Il gigante sepolto recensione

Titolo: The buried giant
Autore: Kazuo Ishiguro
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2015
Titolo in Italia: Il gigante sepolto
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Susanna Basso

Axl e Beatrice sono due anziani britanni, vivono più o meno tranquilli nella loro grotta-villaggio e “tirano a campare”.

Se non fosse che un giorno ricordano di avere un figlio («Ricordi, principessa?») e decidono che è finalmente arrivato il momento di ricongiungersi a lui.

Ma perché non ricordano questo figlio? Perché non l’hanno ricordato fino a ora? E perché questa stramba “smemoratezza” pare aver indiscriminatamente colpito anche tutti gli altri abitanti del villaggio?

I due si mettono alfine in cammino alla ricerca del figlio e – magari-se-ci-rientra – della cura a questa strana “nebbia” mangia-ricordi.

Lungo il percorso non mancheranno le avventure: un ragazzo, di nome Edwin, che forse-ma-non-è-detto potrebbe diventare un demone, il prode Wistan in missione per conto del suo re e l’ormai anziano cavaliere di Artù, Galvano, da anni perso nel tentativo di uccidere un drago.

 

Wow, un premio Nobel! Mi fa sentire sofistica girare con un premio Nobel tra le mani… fino a quando non mi rendo conto che non fa per me o ne resto delusa (vedi il caso di “Cecità” di Saramago).

Perché, forse, un libro premio Nobel per la letteratura parte con un’asticella troppo alta, un lettore si approccia alla lettura con troppo entusiasmo aspettandosi forse troppo.

E forse è l’etichetta “Premio Nobel” a far danni.

Ma veniamo a noi. “Il gigante sepolto” è una lettura piacevole, ben scritta, evocativa (siamo in terre arturiane – mescolate con un pizzico di Shakespeare, una puntina di Tolkien e una spruzzata di letteratura classica – in tempi in cui la magia è ancora all’ordine del giorno).

Argomento centrale la memoria e l’importanza dei ricordi per definirci non solo come individui in sé per sé ma anche come facenti parte di una comunità più estesa.

Il rapporto tra Axl e Beatrice non può che strappare un sorriso di tenerezza per la dolcezza e l’attaccamento che c’è tra la nostra coppia di vecchi britanni.

La storia, però, è davvero povera di eventi, scorre lenta e non presenta grossi sbalzi.

Sicuramente gli spunti di riflessione non mancano (e mi pare il minimo da un premio Nobel), ma la lettura non è riuscita a convincermi completamente.

Per essere un Nobel – e qui mi ricollego con il mio discorso iniziale – mi sarei aspettata qualcosa di esplosivo sotto ogni punto di vista e non una lettura comunque godibile, ma… nella media.

Minima. 7 racconti neri e uno bizzarro

Titolo: Minima. 7 racconti neri e uno bizzarro
Autore: Edgar Allan Poe
Genere: Raccolta
Anno di pubblicazione: 2015
Trad. di: Maddalena Togliani

«Non credete a nulla di ciò che sentite dire,
è solo alla metà di ciò che vedete

Edgar Allan Poe

E nulla… che dire? È Edward Allan Poe (e tanto dovrebbe bastare). 

Il maestro dell’orrore, della paura e del bizzarro è di nuovo in circolazione grazie a questa mini-raccolta curata da Abeditore.
Mini solo nel formato; formidabile nell’estetica con illustrazioni davvero magnifiche, font che illuminano la narrazione e una copertina come sempre accattivante. 

All’interno della raccolta troviamo grandi classici (come “Cuore rivelatore”, “Il ritratto ovale” e “Hop-frog”) e altri un po’ meno conosciuti – almeno per me – (come “Berenice” e “Il sistema del dottor Catrame e del prof. Piuma”); per un totale di sette racconti neri e uno bizzarro. 

I primi sono, quindi, un’immersione profonda e oscura nelle sfaccettata psiche umana che Poe è così bravo a rendere su carta (e in poche pagine). Qui non è solo questione di paranormale; qui è questione di umanità, inquietudine, vendetta, morte, istinti incontrollati e incontrollabili.

Il barile di Amontillado”, primo racconto in ordine di apparizione, già ci prepara a quello che verrà dopo: paura, inquietudine e delle menti così fredde e razionali da essere ancora più spaventose. Ma la razionalità cede il passo, senza nemmeno accorgersene, alla follia come ne “Il cuore rivelatore” o “Il gatto nero”.

In altri, invece, sarà il contatto con gli altri ad essere fatale seppure in modo diverso e, comunque, imprevedibile (“Il ritratto ovale” e “Berenice”). 

Negli altri una pacca sulla spalla o una risata ricercata con troppa insistenza saranno fatali (“Silenzio – una favola” e “Hop Frog”).

In solitaria, invece, il racconto bizzarro che ci porterà all’interno di una particolare casa di cura con particolari metodi di cura.

Insomma, una raccolta molto bella da avere assolutamente nella libreria; consigliata sia a chi si affaccia al genere per la prima volta sia a chi è già amante di Edgard Allan Poe.

Il libro del mare recensione

Titolo: Havboka
Autore: Morten A. Strøksnes
Genere: Saggio/Autobiografia
Anno di pubblicazione: 2015
Titolo in Italia: Il libro del mare
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad. di: Francesco Felici

«Se si pensa alle molecole d’acqua come a lettere, si può affermare che il mare contiene tutti i libri mai scritti, in lingue conosciute e non.»

Chi l’avrebbe mai detto che una semplice battuta di pesca tra due amici potesse diventare un libro?

Insomma, che fanno due pescatori in mezzo al mare? Pescano… fine. Che altro c’è da dire? Dispongono una serie di esche, gettano l’amo, tirano su il pesce riarrotolando il filo al mulinello e fine, no? Be’, sì e no.

In primo luogo, perché ai nostri – Morten, l’autore, e Hugo, un suo eclettico amico pittore – viene in mente di catturare un pesce in particolare (certo non uno facile): perché non uno squalo della Groenlandia?

Questo mostro marino è il più longevo vertebrato al mondo: vive centinaia di anni (al più anziano mai catturato è stata stimata un’età di 362 anni). Solo. Negli abissi. Bui. E gelidi. Con una serie di parassiti abbrancicati addoso, alcuni dei quali divorano la sua cornea rendendo il suo sguardo inquietantemente luminescente.

Le isole Lofoten sono il suo terreno, ma questo enorme pesce – 6/7 metri di lunghezza per una tonnella di peso – gira, con mistica calma e tranquillità, miglia e miglia di mare ed è capace di mangiarsi un po’ di tutto (pesci, foche, grasso di balena… addirittura renne e, se la situazione è propizia, anche altri squali della Groenlandia).

In secondo luogo, dato anche il titolo del libro in questione, ne “Il libro del mare” non si parla solo della pesca, di un’amicizia e della caccia a uno squalo, ma del mare in ogni sua sfaccettatura.

Quei momenti di attesa nella pesca, il moto ondoso del gommone alla deriva sono solo la scusa che innesca nell’autore una serie di considerazioni, ricordi e informazioni legati al mare.

Perché la vita è nata lì, in mare; perché, tutto sommato, noi stessi continuiamo a venire dall’acqua (il liquido amniotico); perché il mare (l’oceano) ricopre il 71% della superficie terrestre; perché la vita dell’uomo dipende, ancora oggi, dal mare; città e centri sono nati e hanno preso una determinata forma proprio in relazione alla pescosità (o meno) del mare lì di fronte.

Insomma, “Il libro del mare” è un libro sui generis, a metà tra l’autobiografia (la pesca con l’amico Hugo), il reportage naturalistico (per i silenzi e gli scorci di una Norvegia puntellata di fiordi e insenature) e il saggio (per le molte informazioni e curiosità di ogni genere: naufraghi e naufragi, miti e leggende, esplorazioni coraggiose e tragici fallimenti, attacchi e scontri con giganti marini, essiccazione e salatura del pesce, Sea World e molto altro ancora).


Il testamento di Magdalen Blair

Titolo: The testament of Magdalen Blair
Autore: Aleister Crowley
Genere: Storia breve
Anno di pubblicazione: 1913
Titolo in Italia: Il testamento di Magdalen Blair
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Luca Moccafighe

Magdalen ha delle doti molto particolari che le concedono quasi una specie di preveggenza. Il termine con cui il suo professore definisce Magdalen e questa sua sorta di “empatia” potenziata è «termopila umana».

I due si mettono sotto con esperimenti e studi per comprendere questi “poteri” della ragazza, ma poi – si sa: galeotto fu il becco Bunsen – e il professor Blair e la giovane Magdalen finiscono sposi.

Superati felicemente i primi mesi di matrimonio, qualcosa però inizia a stonare: Magdalen riceve delle strane sensazioni da suo marito fino a quando l’uomo non arriva a terrorizzarla con i suoi pensieri strambi e talvolta malvagi.

E sicuramente c’è qualcosa che non va perché quello che noi leggiamo è il testamento di Magdalen Blair.

Il testamento di Magdalen Blair” è un libretto particolare che, da operetta ammiccante – quasi simpatica per quell’ingenua sensibility inglese che tanto andava di moda – di paranormale, si trasforma in una sorta di trattato sulla morte, l’aldilà e i pensieri e i ricordi che un defunto potrebbe lasciare dietro di sé come una sorta di scia fantasma.

Una lettura particolare, quindi, come particolare è il suo autore, Aleister Crowley.

Nato da una prestigiosa famiglia inglese nel 1875, il giovanotto si mostrò quasi subito uno spirito ribelle e assolutamente non convenzionale. Solo per dirne una, riuscì a farsi espellere dall’Italia fascista dopo aver fondato, in Sicilia, la sua personale chiesa. Una chiesa, ovviamente, sui generis considerando che il suo fondatore si auto-definiva la Grande Bestia 666 e viveva sulla base della seguente massima: «Fa’ ciò che vuoi, sarà la tua unica legge».

La mia sensazione è stata che il libro in analisi riproduca un po’ la vita del suo autore: un po’ strambo, un concentrato di considerazioni sulla vita e sulla morte alle volte folleggiante e, infine, un po’ inquietante.

Ammetto, quindi, di esserne rimasta perplessa.

La brevità del libello (si legge in un’oretta senza sforzo) lo rendono una lettura agile, ma i contenuti inquietanti e confusi, soprattutto nella parte finale, lasciano con una brutta sensazione di smarrimento.

Non posso che dirmi d’accordo con Frank Harris, amico di Oscar Wilde, il quale definì questa storia come «la più terrificante».

Ma forse agli occhi di un moderno, assuefatto a quasi tutti i tipi di orrori, questa storia breve resta solo un concentrato di considerazioni di un autore non convenzionale, un po’ folle e talvolta difficile da comprendere.

Se la storia mi ha lasciata perplessa, nulla da dire sulla cura di questa edizione di Abeditore: la copertina è assolutamente fantastica e la scelta dei font interni al romanzo azzeccata.

Jane Austen a casa recensione

Titolo: Jane Austen at home
Autrice: Lucy Worsley
Genere: Saggio
Anno di pubblicazione: 2017
Titolo in Italia: Jane Austen a casa
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Maddalena Togliani

Prima di cominciare devo premettere che ho un debole  per Lucy Worsley. Storica e conduttrice della BBC, la scoprì per la prima volta proprio con un documentario dedicato proprio Jane Austen.

La passione nello spiegare, il modo con cui presenta i suoi programmi e la sua simpatia fecero il resto.

Da allora ogni volta che becco un suo documentario, me lo divoro.

Anche se ero un po’ spaventata dalla lettura di un saggio in inglese: temevo di non capire alcune parole o di non riuscire a seguire il filo del discorso (che già ho delle grosse difficoltà con i saggi in italiano!).

Alla fine, però, non ho mai sottolineato così tante frasi da potermi rileggere dopo (se ti capita di passare sui social noterai un libro giallo di post-it!) né mi era mai capitato di commuovermi leggendo un saggio (che, per antonomasia, hanno un tono più neutro rispetto a un romanzo).

Detto questo e prima di procedere con la mia recensione, ultimo appunto: ho letto il romanzo in lingua originale, quindi non posso garantire sulla traduzione (anche se Neri Pozza è valida in questo).

Quindi, venendo a noi.

Lucy, bravissima narratrice (deformazione da fan, ma quando leggevo sentivo il suo tono nelle orecchie), apre la scena su un carro in viaggio quasi arrivato a Steventon (dove Jane nacque, visse ventitré anni e in cui scrisse tre dei suoi romanzi).

A bordo ci sono Mr George Austen e sua moglie Cassandra, adagiata su di un letto di piume a causa della sua salute cagionevole e dei suoi inaffidabili «nervi»; la di lei madre, Mrs Jane Leigh; e i tre figli della coppia sposata da quattro anni: James (Jemmy), George (che ben presto sparirà dalla storia e dagli annali della famiglia in una specie di damnatio memoriae) e Edward (Neddy).

Siamo abituati a pensare a Jane e a pochi altri suoi altri famigliari: in particolare, la sorella Cassandra con quale ebbe davvero un rapporto magnifico (e le cui ultime parole sulla morte dell’amata sorella furono: «[…] ho perso una parte di me stessa.») e il fratello Henry, che la supportò nella pubblicazione dei suoi romanzi, agì praticamente come suo agente letterario e le procurò il primo contratto di pubblicazione con Egerton per Sense and Sensibility.

In realtà, il sistema famiglia-Austen era più complesso di quello che appare in superficie e si componeva di genitori, fratelli, fidanzate (poi mogli), zii, cugini, amici in una sorta di famiglia allargata a cui, nel tempo, si aggiunsero una svariata quantità di nipoti (per esempio Edward, di cui parleremo tra poco, ebbe con la moglie Elizabeth Bridges undici figli).

I rapporti, con così tanti familiari, non erano ovviamente idilliaci con tutti (ad esempio, con il ramo materno ci furono delle dispute ereditarie che, se rispettate, avrebbero garantito a Jane e a sua sorella una buona rendita), ma alla morte di Elizabeth – la moglie di Edward – Jane e Cassandra assunsero il ruolo di madri putative degli undici nipoti (molti dei quali svilupparono da grandicelli velleità letterarie).

La famiglia era così compatta che ognuno ebbe la sua da dire sulla «zia Jane»; ognuno apportando ricordi, impressioni e immagini di una zia (o di una sorella o di un’amica) e contribuendo così – più o meno in maniera organizzata – alla creazione di un personaggio socialmente perfetto, dalla vita irreprensibile, ideale modello della società giorgiana.

La verità, però, sta quasi sempre nel mezzo: anche Jane Austen era umana, anche lei aveva le sue preferenze, i suoi “momenti no” e le sue stranezze.

Quella che, quindi, emerge dalle pagine di questo saggio è una ragazza – e poi una donna – sagace e ironica, in grado di prendere le sue decisioni con fermezza ma anche di tornare sui suoi passi (come per la proposta di matrimonio, rotta da Jane il giorno dopo averla accettata, con il danaroso Harris Bigg-Wither).

Ma mi sto dilungando: questa recensione è già troppo lunga e non voglio annoiare.

Il libro della Worsley è un concentrato di validissime informazioni su Jane; sulle case dove ha vissuto o visitato o soggiornato (e che hanno inevitabilmente influenzato le abitazioni che conosciamo e amiamo dai romanzi); sugli amori che ha avuto (sì perché non c’è stato solo Mr Lefroy!); su decisioni da prendere, sogni da realizzare e la coerenza da mantenere con grandi (grandissimi) sacrifici; sui salari dei domestici; sui “modelli” usati per tracciare i caratteri delle sue eroine; sul dare letteralmente voce alle donne (se ti capiterà di leggere il libro capirai in che modo); sui diritti d’autore; sulle beghe familiari; sui viaggi in carrozza; sull’amore; sulla sofferenza; sulle difficoltà economiche; sull’impegno e la costanza; sull’accanimento del destino (che spesso arride a chi già ha troppo).

Concludo con un’immagine, presa dal film “Becoming Jane“, la quale nulla, in realtà, ha a che vedere con la vera Jane.
Ma vorrei ricordarla così proprio come suggerisce anche Lucy Worsley: felice, piena di sogni e speranze, che corre via verso un mondo di possibilità.


I testi virgolettati vengono tutti da “Lucy Worlsey at home. A biografy”, Lucy Worlsey, Hodder & Stoughton, 2017. Eventuali errori nella traduzione sono esclusivamente colpa mia.