Il racconto dell’ancella recensione

il racconto dell'ancella recensioneTitolo: The Handmaid’s Tale
Autrice: Margaret Atwood
Genere: Distopico
Anno di pubblicazione: 1985
Titolo in Italia: Il racconto dell’ancella
Anno di pubblicazione ITA: 1988
Trad. di: Camillo Pennati

Una donna vestita in una specie di abito monacale rosso, con guanti, velo e ombrello dello stesso scarlatto colore, si aggira in una casa non sua. Tutte le donne della casa la trattano con un certo riserbo; alcune con diffidenza; altre con esplicito astio.

Ma chi è questa donna e dove si trova?

Lei è Difred (lo scopriremo solo dopo e, comunque, non si tratta del suo vero nome, ma di una sorta di patronimico). La casa è quella del Comandante (uno importante e la sua importanza è data anche dal fatto che Difred sia lì).

Le donne della casa ne devono imparare a sopportare la presenza; soprattutto, la Moglie del Comandante deve imparare a condurci una convivenza pacifica di silenziosa sopportazione, perché il loro luogo d’incontro non sono solo i corridoi e le stanze comuni della casa, ma la camera da letto matrimoniale.

Già, ma non pensar male.

Difred non è una concubina, non deve dare piacere al padrone della casa, ma solo un figlio. Hai presente la Bibbia? Quel passaggio della Genesi in cui Rachele non può avere figli e le viene la geniale idea di farli concepire alla serva?

Ecco, qualcuno ha pensato bene che quello poteva diventare il modello per una nuova società dove le donne ancora fertili sono poche, le nascite pericolose e il corpo della donna un mero utero da sfruttare.

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Non mi aspettavo fosse un distopico.

Quando ho cominciato (forse anche la mia precedente conoscenza con la Atwood ha contribuito a questo malinteso) ero convinta si trattasse di un giallo, ma se si legge la prima citazione a inizio libro e ci si aggiunge un pizzico delle prime pagine, si capisce già che questo mondo distopico avrà a che fare con sette religiose e Bibbia interpretata con spietata precisione.

citazione il racconto dell'ancella

Infatti, eccoci nella – non saprei come definirla – società di Galaad.

Per una serie di sfortunati eventi, che noi apprendiamo solo dopo e solo tramite ricostruzioni “storiche”, il precedente (diciamo il nostro tempo) è diventato obsoleto, dannoso, decadente: l’amore mercificato, la donna puro strumento di piacere, i sentimenti veri nascosti o scomparsi.

Ora, io non vorrei allarmare nessuno, ma ci siamo già pericolosamente vicini. Il libro è stato scritto nel lontano 1985, e, nonostante il monito dell’autrice, mi sembra che stiamo continuando a scendere lungo una pericolosa china.

Comunque non posso non pensare al re dei distopici, 1984. L’impostazione è la stessa: un colpo di mano; un manipolo di “Comandanti” che governa di altri; popolazione con mansioni inferiori, segregata e oppressa dal regime o, ancor più facilmente, estradata al fronte quando scomoda, inutilizzabile, troppo ribelle; distorsione delle notizie; scorte razionate; mercato nero e un manipolo clandestino a cui il mondo presente non piace.

La particolarità qui sta nel fatto che la follia del regime segue i dettami della Bibbia (il capofamiglia/patriarca, la moglie devota, letture sacre e concubi… anzi, le politicamente-corrette-schiave-dell’utero), trincerandosi dietro un alto grado di moralità, cura per le donne e attenzione ai loro bisogni.

Anche se poi, pur disprezzando la dissoluzione della precedente società, le più alte sfere ci ricadono senza troppe preoccupazioni.

Il clima di sospetto, oppressione, terrore, paura, repressione, ect., c’è tutto. E anche se non si perde tempo in pedanti descrizioni sull’organizzazione della biblica società, se ne distinguono comunque i protagonisti principali e i loro colori: i Comandanti, le Moglie (azzurro), le Ancelle (rosso), le Marte, gli Occhi, i Custodi (verde)… e si arriva a immaginare bene quanto non rivelato.

Tutto questo per dire che, dal punto di vista ambiente/clima/mondo la finzione è ben realizzata. Lo stesso dicasi per i tantissimi spunti di riflessione che la Atwood mette in campo: la mercificazione del corpo della donna; la dissoluzione dei costumi; i controsensi e le devianze; sbagliano loro o sbagliamo noi?; quale tipo di libertà è giusto: troppa? Troppo poca?

Rimango, tuttavia, perplessa dallo stile narrativo. Si tratta più che altro di una sensazione personale, ma mi è sembrato sempre di guardare con un certo distacco, nonostante si tratti di un racconto in prima persona. Non so se questa scelta è voluta, considerando che Difred vive apaticamente la sua storia come se non fosse nemmeno lei a subire quelle umiliazioni, tuttavia

SPOILER

quando lei inizia a raccontarla, si trova in salvo (teoricamente) e si può pensare che abbia raggiunto quel distacco e – magari – quel senso di rivalsa utili a dare corpo e coinvolgimento alla sua narrazione.

Altro aspetto di cui resto poco convinta sono i personaggi.

È come se ognuno di loro rappresentasse un’emozione o un determinato stato d’animo (i Comandati: il senso di potere; le Mogli: l’invidia; le Marte: l’anonimato; i Custodi: il silenzio; le Ancelle: l’ubbidienza…).

In fondo, fanno ciò che la società richiede loro; eppure, ognuno di loro – o almeno le Mogli, i Comandanti e le Ancelle – hanno sfaccettature che stentano a emergere.

E comprendo che il racconto sia in prima persona, quindi sia difficile “scandagliare” il vicino, ma ci sono azioni di cui avrebbero potuto rendersi “responsabili”. Insomma, ho fatto un discorso contorto per dire che anche qui ho avuto una sensazione di incompletezza.

Difred, sebbene per qualcuno irritante, è interessante proprio per la sua apatia. Non è un’eroina; ma una persona qualunque.
Quello che fa è solo raccontare una storia. Non la sua di storia, perché lei non la vive, si fa semplicemente trascinare; lei racconta la storia di qualcuno che ha dovuto impersonare, facendo buon viso a cattivo gioco.

Quindi, concludendo. Nulla da dire circa il messaggio profondo, critico, sfaccettato e ancora terribilmente attuale che manda questo libro.

Anche l’idea di servirsi di un passaggio così conosciuto della Bibbia, ma forse mai attentamente pesato nelle sue implicazioni femminili, è lodevole.

Quello che non riesco a identificare e inquadrare – e ancora sono qui che tentenno mentre scrivo la recensione – sono lo stile narrativo impersonale e quello di scrittura molto semplice. È come se mi mancasse qualcosa di definito; mentre leggevo ho sempre avuto questa sensazione di incompleto, di sfuggente. Non saprei, in verità, come definirla, ma mi ha impedito di immergermi completamente nella lettura.

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John Carter e la principessa di Marte recensione

john carter e la principessa di marte recensioneTitolo originale: A Princess of Mars
Autore: Edgar Rice Burroughs
Anno di pubblicazione: 1912
Genere: Fantascienza
Titolo in Italia: John Carter e la principessa di Marte/Sotto le lune di Marte
Anno di pubblicazione ITA: 1973
Trad. di Giampaolo Cossato e Sandro Sandrelli

Reduce dalla guerra di secessione, John Carter si ritrova con centinaia migliaia di dollari, ahimè, confederati e, quindi, senza alcun valore.

Con l’amico e compagno d’arme James K. Powell decide di fare qualcosa per risolvere la propria situazione e così i due s’improvvisano cercatori d’oro. Le conoscenze minerarie dell’amico permettono ai due di scovare una favolosa vena di quarzo aurifero, così vasta e profonda da rendersi necessario aumentare i loro strumenti e magari anche aggiungere un po’ di manodopera. Separatosi da poco dall’amico per ricercare questo aiuto, il capitano Powell viene inseguito da un gruppo d’indiani Apache.

Carter nota qualcosa di strano all’orizzonte e immagina già il disastro. Infatti, quando lo trova, il cadavere dell’amico giace al centro di un villaggio indiano attorniato da alcuni guerrieri. John non può sopportare uno scempio al corpo senza vita dell’amico; fa irruzione nel villaggio caricando al galoppo e disperdendo così gli indiani, recupera l’amico e fugge. Ma gli indiani gli sono alle costole. John si rifugia in una grotta e lì, prima ancora che ne se renda conto, il suo corpo si paralizza. Gli inseguitori sono davanti a lui, ma proprio mentre lo stanno per agguantare un suono animalesco li fa fuggire.

Ed ecco, adesso John è davvero nei guai: il suo corpo è immobilizzato da chissà quale strana sostanza, il cadavere dell’amico gli fa compagnia nella grotta assieme a una strana creatura così spaventosa da far fuggire anche quei terribili guerrieri Apache. Ma la prospettiva cambia improvvisamente, John vede il suo corpo immobile nella grotta e lui… lui gli è accanto? Possibile?

Di lì a poco, il suo concetto di possibile accuserà parecchi duri colpi. Le stelle lo chiamano e, in men che non si dica, John Carter della Terra approda su Barsoom, il pianeta rosso… Marte.
Un attimo: non è solo. Strambi ominidi verdi con sei arti gli sono vicini… e sembrano non avere per nulla buone intenzioni…

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Primo di una serie di undici libri (d’oh!), John Carter e la principessa di Marte è un classico della letteratura di fantascienza.
La Marvel (e molti altri) ne hanno tratto numerosi fumetti; James Cameron ha dichiarato di essersi ispirato ai romanzi di Burroughs per la trama del suo Avatar [fonte: Wikipedia].
Tuttavia, Burroughs è scarsamente conosciuto (se non tra gli amanti del genere); anche se un recente film Disney (John Carter di Marte) l’ha un po’ riportato in auge.

john carter locandina

Venendo a noi.

La vicenda parte con un artifizio ormai noto, ma che io apprezzo sempre, perché spizza subito il lettore, inducendogli nel cervello quel sottile tarlo che si chiede: «Oddio, e se qualcosa di vero ci fosse?». Nella premessa, infatti, l’autore sostiene d’aver trovato il manoscritto che andremo a leggere e che contiene tutte le storie scritte proprio dal pugno di John Carter a futura memoria. Prosegue poi con le parole di Carter (quindi, prima persona singolare).

È innegabile avvertire un certo alone di “passato”: l’eroe senza macchia che agisce con coraggio non per farsi bello, ma solo perché così è la sua natura; un territorio ostile su cui mai uomo ha messo piede; tribù indigene bellicose e dalle strane usanze; una splendida principessa di sole collane vestita.

Ma, ehi, siamo nel 1912 (anzi, è da considerare che è stato scritto nel 1911)!

Con una prosa molto semplice, chiara e diretta, Burroughs ci accompagna nei meandri di Barsoom, creando una vicenda, sebbene non intricata per quanto riguarda l’evoluzione della storia o le dinamiche tra i vari personaggi, sicuramente geniale per il suo tempo.
Insomma, inventarsi una storia per Marte con tanto civiltà simili che si scontrano l’un l’altra, particolari architetture… no, un attimo, inventarsi anche solo la possibilità per l’uomo di finirci su Marte! Già solo questo mi sembra un elemento di strepitosa originalità. Insomma, al massimo, nel 1912, l’uomo era appena arrivato al Polo Sud!

Detto questo, qualche “criticità” c’è, come scrivevo poco sopra, soprattutto con riferimento alle dinamiche tra i personaggi.
John Carter è l’eroe, il cui compito è quello di salvare, proteggere, amare e idolatrare la bella principessa dal nome impronunciabile Dejah Thoris (figlia, civilizzata, di numerose nobili stirpi).
Gli aiutanti (un po’ bistrattati): la materna Sola e il fidato Woola, il coraggioso Tars Tarkas e il non-ben-inquadrato Kantos Kan (ci sono, infatti, alcune parti che non ho ben compreso… come il mancato incontro con Carter dopo i giochi nell’arena).
C’è spazio anche per la loro di storia, ma un po’ rapidamente e un po’ di sfuggita. Del resto, non sono loro i protagonisti.

Comunque, ecco, concludendo: l’idea alla base è geniale… non trovo altre parole per indicare un uomo che, nel 1912, ha immaginato l’arrivo su Marte, abitato da strane creature e numerose tribù.
Certo, si avvertono le “vecchiezze” che a noi, oggi, fanno un po’ storcere il naso: una certa scontentezza nell’evoluzione della storia, nelle dinamiche in generale; una prosa, sebbene cristallina, molto molto semplice; qualche descrizione che ricorda gli antichi romani o gli antichi greci/minoici; e la classica tripartizione eroe (forte, sopra la media, e coraggioso, sopra la media), la pulzella in pericolo (bella, bella, bella e, ovviamente, innamorata) e gli altri.

La ritengo una lettura quasi obbligatoria per chi ama la fantascienza, quindi se ti interessa, puoi leggerla gratuitamente (e legalmente) qui.

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Arma Infero Il mastro di forgia recensione

recensione Arma InferoTitolo: Arma Infero Il mastro di forgia
Autore: Fabio Carta
Genere: Fantascienza/Distopico
Anno di pubblicazione: 2015

– Ho ricevuto una copia di questo libro dall’autore in cambio di un’onesta recensione –

Maureb. Un pianeta ostile, spento, ormai finito: ceneri radioattive, polveri velenose, terremoti ne sconvolgono l’ambiente.

Un vecchio, assieme a numerosi altri “pellegrini”, si sta recando alla cerimonia di connessione. Eppure, subito la sua presenza salta all’occhio di molti dei fedeli. Perché? È vecchio, stanco e consumato nel corpo, anche se non nello spirito. Non è affatto adatto alla “connessione”. Una risposta di troppo lo mette in ulteriore evidenza rispetto agli altri ed ecco che manca davvero poco al linciaggio del povero uomo.

Tuttavia, lui non è “chiunque” e la storia che si appresta a raccontare agli astanti, una volta palesata la sua vera identità, è la storia del pianeta, della guerra e delle bombe che ne hanno distrutto completamente la civiltà.

Onore e gloria in un mondo ormai collassato.

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L’antefatto non è semplice da seguire, perché si viene di botto catapultati in una realtà completamente diversa e bisogna interfacciarsi con aspetti nuovi e diversi che impareremo a conoscere durante la narrazione. Rappresenta, tuttavia, il terreno necessario per preparare il lettore al mondo, complesso e sfaccettato, di Muareb.
Alcuni sostengono che la terza guerra mondiale sarà una guerra per l’acqua. Ecco, l’autore porta questa ipotesi alle sue estreme conseguenze, catapultando questa “profezia” sui terreni aridi e sferzati da venti di Muareb.

La narrazione parte con ottime premesse, ma prosegue alternando singoli episodi a passaggi descrittivi o dialogati molto minuziosi e, di conseguenza, lenti. In alcuni punti, infatti, ho trovato i blocchi di dialoghi – o i dettagli nelle descrizioni – un po’ pesanti da digerire. Rallentano lo scorrere della narrazione, minandone la fluidità, e creano dispersione (soprattutto quando ci si trova davanti a scambi di battute fra personaggi della lunghezza di alcune pagine). Per questi motivi, la storia (il cui finale verrà rivelato, immagino, in nuovi capitoli) procede con molta lentezza, a discapito, dal mio punto di vista, del ritmo narrativo.

Il linguaggio, volutamente pseudo-arcaico, richiama un’impostazione classica, quasi da poema cavalleresco. La trovata è interessante (e giustamente coerente con l’assetto generale della storia), ma ne risente, in alcuni punti, la chiarezza e la fluidità di qualche passaggio. Bisogna procedere leggendo lunghe frasi con molta attenzione e non sempre un paragrafo corposo – composto da un’unica frase – è di facile lettura.

Per quanto riguarda i personaggi, indubbiamente curata è la figura del narratore, Karan, la cui introspezione – grazie all’io narrativo – è buona. Gli altri “figuri” della vicenda tendono, tuttavia, ad una certa uniformazione del carattere: supponenti, capricciosi, orgogliosi e saccenti… chi perché nobile cavaliere chi perché nobile ricco. Lo stesso Karan non è esente da qualche punta di vanaglorioso astio.

Per quanto riguarda l’ambientazione, infine, è innegabile una cosa: lo studio accurato. Io ne sono davvero rimasta sbalordita. La precisione, l’attenzione per tutti i piccoli dettagli di un mondo completamente nuovo (la mancanza d’acqua, l’asse di rotazione del pianeta, la conseguente assenza delle stagioni, i pregiudizi razziali…), colonizzato dagli esseri umani in un’epoca così lontana, avvolta quasi dal mito, e tuttavia con alcuni richiami alla nostra (come papà Klausan che consegna regali ai bambini cavalcando il «ciclone perenne» del polo).

Insomma, sono aspetti che richiedono molta attenzione, molta precisione e anche molta fantasia. Lo stesso vale per la società di Dragan con i suoi costumi, le sue usanze ed i suoi zodion (e non aggiungo altri dettagli, perché l’autore si profonde in una descrizione così dettagliata e puntuale che io sicuramente, tentando di fare altrettanto in questa recensione, rovinerei l’effetto finale). Man mano che si procede nella narrazione si aggiungono piccoli pezzetti che spiegano questo mondo così complesso.

Forse ci ho visto più di quella che era la reale intenzione dell’autore (e, nel caso, me ne scuso), ma ho apprezzato i richiami, tra gli altri, anche al ciclo dei cavalieri (di re Artù, Mallory) e un po’ anche alle storie romanze dei cantori medioevali; Star Wars (con i suoi scudi deflettori); qualcosa anche dell’amor cortese; richiami anche dall’ambito scientifico (il boson, la città di Higgs, l’Hyperuran…); e dall’ambito greco-latino (come alcune cariche in seno alla Falange, parole rielaborate, il filosofo Anassiman, ect.).

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L’uomo di Marte recensione

L'uomo di marteTitolo originale: The Martian
Autore: Andy Weir
Genere: Fantascienza
Anno di pubblicazione: 2011
Titolo in Italia: L’uomo di Marte
Anno di pubblicazione ITA: 2014

Sol 6: Sono solo su Marte.

Comincia così la storia di Mark Watney (non con queste parole precise; io ho solo parafrasato il succo), astronauta NASA, sesto dei sei membri dell’equipaggio di Ares 3, terza missione sul pianeta rosso.

Insomma, a seguito di una serie di sfortunati eventi (tra cui: tempesta di sabbia, antenne divelte e appuntite), il resto dei compagni lo crede morto e, obiettivamente, poco c’è mancato che Mark lo fosse per davvero.

Fortuna per lui, seppur sesto di sei (nel senso che Mark sarebbe stato a comando dell’operazione solo dopo  tutti gli altri membri dell’equipaggio), non è proprio il primo capitato. Ingegnere nonché botanico dell’operazione su Marte, Mark inizia la sua battaglia per la sopravvivenza sul freddo, ostile e desolato pianeta.

Ovviamente, non è per nulla semplice. I viveri sono contati, l’acqua pure, le comunicazioni con la Terra sono impossibili e lui è bloccato lì. Mark, però, non è uno che si arrende; è uno ottimista ed è stato selezionato per la missione anche per la carica di positività che avrebbe trasmesso agli altri membri.
Adesso, c’è solo una cosa da fare: rimboccarsi le maniche e sopravvivere su Marte nella speranza che, dalla Terra, si accorgano che lui è ancora vivo.

l'uomo di marte percorso

Uno degli aspetti che mi è piaciuto di più nella narrazione è che, pur sostanzialmente mancando dei grossi colpi di scena o simili e trattandosi, nella sua ossatura fondamentale, di una sorta di diario redatto dal protagonista, la curiosità di continuare a leggere è fortissima dall’inizio fino alla fine.

E poi ci sono quei (rari) momenti in cui subentra il narratore esterno e mentre leggi ti rassicuri mentalmente: «Ok, ok, non può essere finita, non così!». Infatti, poco dopo riprendono le annotazioni del protagonista, tu tiri un sospiro di sollievo e, ormai partecipe delle sue vicende come se davvero la sua permanenza forzata su Marte si stesse svolgendo adesso, aspetti di vedere come se la caverà stavolta Mark.

Certo, obiettivamente, è un libro molto “cinematografico”, con numerose sequenze, passaggi di “telecamera” tra Terra e Marte, quindi non mi meraviglio affatto che ne abbiano tratto un film.

Infatti, più che considerarlo un libro vero e proprio, lo etichetterei più come una sorta di “sceneggiatura spiegata“.

I personaggi sono un po’ buttati lì, poco approfonditi, ma solo accennati. Certo, resta a far da centro la forza incrollabile e l’estremo ottimismo del protagonista (davvero invidiabili e un po’ ai limiti del surreale, per la verità, considerando le sue condizioni critiche; tuttavia, questo aspetto del carattere di Mark è reso comunque credibile delle parole della psichiatra che segue gli astronauti in addestramento).

Lo stesso discorso del “poco approfondimento” vale per gli ambienti (certo non che mi aspettassi grandi descrizioni di Marte che, a parte landa deserta e gelida o pianeta rosso, non è che possa essere descritto in tanti altri modi). Mi sarei aspettata, tuttavia, una maggior precisione nella descrizione delle attrezzature, invece devo ammettere di averci capito pochino (fortuna che esiste la ricerca immagini di Google con le sue parole chiave: hab NASA, mav NASA, ect.).

Linguaggio semplice: chiaro, ma molto basilare (ma almeno non telegrafico; cosa che io davvero odio).

Tutto sommato, la storia è credibile, anche se in alcuni punti scade un po’ nella classica americanata.

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Maze Runner Il Labirinto recensione

Recensione Maze Runner Il labirinto

Titolo originale: The Maze Runner
Anno di pubblicazione: 2009
Autore: James Dashner
Genere: Fantascienza/Distopico/Ragazzi
Titolo in Italia: Maze Runner Il Labirinto
Anno di pubblicazione ITA: 2011

Prequel:
– Maze Runner La mutazione
– Il codice.

Seguito da: 
– La fuga;
– La rivelazione.

Thomas (Tom, Tommy, Fagio, da qui i nomignoli si sprecano) è intrappolato in un non meglio precisato cunicolo. È tutto buio (o quasi), ha paura e non ricorda niente.

Niente.

Manca poco è incerto pure sul suo nome.

Quando, a un tratto, sente delle voci, vede delle mani. E si ritrova circondato da una banda di bimbi sperduti in mezzo ad una radura (detta, molto fantasiosamente, la Radura).

I radurai, alias i bambini sperduti, vivono lì.
Hanno qualche animale per gli allevamenti (galline, mucche, ect.), un cuoco e una mensa comune, dei costruttori e altre amene occupazioni. Il più vecchio di loro avrà sì e no sedici anni.

Ovviamente, Thomas/Fagio (=fagiolo, in quanto ultimo arrivato) è confuso. Ma nessuno dei suoi nuovi compagni gli può spiegare nulla. Dovrà attendere l’indomani mattina, quando tutto sarà più chiaro e lui stesso sarà più ricettivo alle spiegazioni dei “colleghi”.

In ogni caso, le cose che non tornano sono tante e non sono poi così stupende e placide come appaiono a prima vista.

In primis, Thomas scopre che il suo cunicolo viene chiamato dai radurai la Scatola, attraverso la quale dei non meglio specificati Creatori recapitano “regali” (ogni due settimane cibo e vestiti, ogni mese un ragazzo – n.b. solo ragazzi).

Inoltre, uno strano gruppo detto “dei velocisti” si infila, ogni giorno, nel labirinto adiacente alla radura e corre e corre. Sembrano essere incastrati, ma nessuno sa bene come uscire.

E intanto ogni sera, le porte del Labirinto si chiudono per non lasciare che i Dolenti, mezzi umani mezze macchine assassine, invadano la radura e uccidano tutti i suoi abitanti.

Ovviamente, questa “calma piatta” è destinata a finire.

Le scorte si interrompono, le porte del Labirinto non si chiudono più, la gente impazzisce, per la prima volta una ragazza viene ritrovata nella Scatola e annuncia che la fine è giunta.

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Il libro è per ragazzi. E il mio primo errore sta sempre qui: mi ostino a voler leggere romanzi per ragazzi, quando ormai non posso più essere annoverata tra i teenagers (comunque, ripeto, non sono così vecchia e non vedo perché la lettura per ragazzi debba essere considerata un settore pieno di roba quasi “scadente“).

Comunque, sebbene l’idea di base sia indubbiamente originale (dei ragazzi spuntano fuori da una “Scatola”, alcuni sono “obbligati” a correre come topi in un labirinto senza senso, organizzati e accolti in questa “Radura” da dei non meglio identificati “Creatori”), è il contenuto che un po’ manca.

Nonostante si parta in quarta (con una dinamica di base, ripeto, originale), la narrazione non regge l’impianto. Il tutto si fa scontato e prevedibile, clichè a gogo, schemi e canoni già visti e rivisti nella dinamica distopica che, ultimamente, prende molto.

Il linguaggio inventato dei radurai (insomma, qualche parola), se da un lato è un’idea carina, dall’altro è davvero troppo elementare per poter essere ritenuto di una qualche rilevanza.

I personaggi non sono definiti per niente.

I secondari sono delle macchiette, dalle quali può sparirne improvvisamente una senza che il lettore subisca gravi lutti.

Lo stesso problema, però, si ha anche con i quattro/cinque personaggi principali: tutti fatti con lo stampino.

Nemmeno il protagonista, Thomas, ha dei contorni ben chiari. Il modo in cui l’introspezione dei personaggi viene riportata… beh, a parte il fatto che è limitata al solo Thomas, ma poi è davvero a livello di scuola elementare: sono triste, mi sento solo, ho paura e via discorrendo.

Mi hanno lasciata scettica e perplessa anche le descrizioni.

Non si capisce bene. Si cerca di precisare troppo, ingenerando semplicemente confusione. Insomma, non conta che una descrizione sia particolareggiata, ma che sia capace, anche con poche pennellate, di creare un quadro ben definito nella mente del lettore.

Insomma, purtroppo l’acquisto (dell’intera saga di Maze Runner, ahimè! Dovrei andare più cauta con gli sconti e non farmi prendere dalla trepidazione) è stato fatto e mi vedo costretta a finire la saga giusto per non sentire quella sgradevole sensazione d’aver sprecato i mie soldi, ma proseguo davvero a malincuore.

valutazione male runner il labirinto


 

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