolio, l’elettricità e la vita della borgata si evolve.