Cecità recensione

cecitàTitolo: Ensaio sobre a Cegueira
Autore: José Saramago
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1995
Titolo in Italia: Cecità
Anno di pubblicazione ITA: 1996
Trad. di: Rita Desti

Gli automobilisti sono in agitazione; i clacson suonano imbufaliti e gli autisti si sperticano dai veicoli per capire cosa sta accadendo. La soluzione è semplice: il verde è scattato e il veicolo fermo al semaforo non è ancora ripartito. Il motivo, però, per cui questa auto ancora non si è messa in mossa è meno semplice: il guidatore è diventato improvvisamente cieco. Vede tutto come immerso in una nebbia lattiginosa.
Un buon samaritano s’offre di riaccompagnarlo a casa, ma ciò che il cieco non sa è che, dopo aver svolto questo suo caritatevole ufficio, il samaritano s’intascherà l’auto del cieco per diventare cieco a sua volta.
Al nostro di cieco, quello originario diciamo, non resta che recarsi da uno specialista, il quale, però, dopo la visita e dopo aver preso accordi con un collega per cercare di comprendere questa cecità improvvisa del paziente, diventa a sua volta cieco.
E poi abbiamo una donna, dedita ai piaceri della carne, che diventa cieca a sua volta mentre è in compagnia dell’amante; un bambino strabico, un tassista, un poliziotto, una cameriera. Insomma, questa cecità improvvisa, che si sta diffondendo pericolosamente a macchia d’olio; è per tutti di colore bianco, ma le cause di questa sua improvvisa venuta sono del tutto sconosciute.

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Eccomi di nuovo alle prese con un premio Nobel. Sono sempre in difficoltà con uno scrittore che ha ricevuto un così importante riconoscimento. Da una parte, mi sento quasi in obbligo di apprezzare il libro (insomma, chi sono io per “giudicare” uno scrittore da premio Nobel?!); dall’altra, mi sento quasi in imbarazzo nel dare la mia sincera opinione di lettrice su di un libro così importante.

Ma parliamo di “Cecità“. La prima cosa che salta all’occhio sono i dialoghi. Inizialmente, pensavo si trattasse di un problema della mia versione. Ti spiego perché: nell’introduzione dei dialoghi, mancano completamente le virgolette di apertura e chiusura. C’è solo una virgola in più all’interno della frase. Una scelta stilistica particolare. Si comprende quando siamo infilati in un dialogo dalle troppe virgole – unica punteggiatura assieme ai punti – che presenta la frase e si comprende abbastanza bene anche chi parla (si hanno, nella maggior parte dei casi, due interlocutori, quindi diventa più o meno semplice capire chi dei due sta parlando dal tono delle risposte… anche se, talvolta, le virgole presenti nella frase – e non per sperare i dialoghi – crea un poco di confusione). Tuttavia, dal mio punto di vista, questa scelta si è rivelata a lungo andare snervante e stancante. Sarò tradizionale, ma quelle frasi infinite piene di sole virgole diventavano davvero, dopo un po’, un incubo.

Altra pecurialità di questa lettura sono i nomi (i nomi non hanno importanza). Abbiamo il cieco numero uno e numero due, la moglie uno e due, l’oculista (anzi, il medico), il poliziotto, la ragazza dagli occhiali scuri, il bambino strabico… mai un nome proprio. I personaggi, nelle prime pagine, arrivano già a una decina… comunque, nonostante questa indefinitezza dei soggetti, si capisce chi è in scena e di chi stiamo seguendo le vicende (anche perché l’attenzione è sempre concentrata sul solito gruppetto di persone). Ancora: non ci sono capitoli, non ci sono “parte I”, “parte II”. È tutto continuato, tutto separato solo da una riga per segnare i paragrafi; talvolta nemmeno quello.
Scelte queste che ho trovato comunque interessanti e, tutto sommato, ben riuscite.

È scritto bene, tuttavia non mi capacito bene di qualche passaggio di verbo, da imperfetto a presente, senza che però cambi il tempo della storia (che è sempre lo stesso nonostante i tempi verbali la pensino diversamente). E rimango un po’ perplessa dalla scelta di “virgolare” (=mettere le virgole) ovunque.
Dal mio punto di vista, devo ammettere – ripeto – che la scelta è sicuramente singolare; tuttavia, non l’ho particolarmente apprezzata per i motivi sopraddotti (una certa pesantezza nel seguire la frase; qualche lungaggine).

citazione cecità

La vicenda ruota attorno a questa improvvisa cecità virale che si diffonde alla velocità della luce (ahahaha) e non salva nessuno… o quasi. Il grosso del libro si svolge nella prima zona di confinamento, anzi quarantena: un ex manicomio. Qui i nostri conosceranno le bruttezze e le bassezze umane e gli iniziali propositi comunitari e solidali andranno ben presto a farsi benedire.

Qualcosina, nella trama, è tirata per i capelli

Attenzione: spoiler!

come la stilettata (perché certo non può essersi trattato di un normale tacco di scarpa, per quanto magari a squillo, a lacerare una gamba, con una incisione così profonda e grave da diventare un’emorragia copiosa e quindi una setticemia mortale) della ragazza dagli occhiali scuri al ladro; o il trattamento disumano dei malati, completamente lasciati a se stessi, da parte di un governo non meglio precisato all’interno di una struttura già abbandonata; caricatori svuotati sui ciechi da militari terrorizzati o viceversa troppo bravi nel dominare questa paura (i quali, però, teoricamente, sono addestrati a spaventarsi per qualcosa di più di un semplice cieco contagioso che sta in fondo a un atrio)

Tuttavia, devo ammettere che la vicenda non mi ha impressionata particolarmente. Sarà che, in quest’ultimo periodo, mi sono un po’ avvicinata al genere apocalittico, distopico, disastro universale e quindi non ho trovato una novità che l’autore non si concentrasse sulla “malattia” in sé non nociva (nonostante la perdita della vista, il resto funziona), ma sugli umani, sul loro istinto di sopravvivenza, sulla loro cattiveria, sulla falsità del motto “tutti per uno e uno per tutti” in situazioni estreme. Noto, nel genere, è anche il dato che tutta la storia si focalizzi su di un piccolo gruppo di persone – in cui il capo viene riconosciuto e investito, più o meno ufficialmente, da tutti altri grazie a doti o abilità peculiari – il quale gruppo, accozzato insieme per caso o destino, riesce a procedere insieme più o meno unitamente e più o meno a lungo. Per fare un parallelo molto famoso e tornato in voga negli ultimi anni, nelle apocalisse zombie non sono tanti i morti il problema – o almeno non sono solo i morti il problema -, quanto i vivi, che combattono e s’ammazzano tra di loro, senza comprendere la necessità di allearsi contro la minaccia comune. Qui, invece degli zombie, abbiamo la cecità, ma la perversione e la cattiveria e la crudeltà che si raggiungono sono esattamente gli stessi (gli esempi e le vicende pure).

Detto questo, comunque, Cecità è del 1995, quindi all’epoca erano pochi i distopici che mostravano le grettezze dell’umanità, ma certo non è il primo né tra i migliori (almeno, ecco, questo dal mio punto di vista). Non mi sono trovata particolarmente coinvolta nella lettura.

L’unica particolarità di “genere” qui è che c’è qualcuno che pare non venga toccato dalla minaccia (di cecità): la moglie del medico. Lei è l’unico personaggio in cui intercorre un drastico mutamento, capace di renderla una figura centrale forte e decisa. Uno dei pochissimi personaggi che agisce e modifica gli eventi. E l’unico attraverso il quale il lettore “vede” la scena.
Gli altri, vittime un po’ della cecità e un po’ dell’effetto gruppo sono messi lì come quadretti noti: il medico disponibile che sente il peso della responsabilità sulle sue spalle; il vecchio con le solite e improvvise punte di saggezza/preveggenza/filosofia; la ragazza bella bella che si affeziona al vecchio; l’uomo orgoglioso che vorrebbe mantenere la giustizia, ma, quando sente che così non è, non ha la forza di guardare in faccia la cruda realtà; il bambino sperduto che dimentica casa; ect.
Nessuno di loro si “evolve” durante la storia, non c’è spirito o tentativi di organizzarsi, perché tutti dipendono dagli occhi della moglie del medico – e, infatti, più volte gli stessi personaggi si chiedono cosa accadrà se anche lei perdesse la vista.

Anche la conclusione è un qualcosa di già noto e prevedibile fin dall’inizio (e, d’altronde, perché così non dovrebbe essere dato il modo in cui è arrivata la cecità?). E il messaggio finale (già evidente nel titolo) è sin da subito chiaro: siamo tutti ciechi, non vediamo – e apprezziamo – ciò che abbiamo davanti, non valorizziamo le piccole cose, i piccoli gesti, ect. Insomma, non c’è bisogno di duecento pagine per capire dove vogliamo andare a parare.

In conclusione, devo ripetere perplessità già sollevate per l’altro premio Nobel di mia recente lettura, Il Cardellino (con la premessa, comunque, che ho apprezzato molto di più quest’ultimo).
Il problema è sicuramente mio, ma da un Nobel mi aspetto… mi aspetto qualcosa che mi faccia gridare al miracolo letterario; qualcosa che mi spinga a consigliare la lettura a chiunque incrocia il mio passaggio (magari anche facendomi diventare molesta da quanto bella è stata la lettura e quanto forte è il mio desiderio di consigliarla ad altri); qualcosa che sia sì innovativo e particolare, ma che mi impressioni così tanto da restarmi all’animo per dei giorni… magari per sempre. E qui non c’è niente di tutto questo.

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Come sposare un milionario

Disponibile in libreria Come sposare un milionario, il romanzo che reinterpreta in chiave moderna uno dei classici più conosciuti, Orgoglio e Pregiudizio.

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Il matrimonio è sopravvalutato. Almeno è così che la pensa il Signor Bennet, padre di cinque splendide figlie – tutte ostinatamente nubili – e marito di lungo corso di una donna ingombrante. Ma quando Chip Bingley, scapolo tra i più ambiti, fa ritorno a Cincinnati, niente e nessuno può contenere la frenesia che come una febbre si impossessa della Signora Bennet. L’eccitabile e invadente matriarca, infatti, è pronta a tutto pur di vedere sistemate almeno le maggiori tra le sue ragazze: la dolce Jane, maestra di yoga ormai vicina ai quaranta e tormentata dal desiderio di un figlio, e l’inquieta Lizzie, giornalista residente a New York e single part-time. Poco importa che problemi ben più pressanti minaccino la serenità della famiglia… Sull’orlo della rovina economica, incalzate da mille imprevisti e complicazioni, riusciranno le sorelle Bennet a sopravvivere a quel ciclone chiamato amore?
Con implacabile leggerezza, Curtis Sittenfeld ci racconta chi siamo in questa storia romantica e irriverente, modernissima e senza tempo, scintillante di intelligenza e di ironia.

Autrice: Curtis Sittenfeld
Casa editrice: BOOKME
Genere:
 Narrativa
Pagine:
 512
Prezzo ed. cartacea:
16,90€
Prezzo ed. digitale: 8,99€

Disponibile in libreria!

Aristofane a Scampia

In uscita questo settembre, Aristofane a Scampia è la storia di un’esperienza lunga venticinque anni: la storia di come avvicinare i giovani ai classici.

L’autore, Marco Martinelli, sarà a Sarzana (Festival della Mente4 settembre) e a Mantova (Festivaletteratura9-10 settembre).

aristofane a scampia

Immaginateveli, sì, i vostri figli o alunni come se fossero degli asinelli, perché asini lo sono davvero – so bene che su questo punto siete d’accordo con me – ma immaginateli come asini turbolenti, pieni di paure e ombre, ma anche di desideri inconfessati, di passioni inespresse, affamati di vita, di ignoto, di sogni. Spesso a voi insegnanti e genitori nascondono questi sogni, se li tengono per loro, vi si rifugiano dentro come le talpe nelle loro gallerie sotterranee: è la loro tattica di sopravvivenza, non si palesano mai o quasi mai davanti ai vostri occhi come realmente sono. Dall’altra parte immaginate i testi antichi del teatro, i classici polverosi dai nomi impronunciabili: da Eschilo all’Aristofane che campeggia nel titolo di questo libro, da Plauto a Moliere a Shakespeare, fino ad Alfred Jarry, fino a Bertolt Brecht. Guardateli insieme, gli asini e i classici, i barbari e la biblioteca: niente di più lontano, dite voi? Avete ragione: un adolescente di oggi conosce tutti i tipi di iPhone, e sa smanettare su ogni tastiera elettronica, casomai si diverte a un concerto rock o navigando per ore in rete o guardando il calcio in televisione; che hanno a che fare con lui quei busti da museo, quelle barbe intimorenti e quella noia annunciata? Nulla. Gli asinelli e i classici sono legni che appartengono ad alberi lontanissimi tra loro, ai confini opposti della foresta, destinati a non incontrarsi. Ma se qualcuno fosse in grado di avvicinarli? Se avvicinandoli scoprisse che si possono sfregare insieme, fino a raggiungere una temperatura altissima, fino a far nascere, da quello sfregamento, una scintilla? Il miracolo del fuoco? Non e possibile, pensate voi. E possibile, vi rispondo io. E lo sto sperimentando da venticinque anni, questo sfregamento. Nel libro proverò a raccontarvelo.

Marco Martinelli

Marco Martinelli, nato a Ravenna, è tra i maggiori registi e drammaturghi del teatro italiano. Il ruolo che meglio lo descrive è quello di capo comico: le sue opere infatti – testi e spettacoli – nascono dall’interazione e dal rapporto di vicinanza con gli attori del Teatro delle Albe, fondato nel 1983 insieme a Ermanna Montanari, Luigi Dadina e Marcella Nonni. Venticinque anni fa , quasi per caso, ha dato vita alla Non scuola, un laboratorio teatrale per mettere in contatto i grandi classici del teatro con gli adolescenti e viceversa. In lui e nel teatro delle Albe, Claudio Meldolesi ha visto «un collettivo di irriducibili individualità»; mentre l’esperienza di “meticciato teatrale” tra attori italiani e senegalesi (da anni componente stabile della compagnia) è stata definita da Franco Quadri come «l’ultima riprova che la fabbrica del teatro africano è in Europa, come già ci avevano ammonito Genet e Brook». Ha vinto numerosi premi per i testi, la regia e il progetto Non scuola, che è stato vincitore del premio Ubu. Martinelli ha inoltre pubblicato scritti e articoli su numerose riviste: Lo Straniero, doppiozero.comVita.

La vita non è il male

In occasione dell’uscita del libro, La vita non è il male, l’autrice Gabriella Carradore sarà ospite al Festival della Mente (2-4 settembre 2016) a Sarzana.

 

la vita non è il male

Questo libro nasce nel frastuono e nell’affanno, nel disordine e nel subbuglio in cui siamo quotidianamente immersi. Nasce dalla fatica di mettere insieme i frammenti di senso che ci possono consentire di vivere. Nasce dal desiderio di dire e di capire che ‘la vita non è il male’, come scrive Vasilij Grossman in Vita e destino, per quanto la presenza del male possa apparire ai nostri occhi invadente e pervasiva.
‘La vita non è il male’ non è una tranquilla e ovvia constatazione, è il risultato di un atto più o meno rischioso, come emerge dalle molte storie che sono state raccolte nel libro, cercandole non solo nei testi delle antiche sapienze o nelle parole delle tradizioni religiose e dei grandi maestri, nelle narrazioni letterarie e cinematografiche di scrittori e registi, ma anche nelle immagini e nelle cronache che in questi anni continuano a inquietarci, e negli atti di coraggio che elevano la condizione umana. Perché il bene non smette di affiorare, di rinnovarsi, di esistere. Cercare il bene significa anche domandarsi se esso sia un fatto soltanto individuale o se sia possibile, e in che modo, anche un’altra misura, più estesa. Se sia in definitiva possibile costruire una ‘rete di fraternità’. La risposta è appena accennata. Starà al lettore darle compimento.
Una mappa preziosa, segnata con lucidità da due voci autorevoli e appassionate.

Gabriella Caramore, nata a Venezia, vive a Roma. È autrice della trasmissione di cultura religiosa di Radio 3 Uomini e Profeti. Dirige una collana di spiritualità dallo stesso titolo presso la casa editrice Morcelliana. Ha insegnato Religioni e comunicazione all’Università La Sapienza di Roma. Tra i suoi libri: La fatica della luceIl sogno è potenza di realtàNessuno ha mai visto DioCome un bambino. Saggio sulla vita piccola, Pazienza.

Maurizio Ciampa, nato a Montecatini, vive a Roma. Ha lavorato per la Rai e ha insegnato all’Università di Teramo. Tra i suoi libri: Nove crociDomande a GiobbeTutto quello che offre il mondo. Vita del pittore ShitaoL’epoca tremenda. Voci dal Gulag delle SolovkiLe domandedell’uomo (con G. Caramore).

Titolo: La vita non è il male
Autori: Gabriella Carradore e Maurizio Ciampa
Pagine: 248
Prezzo ed. cartacea: 14,90€

In libreria dal 1° settembre!