Mindhunter recensione

Titolo: Mindhunter
Autore: John Douglas con Mark Olshaker
Genere: Biografia
Anno di pubblicazione: 1995
Titolo in Italia: Mindhunter
Anno di pubblicazione ITA: 1996
Trad. di: Maria Barbara Piccioli

Fare profiling, quando ancora la parola risuonava simile a un rito di propiziazione degli dei, non è proprio un compito facile tra casi che si accumulano in ogni parte del mondo; pressioni e – comprensibili – insistenze da parte delle famiglie offese, della comunità, magari anche dei media; burocrazia governativa; diffidenza e circospezione da parte dei poliziotti di turno.

Ma questo è il lavoro di John e questa è la sua storia, degnamente raccontata da lui e da Mark Oldhaker.

John Douglas è un profiler del Federal bureau of investigation (FBI); praticamente lo possiamo pure definire il primo della sua specie.
Il suo lavoro lo porta a giro per gli Stati Uniti (e per il mondo), lontano dalla famiglia; immerso in una dimensione di atrocità in cui il tempo è il peggior nemico.
Nella pratica, il suo ruolo è quello di calarsi nella mente dell’assassino, comprenderne i movimenti, le motivazioni; scoprire chi potrebbe nascondersi dietro atrocità al di fuori di ogni immaginazione. Ma il profiler si deve anche calare nella mente della vittima cercando di comprendere cosa l’ha resa vittima: perché proprio lei e non altri?

John Douglas [Foto: Criminal Minds wikia]

La figura di Douglas ha dato a molti l’ispirazione. Thomas Harris ne trasse spunto per creare il suo Jack Crawford, personaggio in Red Dragon e Il silenzio degli innocenti (famosi anche per la loro versione cinematografica).
Il creatore della serie Hannibal, Bryan Fuller, ha ammesso che la figura di Will Graham è basata – almeno in parte – su John Douglas.
E ancora: i creatori di Criminal Minds, nel 2015, hanno confermato che il profiler Jason Gideon è anche lui basato su Douglas. [Fonte: Wikipedia.org]

Insomma… Douglas è una specie di stampo perfetto da riprodurre in serie nel mondo cinematografico americano legato al crimine, all’indagine e all’investigazione.

E come in un film o in un racconto thriller che si rispetti cominciamo in maniera piuttosto inquietante: John è la vittima. 

«Devo essere all’inferno.
Non c’erano altre spiegazioni possibili, dato che ero nudo è legato. Una lama mi lacerava le membra causandomi un dolore intollerabile. Non c’era orifizio del mio corpo che non fosse stato violato. In gola mi era stato infilato qualcosa che mi soffocava, causandomi conati di vomito. Oggetti appuntiti mi erano stati infilato nel pene e nel retto e avevo la sensazione che mi stessero squartando. Ero fradicio di sudore. Poi finalmente capii che cosa stava accadendo: mi torturavano a morte tutti gli assassini, gli stupratori e i molestatori di bambini che avevo mandato in carcere.»

Ora, in realtà, non si tratta di quello che tutti potremo pensare:

Piccolissimo spoiler

“semplicemente” Douglas ha avuto un gravissimo crollo psico-fisico che manca poco lo conduce alla morte a causa di tutto lo stess accumulato negli anni di frenetico lavoro e caccia ai vari assassini…

Premetto che la lettura di questo libro non è stata semplice: primo perché tutti i casi riportati (e sono tanti e uno più orrendo dell’altro) sono tutti realmente accaduti; secondo, perché nei momenti in cui iniziavo la lettura – ed ero sola in casa -, gli oggetti delle altre stanze prendevano improvvisamente vita e cadevano dagli scaffali o scricccchiolavano in modo sinistro. Giuro che ho rischiato l’infarto più di una volta!

Meno male che in Italia, seppur con tutti i nostri difetti, non abbiamo alle spalle un passato di serial killer e maniaci omicidi affollato e composito come quello americano!

Ma veniamo a noi.

Come hai potuto capire leggendo le righe di estratto sopra, si tratta di una biografia ricca di esperienze, di casi risolti (e, purtroppo, anche non risolti), di atrocità, di indagini e considerazioni.
Nella nuova edizione curata quest’anno da Longanesi, abbiamo un paio di pagine di prefazione scritte da Donato Carrisi.

Insomma, il libro intreccia le esperienze e le considerazioni di Douglas, traducendosi in un’analisi inquietante ma realistica, considerando anche che leggiamo il libro a distanza di una decina d’anni (la prima edizione del libro è del ’96), sulla società, sulle distanze che si creano tra gli individui e sulla percentuale di casi risolti, la quale si dissolve di anno in anno.

Così Douglas ci fa partire dalle basi, prendendola larga: August Dupin, Sherlock Holmes, La donna in bianco di Wilkie Collins… fino a portarci dal caso letterario al caso concreto: Jack lo squartatore, Mad Bomber, Charles Manson, John Hinckley (nome da sempre accostato a quello della famosa attrice Jodie Foster, la quale poverina fu oggetto di una folle persecuzione da parte di Hinckley) e – purtroppo – tantissimi altri.

Uno dei primi esempi presentati è proprio quello di Mad Bomber. Il dottor Brussel, psichiatra, negli anni ’60, fornì un profilo dannatamente preciso di Mad Bomber (che si macchiò di oltre trenta attentanti in quindici anni), avvisando gli inquirenti che avrebbero trovato il loro uomo scapolo, convivente con un fratello o una sorella e vestito probabilmente con un doppio petto… abbottonato. E così gli agenti lo trovano: l’unico errore nel profilo redatto dallo psichiatra stava nel numero di fratelli (si trattava di due sorelle nubili).

Magia?

No: studio sapiente, attenzione per i dettagli, analisi dei dati e delle statistiche.

Insomma, il lavoro dei profiler è proprio quello di ricostruire il profilo tipo, esattamente come fece il dott. Brussel negli anni ’60.
I due anni di preparazione per gli operativi di analisi comportamentale dell’FBI servono a imparare a riconoscere i segnali, a leggere le azioni e incasellarle in un determinato schema comportamentale e a rispondere a tre apparentemente semplici domande: cosa, perché e chi.

L’addestramento non è né rapido né indolore tra alcune procedure bizzarre, ferreo addestramento, la leggendaria quanto ingombrante figura di J. Edgar Hoover e, alla fine, la difficile scelta della prima destinazione (generalmente una sede disagiata).

E se, da una parte, è inquietante quanto profetiche possano essere state certe rivelazione fatte da questi agenti della squadra di supporto, dall’altra ci fanno comprendere quanto una catalogazione e studio accurato dei profili di criminali e serial killer possa contribuire alla loro cattura e, di conseguenza, a salvare delle vite.

Ma è anche lo strano rapporto che si crea tra il profiler e il suo assassino. Una sorta di “rispetto” o “stima” – passami il termine -, forse sarebbe meglio dire fascino inteso in questi termini: come può una persona capace di tali perversioni averla fatta franca così a lungo? Oppure come può una persona così affabile aver perpetrato tali efferatezze? Insomma cosa accade nella mente del serial killer? Cosa si può fare per fermarli? Per impedire che un fattore scatenante possa liberare la loro follia?

Ma siamo poi così sicuri che un serial killer sia un pazzo?
Siamo d’accordo che questi individui sono assolutamente al di fuori di ogni logica sana, ma ciò non prescinde dal comprendere le proprie azioni – e le relative conseguenze – e sopra ogni cosa dall’intenzione di compierle (cioè l’assassino sa perfettamente che ciò che farà causerà del male; sa perfettamente che il suo comportamento avrà delle conseguenze disastrose sulla vita di un altro essere umano… e, nonostante tutto, non gli interessa).
Il loro comportamento denota razionalità. Ed è proprio questa la logica in cui si deve calare un profiler per poter restringere la rosa dei sospetti e permettere alla polizia di individuare il suo uomo.

E a questo proposito avrai notato che, quando ho scritto di serial killer o omicida, l’ho fatto declinandolo al genere maschile. Ebbene, il profilo del classico serial killer è quello di un uomo bianco, con un passato di violenze, una famiglia disfunzionale e con un quoziente intellettivo pari o addirittura superiore alla media. Quindi, come dire che si tratta di pazzi?
Sono persone capaci di aberrazioni senza dubbio, ma si tratta di individui che comprendono perfettamente quello che stanno facendo e le sofferenze che stanno infliggendo.

Anche se, in fondo, ha ragione John Douglas: fra cent’anni – ma anche oggi in realtà – nessuno saprà chi è stato John Douglas, ma tutti ricorderanno il nome di Charles Manson – ad esempio – e le folli atrocità della sua famiglia.
[Per esempio, la foto di copertina scelta dalla casa editrice è proprio di Manson].

Insomma, in questo viaggio nel profondo nonché distorto animo umano c’è spazio per numerose domande: è possibile individuare il potenziale serial killer nell’infanzia recuperandolo prima che sia troppo tardi? Insomma, criminali si nasce o si diventa? È possibile riconoscere dei comportamenti potenzialmente pericolosi e, di conseguenza, impedire il verificarsi di determinati eventi? Esiste un comportamento – attivo o passivo – che la vittima può tenere per avere una speranza di salvezza? Esiste o esistono delle iniziative che una collettività può intraprendere per impedire la “nascita” o il “divenire” di un assassino?

Ma non sempre a una domanda corrisponde una risposta adeguata. Tuttavia, la biografia/analisi che propongono Douglas e Olshaker offre numerosi spunti di riflessione.
Non si tratta di un’apologia verso il crimine né un modo per invitare chi ha mire poco altruistiche a prendere idee: si tratta di un’analisi schietta e senza filtri.

È una trattazione interessante, sebbene molto inquietante, di cui ne consiglio la lettura (non do valutazione, perché come sai le biografie sono escluse). Il taglio psicologico e psichiatrico nonché – ovviamente – criminalistico che Douglas dà alla questione mi spinge a voler approfondire questi aspetti (e, quindi, mi sono segnata un altro libro di Douglas da leggere: Nella mente del serial killer). Tuttavia, è una lettura che mi sento di sconsigliare a chi si spaventa facilmente o è di stomaco debole.


P.S. Giusto per curiosità, ti informo che Mindhunter diventerà una serie televisiva Netfilx.


 

In un vicolo cieco recensione

in un vicolo cieco recensioneTitolo: Breaking Silence
Autrice: Linda Castillo
Anno di pubblicazione: 2011
Genere: Poliziesco
Titolo in Italia: In un vicolo cieco
Anno di pubblicazione ITA: 2013
Trad. di: Lisa Maldera

Preceduto da: 
– Costretta al silenzio;
– La lunga notte.

Qualcosa di strano sta succedendo nella cittadina di Painters Mill (popolazione: 5500 abitanti).
Stupidi scherzi alla comunità Hamish (come qualche casetta della posta divelta) si stanno trasformando in qualcosa di più: un incendio a un calesse e il conseguente ferimento di una donna incinta sono i primi segni di qualcosa di sinistro.

Eppure, nessuno denuncia. Nessuno collabora. La comunità Hamish non ha nessuna intenzione di far entrare degli Englischer nel loro mondo.

Quand’ecco che, durante la ronda notturna di Pickles, “veterano” della polizia locale, succede altro ancora: prima quattro pecore vengono brutalmente sgozzate e poi… poi tre Hamish (due uomini e una donna) finiscono in un pozzo di liquame. Nessuno si salva: un terribile, terribile incidente…

O forse no…

Di lì a poco, la città sembra pervasa da un’inarrestabile ondata di odio e violenza: pestaggi, bombe molotov, di nuovo pestaggi. Le vittime? Sempre appartenenti alla comunità Hamish. Il guaio più grosso? Nessuno di loro è intenzionato a collaborare…

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A indagare sul caso, il commissario di polizia Kate Burkholde (ex Hamish). Kate è il classico poliziotto donna in una posizione di comando: non bella, ma affascinante, con doti analitiche e deduttive superiore a quelli dei colleghi maschi (di quasi tutti… perché la controparte maschile deve essere alla sua altezza); dai saldi principi personali/codice morale, ma con un passato tosto tosto alle spalle e che ogni tanto torna a tormentarla (anche, perché, n.b., si tratta del terzo libro di una serie – comunque, si può leggere tranquillamente senza conoscere i precedenti capitoli); all’inizio, alcuni sottoposti non prendono bene questo fatto d’essere “comandati” da una donna, salvo poi ricredersi.
John Tomasetti è la controparte-uomo della vicenda, quindi vedi sopra (eccezion fatta per i colleghi che si ricredono).

Detto questo, però, il commissario Burkholde è la vera protagonista della vicenda, tanto che gran parte del libro segue il suo punto di vista in prima persona singolare, tempo presente (il resto procede, invece, con uno strano uso del passato remoto nonostante gli eventi siano contestuali o anticipino di qualche minuto i successivi).
L’analisi personale è, quindi, molto approfondita – il personaggio ha un carattere sfaccettato e ben composto – anche se in uno stile che a me non esalta molto (sto male, sono triste, sono felice, sono guardinga, sono molto molto preoccupata… insomma, già detto ma lo ripeto, preferisco più vedere i personaggi agire e da lì comprenderne il carattere, ma ecco… si tratta di gusti).

Lo studio sui personaggi secondari è, invece, a fasi alterne: alcuni sono ben sviluppati nella prima parte del romanzo e spariscono nella seconda (Pickles); altri, pur non essendo mai veramente approfonditi, si distinguono per qualche caratteristica peculiare (Mona); altri, infine, subiscono una specie di rivincita finale (lo sceriffo Rasmussen che, alla fine, capisce quello che era lampante a tutti).

Painters Mill, il luogo dove prende azione la vicenda, è una piccola cittadina, ma questo  non le impedisce di detenere un primato alquanto macabro: solo l’anno prima a quello degli eventi in corso è stato fermato un feroce serial killer, detto simpaticamente Il Macellaio.
Insomma, un po’ in stile St. Mary Mead per Miss Marple o Cabot Cove per Jessica Fletcher: non si sa bene se sia la città ad essere stata costruita sopra il covo di Satana o si tratti solo della sfiga che si porta appresso l’investigatrice donna di turno.
Tuttavia, non se ne respira la stessa aria da “congiurati di paese” che, invece, si avverte in altri romanzi realizzati in ambienti di provincia (mancano le chiacchiere, i pettegolezzi; complice anche la “segretezza” della comunità Hamish).

La vicenda (per quanto avrei dovuto parlarne a inizio recensione e non in fondo, sorry!) procede senza troppo clamore, con qualche colpo di scena che, comunque, non sorprende poi molto (si tratta di risvolti facilmente intuibili; tutti tranne il primissimo). L’indagine avanza senza troppa concitazione, ma si fa leggere.
Buona per passare qualche pomeriggio in tranquillità con qualcosa di non troppo impegnativo.

La parte finale (proprio gli ultimissimi capitoli) è quella che ho meno apprezzato: si scade davvero troppo nello scontato, nel cliché da romanzo lui-lei (entrambi feriti dal passato e diffidenti per il presente), nel poliziotto buono/cattivo che provoca il colpevole, il quale immancabilmente esplode dalla rabbia con la “rivelazione” incriminante.

Stile con preoccupanti tendenze al “telegrafico”, ma si salva per qualche frase che, oltre al soggetto e verbo, contiene anche qualche subordinata in più. Comunque, nella media.

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Il sangue degli elfi recensione

Il sangue degli elfi recensioneTitolo originale: Krew elfów
Autore: Andrzej Sapkowski
Genere: Fantasy
Anno di pubblicazione: 1994
Titolo in Italia: Il sangue degli elfi
Anno di pubblicazione ITA: 2012
Trad.: Raffaella Belletti

Preceduto da: 

– Il guardiano degli innocenti;
– La spada del destino.

Seguito da: 

– Il tempo della guerra;
– Il battesimo di fuoco;
– La torre della rondine;
– La signora del lago.

Altro: 
– La stagione delle tempeste

È passato qualche tempo dalla sanguinosa guerra contro Nilfgaard; adesso, la pace si regge su di un traballante trespolo che potrebbe piegarsi a ogni nobile capriccio o – più o meno – ingegnosa macchinazione di re e regine, spie e agenti.

Troviamo Geralt dove lo avevamo lasciato nell’ultimo dei racconti: assieme a Cirilla (alias Ciri) in viaggio verso la fortezza degli strighi, Kaer Morhen, dove la ragazzina apprenderà le arti micidiali degli witcher, iniziando così la strada che il destino ha scelto per lei.

Nel frattempo, sotto le fronde del sacro albero dei Druidi Bleobheris, una nostra vecchia conoscenza, Ranuncolo, il bardo famoso e stimato per le sue rime poetiche, sta intonando una canzone proprio su di loro e sulla storia del loro incontro predestinato.

E, insomma, sebbene qualcuno pensi che questi siano solo i versetti romanzati di un poeta, c’è qualcun altro convinto che, invece, le parole di Ranuncolo raccontino la verità.

Così un certo Rience lo cattura, lo tortura e gli impone di raccontare la vera storia senza più sviolinate. Il provvidenziale intervento della maga Yennefer salverà Ranuncolo e lascerà un ricordino sul volto di Rience.

Ma una cosa è certa: Ciri è in pericolo. Qualcuno la sta cercando, qualcuno ne vuole fare la sua carta vincente per soppiantare gli avversari degli altri regni. Insomma, Geralt deve essere avvisato.

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Primo romanzo della saga (infatti, i due precedenti volumi sono una serie di racconti).

Le prime pagine servono un po’ da riepilogo sulle questioni e gli eventi più importanti affrontati nei racconti: necessario per chi non conosce i precedenti, ma ripetitivo per chi, invece, ha già avuto modo di conoscere Geralt. Comunque, una trentina di pagine opportune per avere un ricapitolo generale sulle vicende passate, ma più condensate sarebbero state maggiormente apprezzate (sebbene l’escamotage usato – Ranuncolo che rievoca le avventure di Geralt in una ballata di sua creazione – sia comunque interessante).

Ecco, questo è uno degli aspetti che meno apprezzo dello stile di Sapkowski: le chiacchiere… i paragrafi, le pagine dense di chiacchiere vuote e blablabla vari; chiacchiere che avvolgono la parte importante condensata in un paio di righe.

Comunque, veniamo al resto, ché qui già comincio a fare la pedante e non va bene. Come sai, però, non mi piacciono i dialoghi lunghi pagine e pagine in cui due o più personaggi ripetono lo stesso concetto in salse diverse o si rimpallano notizie e “pettegolezzi” di cui già tutti sono a conoscenza.

In ogni caso, procediamo.

Questa volta, come scrivevo all’inizio, non abbiamo dei singoli racconti, ma un romanzo più o meno lineare. “Più o meno” perché comunque anche qui le vicende si aprono e si chiudono come un sipario,  saltano e si rincorrono lasciando buchi narrativi che vengono riempiti o con i suddetti dialoghi tra personaggi o tramite flashback non proprio illuminanti e privi di qualunque pathos (dal momento che il lettore già ne conosce la conclusione).

Per il numero delle vicende raccolte e per la loro importanza per i (palesi) sviluppi successivi, “Il sangue degli elfi” assume più i connotati di un primo capitolo mooooolto lungo, prodromico ai libri successivi. Insomma, gli eventi di una certa rilevanza sono pochissimi; la storia si potrebbe riassumere in un paio di righe:

Non saprei se definirlo "spoiler", ma meglio evitare sorprese non gradite

Ciri inizia l’addestramento da strigo(a) e inizia anche quello nelle arti magiche, poiché il suo potenziale è tale da renderla o una potentissima donna-del-destino-striga-maga-nonché-fonte-di-ogni-potere o un bel problema, se non controllato. 

Riguardo al mio «(palesi) sviluppi successivi», una piccola precisazione: se consideriamo che questo è un po’ l’inizio ufficiale della saga di Geralt/Ciri non è un bene che il lettore capisca già come andranno a finire i quattro (ma, teoricamente, il quinto è in arrivo) libri della serie. Voglio dire: generalmente, le carte si scoprono alla fine, no?

Questa volta, lo strigo deve fare i conti con una sorta di paternità surrogata, nella quale cerca di destreggiarsi come meglio può (e, poverino, secondo me, nemmeno se la cava male!). Lui, assieme a Ciri e Yennifer, restano, come nei racconti, i personaggi meglio realizzati e, tuttavia, non si assiste a una loro evoluzione. Gli altri (Ranuncolo e compagnia bella) restano le solite macchiette parlanti.
Confermo, almeno per il momento, la mia precedente opinione che tutti i caratteri siano omologati agli altri: freddi e distaccati all’esterno – oppure troppo frivoli per essere veri -, magari anche scostanti e scontrosi, ma in fondo tutti nascondono un cuore dolce.

Intendiamoci: non è un libro brutto. La trama fila senza troppi intoppi o sorprese; il tutto scorre rapidamente e si legge con molta facilità. Tuttavia, da una «saga bestseller», come fascetta gialla acclusa recita, mi sarei aspettata qualcosa di caratterizzante, al di sopra della media. Per quanto la storia possa presentare alcuni elementi originali (= gli strighi e il loro particolare ordine), non è che il resto sia tanto più “originale“: abbiamo le driadi – belle e capricciose -, abbiamo gli elfi – belli e capricciosi -, abbiamo i druidi – anziani e, talvolta, scorbuti -, abbiamo i bardi grandi cantori, i nani grandi guerrieri e le taverne straripanti di birra e loschi figuri. Abbiamo le maghe – avvenenti – e un grande potere concentrato nella mani di una piccola persona… ok, la smetto.

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Arma Infero Il mastro di forgia recensione

recensione Arma InferoTitolo: Arma Infero Il mastro di forgia
Autore: Fabio Carta
Genere: Fantascienza/Distopico
Anno di pubblicazione: 2015

– Ho ricevuto una copia di questo libro dall’autore in cambio di un’onesta recensione –

Maureb. Un pianeta ostile, spento, ormai finito: ceneri radioattive, polveri velenose, terremoti ne sconvolgono l’ambiente.

Un vecchio, assieme a numerosi altri “pellegrini”, si sta recando alla cerimonia di connessione. Eppure, subito la sua presenza salta all’occhio di molti dei fedeli. Perché? È vecchio, stanco e consumato nel corpo, anche se non nello spirito. Non è affatto adatto alla “connessione”. Una risposta di troppo lo mette in ulteriore evidenza rispetto agli altri ed ecco che manca davvero poco al linciaggio del povero uomo.

Tuttavia, lui non è “chiunque” e la storia che si appresta a raccontare agli astanti, una volta palesata la sua vera identità, è la storia del pianeta, della guerra e delle bombe che ne hanno distrutto completamente la civiltà.

Onore e gloria in un mondo ormai collassato.

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L’antefatto non è semplice da seguire, perché si viene di botto catapultati in una realtà completamente diversa e bisogna interfacciarsi con aspetti nuovi e diversi che impareremo a conoscere durante la narrazione. Rappresenta, tuttavia, il terreno necessario per preparare il lettore al mondo, complesso e sfaccettato, di Muareb.
Alcuni sostengono che la terza guerra mondiale sarà una guerra per l’acqua. Ecco, l’autore porta questa ipotesi alle sue estreme conseguenze, catapultando questa “profezia” sui terreni aridi e sferzati da venti di Muareb.

La narrazione parte con ottime premesse, ma prosegue alternando singoli episodi a passaggi descrittivi o dialogati molto minuziosi e, di conseguenza, lenti. In alcuni punti, infatti, ho trovato i blocchi di dialoghi – o i dettagli nelle descrizioni – un po’ pesanti da digerire. Rallentano lo scorrere della narrazione, minandone la fluidità, e creano dispersione (soprattutto quando ci si trova davanti a scambi di battute fra personaggi della lunghezza di alcune pagine). Per questi motivi, la storia (il cui finale verrà rivelato, immagino, in nuovi capitoli) procede con molta lentezza, a discapito, dal mio punto di vista, del ritmo narrativo.

Il linguaggio, volutamente pseudo-arcaico, richiama un’impostazione classica, quasi da poema cavalleresco. La trovata è interessante (e giustamente coerente con l’assetto generale della storia), ma ne risente, in alcuni punti, la chiarezza e la fluidità di qualche passaggio. Bisogna procedere leggendo lunghe frasi con molta attenzione e non sempre un paragrafo corposo – composto da un’unica frase – è di facile lettura.

Per quanto riguarda i personaggi, indubbiamente curata è la figura del narratore, Karan, la cui introspezione – grazie all’io narrativo – è buona. Gli altri “figuri” della vicenda tendono, tuttavia, ad una certa uniformazione del carattere: supponenti, capricciosi, orgogliosi e saccenti… chi perché nobile cavaliere chi perché nobile ricco. Lo stesso Karan non è esente da qualche punta di vanaglorioso astio.

Per quanto riguarda l’ambientazione, infine, è innegabile una cosa: lo studio accurato. Io ne sono davvero rimasta sbalordita. La precisione, l’attenzione per tutti i piccoli dettagli di un mondo completamente nuovo (la mancanza d’acqua, l’asse di rotazione del pianeta, la conseguente assenza delle stagioni, i pregiudizi razziali…), colonizzato dagli esseri umani in un’epoca così lontana, avvolta quasi dal mito, e tuttavia con alcuni richiami alla nostra (come papà Klausan che consegna regali ai bambini cavalcando il «ciclone perenne» del polo).

Insomma, sono aspetti che richiedono molta attenzione, molta precisione e anche molta fantasia. Lo stesso vale per la società di Dragan con i suoi costumi, le sue usanze ed i suoi zodion (e non aggiungo altri dettagli, perché l’autore si profonde in una descrizione così dettagliata e puntuale che io sicuramente, tentando di fare altrettanto in questa recensione, rovinerei l’effetto finale). Man mano che si procede nella narrazione si aggiungono piccoli pezzetti che spiegano questo mondo così complesso.

Forse ci ho visto più di quella che era la reale intenzione dell’autore (e, nel caso, me ne scuso), ma ho apprezzato i richiami, tra gli altri, anche al ciclo dei cavalieri (di re Artù, Mallory) e un po’ anche alle storie romanze dei cantori medioevali; Star Wars (con i suoi scudi deflettori); qualcosa anche dell’amor cortese; richiami anche dall’ambito scientifico (il boson, la città di Higgs, l’Hyperuran…); e dall’ambito greco-latino (come alcune cariche in seno alla Falange, parole rielaborate, il filosofo Anassiman, ect.).

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Dark Places Nei luoghi oscuri recensione

recensione dark places nei luoghi oscuriTitolo originale: Dark Places
Autrice: Gillian Flynn
Genere: Thriller
Anno di pubblicazione: 2009
Titolo in Italia: Nei luoghi oscuri
Anno di pubblicazione ITA: 2010

1985. Una sciagurata notte e Libby, una bambina di sette anni. La sua vita è stata segnata. Pochi minuti… solo pochi minuti che hanno cambiato il suo futuro per sempre.

La sua famiglia è stata brutalmente uccisa. Una delle due sorelline strangolata; l’altra colpita a morte con una grossa scure. Sua madre pugnalata e poi freddata con un colpo di pistola. Lei? Lei è l’unica testimone.

E il colpevole di tutte queste atrocità? Suo fratello Ben.

Adesso. Ventiquattro anni dopo, Libby è ormai adulta e, pur cercando in ogni modo di dimenticare quella notte e non cadere nei luoghi oscuri in cui quell’incubo familiare la trascina ogni volta, ne conserva e ne “sfrutta” ancora il ricordo. Infatti, in questi anni, è “campata” grazie alle gentili donazioni di perfetti sconosciuti pieni di compassione e generosità che si sono interessati alla sua triste storia. Ha scritto anche un libro su come superare le difficoltà della vita ed andare avanti.

Nonostante questo, però, il suo fondo è agli sgoccioli… anzi, diciamo pure che i soldi sono finiti. E adesso? Un lavoro è escluso. Barcamenarsi tra un carattere diffidente e cinico, la cleptomania, gli istinti suicidi e un orario lavorativo da rispettare ogni mattina non è proprio possibile. E allora?

Allora, forse, le si è appena presentata un’occasione, una speranza per continuare a sopravvivere senza troppi sforzi, come ha sempre fatto in questi anni.

Forse il Kill Club potrebbe fare al caso suo. I suoi membri hanno, però, uno strano hobby: si interessano di omicidi crudeli, efferati. Storie raccapriccianti sulle quali i componenti di questo strano gruppo discutono, analizzano prove e documenti e si confrontano per ore.

Adesso stanno cercando di “tirar dentro” Libby. Perché? Bè, tra le varie cose, sembra vogliano farle cambiare idea su suo fratello: quello che lei ha visto è sbagliato.

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Per quanto riguarda la narrazione, ho particolarmente apprezzato il ritmo serrato e il costante scambio di punti di vista sia dei personaggi sia nei rapidi passaggi tra passato/presente. Sapiente gioco di battute ironiche e anche ciniche, luoghi oscuri, personaggi ambigui, pregiudizi e serie di sfortunati eventi. Narrazione incalzante (insomma, la classica curiosità di vedere “come va a finire” c’è e i dubbi – è lui o non è lui? – vengono instillati nel lettore).

Ok, esco allo scoperto: a me le storie di GIllian Flynn piacciono… c’è poco da fare. Posso ammettere, sì, che qualche punto nella trama è quasi paradossale, portato ai limiti estremi, spiegazzato fino ai confini razionali della realtà, ma sempre assolutamente probabile e dannatamente possibile.
Mi piace anche la cura nella caratterizzazione dei personaggi; il modo in cui l’autrice si cala, di volta in volta, nel diverso punto di vista (mutando, di conseguenza, anche la percezione di uno stesso identico fatto). Dare interpretazioni diverse sullo stesso evento è un elemento che davvero adoro (in ogni libro che leggo… quando presente e se ben realizzato) e qui, non c’è che dire, l’autrice sa gestirlo davvero molto bene e portarlo alle sue estreme (e anche terribili) conseguenze.

Noto, comunque, una certa costanza della Flynn nel concentrarsi su figure femminili “famose” nell’infanzia. In “L’amore bugiardo“, Amy è famosa “grazie” ai genitori che avevano usato il suo nome per una serie di romanzi formativi per ragazzi e genitori, intitolata “La mitica Amy”. Qui, Libby è altrettanto (tristemente) famosa per aver perso tutta la famiglia in atroci circostanze.
Si tratta sempre di personaggi cinici e orgogliosi, scaltri e, sì, anche avidi. Insomma, non siamo di fronte ai classici (e sempre in voga) protagonisti-eroi ispirati al bene e volti alla comprensione, alla generosità, all’altruismo. Sono caratteri sfaccettati: non completamente “buoni”, ma nemmeno completamente “malvagi” (con le dovute eccezioni ovviamente). Insomma, come si dice: ognuno ha i suoi scheletri nell’armadio e nessuno è perfetto.

La stessa cura e attenzione nella differenziazione e caratterizzazione dei personaggi l’ho ritrovata anche nelle descrizioni degli ambienti. Si respira aria campagnola, si vive il clima di una piccola cittadina rurale, si assaporano i pettegolezzi che corrono come un treno attraverso i fili del telefono.
Qualche imprecisione nella traduzione, ma niente di insormontabile.

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