Sadie

Titolo originale: Sadie
Autrice: Courtney Summers
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Titolo in Italia: Sadie
Anno di pubblicazione ITA: 2019
Trad. di: Cristina Proto

– Ho ricevuto una copia di questo libro –

E se perdessi anche quel poco che ti resta… che faresti?

È la domanda a cui – non volente – dovrà rispondere Sadie, diciannove anni; completamente sola adesso che la sorella è stata uccisa in modo atroce e la polizia non pare per nulla interessata a far luce sul suo omicidio.

Così Sadie svanisce e alla sua scomparsa pare interessarsi, dopo una certa titubanza, West McCray, conduttore radiofonico.

La storia seguirà quindi due binari paralleli: la trasmissione radiofonica con le considerazioni di McCray (sulle tracce di Sadie) corredate da testimonianze e interventi vari e la caccia che Sadie ha deciso di portare avanti (quella dell’assassino della sorella… perché lei sa chi è stato a farle del male).

Se, alla fine, questi binari si incontreranno poi da qualche parte, lo scoprirete solo leggendo…

Una storia interessante, ben congegnata che alterna personaggi complessi a vicende drammatiche specchio di un’America che non è solo quella dei sogni realizzati.

Perché esiste pure un sostrato di gente a cui l’America-delle-occasioni-per-tutti ha voltato le spalle; esiste un’America di abusi e sogni infranti, di indigenza e solitudine, di droga e violenze.

Sadie è poi una protagonista davvero ben riuscita: fragile e disperata, forte e determinata.
Certo, posso ammettere che, in qualche passaggio, forse Sadie è anche troppo, ma è sicuramente un personaggio al quale non si può restare indifferenti (e grazie al quale, secondo me, si possono ben perdonare alcune “americanate” da parte della scrittrice).

Insomma, un thriller di ampio respiro perché poi, in realtà, la “caccia al killer” è legata a tutta una serie di componenti per cui sarebbe ingiusto rinchiudere Sadie in una singola etichetta letteraria.

La Summers si è rivelata davvero una narratrice eccellente capace di indagare tra i tormenti e gli angoli bui dell’America che non arriva sulle riviste patinate.

 

La forchetta, la strega e il drago recensione

Titolo: The fork, the witch and the worm
Autore: Christopher Paolini
Genere: Racconti fantasy
Anno di pubblicazione: 2018
Titolo in Italia: La forchetta, la strega e il drago
Anno di pubblicazione ITA: 2019
Trad. di: Maria Concetta Scotto di Santillo

Quando è venuto fuori che Paolini aveva rimesso in circolo le storie e i personaggi di Alagaësia, non sono riuscita a resistere e, il giorno dell’uscita, a un “vecchio” fan della saga qual è mio fratello ho deciso di regalare questo volumetto.

Breve sguardo d’insieme per cominciare: il titolo preannuncia quelli che saranno i temi delle storie che ci riporteranno ad Alagaësia (il secondo racconto è stato scritto dalla sorella dell’autore, Angela Paolini, ed è naturalmente dedicato ad Angela l’erborista).

È passato qualche anno dagli eventi finali del Ciclo dell’Eredità (nessuno spoiler), Eragon, con la federa Saphira al fianco, sta costruendo la nuova roccaforte dei Cavalieri dei Draghi aiutato da nani, elfi, umani e i-non-più-così-temili Urgali.

Ovviamente, incontra qualche problema burocratico, un po’ di stanchezza, noia, tensione, ect. e gli Eldunarí, le coscienze dei draghi rimasti senza corpo, lo aiutano a trovare un po’ di pace facendo così partire il primo dei tre racconti: quello della forchetta.

E qui mi fermo per evitare spoiler, ma ogni racconto viene introdotto da una breve “scenetta introduttiva” in cui a farla da (fugace) protagonista è sempre il nostro Eragon, cresciuto sì ma con ancora tanto da imparare… in fondo resta sempre un cucciolo d’uomo.

Dopo letture sfalzate e una sessione di commenti, abbiamo raggiunto il seguente verdetto (parlo al plurale solo perché questa volta ho il contributo di un secondo lettore: mio fratello).

Ovviamente, fa piacere per chi ha amato la saga (che, comunque, non è mai stato un capolavoro, ma si è dimostrata un intrattenimento piacevole) ritornare ad Alagaësia, ma…

i racconti sembrano più che altro fugaci prodromi poco-ben-mascherati di quello che probabilmente avverrà in un futuro prossimo: un nuovo romanzo (o una serie di nuovi romanzi?).

Quindi fa sì piacere ritrovare i personaggi che ci avevano accompagnato nella saga principale, ma manca completamente un plus ai racconti che si riducono così a semplici parentesi, piatte e che poco aggiungono al complesso.

L’ultimo racconto in particolare, sebbene paia sia il primo a esser stato scritto come “storia a sé”, è soporifero (entrambi abbiamo impiegato più tempo a leggere quest’ultimo che non l’intera parte precedente).

Viene introdotto con l’artificio di essere una sorta di ballata (o storia orale o leggenda) tramandata dagli Urgali, ma è troppo lunga, piena di inutili particolari e priva, alla fine, di un senso da risultare piacevole da leggere.

Affetto per la saga okay, ma si poteva (anzi, forse, si doveva) far di meglio.

Ipazia recensione

Titolo: Ipazia
Autrice: Silvia Ronchey
Genere: Biografico
Anno di pubblicazione: 2010

Chi era Ipazia? Difficile… quasi impossibile dirlo.

Il mito, la storia (dei vincitori), le varie interpretazioni che ne hanno fatto una martire a seconda della necessità contingenti rendono il lavoro di ricostruzione praticamente impraticabile.

Ma si può dire di lei che era figlia di Teone, che la istruì ma da cui ben presto venne superata; che era filosofa e scienziata (e matematica e politica e maestra); che era bella, intelligente, austera, saggia e influente.

Si sa che è morta in modo atroce.

La ricostruzione più accreditata è quella che, avendo attirato le invidie del vescovo di Alessandria Cirillo, venne aggredita da una massa di fanatici cristiani (molto probabilmente aizzati dallo stesso Cirillo), che la massacrarono usando cocci aguzzi (gli ostraka), le cavarono gli occhi mentre ancora respirava, poi la fecero a brandelli e ne diedero i resti alle fiamme.

Speravo di ricavare qualche informazione in più da questo libro di Silvia Ronchey – storica bizantina, docente di filologia classica e tardoantica e di civiltà bizantina – dal momento anche che il sottotitolo (con senno di poi un po’ altisonante e fuorviante) è “la vera storia“.

Di vero c’è sicuramente una documentazione accurata… anche se le fonti sono scarse, discordanti e trascinate tra miti e malinterpretazioni per dei secoli (per esempio gli òstraka, i famosi pezzi di ceramica usati nelle procedure di “ostracismo”, diventati per una diversa interpretazione dal greco da parte di Gibbon – non errata ma non adeguata al caso specifico – conchiglie).

Di storia c’è ben poco, perché poco è quello che si riesce a ricavare dai materiali (di contemporanei e non) a disposizione e che, comunque sia, trattano solo delle ultime – tremende – fasi della vita di Ipazia.

Il punto infatti (e il malinteso che il sottotitolo genera forse andrebbe sistemato in una prossima edizione), è che da un libro che mi propone “la vera storia” mi aspettavo un qualcosa più “a tutto tondo”.

Invece, seppur tutto molto interessante, nel libro si tratta della morte tragica di Ipazia e di quello che storici, poeti, intellettuali (ect.) anche cattolici ne hanno ricavato per tirare l’acqua al proprio mulino (finanche alla creazione di una Santa Caterina d’Alessandria che ricalca in modo così sospetto la vita di Ipazia da portare papa Paolo VI, nel 1969, a escluderla dal calendario liturgico – Benedetto XVI, che di cose strambe in questo senso ne ha fatte anche altre, ha provveduto invece al suo reinserimento).

Insomma per tirare le fila di un discorso che, altrimenti, diventa infinito: il libro della Ronchey è interessante e obiettivo e propone una curata analisi su quanto la contingenza degli eventi possa incidere sulla storia (per esempio, la figura di Ipazia venne rispolverata in occasione della rivoluzione francese, ma venne presa in considerazione anche dagli intellettuali inglesi – da sempre tra i primi ad aprirsi alla libertà di pensiero – mentre, per svariati anni, venne taciuta negli ambienti italiani tradizionalmente più legati all’influenza cattolica).

Tuttavia, ricorda troppo l’impostazione di una breve tesi di laurea, alla quale però non sono state affiancate le note (che sono state lasciate in fondo al testo e che, prive di un’indicazione del testo cui fanno riferimento, lasciano un po’ il tempo che trovano).

Sebbene traspaia netto l’impegno della autrice, mi aspettavo qualcosa di diverso.

La forchetta, la strega e il drago

Tre storie ambientate ad Alagaësia, un assaggio della nuova vita di Eragon e un estratto delle memorie di Angela l’erborista. Per tornare a immergersi nell’affascinante e antico mondo del Ciclo dell’Eredità.

È passato un anno da quando Eragon ha lasciato Alagaësia in cerca del luogo perfetto in cui addestrare una nuova generazione di Cavalieri dei Draghi. È alle prese con una lista lunghissima di compiti e doveri: costruire una fortezza a misura di drago, discutere con i fornitori, vegliare le uova dei futuri draghi e tenere a bada i belligeranti Urgali e gli altezzosi Elfi. Poi una visione degli Eldunarí, una visita inaspettata e un’appassionante leggenda degli Urgali gli offrono la distrazione di cui ha tanto bisogno e gli mostrano le cose sotto un’altra prospettiva… Tre storie inedite ambientate ad Alagaësia, un assaggio della nuova vita di Eragon e un estratto dalle memorie di Angela l’erborista – di cui è autrice Angela Paolini, che ha ispirato il personaggio della strega – per tornare a immergersi nell’affascinante e antico mondo del Ciclo dell’Eredità.

L’autore

Christopher Paolini è nato nel 1983 nella California del Sud e vive nel Montana. Ha scritto Eragon, Libro Primo del Ciclo dell’Eredità, a soli quindici anni; nel 2005 ha pubblicato il secondo volume, Eldest, a cui ha fatto seguito, nel 2008, Brisingr. Inheritance è l’episodio conclusivo del Ciclo, publbicato nel 2011.
I suoi libri sono pubblicati in oltre quaranta Paesi, ed è entrato nel Guinness dei Primati come il più giovane scrittore di bestseller al mondo.

Titolo: La forchetta, la strega e il drago
Autore: Christopher Paolini
Genere: Fantasy
Casa editrice: Rizzoli
Pagine: /
Prezzo ed. cartacea: 17,00€

 


Disponibile dal 22 gennaio 2018!


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Possa il mio sangue servire recensione

novità libri aprile 2015 - possa il mio sangue servireTitolo: Possa il mio sangue servire
Autore: Aldo Cazzullo
Genere: Saggio
Anno di pubblicazione: 2015

«Cazzullo si è assunto
un compito diverso dalla
celebrazione:  far chiarezza
sui luoghi comuni che ci hanno tormentato 
in tutti questi decenni.»
Furio Colombo

Quando tratto di saggi, la mia non si può definire una vera e propria “recensione“, tanto che, alla fine, mi astengo dalla “valutazione”. Diciamo che il mio è più un pensiero.

Quindi… Cominciamo col “pensiero”.

Innanzitutto, il libro è una sorta di ri-costruzione, di ri-analisi di un pezzo molto recente (e molto discusso) della storia italiana: la Resistenza.

Cazzullo si prende l’onere di ri-raccontare questa parte di storia senza romanticismi, idealismi, bugie di potere e “storpiamenti” comodi (ad esempio: non tutti i partigiani erano comunisti e non tutto l’Esercito era composto da vili traditori, anzi…).

Per ogni capitolo, una storia (non necessariamente di un personaggio noto o di una figura di spicco, ma anche di gente comune o di coloro il cui ricordo, per convienze di partito, è stato offuscato), un evento, un massacro, una strage.
L’incipit, che dà anche il titolo al libro intero, è la lettera che Franco Balbis, nel 1944, scrive ai genitori; sta andando a morire per l’Italia… per l’Italia in cui lui crede così tanto da sacrificarle la vita:

«Possa il mio sangue servire per ricostruire l’unità italiana e per riportare la nostra terra a essere onorata e stimata nel mondo intero.
Prego i miei di non voler portare il lutto per la mia morte; quando si è dato un figlio alla Patria, comunque esso venga offerto, non lo si deve ricordare col segno della sventura.
Con la coscienza sicura d’aver sempre voluto servire il mio Paese con lealtà e onore, mi presento davanti al plotone d’esecuzione col cuore assolutamente tranquillo e a testa alta.»

Qualcuno avrà notato che ho latitato nella lettura di questo libro e il motivo è proprio qui sopra. Mi sono dovuta interrompere e per molto tempo, perché non ho avuto il coraggio di leggere oltre tutte quelle storie, tutte quelle morti e quei sacrifici in nome di un ideale, di una Patria nella quale, poi, purtroppo, loro stessi non si riconoscerebbero oggi (v. Spoon River su Facebook, ultimo capitolo che raccoglie testimonianze di “gente comune” scritte da amici, parenti e conoscenti).

Le tante lettere riportate in fondo a ogni capitolo hanno in comune alcuni elementi (come evidenzia chiaramente lo stesso Cazzullo): l’amore per la Patria, il dispiacere per i familiari che restano, le raccomandazioni ai figli per concentrarsi nello studio che li rende liberi e utili alla Patria stessa.

Se si riesce a superare il concetto che tutti questi uomini e tutte queste donne sono morti per un ideale, i sopravvissuti hanno sempre vissuto con l’orrore delle torture sulle spalle (alcuni si sono anche uccisi) e i loro aguzzini hanno fatto la bella vita in qualche paese dell’America del sud o in Stati europei conniventi (la stessa Italia, in alcuni casi, non ha condannato), be’, è un libro che si può leggere agilmente in meno tempo di quanto non ho fatto io.

Insomma, non è una lettura semplice: la realtà è lì, nuda e cruda, contenuta nelle tante lettere scritte pochi istanti prima di dire addio alla vita (e il libro potrebbe essere un’ottima spinta per approfondire alcune storie meno note).
E non è facile, no, non è facile per niente leggere tutte quelle vite spezzate, tutte quelle storie interrotte a metà o da poco cominciate.

Tra le tante storie riportate, un elemento le accomuna tutte: il fatto che, in un determinato momento anche se per ragioni simili ma differenti, un uomo o una donna si sono alzati. Hanno detto basta e hanno deciso di andare controcorrente, rischiando la pelle. Invece, oggi andiamo avanti come caproni e ci accontentiamo di quello che ci raccontano senza nemmeno un po’ di analisi critica (e spesso dimenticando anche i precedenti).

Una lista continua di nomi, ognuno dei quali si conficca nel cuore come uno spillo. E, tuttavia, a questi nomi si aggiungono i nomi di coloro che per rancore e vendetta si sono macchiati delle stesse colpe dei loro aguzzini, violando l’onore dei veri partigiani e il senso della vera Resistenza.

Tante sono le insegne, i monumenti, gli edifici pubblici e le vie “intitolati a…”, le placche e le medaglie (molte attribuite postume) che “decorano” la nostra Italia. Sono un onore sì, ma sono anche tanto dolore, tanta amarezza, tanta sofferenza. Ed è bene che ci siano, che siano lì come monito, ma ognuno di noi dovrebbe anche ricordarsi del perché sono lì.

Sono tanti i monumenti ignorati, le placche e le insegne dimenticate… forse dovrebbero tutti essere “degradabili” come il monumento alle partigiane nel parco di Villa Spada a Bologna in modo che il ricordo debba restare vivo.

Al solito, scrivo sempre troppo. Quindi, vediamo di tirare le conclusioni.
È un libro da leggere? Sì.
La butto lì, ma potrebbe essere un’idea inserire libri come questo nelle antologie di italiano, invece degli estratti di Twilight…