Il buio oltre la siepe: I classici di The Books Blender

Il buio oltre la siepe è un lettura che, per tutta una serie di motivi, non può mancare nella libreria di un lettore non fosse solo per il fatto che la nostra piccola narratrice, Scout (Jean Louise) Finch, è un’accanita lettrice (tanto che una delle citazioni che preferisco del libro è detta proprio dalla nostra piccola eroina: «Fino al giorno in cui mi minacciarono di lasciarmi più leggere, non seppi di amare la lettura; si ama, forse, il proprio respiro?»).

Il romanzo ricevette un successo immediato e valse alla sua autrice, Harper Lee, il premio Pulitzer (e questo sì che è un romanzo che vale il Pulitzer!).
In cifre: oltre 30 milioni di copie vendute, in classifica tra i bestseller del New York Times per 88 settimane, tradotto in 40 lingue (Fonte: Feltrinelli.it).

Ad oggi il libro si trova nel 70% delle scuole statunitensi (sebbene sia stato bannato in alcuni istituti perché – tieniti forte – considerato troppo razzistamah!).

Gregory Peck (Atticus Finch) e Mary Badham (Scout) nella trasposizione cinematografica de “Il buio oltre la siepe”, 1962

Conobbi per la prima volta Atticus Finch grazie alla magistrale e azzeccatisisma interpretazione (che gli valse l’Oscar) di Gregory Peck.

Da quel primo incontro, Atticus incarna per me un esempio perfetto di avvocato e di persona.

Il suo corrispettivo letterario, ovviamente, non è da meno e, grazie alla penna di Harper Lee, regala perle di vita:

«Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare ugualmente, e arrivare fino in fondo, qualsiasi cosa succeda.»

Diamo, però, per scontato che nessuno di noi abbia mai sentito parlare de Il buio oltre la siepe. Di che parla?

A Maycomb, una cittadina dell’Alabama in cui il più grande passatempo è andare in chiesa e sparlare dei vicini, Atticus Finch si ritrova la difesa d’ufficio di un uomo accusato di violenza carnale su di una ragazza.

Le accuse sono un po’ (tanto) campate in aria, ma il processo si svolge a carico di un uomo di colore, davanti a una giura di uomini bianchi e la presunta vittima è una giovinetta – bianca – ignorante e terrorizzata.

Sostanzialmente il verdetto è già scritto prima ancora che Tom Robinson si sieda sul banco degli imputati.

Il processo scatenerà curiosità morbosa, vecchi pregiudizi e profondi rancori.

In realtà, questo mio riassunto è riduttivo. In primo luogo, perché il clou della vicenda – il processo – occupa solo la parte centrale del romanzo e, all’inizio, il caso giuridico viene solo sussurrato e vagamente compreso da Scout, la narratrice figlia di Atticus.

In secondo luogo, perché accanto alla ricerca di un processo veramente giusto ed equo senza alcuna distinzione per nessuno, si intrecciano tutta una serie di considerazioni ancora attuali: l’essere coerenti e corretti con se stessi, sapersi rapportare con gli altri e imparare a non farsi spaventare da nessuno camminando sempre a testa alta (se si di aver ragione e di aver agito per il meglio), immaginare come sarebbe “mettersi nei panni altrui”.

In poche parole, il mondo è cattivo, ma bisogna imparare a parare i colpi.

Di contro, Il buio oltre la siepe mette in luce e condanna l’ipocrisia dilagante (il tè delle signore e le loro superflue chiacchiere sono solo uno dei tanti esempi prendenti nel romanzo); la morbosa curiostà; il godere delle disgrazie altrui; il giudicare gli altri; la religione portata ai suoi estremi; il fanatismo in generale e tutta una serie di comportanti che generano solo pregiudizio e scontro.

E con l’innocenza dei bambini saltano fuori tutte le incoerenze e le ipocrisie degli adulti.

La cittadina di Maycomb è descritta in modo così realistico da risultare un microcosmo pieno di sogni e di desideri, di invidie e di odi.

I posti ci diventano familiari (e sì, ha ragione Jem, sotto gli alberi la terra è più fresca); i personaggi ce li vediamo sfilare davanti come se fossero davvero di fronte a noi.

Dati i contenuti dal grande impatto, Il buio oltre la siepe è una lettura super-consigliata… da tutti compreso l’ex presidente americano Barack Obama che, in occasione del 50° anniversario della pellicola, registrò una breve introduzione alla visione del film.

Di recente, è uscito il discutissimo seguito Va’, metti una sentinella.
Si è speculato molto su questo nuovo romanzo (il Newyorker, di cui parlammo qui, parla addirittura di crollo di un mito) e qualcuno sostiene addirittura che non sia stato nemmeno scritto dalla Lee.

Secondo la mia modesta opinione, si tratta semplicemente di una stesura precedente de Il buio oltre la siepe anche perché, in alcuni punti, la storia presenta alcune incoerenze (a breve dedicherò a questo romanzo un articolo in cui spiego la mia teoria).

Insomma, concludendo: questo è uno di quei libri che non mi stancherei mai di leggere (e, infatti, mi sono pure ascoltato l’audiolibro con Alba Rohrwacher come narratrice… all’inizio ammetto che è un po’ monocorde, ma man a mano che si procede nella narrazione caratterizza molto i personaggi rendendo l’ascolto davvero interessante).

Da leggere e tenere in prima posizione sullo scaffale della libreria.


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Festival dei sensi: 22, 23 e 24 agosto in Valle d’Itria

Il 22, 23 e 24 agosto torna nello splendore della Valle d’Itria tra trulli, campagne, storia e ulivi il Festival dei Sensi, giunto alla sua ottava edizione.

Tema di quest’anno il Corpo.

Scienziati, artisti ed esperti si giostreranno tra incontri e dibattiti. E non solo: il percorso del Festival prevede anche proiezioni, laboratori e mostre fotografiche.

 

La rassegna, che ha ricevuto dalla Presidenza della Repubblica la Medaglia d’Onore come riconoscimento di eccellenza della sua funzione culturale e che per prima si è distinta nella ricerca di ambientazioni d’eccezione, proporrà anche questa volta la sua suggestiva caccia al tesoro nel patrimonio naturalistico e storico della Valle d’Itria, uno dei più fascinosi territori d’Italia.

Tra gli ospiti di quest’anno

PAOLO CORNAGLIA FERRARIS, medico e autore di numerose pubblicazioni scientifiche, affronterà una delle tematiche di maggiore attualità che sta infiammando l’opinione pubblica: “Vaccino. Dal latino vaccinus, di vacca”.

“Io, e il bricolage del DNA”. La cipolla ha un genoma cinque volte più grande del nostro, ma non per questo è cinque volte più evoluta. Cosa si cela dietro il DNA, come leggerlo e modificarlo: ne parlerà il Prof. TELMO PIEVANI, uno dei più apprezzati scienziati italiani, molto seguito dal pubblico anche sulle colonne del Corriere della Sera.

L’antichissima e affascinante teoria degli umori sarà il tema accompagnato da musiche e rare immagini trattato da BERNARDINO FANTINI, professore emerito di Storia della Medicina all’Università di Ginevra e Presidente dell’Istituto Italiano di Antropologia.

“…Seduti!”. Mettersi Comodi. Il tema dello stare seduti, dal punto di vista culturale e da quello funzionale, sarà indagato da RICCARDO BLUMER, architetto e designer, direttore dell’Accademia di architettura di Mendrisio (Svizzera), dove insegna. Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi e importanti premi, tra cui il Compasso d’oro: le sue sedie Laleggera ed Entronauta figurano nella collezione permanente del MOMA di New York.

Il grande antropologo FRANCESCO REMOTTI, professore emerito di Antropologia Culturale presso l’Università di Torino e autore di importanti testi di riferimento, affronterà il tema del Festival esplorando il “simbolismo del corpo” e ragionando intorno alla comprensione dei rapporti che si generano tra il corpo e le sue raffigurazioni, tatuaggi inclusi, con l’ausilio di immagini di grande suggestione.

VIRGILIO SIENI, coreografo e danzatore, è uno dei principali protagonisti della scena contemporanea europea. Fondatore dell’Accademia sull’arte del gesto, spiegherà che cosa si cela dietro il movimento del corpo nell’appuntamento intitolato “Geometria e mistica del corpo” e coinvolgerà il pubblico in una lezione interattiva con esercizi olistici di relazione.

NADIA MARIA FILIPPINI è autorevole membro della Società Italiana delle Storiche: grande esperta di storia delle donne il cui ultimo studio, frutto di molti anni di ricerca, sarà oggetto di un incontro dal titolo “Generare corpi e idee naturalmente: la sfida del formidabile potere delle donne”. Ne parlerà insieme alla scrittrice DONATELLA DI PIETRANTONIO, autrice de L’Arminuta, romanzo sul tema della maternità molto celebrato da pubblico e critica.

Inoltre, a questa nuova edizione parteciperanno anche

RENATO MANNHEIMER, massimo esperto italiano di sondaggi, divertirà i partecipanti svelando i segreti delle inchieste su di noi.

ACHILLE BONITO OLIVA, critico d’arte di fama internazionale, saggista e scrittore, stupirà come sempre spogliando l’arte dai pregiudizi.

CLAUDIO BARTOCCI, matematico che insegna all’Università di Genova, ci condurrà in un viaggio imprevedibile alla  ricerca della bellezza  nella proporzione divina.

ELIO DE GRANDI, in arte Mago Alexander, docente al Master di Ipnosi clinica dell’Associazione Psicologi della Lombardia, proporrà una incredibile lezione interattiva per spiegare che cos’è l’ipnosi.

GIULIA SISSA arriverà appositamente dalla prestigiosa UCLA di Los Angeles dove insegna. Grande studiosa del mondo antico, nota anche in Italia per i suoi saggi appassionanti (ricordiamo l’ultimo sul tema della gelosia), racconterà il mito eterno del corpo perfetto.

L’intero programma della manifestazione è disponibile sul sito www.festivaldeisensi.it.

La mano nera e altri racconti gialli

Da fine giugno, disponibile per Elliot, un carico di giallo e mistery con alcuni racconti mai visti in Italia. Ecco la raccolta: La mano nera e altri racconti gialli. 

In questi racconti, alcuni sconosciuti a un pubblico italiano, ma ormai considerati dei cult della letteratura di genere inglese – come The Rope of Fear (La corda della paura) di Mary E. e Thomas W. Hanshew, o The Fowl in the Pot (Il pollo nella pentola) di Stanley J. Weyman – vengono narrati scandali tra nobili, eredità da salvaguardare, rapimenti, corrispondenze pericolose, errori di giudizio, baroni mascherati, indagini poliziesche, truffatori che vengono truffati a loro volta.

Fanno da sfondo campagne e città, ristoranti italiani come il “Da Luigi” e gli uffici frenetici di Scotland Yard.

La cronaca nera si mischia con la fantasia, il crimine con la vita quotidiana. 

Gli autori presenti in questa raccolta: Robert Anderson, Egerton Castle, Arthur Conan Doyle, Mary E. e Thomas W. Hanshew, Arthur B. Reeve, Stanley J. Weyman.

Titolo: La mano nera e altri racconti
Autori: Robert Anderson, Egerton Castle, Arthur Conan Doyle, Mary E. e Thomas W. Hanshew, Arthur B. Reeve, Stanley J. Weyman
Pagine: 125
Prezzo: 12,50€
Trad. di: Claudio Mapelli e Angela Pica
Disponibile dal 29 giugno


Disponibile dal 29 giugno 2017!


 

Kobane Calling recensione

Titolo: Kobane Calling
Autore: Zerocalcare
Genere: Graphic Novel
Anno di pubblicazione: 2015

Altri volumi dello stesso autore:

  • La profezia dell’armadillo
  • Un polpo alla gola
  • Ogni maledetto lunedì su due
  • Dodici
  • Dimentica il mio nome
  • L’elenco telefonico degli accolli
  • Ferro e piume

Sulla fiducia, visto che La profezia dell’armadillo aveva – dal mio punto di vista – ottime basi e ottimi margini di miglioramento, ho ripreso ancora una volta una storia di Zerocalcare. Questa volta, quindi, parliamo di Kobane Calling.

Che c’entrano i Nirvana?, mi sono detta prima di iniziare la lettura (la battuta, comunque, la propone anche l’autore, per cui, via, non sono poi così fuori dal mondo). La riposta è: nulla. Ma proprio nulla, nulla.

Kobane Calling nasce da una sorta di reportage giornalistico, in forma di fumetto, di una quarantina di pagine pubblicato per la prima volta sul numero 1085 di “Internazionale“, frutto della permanenza dell’autore a Mehser, città turca a «tre fermate di metro» da Kobane.

Kobane è una città situata nel nord della Siria, teatro dal 2014 della guerra portata dall’autoproclamatesi Stato Islamico e strenue resistenze da parte dei tanti militanti curdi (cui si aggiunsero anche i noti peshmerga [Fonte: IlPost.it]).

Dopo mesi di combattimenti, nel 2015 la città è tornata alle forze curde, ma le cicatrici rimaste sono tantissime e i lunghi combattimenti hanno lasciato alla città il soprannome di “Stalingrado” [fonte: L’Espresso.it].

Ammetto di essermi “covata” questa recensione per qualche tempo, indecisa se pubblicare questa mia che – noto – va un po’ in controtendenza rispetto al generale.

Premetto che lo stile di ZeroCalcare c’è tutto e, nel giro di poche vignette, si riesce a passare dal faceto al serio sempre in maniera simpatica e mai sciocca.

Tuttavia, mi pare che la questione sia realizzata un po’ a volo d’uccello: uno sguardo rapido nella speranza di abbracciare un po’ tutto, ma senza soffermarsi in particolare su nulla.

La storia inizia con l’annuncio di ZeroCalcare ai genitori, nelle vesti ormai note di Lady Cocca del film animato Disney “Robin Hood” e del signor Ping di “Kung Fu Panda”: vado in Siria (no, per la precisione, sul confine siriano-turco).

kobane-calling-immagine

Estratto da “Kobane Calling” di ZeroCalcare, Bao Publishing, 2016

Da qui, seguiamo ZeroCalcare che, dal contraddittorio mondo italiano tutto sommato pacifico, si ritrova catapultato in una zona di guerra in cui i Ratatata dell’Isis si mescolano ai Tutum e agli Sboom delle forze americane e curde.

Nella nota e caratteristica suddivisione in episodi, faremo la conoscenza dei combattenti e dei resistenti, del campo profughi, del filo spinato, delle case occupate, dei villaggi rasi al suolo, del coraggio e della forza di andare avanti e combattere, combattere.

Come scrivevo poco sopra, purtroppo, i tanti argomenti e il poco spazio a disposizione rende impossibile soffermarsi con maggior precisione. Quindi, questa coesistenza tra le tantissime cose da dire (e dar far conoscere) e le poche pagine a disposizione genere una rapida occhiata al generale.

Se vuol essere un modo per avvicinare le persone ai reportage di guerra, la graphics novel è sicuramente un innovazione interessante. Tuttavia, c’è modo e modo di affrontare tali argomenti e, per quanto lodevole, in questo caso l’intento mi pare completamente non riuscito.


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Come siamo diventati nordcoreani recensione

Titolo: How I Became a North Korean
Autrice: Krys Lee
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Come siamo diventati nordcoreani
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Stefania De Franco, Flavio Iannelli e Daria Restani

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione – 

«La memoria […] è una superficie scivolosa, uno specchio che va in frantumi appena lo sfioro.»
Krys Lee, Come siamo diventati nordcoreani,
Codice edizioni, 2017

Poche cose contano quando fai parte dell’élite in Nord Corea: l’ascesa di carriera e la volubile approvazione del tuo leader (che poi entrambe sono sinonimo di sicurezza e soprattutto di sopravvivenza).

I chiari di luna del signore di Pyongyang sono repentini, imprevedibili e si abbattono sulla vita delle persone come uno tsunami.

Sotto i colpi di questa psicotica tempesta cade, durante una serata di gala e festeggiamenti, nell’impotenza/indifferenza e sotto gli occhi di tutti, il padre di Yongju. Sua madre è una nota attrice nordcoreana, ma nulla li salva.

L’originale piano di fuga deve proseguire, ma finire nelle mani dei trafficanti senza protezione alcuna è la rovina per tutta la famiglia. In breve, Yongju si ritrova solo separato dalla madre e dalla sorella – destinate con probabile certezza allo sfruttamento sessuale.

Dall’altra parte dell’oceano, apparentemente tranquillo, c’è Danny, le cui origini cinesi e coreane e la cui sensibilità lo rendono purtroppo vittima dei cretini. Per lui è difficile ambientarsi e l’unica soluzione pare esser quella di tornare in Cina dalla madre.

Last but not least, c’è Jangmi. La sua – forse – è la storia più dura (anche se un paragone certo non si può fare, ma forse essendo donna mi sono trovata più sensibile verso le vicende di questo personaggio).

Insomma, Jangmi è nordcoreana (come Yongju, ma non fa parte della “società bene”); è incinta (perché ovviamente Jangmi è stato il divertimento di un signorotto locale) e deve scappare per salvare la vita alla sua bambina (perché ovviamente, se venisse a saperlo il succitato signorotto, non ci sarebbe scampo per la bambina… e forse nemmeno per lei).

Jangmi, però, non è il suo nome, ma quello che il nuovo marito cinese – ignaro ancora della gravidanza – le ha affibbiato.

Per pochi spicci, l’uomo ha comprato la ragazza, la usa come un oggetto e la guarda dall’alto in basso solo perché è nordcoreana (quindi, a prescindere, ignorante, stupida, arretrata).

Soprattutto negli ultimi tempi si fa un gran parlare di Nord Corea perché Kim Jong-un fa arrivare missili nel Mar del Giappone, perché fa marciare le truppe in piazza… e poi il suo ridicolo taglio di capelli, le sue casacche nere, ect.

A parte questo motteggio – che lascia un po’ il tempo che trova – verso il dittatore, non ci si sofferma molto su altro.

Quello che, però, manca è un’altra fetta – fondamentale – della realtà nordcoreana: quella dei nordcoreani che il regime lo vivono, anzi lo subiscono ogni giorno.

Qualcosa di questa atroce verità l’avevamo imparata grazie al giornalista statunitense Blaine Harden che, nel suo “Fuga dal Campo 14” (Codice Edizioni, 2014), ci raccontava l’epopea geografica ma anche personale di Shin Dong-hyuk. Il suo era un incrocio tra un’inchiesta giornalistica, un reportage e una biografia (per i dettagli ti rimando alla mia recensione).

Quello che abbiamo qui in “Come siamo diventati nordcoreani” è, invece, un romanzo che, scisso in tre punti di vista, segue le vicende dei tre ragazzi (che si trovano, si perdono, si ritrovano).

Yongju, Danny e Jangmi non esistono, ma le loro storie purtroppo sì. Sono le storie di tantissimi nordcoreani: storie di abusi; storie di fughe; storie di speranze. Nordcoreani che poi magari

«Entrano in Corea del Sud pieni di fantasie e piombano nella vergogna quando si accorgono di essere guardati dall’alto in basso, o rimangono scioccati quando scoprono di essere sospettati di essere spie, oppure cominciano a comportarsi in maniera circospetta, o peggio finiscono per fregarsene di tutto.»
[estratto da “Come siamo diventati nordcoreani”, Krys Lee, Codice edizioni, 2017]

I personaggi letterari, quindi, si fanno portavoce di testimonianze e storie che sono accadute e che stanno accadendo anche ora, in questo preciso istante… mentre magari il mezzobusto di turno ridicolizza l’assurda scelta di vestiario di Kim Jong-un (il quale, però, ha un’ascendente tale sulla vita delle persone da lasciare in secondo piano le insensatezze della sua persona).

Insomma, anche in questo libro gli argomenti trattati sono duri; aberrante e vergognoso è che continuino nell’indifferenza generale (anche se anche qui ci sarebbero alcuni risvolti da approfondire a partire dall’influenza della Cina, la sicurezza della Corea del Sud e le conseguenze di un eventuale intervento militare in Nord Corea).

Il punto, però, è che non si tratta di essere sudcoreani o nordcoreani, cinesi o americani e via discorrendo.

È questione di essere umani.

Umanità vuol dire anche provare compassione, empatia verso il prossimo. Eppure, per qualche ragione, in qualcuno approfittarsi della debolezza di un altro è come un istinto primordiale che ne impregna il sangue. La facilità con cui lo fanno gli si confà come un guanto e anzi è appositamente ricercata; approfittarsi del prossimo, in modo volutamente abietto, diventa semplicemente un lavoro, un modo di fare, uno stile di vita, normale routine (un po’ come l'”eseguivamo solo gli ordini” della seconda guerra mondiale).

E l’umanità che traspare da questo libro – lo ripeto: sono storie vere – è una che preferirei non fosse mai esistita.

Concludendo. Si tratta di un libro interessante – sebbene devastante – da leggere per completare il quadro iniziato con “Fuga dal Campo 14“.

Le storie di Yongju, Danny e Jangmi raccontano di matrimoni combinati e gelide serate di gala, di silenzi terrorizzati e partenze obbligate, di dolore e addii imposti, di trafficanti e di sfruttatori, di cristianità e di ipocrisia.

Tuttavia – e mi riferisco allo stile e alla tecnica narrativa – ammetto che la storia è condotta in maniera molto elementare; la definizione dei punti di vista tra i tre ragazzi non sempre è ben definita e distinguibile l’uno dall’altro.


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