Norwegian wood recensione

Titolo: Noruwei no mori
Autore: Haruki Murakami
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1987
Titolo in Italia: Norwegian wood. Tokyo blues
Anno di pubblicazione ITA: 1993
Trad. di: Giorgio Amitrano

Toru è un trentasettenne ormai, ma guardandosi un attimo indietro, con Norwergian wood – canzone dei Beatles – improvvisamente nelle orecchie, riesce a riabbracciare il suo passato.

Un passato non facile che lo riporta ai suoi diciassette anni, quando il suo migliore amico improvvisamente si uccise.
Da quel giorno Toru trasse un profondo insegnamento: «La morte non è l’opposto della vita, ma una sua parte integrante».

E la sua di vita deve continuare con la scelta dell’università, con le amicizie che si contano sulle dita di una mano, con le facezie quotidiane, gli incontri occasionali, una costante tensione verso qualcosa, diviso tra due ragazze: Naoko, la fidanzata del suo migliore amico morto, timida e delicata e Midori, una collega d’università allegra e inarrestabile con un passato (e un presente) costellato di fatiche di sofferenze.

La sua di vita continua anche se: «Comincio a sentire le responsabilità. Io non sono più quello che tu hai conosciuto. Ho vent’anni ormai. E devo pagare il prezzo per continuare a vivere».

Era il mio “giurassico” periodo delle scuole medie quando decisi che mi piaceva il Giappone e avrei quindi coltivato questa mia “passione” leggendo autori giapponesi. 

L’insegnante d’Italiano dell’epoca mi indicò senza timori Banana Yoshimoto; non gliene faccio una colpa… anche nelle librerie la scelta gravitava praticamente solo attorno a questa autrice nipponica.
E insomma, nonostante le svariate possibilità concesse alla Yoshimoto, non sono mai riuscita ad appassionarmi né alla sua scrittura né alle sue storie (o ai suoi personaggi… v. ad esempio: “Presagio triste“). Nada, zero assoluto.

Così mi ero semplicemente arresa all’idea che gli autori giapponesi non facessero per me. 

Se, però, ti fissi su di una cosa – nel modo in cui faccio io almeno – prima o poi ci ricaschi… è inevitabile. Così eccomi – dopo questa lunga digressione – a riprendere contatti con uno scrittore giapponese: Haruki Murakami.

Pronunciare questo nome provoca quasi un onda d’urto tangibile di ammirazione e, in effetti, la sua scritttura non ha davvero nulla a che spartire con quella dello Yoshimoto (non mi sto accanendo contro la poveretta; la cito ancora solo perché è il mio unico termine di paragone per la letteratura giapponese).

Malinconica, ma dolce come una carezza la scrittura di Murakami arriva precisa e profonda come una stiletta la cui ferita resta lì sulla pelle anche dopo aver chiuso il libro da giorni (e, infatti, sto scrivendo questa recensione distanza di qualche giorno). 

La storia contenuta in “Norwegian Wood” è in effetti una storia tosta che tocca argomenti delicati in un periodo difficile di trasformazione (l’adolescenza) in una società contraddittoria e contorta come quella giapponese. 

Toru Watanabe non ama la solitudine, ma odia le delusioni. E così procede nella sua esistenza quasi con discrezione, come se ne fosse un ospite e non il protagonista lasciandosi trasportare.

E infatti, la sua storia procede in relazione ad altre figure; in particolare  Naoko e Midori, la luna e il sole, le quali lo trascineranno – una letteralmente – nelle proprie vite.

Alla fine, si tratta di un romanzo complesso, con una vena pulsante di malinconia e malessere incasellata in una società complessa e contraddittoria come quella giapponese.

Perché, alla fine, chi ha nel cuore qualcosa di delicato rimarrà sempre schiacciato dall’ingordigia altrui.

Insomma, un libro per certi aspetti profondo, ma di difficile lettura privo di una vera e propria struttura narrativa e con personaggi di non sempre facile interpretazione.

 

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