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Storia della nostra scomparsa

Titolo originale: How we disappeared
Autrice: Jing-Jing Lee
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2019
Titolo in Italia: Storia della nostra scomparsa
Anno di pubblicazione ITA: 2020
Trad. di: Stefano Tummolini

– Ho ricevuto una copia di questo libro –

Alle volte è solo un attimo… un terribile attimo in cui tutto cambia e dal quale non è più possibile tornare indietro.

È quello che avviene nel 1942 a Wang Di quando nel suo kampong arrivano le truppe giapponesi.

È un attimo e viene separata per sempre dalla sua famiglia; è un attimo e viene caricata su di un camion assieme ad altre donne e ragazze.

E un attimo è già finito, ma in realtà il tempo di quell’attimo si dilaterà per sempre nella vita della giovane Wang Di.

Perché adesso (anche se ancora per lei tutto è molto confuso) è una comfort women – un epiteto che non rappresenta bene le atrocità alle quali Wang Di e le altre donne come lei furono costrette a subire.

… perché, sebbene questo sia un romanzo, purtroppo la storia è ispirata a fatti reali.

Del dramma di queste donne trattate alla stregua di oggetti ebbi modo di parlarvi qualche tempo fa in occasione della mia lettura Figlie del mare. Vi rimando a quell’articolo dove ho avuto modo di parlare meglio delle comfort women, ma vorrei – in breve – riportarvi qualche notizia anche qui.

Il 1991 fu l’anno in cui Kim Hak-sun uscì allo scoperto e rese al mondo la sua spaventosa testimonianza: quella di essere stata donna di conforto.

Dopo di lei, molte altre trovano il coraggio e la forza di raccontare pubblicamente le violenze subite, ma vennero accolte con «incredulità [e] bollate come donnacce in cerca di denaro facile» (un frettoloso giudizio che, in realtà, dovettero sopportare anche una volta scampate alle atrocità dopo la guerra… perché, alla fin fine, tutti sapevano).

Nel 1992, l’olandese Jan Ruff O’Herne si unì al coro inascoltato e deriso di queste donne, raccontando la sua terrificante storia all’udienza sui crimini di guerra giapponesi tenutasi a Tokyo, riuscendo così a suscitare l’interesse del mondo occidentale.

Una volta infilate in una comfort house, per queste ragazze non c’era scampo: perdevano il loro nome (erano obbligate a usarne uno casuale giapponese) e di loro restava solo una foto appesa all’ingresso con un numero affianco in modo che i soldati sapessero già a quale porta mettersi in fila.

Costrette a subire ogni genere di abusi e violenze, queste ragazze erano segregate in una stanza sudicia dove vi entravano più di venti soldati (al giorno), uno dietro l’altro.

Le vittime stimate, ma ovviamente si tratta di calcoli “a braccio” poiché mancano totalmente numeri precisi, si aggirano tra le 50.000 e le 200.000 donne.
Secondo la BBC, invece, questo numero salirebbe fino a 300.000

E il titolo di questo romanzo non potrebbe essere più azzeccato, perché davvero, una volta infilate in una comfort house, queste donne sparivano: psicologicamente, personalmente e umanamente.

Ciò che restava di loro era solo un pezzo di carne chiuso in una stanza.

Anche finita la guerra, “tornare” non era affatto facile: additate, guardate con sospetto  e vergogna persino dalla propria famiglia.

E allora l’unica cosa che resta da fare è ignorare l’evidenza, dimenticare, sotterrare tutto il più in profondità possibile fino a sperare che il buio dell’oblio assorba tutto.

Accanto alla storia di Wang Di ma settant’anni più tardi, seguiremo anche le vicende di Kevin, un tredicenne a cui la nonna, in fin di vita, ha appena confessato un terribile segreto.

Ovviamente questi due filoni narrativi saranno destinati a intrecciarsi, ma non vi dirò come: vi consiglio di leggerlo.

Il tono dell’autrice è delicato e dolce, non scade mai nel morboso ma riesce a tracciare in tutta la sua crudeltà lo strazio della sofferenza, della vergogna, dell’abbandono e soprattutto della solitudine.

I personaggi sono sopraffati, schiacciati da una vita troppo crudele, ma hanno animi resistenti.

Insomma… consigliato!

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