La regola dell’equilibrio recensione

recensione la regola dell'equilibrioTitolo originale: La regola dell’equilibrio
Anno di pubblicazione: 2014
Autore: Gianrico Carofiglio
Genere: Giallo giudiziario

Guido Guerrieri è un avvocato del foro di Bari, un po’ stanco della sua professione.
Lo troviamo a chiacchiera con l’amico Tancredi sui gradini del tribunale cittadino. I due si scambiano convenevoli (dal tono un po’ forzato… non per colpa del personaggi. Ti spiegherò dopo…), fino a quando ecco che arriva la prima bomba: Guerrieri è malato… di leucemia. A quella notizia improvvisa, l’amico Tancredi sobbalza, chiede spiegazioni, si preoccupa (giustamente)…

Ah, ricordi che la scena si svolge sempre sui gradini del tribunale (in mezzo a mille occhi e orecchi impiccioni, perché – n.b. – Guerrieri non vuole farlo sapere a nessuno ed era poco convito di rivelare la faccenda anche a Tancredi)?

Insomma, tranquillo Tancredi, nulla di che: Guerrieri ha voluto creare solo un po’ di suspance.
Le analisi erano sbagliate.

La conversazione senza sfondo finisce, i due si salutano e Guido torna alla sua routine da avvocato.

Tutto prosegue, più o meno, nel più normale dei modi. Facciamo la conoscenza dei collaboratori di Guerrieri, del povero tirocinante con lo sguardo da «piccione psicotico», degli abitanti del palazzo dove si trova l’ufficio dell’avvocato, della sua investigatrice privata (ex giornalista).

Fino a quando, ecco la seconda bomba (che è quella che poi metterà finalmente in moto tutto il libro): il presidente del tribunale del riesame nonché ex compagno di studi di Guerrieri, si presenta per assumerlo come avvocato.
È nei guai… grossi guai (ovviamente…): un collaboratore di giustizia lo accusa di essersi intascato una mazzetta da 50.000€!

logo commento

Sinceramente? Un po’ piatto.

La vicenda ci mette un po’ ad ingranare, ma, da lettrice di polizieschi/gialli e thriller, non mi scandalizzo. Tuttavia, mi aspetto che mi si porti da qualche parte alla conclusione… la quale… no, aspetta…

… Procediamo con ordine.

Per tutto quello che riguarda l’aspetto giuridico-procedimentale della storia, nulla da dire: perfetto, curato, molto fedele alla realtà (stiamo parlando di un libro scritto da un magistrato, quindi perché dovrei sorprendermi?!). Allo stesso modo – e, immagino, per le stesse motivazioni – lo stile di scrittura è ugualmente curato, non pesante (quindi, niente burocratese) e abbastanza fluido.

I dialoghi tra i personaggi, però, risentono un po’ di questa impostazione “tribunalesca” e risultano, quindi, un po’ forzati: Domanda chiara -> Risposta -> Domanda -> Ect.
Insomma, nella realtà non è che uno parla come se stesse rispondendo ad una testimonianza (adr… a domanda risponde).
Quindi, ecco, dal mio punto di vista ci sono alcuni aspetti che risentono di un certo distacco dalla dimensione del reale.

Una cosa che ho gradito poco (sarà perché caso ha voluto che l’abbia appena finito di leggere) è il riferimento a “La Banalità del male” di Hannah Arendt.
Lo scorcio di pensiero riportato da Carofiglio mi sembra un po’ banalizzare e strumentalizzare il pensiero della Arendt (ma se mi dice che lo ha fatto, perché tornava bene nella narrazione, allora mi taccio, anche se non condivido).

Che altro?

I personaggi sono un po’ buttati lì – vedi quello che scrivevo sopra circa una certa “difficoltà” nel dare emozione e realismo – e, a parte le dissertazioni psicotiche di Guerrieri con il suo sacco da boxe, non è che vi sia molta altra introspezione.

Talvolta la narrazione è interrotta “a favore” di piccoli episodi (incontri, gente che passa in bicicletta, gente che arriva) che non servono proprio a nulla. Mi spiego meglio: il ricreare l’ambiente e non fossilizzare la scena solo sui personaggi in scena in quel momento (insomma, il ricreare una sorta di “mondo vivente” letterario che non guardi solo alla storia, ma che sveli i contorni del mondo abitato nel libro) è una cosa che apprezzo. Tuttavia, qui gli episodi del genere che intendo io, se ci sono, sono pochi e posizionati un po’ a casaccio e non aiutano a ricreare l’immagine di una Bari letteraria (né a ricostruire o a comprendere meglio il carattere dei personaggi), ma infastidiscono solo il lettore con inutili digressioni.

Il giallo, se così si può chiamare, viene risolto in tre balletti (e poi, parlandoci francamente, non è che poi fosse così insolubile… Almeno questo Carofiglio lo ammette tramite Guerrieri!).

Ti dicevo della conclusione. Non c’è: la vicenda finisce lì… così a metà e resti – almeno io sono rimasta – col dubbio del “penso davvero che finisca così o, visto che tutti i personaggi sono un po’ schizzati, mi devo immaginare altro?“.

Insomma, in definitiva, né eccelso né orribile. Un libro tranquillo, senza grandi exploit.
Si fa un gran parlare dei libri di Carofiglio e, onestamente, mi aspettavo qualcosa al di sopra della media.

valutazione la regola dell'equilibrio


Hai letto "La Regola dell'equilibrio"? Che ne pensi?

View Results

Loading ... Loading ...

Precedente Novità Libri Marzo - 3° settimana Successivo In libreria e al cinema
  • patricia moll

    Ciao, io ho letto tutti i libri di Carofiglio o quasi e tutti quelli con l0avvocato Guerrieri.
    Questo di cu parli ce l’ho in casa perchè comperandoli on line faccio un bell’ordine corposo ogni volta.
    Non l’ho ancora letto però. Dici che non è all’altezza degli altri?

    • Ciao!
      È il primo libro che ho letto di Carofiglio, quindi non so dirti se sia all’altezza della media o, invece, peggiori un po’ rispetto agli altri…
      Onestamente, non è un brutto libro (nella media, direi), ma l’ho trovato un po’ sottotono. Diciamo, come se non fosse una storia da raccontare, ma più una parentesi nella vita del protagonista.
      Forse la colpa è stata anche mia che sono arrivata a leggere questo libro carica di troppe aspettative…

  • alf

    ho letto tutti i libri di Carofiglio e mi e’ sempre piaciuto ma ho trovato “La regola dell’equilibrio” noioso,senza storia,senza progressione psicologica,senza originalita’ né nella forma né (.. sappiamo abbastanza dalla cronaca) ne’ nel contenuto.
    in più ‘ infarcito di banali gigionerie’ e “umorismo” autoreferenziale da cabaret.
    la domanda e’ : perché scrivere intere pagine di nulla?perche’ scrivere un intero libro di nulla ?
    e chi risarcisce il lettore compratore dopo una bidonata simile?