Nel cuore della notte recensione

Titolo: This real night
Autrice: Rebecca West
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1984
Titolo in Italia: Nel cuore della notte
Anno di pubblicazione ITA: 2019
Trad. di: Francesca Frigerio

Preceduto da:
La famiglia Aubrey

Seguito da:
Cousin Rosamund (non ancora annunciato in Italia)

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Attenzione! Questo è il secondo volume della trilogia di Rebecca West, iniziata con La famiglia Aubrey. Proseguendo nella lettura di questo articolo, se non hai già letto il primo capitolo della serie, potresti incappare in spoiler!

Li avevamo lasciati così: abbandonati.

Ma gli Aubrey, anche se privi di un membro – alla fin fine non poi così fondamentale – della famiglia stando andando avanti alla grande: le gemelle, Rose e Mary, hanno ottenuto delle borse di studio per diventare finalmente delle pianiste di successo; Rosamund, l’amata cugina, avendo lavorato l’estate come infermiera in un ospedale per bambini, è sempre più certa della sua scelta di vita; il non-più-piccolo-di-famiglia Richard Quin è diventato un ragazzo d’oro, premuroso, attento, disponibile; Constance, la madre di Rosamund, si è stabilita definitivamente dagli Aubrey al fianco di Clare adesso unico capitano di una nave che – grazie alla vendita dei famosi quadri e alla scomparsa della paterna sanguisuga – procede a gonfie vele.

Nel giardino, gli Aubrey hanno persino piantato dei fiori (e, per chi ricorda le loro ristrettezze economiche, questo sì che è un evento: il poter finalmente godere di denaro extra da poter usare anche per piccoli piaceri).

L’unica incertezza è Cordelia, il membro incompreso e bistrattato della famiglia, che col suo carattere supponente e superbo è l’unica a suscitare qualche preoccupazione.

Ma ci sono delle scelte in arrivo: la vita le esige e la storia si mette nel mezzo.

Una storia quella degli Aubrey che non riesco a assolutamente a lasciar andare.

Saranno i profondi legami che legano i membri di questa famiglia; sarà il loro essere sognatori di gran cuore; sarà il fatto che sono inglesi (e, vabbè mi ripeto perdono: io ho un debole per le famiglie inglesi e per l’ambientazione ‘800/’900… ‘700, okay arrivo anche più indietro)… sta di fatto che anche questo secondo volume è andato e adesso ho bisogno del terzo (che, purtroppo, sarà anche l’ultimo).

Ma venendo alle considerazioni su questo secondo capitolo, mi sento sostanzialmente di confermare quello che avevo già detto riguardo La famiglia Aubrey.

Saga familiare ben scritta e ben condotta con uno stile narrativo assolutamente impeccabile e affascinante che cesella dei personaggi realistici e profondi (che qui forse assumono contorni ancor più definiti).

In questo secondo capitolo, una serie di eventi drammatici investirà la famiglia e la narrazione della West è in grado di gestirli con sapienza trasmettendo un fortissimo senso di turbamento – principalmente nella parte finale del romanzo.

Ribadisco comunque anche gli “aspetti negativi” cioè la mancanza di azione; motivo per cui stiamo parlando di una saga familiare e non di un thriller, ma ecco vorrei che fosse ben chiaro che gli eventi sono pochi e spalmati per numerose pagine (come vi accennavo su Instagram, a pagina 100/150 stiamo ancora andando a cena dal signor Morpugo, amico e benefattore della famiglia).

A questo proposito, vorrei riportare un estratto del commento di Alessandro Baricco, che sicuramente spiega questo aspetto meglio di come potrei fare io, proprio su questo romanzo (trovate la versione completa qui):

Non avendo capito che era una trilogia, a me è accaduto di iniziare dal secondo volume, Proprio stanotte. Le prime pagine, lo ricordo benissimo, mi parvero di una noia ineguagliabile. Raramente avevo letto qualcosa che procedesse più lentamente. Ma non lo faceva in modo forzato o virtuosistico: era tutto molto naturale. Era solo che quella donna aveva quel passo, e non c’era nulla che si potesse fare a riguardo. Mi ricordo che spesso continuavo a leggere pensando ad altro. Mi ritrovavo a girar pagina che a malapena sapevo cosa avevo letto. Eppure giravo pagina. Perché diavolo non smettevo? Un motivo, immediatamente percepibile, c’era: nello scorrere lentissimo di quel fiume, ogni tanto passava una barca. Una frase, una similitudine, un’osservazione minuscola, l’esattezza di un colore, la precisione millimetrica di un aggettivo. E non c’era passaggio di barca, per quanto raro, che non fosse davvero memorabile (in particolare le similitudini, da rimanere a bocca aperta).
Così, per un po’ me ne sono stato ad aspettare il passaggio delle barche, paziente. Poi, pagina dopo pagina, senza accorgermene, ho cominciato a capire il fiume. È durata un po’, e alla fine qualcosa è successo, perché, d’improvviso, ero in quel fiume. Non c’era più lentezza, ma un certo passo del cuore, irrimediabilmente giusto.

Suggerisco, quindi, la lettura a chi è avvezzo (o a chi vorrebbe iniziare le) alle saghe famigliari un po’ in stile Downton Abbey (mi è stato suggerito anche la saga dei Cazalet, ma mi sento di sottoscrive quello che avevo già detto di questa saga quide gustibus).

Per tutti gli altri, dato lo stile quasi lirico della West, suggerirei di fare un tentativo – col primo capitolo ovviamente e magari scorrendo qualche estratto di quest’ultimo (che trovate qui) – e verificare se lo stile della scrittrice potrebbe cadere nelle proprie corde tenendo presente quanto già detto sull’azione narrativa.

Per chi mi ha chiesto se si può leggere questo volume senza aver conosciuto il primo rispondo che sì, si può (anche Baricco l’ha fatto 😉 ). La West riprende e riassume (fortunatamente in breve) gli eventi salienti incorsi ne La famiglia Aubrey, quindi si riesce a ricomporre la storia senza difficoltà.

Ovviamente, è il peso sulla famiglia e le sensazioni nel lettore che questi eventi trasmettono che si perdono completamente; motivo per cui suggerirei comunque di procedere con ordine e iniziare dal primo capitolo.

Mi sono dilungata un sacco e spero di non aver annoiato (😬), quindi rimandando sempre alla lettura completa della saga per un giudizio più completo, intanto per questo volume direi che

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