La collina dei conigli recensione

la-collina-dei-conigli-recensioneTitolo: Watership Down
Autore: Richard Adams
Genere: Bambini
Anno di pubblicazione: 1972
Titolo in Italia: La collina dei conigli
Anno di pubblicazione ITA: 1975
Trad. di: Pier Francesco Pasolini

Seguito da:

  • La collina dei ricordi

La terribile sensazione di oppressione, paura e impotenza di Quintilio si rivela purtroppo fondata: la collina dei conigli è in grave pericolo. Presto verrà cancellato ogni cosa, come avvisa un cartello che, purtroppo, quei teneri coniglietti non sanno leggere («Questa tenuta […] verrà trasformata in un moderno centro residenziale»].

Come l’omerica Cassandra, il coniglio Quintilio non viene preso sul serio… inizialmente. Guidato da fratello Moscardo, riescono comunque a radunare un po’ di compari pelosetti per allontanarsi dalla colonia e dai suoi imminenti pericoli.

Chi per un motivo chi per un altro, la rabberciata combriccola si forma e i coniglietti si allontanano dalla loro conigliera mater in cerca di fortuna altrove.

Ha inizio così il loro periglioso viaggio tra insidie, pericoli, fortune e sfortune alla ricerca del loro angolino tranquillo di terra.

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Si tratta di una favola per bimbi, una storia, per la verità che l’autore avrebbe creato per le due figlie e che, rimaneggiando, ha reso disponibile anche per il pubblico intero. Insomma, la classica fiaba: c’è il capo, saggio e disposto a sacrificarsi per il resto della colonia (Moscardo); c’è lo strambo che se ne sta in disparte, ma vaticina morte e miracoli (Quintitlio); c’è quello tosto che va di sfondamento (Parruccone); c’è il consigliere (Mirtillo); il cantastorie (Dente di Leone); ect.
Poi altri conigli, quelli non vista, son giusto un nome che fa presenza.

Quindi, il lettore più grandicello potrebbe soffrire un po’ per qualche “favolaggine” e svolazzo infantile.

Tuttavia, c’è da dire – ma non so se ne è “causa” la traduzione – che la scelta di alcune parole un po’ più complesse non la rende certo una lettura agile per un bimbino.
Anche le citazioni, che segnano l’inizio di ogni capitolo, non sono proprio attinte dalla letteratura per bambini (l’Anabasi di Senofonte o l’Amleto di Shakespeare, ad esempio). Lo stesso dicasi per i numerosi riferimenti a Omero, alla Bibbia (con l’episodio dell’arca di Noè), ect. Insomma, si tratta di elementi sicuramente non comprensibili per un bambino che legga da solo.
Inoltre, c’è tutta una componente di scontri, violenze e sangue – e non si fanno sconti per nessuno – che mi mette in difficoltà a definire con certezza un target infantile.

In un certo qual modo, questo libro si pone in quel limbo dove la trama semplice e poco variegata – è pensata per un pubblico molto giovane, il quale tuttavia necessita dell’aiuto di qualcuno per adattarsi a qualche passaggio, riferimento o vocabolo un po’ fuori contesto favola.

Di contro, l’adulto, sebbene riesca a comprendere i riferimenti che indicavo poco sopra e ad apprezzarne il linguaggio nella traduzione di Pasolini (molto più costruito di certi bestseller odierni), non può  però gradirne fino in fondo lo stile favoleggiante.

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Quanto premesso, restano da dire alcune cose. In primo luogo, la cura e l’attenzione nella costruzione di una vita per i conigli, la quale non sia solo cibo, riproduzione, dormire, nascondersi dai predatori e d’accapo, ma anche mitologia, storie, dicerie, tradizioni (anche perché, altrimenti, un romanzo sulla vita dei conigli avrebbe avuto poco senso).
A questo si aggiunge anche la creazione – okay, sono solo poche parole (hraka, elil, ni-Frits…), ma sono comunque del tutto nuove – del vocabolario dei conigli, il lapino.

Di contro, però, non possiamo aspettarci grandi cose dalla costruzione della trama che, più o meno, procede tra viaggi e spostamenti, le sensazioni di Quintilio (spesso ignorate con la promessa di non farlo più quando si rivelano profetiche), feriti gravi o quasi gravi, riposo e periodo d’assestamento e poi di nuovo con viaggi, Quintilio, feriti, etc.

Ovviamente, le dinamiche sono quelle della favola: i buoni da una parte; i cattivi dall’altra. I buoni, comunque propensi al perdono, e i cattivi che, alla fine della storia, comprendono l’errore (ovviamente, questo non coinvolge il capo dei cattivi che tale rimarrà per sempre). Vari interventi propizi in stile deus ex machina.

Alla sua uscita, il libro fece storia e si impose come “classico” nella letteratura per bambini.

Per tirare le file del discorso, possiamo dire che si tratta di una lettura comunque gradevole che, fatta magari verso gli otto/dieci anni, è più probabile apprezzare. Diciamo che non è una di quelle storie in stile “Piccolo Principe” che forse si ama (e si comprende) più da adulti che da bambini.

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Shadow Magic recensione

shadow magicTitolo: Shadow Magic
Autore: Joshua Khan
Genere: Fantasy per ragazzi
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Shadow Magic
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad. di: Roberta Verde

– Ho ricevuto una copia di questo libro dalla casa editrice in cambio di un’onesta recensione –

Thron, dodici anni, schiavo. Il suo venditore ne sta esaltando i pregi (l’età, la robustezza, le mani forti da contadino) a un possibile compratore, Mastro Shann. Ma una vita da schiavo non fa proprio per lui e il ragazzo le prova tutte per scoraggiare l’acquirente, con la conseguenza di far non poco adirare il mercante di schiavi (anche perché non si tratta della prima volta). Per la cronaca, la schiavitù sarebbe vietata… ma lì, in quelle lande deserte, non ci sono leggi che tengano. Così Thorn non può far altro che accettare il suo destino in silenzio… se scoprissero il reale motivo per cui è fuggito dal suo villaggio, la sua fine sarebbe molto più terribile della semplice schiavitù. Alla fine, il compratore si rivela inaspettatamente un altro uomo, molto più terribile del precedente. Si tratta di un boia, uno dei più terribili e temuti.

A Castel Cupo, invece, facciamo conoscenza di Lilith (Lily per gli amici), la giovane rampolla – l’ultima, per la verità – degli Shadow, quelli dotati della magia di risvegliare i morti e che, secondo molti, banchetterebbero con carni umane. Be’, come spesso accade, la verità sta nel mezzo e Casa Shadow non è poi così terribile come pare. I fasti sono tuttavia lontani e adesso i morti restano sotto terra e l’antico palazzo è in rovina. I suoi genitori e suo fratello Dante, il legittimo erede al trono, sono stati uccisi mesi prima da degli spietati briganti. Lily è giovane e sola… e deve guidare un regno disastrato e con poche risorse.
L’unico modo per superare il declino? Allearsi con il nemico giurato: la casata dei Solar. Come? Con un matrimonio! E Lily dovrà accettare il nemico giurato in casa propria: lei è Lady Shadow adesso, ma resta pur sempre una semplice ragazza…

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Il libro è pensato per ragazzi ed è davvero una lettura perfetta in questo periodo – vicino ad Halloween – per le sue tinte fosche e i paesaggi cupi (un po’ in stile Tim Burton – o, per i più giovani, Hotel Transilvania: il cupo e il triste non sono necessariamente “brutti” o malvagi e ciò che dovrebbe essere bello e buono spesso non è lo. Insomma, condensando: l’apparenza inganna).

Lo stile è semplice, adatto a un pubblico giovane, ma questa semplicità non esclude un certo studio nella narrazione. La vicenda, infatti, è ritmata, fresca e simpatica. Le sottotrame presenti sono numerose e ben intrecciate con quella principale; i dialoghi tra i personaggi ben strutturati, agili e non privi di battute.

Insomma, entriamo in questo nuovo universo. Al momento facciamo la conoscenza con le basi e gli elementi fondamentali (infatti, questo libro è il primo di una duologia al momento).

Sei sono le casate: al momento noi conosciamo meglio i meravigliosi e beneamati Solar, paladini del bello e del giusto, e i cupi  – e probabilmente affetti da vampirismo – degli Shadow. Ognuna di queste sei casate è nata da uno dei sei fratelli figli di un uomo e, in base a dove viene raccontata la leggenda, uno spirito dell’aria o del fuoco, una bellissima elfa o una sirena e via discorrendo. Insomma, una genesi interessante che sicuramente sarà approfondita nei prossimi volumi.
La discendenza materna cambia le doti magiche dei sei fratelli (di cui le casate che noi conosciamo non sono altro che i discendenti diretti): per cui c’è la casata che controlla l’elemento del fuoco, quella che controlla la luce e quella che, invece, controlla l’ombra (ect.). Tuttavia, le generazioni passate sono tante e poi tante e il sangue si è così rimescolato che i grandi fasti magici sono ahimè terminati. Le grandi casate – alcune delle quali in lotta tra loro – vedono il loro potere magico farsi più debole di padre in figlio (per le femmine, infatti, la questione è vietata causa impulsi e ardori che una donnicciola non potrebbe controllare… ma forse la nostra protagonista potrebbe non pensarla alla stessa maniera 😉 ). L’epoca dei grandi maghi è, quindi, terminata: anzi, si viene considerati dei grandi intenditori delle arti magiche già solo se si conoscono tre incantesimi e si riesce a spruzzare un po’ di fiammelle dalla punta delle dita.

Per il momento, questo primo libro vede principalmente la netta dicotomia tra la luce (Casa Solar) e l’ombra (Casa Shadow). Se all’apparenza sono sicuramente i secondi a perdere lo scontro, visto il bel portamento e la calda presenza dei Solar, sono quest’ultimi a perdere su tutto il resto. Dove questi sono inviadibili quanto a ricchezza e splendore ma poveri nello spirito, gli Shadow sono sicuramente più ricchi d’animo.

Insomma, luce e ombra in senso letterale, ma, come scrivevo poco sopra, l’apparenza spesso inganna ed è l’opposto a fare il paio corretto. Nonostante questa netta distinzione tra personaggi (i Solar sono strafottenti e supponenti; gli Shadow sono più umili, ma non privi di difetti anche loro), c’è comunque spazio per sfaccettature personali.

shadow magic citazioneThron e Lily sono due protagonisti studiati. Non fanno il paio l’un con l’altro, considerando anche il diverso background, e ognuno di loro ha un diverso modo di reagire e ragionare. Ognuno di loro ha anche un modo diverso di “salvarsi” e, anche unendo le proprie abilità, non necessariamente l’una resta in attesa dell’altro.

S’avverte anche il divario tra la “plebe” e la “nobiltà” e una certa cura viene dedicata anche ai personaggi secondari.

Gli stessi rapporti tra i vari personaggi mutano e si evolvono – non necessariamente come ci aspetteremo – in base alle evoluzioni della vicenda.

Concludendo, si tratta sì di una lettura per ragazzi e, obiettivamente, un adulto con un bagaglio diciamo più corposo di letture fa qualche difficoltà ad apprezzare certi passaggi narrativi, ma il quadro generale è sicuramente piacevole e molto meno scontato di quanto il pregiudizio – sbagliato – potrebbe far pensare quando si parla di letteratura per ragazzi.
In questo caso, devo ammettere d’essere rimasta piacevolmente sorpresa. Sono numerosi gli aspetti curati, non mancano le citazioni e i tanti messaggi rivolti al giovane lettore (le delusioni in cui prima o poi tutti incorreremo; le persone della quali ti fiderai… o no; le persone della quale, viceversa, non potrai più fidarti; la difficoltà del portare una maschera e il senso di disagio che questo comporta a se stessi e con gli altri; il senso del sacrificio e quello del dovere).
Insomma, questi elementi mescolati assieme lo rendono davvero una buona lettura per ragazzi.

Ah, non dimentichiamoci delle illustrazioni! Discrete e ben fatte, le ho trovate la giusta via di mezzo per segnare il passaggio da una letteratura per bambini, ricca di disegni, a quella per ragazzi.

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Harry Potter e la maledizione dell’erede recensione

Harry Potter e la maledizione dell'erede recensione Titolo: Harry Potter and the cursed child
Autore: Jack Thorne
Genere: Sceneggiatura
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Harry Potter e la maledizione dell’erede
Anno di pubblicazione ITA: settembre 2016

Un nuovo anno sta per iniziare a Hogwarts. Sul binario nove e tre quarti, troviamo un conosciuto gruppo di persone: i Potter con i loro tre figli (James, Albus Severus e Lily) e i Granger-Weasly con la figlia Rose (hanno anche un maschio di nome Hugo).
Ma l’anno non sembra cominciare sotto i migliori auspici. Sul treno diretto a Hogwarts, il giovane Albus farà la conoscenza con il giovane Scorpius, il figlio di Draco Malfoy, mandando così a monte l’amicizia con la cugina Rose. E la scuola di magia non gli dà un’accoglienza migliore. Eh, no, il cappello parlante ha deciso: Albus Severus Potter… Serpeverde!
E i guai, ahimè, non sono finiti qui…

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Chiuso Harry Potter e i doni della morte – sebbene con una punta di amarezza -, sopraggiunta la tristezza per la fine di una saga che mi aveva tenuto compagnia sin da bambina, è arrivata anche l’accettazione: ogni cosa ha una sua fine – persino le saghe letterarie.
Certo, certo, speravo anche io in qualche seguito, qualche approfondimento (di cui, comunque, Pottermore è ben fornito); e andava bene così. La stessa Rowling poi – lo ricordo – aveva fatto sapere che non ci sarebbero stati seguiti diretti della saga, ma solo brevi episodi realizzati per il portale Pottermore e disponibili gratuitamente per tutti gli iscritti. Insomma, ero contenta così; la decisione della Rowling mi era sembrata coerente e onesta con il lettore. La saga di Harry Potter, con il suo magico intrattenimento, era finita.
Tuttavia, mi spiace essere così brutale – sono comunque una fan della serie -, era evidente che la mucca non era stata munta del tutto (io, ovviamente, ci sono caduta con entrambi i piedi… ehehehehe!)…

Prima di cominciare con la mia analisi, ci terrei a precisare una paio di cose. La prima: si tratta di una sceneggiatura, quindi bisogna sapersi accontentare. Non ci sono attori che leggono battute; non ci sono fondali che scorrono. Deve essere il lettore, nel suo abituale sforzo immaginativo, a vedere muovere i personaggi, a immaginarsi gli sfondi che cambiano a seconda della scena. Quindi, non ti aspettare un romanzo: dovrai leggere le battute, le intestazioni e le brevi indicazioni della sceneggiatura e immaginarti il tuo Harry Potter and the cursed child (Harry Potter e la maledizione dell’erede che arriverà in Italia a settembre).
La seconda: la sceneggiatura è stata scritta da Jack Thorne ed è (n.b.) basata sulle idee di J.K. Rowling (sebbene il suo nome sia in bella mostra sulla copertina, lo screenplay è opera di Thorne e non c’è dato sapere se o quanto in profondità abbia collaborato anche la Rowling).

Ora lo ammetto, nonostante fossi un po’ infastidita dalla decisione (di aggiungere un altro capitolo a una saga la cui chiusura era stata ufficialmente e definitivamente annunciata), ho cominciato a leggere questo nuovo capitolo con una certa dose di nostalgia ed emozione e… le prime scene se ne vanno rapide in un misto di affetto e malinconia. Tuttavia, per essere il più obiettiva possibile, si tratta di passaggi scontati e che, sostanzialmente, ricopiano i primi momenti di Harry nel mondo della magia (1. Le rassicurazioni circa la relativa sicurezza di passare attraverso il muro della stazione… ma perché Albus non ha mai visto il fratello James andare a Hogwarts?; 2. Le caramelle che vengono offerte dal “nuovo amico” e Harr… ehm, Albus non sa quale scegliere perché non le conosce – la madre, oddio mi suona strano definire così Ginny, non gli permette di mangiarle; 3. Il cappello parlante… vogliamo ricordare di come la sua prima scelta per Harry Potter fosse proprio Serpeverde?!). Detto questo, più si va avanti e più la vicenda si ingarbuglia (sebbene resti, purtroppo, scontata). Il difficile rapporto tra Harry e Albus, la difficile vita di Albus come figlio del famoso Harry Potter nonché pecora nera ufficiale di una famiglia così in vista e famosa. Accanto alla famiglia Potter però troviamo, oltre ai fedeli Granger-Wisley, anche i Malfoy di cui ho apprezzato soprattutto la figura di Scorpius (che nome orrendo, povero bimbo!). Disgraziatamente, c’è purtroppo qualche elemento che ritorna dai precedenti libri (come ad esempio l’introduzione illecita nel Ministero della magia grazie alla pozione Polisucco… dove l’ho già vista?) e qualche elemento che non ritengo davvero plausibile, “conoscendo” i personaggi:

Attenzione SPOILER!!!

  1. Hermione che non si accorge di come il Ron che le impedisce di entrare nel suo ufficio al ministero della magia sia, in realtà, il nipote sotto effetto della Polisucco e, dannazione!, loro tre sono stati i primi a usare questo trucchetto, possibile che non gli sia venuto in mente di prendere qualche precauzione nel caso qualcuno ci riprovasse?;
  2. La libreria incantata di Hermione. Perché dovrebbe predisporre degli indovinelli da risolvere per arrivare alla giratempo? Voglio dire: così è scontato incorrere nella possibilità che qualcuno li risolva (in fondo, sono solo tre e basta spostare qualche libro) e trovi la giratempo… non sarebbe stato meglio nasconderla e basta senza dare suggerimenti per trovare la sua ubicazione?;
  3. Il fatto che Delphi, per quanto possa essere una brava strega e figlia di cotali genitori, è pur sempre una ragazza di vent’anni che la fa in barba non solo al vecchio Amos e all’intera casa di riposo (ovvero posto frequentato da parecchi maghi più o meno capaci), ma anche… al Ministro della magia in persona e a tutta la sua gang?! Con un banale incantesimo di malia?!;
  4. E poi… vogliamo parlare dei suoi genitori?! Ora, Bellatrix con la sua cieca adorazione ci sta, davvero… ma Voldemort?! Non lo so… non la vedo una cosa plausibile, lui così concentrato sulla sua vendetta su Haaaaarryyy Potttttterrrrr, sul suo raggiungere finalmente la “forma” completa e poi la sua necessità di completare il suo piano per conquistare e dominare il mondo della magia… una figlia? Ok, questo è più un appunto personale, in verità… mi scuso!

Per proseguire con la storia. L’ho trovata molto sottotono rispetto alla saga principale; molti passaggi scontati o poco in linea con le personalità dei personaggi dei libri (non sto a ripetermi: vedi lo spoiler sopra… dopo che avrai letto la sceneggiatura); ci sono vari richiami, vari personaggi che ritornano (e che non si possono “guardare” senza una dolce sensazione di nostalgia) e l’ho trovata più un omaggio che un vero seguito.
Gli aspetti cui si è prestata più attenzione, e che di conseguenza sono meglio riusciti, sono:

  1. Il rapporto Harry/Albus, ma comunque non capisco come Harry ammetta di “non riuscire a essere un buon padre” considerando che di figli – che non creano casini – ne ha altri due;
  2. E la sofferta figura di Scorpius.

Il resto non so, ho avvertito una certa fretta, una necessità di “far stare così le cose” per uso e consumo della storia che si voleva raccontare, ma non ben approfondito… mi rendo conto che si tratta di una sceneggiatura, ma vedo difficile collaborare Harry e Draco o Draco e Hermione o Draco e Ron (questione che viene risolta nel giro di un paio di battute).
Tornando alla sceneggiatura in sé. Ci sono tanti passaggi di scena, poi i duelli tra maghi, le scale semoventi di Hogwarts, gufi volanti (ora capisco!)… insomma, scommetto che a teatro la resa sia davvero ben organizzata e studiata. Sarei stata curiosa di vederla.

Concludendo, è Harry Potter. Un Harry Potter più grande, con dei doveri “più grandi” (=la paternità) e con un ruolo importante al Ministero della magia. È ovvio che, come fan della saga originale, mi ha fatto un enorme piacere ritrovare i “miei” personaggi in questa nuova veste adulta, vederli confrontarsi con i figli, i doveri, ect.
Per affetto, per cui, direi sì un libro da leggere.
Tuttavia, sebbene non possa che essere davvero bello ritrovare i personaggi che mi hanno accompagnato durante una buona parte mia infanzia/adolescenza, la sensazione di avere tra le mani una semplice “ministra riscaldata” è stata, purtroppo, forte.
Ora, mi devo astenere dalla mia classica valutazione che si riferisce ai romanzi e difficilmente è modellabile su di una sceneggiatura che ha un impianto diverso. Ho cercato, comunque, di essere il più obiettiva possibile e spero mi perdonerai eventuali sbavature di giudizio dovute all’affetto che provo per questa saga.

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Wolf recensione

wolfTitolo originale: Wolf by Wolf
Autrice: Ryan Graudin
Genere: Distopico
Titolo in Italia: Wolf
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad.: Ilaria Katerinov

– Ho ricevuto una copia di questo libro dalla casa editrice in cambio di un’onesta recensione –

1956. È un altro mondo quello su cui sorge il sole ogni giorno: l’operazione Leone Marino (l’invasione della Gran Bretagna da parte della Germania nazista) è stata attuata con successo; i giapponesi e i tedeschi hanno schiacciato i russi in una doppia morsa; l’Asse ha vinto; la guerra è finita e il mondo è spaccato. Da una parte, la grande Germania; dall’altra la zona di co-prosperità della Grande Asia orientale (sotto dominazione giapponese).

Ogni anno, per celebrare questa grande alleanza tra Germania e Giappone, si tiene una gara: il Tour dell’Asse. Una gara particolare, anzi una corsa in moto («Ventimilasettecentoottanta chilometri suddivisi in nove tappe, percorse da venti concorrenti in cerca di vittoria, che veniva aggiudicata a chi faceva segnare il tempo cumulativo più basso»), durante la quale una ventina di giovani – maschi – si sfidano per portare alto l’onore della propria magnifica nazione.
Tuttavia, l’anno precedente, la svolta: a vincere la Croce di Ferro, l’ambito premio del vincitore simbolo di onore e gloria, è una ragazza Adele Wolfe, spacciatasi ragazzo e iscrittasi alla gara con il nome del gemello. A lei è spettato un grande onore: ballare con il Führer (il quale, trincerato in Cancelleria, difficilmente si mostra in pubblico).

Nella stessa città di Adele vive un’altra ragazza, una ragazza particolare, Yael. È giovane anche lei, ma la sua vita è stata completamente diversa da quella della coetanea: un treno l’ha trasportata in un campo di concentramento; un ‘medico’ senza scrupoli ha fatto di lei una cavia per terribili esperimenti. Ha sofferto Yael e ha perso molto… tutto. Adesso, però, ha una missione. Una missione fondamentale; una missione che  non può assolutamente fallire. Ma per completarla deve diventare Adele.

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Ho sempre guardato con un certo fascino gli what if, soprattutto quando storici: cosa sarebbe accaduto se …? E qui il proseguo della domanda è uno di quelli che mette i brividi, ma al quale siamo stati davvero pericolosamente vicini: … Hitler avesse vinto la guerra? 

Partendo da elementi reali (i numerosi attentati a Hitler; le alleanze dell’Asse Roma-Tokyo-Berlino; i piani sulla costruzione di Germania – una sorta di Berlino 2.0, ect.), l’autrice costruisce la sua risposta proponendoci la storia di Yael, della sua lotta, della sua rabbia e anche della sua crescita alla ricerca della felicità, della vendetta e di un futuro migliore in nome anche di quelli che non ce l’hanno fatta.

Cominciando proprio con la protagonista, devo ammettere d’aver trovato il personaggio ben realizzato. Da una parte, l’abbandono, la solitudine; dall’altra la ricerca di una figura paterna, una volontà forte. E non solo: Yael nasconde in sé il coraggio per cambiare gli eventi, la forza e la determinazione di esporsi in prima persona per un bene superiore e, tuttavia, in lei è radicata la ferma decisione di non nuocere, se possibile, di non provocare altro dolore inutile.
Le dinamiche con gli altri personaggi, sebbene abbiano un’evoluzione prevedibile, non si concludono come si potrebbe immaginare e anche le loro decisioni nascondono un carattere sicuramente molto più sfaccettato e complesso di quanto non appaia in superficie. Restano un po’ in ombra i personaggi secondari.
Ciò che ho davvero apprezzato è il messaggio di fondo che emerge essenzialmente dalla figura della protagonista: è indifferente il modo in cui ci presentiamo (esternamente) agli altri; ciò che conta davvero è quello che siamo dentro.

Per quanto concerne gli ambienti, sebbene questi non siano un punto fondamentale della narrazione (descrizioni particolareggiate le abbiamo solo all’inizio dei capitoli) trovo il mix usato dall’autrice buono: da una parte, la narrazione non è appesantita da inutili lungaggini legate alla pedissequa descrizione degli ambienti; dall’altro, in poche frasi troviamo le coordinate necessarie per orientarci e immaginare uno sfondo per l’azione della nostra eroina.

Infine, passiamo al lato narrativo. Come scrivevo poco sopra, ho davvero molto apprezzato il messaggio che l’autrice si prefigge d’inviare, usando in particolare l’elemento surreale:

«Questo libro, in fin dei conti, parla di identità. Non solo del modo in cui vediamo noi stessi, ma anche di come consideriamo gli altri. Cosa determina l’identità di una persona? Il colore della pelle? Il sangue nelle vene? La divisa che indossa?»

Estratto da: Wolf, Ryan Graudin, trad. Ilaria Katerinov, pag. 507-508, DeAgostini, 2016

Ne ho apprezzato anche il finale, il quale, nonostante lasci ampio margine per una futura evoluzione (infatti Wolf è solo il primo di una serie di libri: Iron to iron e Blood for blood), mette un punto fermo alla vicenda con la conclusione della missione di Yael.
La narrazione procede poi in maniera molto scorrevole (e, infatti, ho terminato la mia lettura in pochissimi giorni). Insomma, dovessero arrivare anche in Italia i seguiti sono curiosa di leggerli, anche per comprendere meglio l’evoluzione dei personaggi.

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Coraline recensione

recensione coralineTitolo originale: Coraline
Anno di pubblicazione: 2002
Autore: Neil Gaiman
Genere: Fantasy/Libro per ragazzi
Titolo in Italia: Coraline
Anno di pubblicazione ITA: 2003

Coraline ha undici anni. Da poco si è trasferita in un nuovo appartamento con i suoi genitori (entrambi con un lavoro che possono svolgere a casa, ma nessuno dei due abbastanza interessato a prestare attenzioni alla bambina, nonostante il naturale affetto che provano per la figlia). La loro nuova casa, in realtà, fa parte di un complesso più grande.

Infatti, al pian terreno della villa abitano le due sorelle Miss Forcible e Miss Spink, ex attrici teatrali, adesso in pensione: i ricordi delle vecchie glorie ed i loro cani come uniche gioie. Nella mansarda, abita invece un vecchio circense ammaestratore di topi.

L’appartamento accanto a quello di Coraline è vuoto, ma c’è ovviamente un particolare che la incuriosisce. Nel salotto (cui è fatto divieto di accesso totale per Coraline) ricolmo dei vecchi mobili della nonna, la bambina trova una porta.

«E da quella porta dove si va?» domandò a sua madre.
«Da nessuna parte, tesoro.»
«Dovrà pur portare da qualche parte»

La porta in questione è per l’appunto murata e, per l’appunto, non porta da nessuna parte (ehehe… ok, scusa…). Proprio per questo, la madre di Coraline dimentica di richiudere la porta a chiave (tanto è murata, no?). No.

La bambina, infatti, scopre che dietro la porta si nasconde qualcosa. Un tunnel, buio e lungo e freddo. E lì in fondo ritrova sua madre. È lei… è lei. Eppure… C’è qualcosa che non quadra: i suoi occhi sono stati sostituiti da dei bottoni!

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Ok, a questo punto lo devo ammettere: ho un rapporto conflittuale con Gaiman. Per quanto abbia apprezzato Stardust, non sono riuscita fare altrettanto con American Gods e, purtroppo, nemmeno con Coraline.
Ti spiego perché.

Avevo già avuto modo di conoscere Coraline grazie al film (di qualche annetto fa) di Henry Selick. Nemmeno allora mi aveva entusiasmata, ma – si sa – il libro è sempre meglio.

recensione coraline - film

Così, lo avevo comprato, ma era rimasto sullo scaffale a prendere polvere… fino a ieri.
Sì… si legge molto rapidamente (basta meno di un paio d’ore in un tranquillo pomeriggio per finirlo).

Ovviamente, la storia è indirizzata a un pubblico giovane; anche se le storie di Gaiman si pongono sempre un po’ in bilico tra il “per ragazzi” ed il “per adulti“.

La storia (diciamo l’idea di base: la porta, i bottoni sugli occhi, l’altra madre, ect.) è interessante, ma ho avuto la brutta sensazione che fosse stata scritta rapidamente, giusto per dargli un finale senza però curarsi troppo di quello che c’era nel mezzo tra inizio e fine.

Manca un po’ lo spessore sia alla storia che ai personaggi. E, al termine della narrazione, il lettore si ritrova pieno di interrogativi senza risposta. Insomma, mi è sembrato come se la storia fosse stata “buttata lì”, senza però interesse ad approfondirne i contorni.

Si rimane molto sul generale, come se i dettagli ed i “perché” della vicenda non fossero importanti.
La questione va un po’ meglio sugli ambienti, descritti secondo l’occhio e le sensazioni di Coraline.

coraline valutazione


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