La coda del diavolo recensione

Titolo: La coda del diavolo
Autore: Maurizio Maggi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018

Spin-off: 
– Cartoline da N’Djamena

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

La notizia arriva come una scarica elettrica e percorre tutti come un’onda crescente: il mostro è qui, è arrivato.

Ma questa bestia non ha apparentemente nulla di animalesco: il volto tranquillo sembra quasi quello di uno che «torna a casa dopo una giornata di lavoro».

E la ferocia? La follia di inseguire in strada la ragazzina che teneva prigioniera e spararle un colpo alla nuca dov’è finita?

Sante Moras sa, però, che le apparenze non contano, soprattutto in carcere dove anche lui è (auto)confinato. Perché Sante ne ha di segreti: presenti e particolarmente gravosi, ma soprattutto passati e impossibili da cancellare.

L’arrivo di questo mostro, però, potrebbe essere la sua occasione di redenzione perché tanto – si sa – la giustizia, in Italia, difficilmente trova la sua strada. È quello che gli dice l’avvocato della vittima, aggiungendoci pure una richiesta peculiare: vista la sua posizione all’interno del carcere, Sante potrebbe – se solo volesse rendere giustizia – mettere fine al mostro… ucciderlo.

E Sante per un solo attimo ci pensa… per davvero. Ma può una colpa estinguerne un’altra così… magari all’infinito?

La scelta posta al protagonista proprio all’inizio del romanzo non può non destabilizzare, anche perché porta il lettore non solo a solidarizzare con il povero Moras che si ritrova questo spiacevole e gravoso compito sul quale meditare, ma anche a immedesimarsi in lui ponendosi gli stessi dubbi.

Si potrebbe pensare che la storia sia tutta qui, concentrata su questo profondo dubbio amletico… e invece no.

Perché la situazione si evolve, scivola di mano un po’ a tutti e il povero Moras si ritrova invischiato in una trottola di eventi e personaggi decisamente più grossa e organizzata di lui.

Ora, in questi pochi paragrafi, ho avuto modo di definire ben due volte Moras come “povero“; be’, vorrei fare un chiarimento per evitare che le mie parole vengano fraintese.

Sante Moras (per quanto obiettivamente sfortunato) non è uno di quei personaggi preda del destino, ma – di contro – non è nemmeno uno di quelli che lo affrontano eroicamente saldi nelle proprie certezze gloriose. Sante, in primo luogo, ci tiene alla pelle e, come la maggior parte di noi, tra la vita di un estraneo e la propria salvezza sceglie decisamente per la seconda.

Magari ci prova, sì, il pensiero gli viene; ma l’istinto di auto-conservazione decisamente prevale. E questo, comunque, non fa di Sante un antieroe… semplicemente si colloca – direi finalmente – tra quei personaggi più umani e meno caricaturati in stile Rambo o RoboCop.

Quindi, sul protagonista centro assoluto. Gli altri personaggi, chi più chi meno riuscito, lo coadiuvano  nella creazione di una storia scorrevole e piacevole (anche se qualche scelta si rivela, dal mio punto di vista, un po’ cinematografica) sullo sfondo di una Sardegna – e di un’Italia – vittima di facilonerie e magheggi.

Detto questo, se sei in cerca di un romanzo d’azione con un intreccio sufficientemente ingarbugliato e  veloce da leggere, allora La coda del diavolo potrebbe far al caso tuo.

A questo proposito e grazie alla cortesia dell’autore, ci tengo a ricordarti che sul blog, trovi a disposizione per la lettura gratuita lo spin-off del romanzo di cui abbiamo appena parlato: Cartoline da N’Djamena.

Gli amici silenziosi recensione

Titolo: The silent companions
Autrice: Laura Purcell
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2017
Titolo in Italia: Gli amici silenziosi
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Ada Arduini

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

1865. Per un maligno scherzo del destino, Elsie, a solo un mese dalle nozze con Rupert Bainbridge, si ritrova non solo vedova di un marito che avrebbe anche potuto amare (forse… un giorno)… ma pure in dolce attesa.

A Londra già le chiacchiere si sperdono e, su direttiva del fratello Jolyon, Elsie si trasferisce nell’antica tenuta di famiglia del marito, The Bridge.

L’arrivo non è dei migliori: fango, nebbia, fittavoli diffidenti e denutriti, edifici in rovina e una servitù affatto avvezza ad avere a che fare con una signora (da quarant’anni non si ne vedeva una a The Bridge!).

Insomma… il quadro non è incoraggiante.

A questo si sommi pure l’inevitabile compagnia di una cugina del marito, Sarah, ultima parente dell’uomo ancora in vita: una zitella noiosa, poco interessante e pure un poco petulante.

E non è finita qui: la casa è polverosa, decadente, piena di rumori, macabro teatro – a quanto pare – di una serie di ritrovamenti di eventi violenti (per questo i locali preferiscono tenersi a debita distanza).

Ma non basta: nel solaio, inspiegabilmente chiuso a chiave, Elsie e Sarah rinvengono una tavoletta di legno, di dimensioni reali, raffigurante una bambina e un diario di un’antenata dei Bainbridge. A quanto pare quel dipinto così realistico da far paura fa parte di una collezione più vasta chiamata “Gli Amici silenziosi“.

Confesso che la prima cosa che mi ha attirata di questo libro è stata la copertina con quella finta serratura e l’occhio che spunta attraverso… insomma: impossibile non innamorarsi a colpo d’occhio.

Leggendo poi la quarta di copertina… nient’altro da dire: Laura Purcell mi aveva conquistata. Restava solo da vedere se l’autrice avrebbe garantito così alte promesse.

L’ambientazione è una di quelle per le quali ho davvero un grave tarlo (= Inghilterra, 1800… anzi 1865-66 per la precisione), una famiglia facoltosa (con un retaggio nobiliare alle spalle) e una grande tenuta da rimettere a nuovo.

La perfezione per me insomma.

Ma non finisce qui, perché va sommato anche: il misterioso passato della nostra narratrice Elsie, le cui mani sono state bruciate da un incidente in fabbrica; il presente della stessa che incontriamo con «capelli rasati, che crescevano a ciuffi da un cuoio capelluto maculato», la pelle tesa e gli occhi dalle palpebre cascanti; e un doppio passato narrativo quello di Elsie che, su consiglio del medico che la segue, scrive la sua storia in terza persona e quello di Anne, l’antenata dei Bainbridge il cui diario (scritto nel 1600) darà il via a un serie di eventi a cascata impossibili da fermare.

Più: l’evoluzione del rapporto tra alcuni personaggi (quello di Elsie e Sarah in particolare), l’involuzione di altri, il dolore e le sfide di una donna in un ambiente sociale tendenzialmente ostile, il suono del legno che sfrega.

Alla fine, la storia trascina in un vortice di rumori, sensazioni, sospetti, movimenti intercettati con la coda dell’occhio… e diventa praticamente impossibile lasciarla.

Anche perché a parte chiedersi costantemente che cavolo stia succedendo a The Bridge resta un’altra domanda: sarà davvero così come ce lo descrive Elsie? Oppure la storia potrebbe avere altri punti di vista, altre spiegazioni?

Perché, si sa, le donne sono soggette a gravi attacchi di isteria… magari qui a The Bridge, vista la predominanza femminile nella casa, si tratta solo di una specie di macabro scherzo o di fantasia collettiva…

Ogni nostra caduta recensione

Titolo: Since we fall
Autore: Dennis Lehane
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2017
Titolo in Italia: Ogni nostra caduta
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Alberto Pezzotta

«E sentì riaffiorare un vecchio sospetto, che la vita,
in base all’esperienza che ne aveva fatto fino a quel momento, non fosse che una serie di distacchi.
I personaggi attraversavano il palcoscenico,
altri si trattenevano più di altri,
ma alla fine uscivano tutti.»

Risollevarsi da una brutta batosta è dura. E forse è più dura se pesa ancora addosso l’ingombrante figura materna che ha minuziosamente cancellato ogni traccia di tuo padre dalla tua esistenza; è più dura se tutto sembra sfuggire di mano come granelli di sabbia sospinti dal vento; ed è dura se il tuo tracollo è avvenuto in diretta televisiva.

E allora nascondersi in casa fino a recludersi tra quelle mura potrebbe essere l’unica soluzione.

Ma forse, con calma, si può anche recuperare. Piano piano; un passo dopo l’altro.

Fino a un incontro che potrebbe cambiarti per sempre la vita.

È quello che avviene a Rachel Childs quando incontra Brain, un uomo praticamente perfetto. La dolcezza e la pazienza dell’uomo saranno miracolose per Rachel e i due decideranno di sposarsi.

Ma… la perfezione non è di questo mondo e Brian, in realtà, potrebbe nascondere una vita molto diversa da quella che finora ha mostrato a Rachel.

Ho amato Dennis Lehane con “L’isola della paura” (“Shutter Island“), un thriller adrenalinico capace di gettare il lettore in un campo minato fatto di dubbi e domande.

Con “Ogni nostra caduta” ero convinta di fare una sorta di bis… non di storia ovviamente, ma di suspance, di ritmo e di atmosfere.

Invece, quello che ci troviamo fra le mani è un romanzo profondamente diverso (quindi astenersi categoricamente chi cerca un qualcosa di simile a “L’isola della paura”).

Più pacato e riflessivo – sicuramente meno ritmato -, “Ogni nostra caduta” si concentra moltissimo – soprattutto nella parte iniziale – sul passato (la c.d. backstory) della protagonista Rachel (aspetto che, con un cento/duecento di pagine in meno, si sarebbe ugualmente apprezzato e avrebbe annoiato meno… anche perché molte indicazioni – minuziosamente scansionate – sono inutili per lo sviluppo della storia o ridondanti).

I dettagli e una certa tendenza alla prolissità stagnano la narrazione e mettono a dura prova anche i lettori più pazienti.

Dalla seconda metà, la storia riprende un poco di brio, anche se, per certi versi, è ormai tardi sperare di replicare le atmosfere di “Shutter Island“.

Alcune scelte scadono un po’ in cliché; altre rasentano il paradosso e sembrano occhieggiare a trovate note – e un po’ banali – di alcuni film d’azione americani.

Non vorrei, però, essere sembrata troppo critica. Complessivamente, è un libro (né brutto né bello) che si fa leggere, ma non è un libro che mi aspetterei da Lehane.

Certo, come si dice, non tutte le ciambelle escono con il buco… per cui concediamogli pure una seconda possibilità. Se, però, sei alla ricerca di un primo incontro con questo scrittore non posso far altro che indirizzarti verso altri lidi: e cioè verso L’isola della paura.

Norwegian wood recensione

Titolo: Noruwei no mori
Autore: Haruki Murakami
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1987
Titolo in Italia: Norwegian wood. Tokyo blues
Anno di pubblicazione ITA: 1993
Trad. di: Giorgio Amitrano

Toru è un trentasettenne ormai, ma guardandosi un attimo indietro, con Norwergian wood – canzone dei Beatles – improvvisamente nelle orecchie, riesce a riabbracciare il suo passato.

Un passato non facile che lo riporta ai suoi diciassette anni, quando il suo migliore amico improvvisamente si uccise.
Da quel giorno Toru trasse un profondo insegnamento: «La morte non è l’opposto della vita, ma una sua parte integrante».

E la sua di vita deve continuare con la scelta dell’università, con le amicizie che si contano sulle dita di una mano, con le facezie quotidiane, gli incontri occasionali, una costante tensione verso qualcosa, diviso tra due ragazze: Naoko, la fidanzata del suo migliore amico morto, timida e delicata e Midori, una collega d’università allegra e inarrestabile con un passato (e un presente) costellato di fatiche di sofferenze.

La sua di vita continua anche se: «Comincio a sentire le responsabilità. Io non sono più quello che tu hai conosciuto. Ho vent’anni ormai. E devo pagare il prezzo per continuare a vivere».

Era il mio “giurassico” periodo delle scuole medie quando decisi che mi piaceva il Giappone e avrei quindi coltivato questa mia “passione” leggendo autori giapponesi. 

L’insegnante d’Italiano dell’epoca mi indicò senza timori Banana Yoshimoto; non gliene faccio una colpa… anche nelle librerie la scelta gravitava praticamente solo attorno a questa autrice nipponica.
E insomma, nonostante le svariate possibilità concesse alla Yoshimoto, non sono mai riuscita ad appassionarmi né alla sua scrittura né alle sue storie (o ai suoi personaggi… v. ad esempio: “Presagio triste“). Nada, zero assoluto.

Così mi ero semplicemente arresa all’idea che gli autori giapponesi non facessero per me. 

Se, però, ti fissi su di una cosa – nel modo in cui faccio io almeno – prima o poi ci ricaschi… è inevitabile. Così eccomi – dopo questa lunga digressione – a riprendere contatti con uno scrittore giapponese: Haruki Murakami.

Pronunciare questo nome provoca quasi un onda d’urto tangibile di ammirazione e, in effetti, la sua scritttura non ha davvero nulla a che spartire con quella dello Yoshimoto (non mi sto accanendo contro la poveretta; la cito ancora solo perché è il mio unico termine di paragone per la letteratura giapponese).

Malinconica, ma dolce come una carezza la scrittura di Murakami arriva precisa e profonda come una stiletta la cui ferita resta lì sulla pelle anche dopo aver chiuso il libro da giorni (e, infatti, sto scrivendo questa recensione distanza di qualche giorno). 

La storia contenuta in “Norwegian Wood” è in effetti una storia tosta che tocca argomenti delicati in un periodo difficile di trasformazione (l’adolescenza) in una società contraddittoria e contorta come quella giapponese. 

Toru Watanabe non ama la solitudine, ma odia le delusioni. E così procede nella sua esistenza quasi con discrezione, come se ne fosse un ospite e non il protagonista lasciandosi trasportare.

E infatti, la sua storia procede in relazione ad altre figure; in particolare  Naoko e Midori, la luna e il sole, le quali lo trascineranno – una letteralmente – nelle proprie vite.

Alla fine, si tratta di un romanzo complesso, con una vena pulsante di malinconia e malessere incasellata in una società complessa e contraddittoria come quella giapponese.

Perché, alla fine, chi ha nel cuore qualcosa di delicato rimarrà sempre schiacciato dall’ingordigia altrui.

Insomma, un libro per certi aspetti profondo, ma di difficile lettura privo di una vera e propria struttura narrativa e con personaggi di non sempre facile interpretazione.

 

Chi è partito e chi è rimasto recensione

Titolo: Who was change and who was dead
Autrice: Barbara Comyns
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1954
Titolo in Italia: Chi è partito e chi è rimasto
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Cristina Pascotto

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Tutto comincia con un’inondazione: le anatre sguazzano felici nel salotto conquistato attraverso una finestra spalancata dall’impeto dell’acqua, le strade sono diventate fiumi brodosi e gli uomini le attraversano in barca.

In casa, le gonne delle domestiche vengono fissate in alto con uno spillo, i fuochi dei fornelli vengono accesi  e ci si accinge a iniziare la routine quotidiana.

La vecchia Willoweed assalta i famigliari con il suo cornetto acustico per avere notizie fresche sui danni («Il ponte è stato danneggiato? La diga ha tenuto? Sai se qualcuno è annegato?»).

Emma, la maggiori delle nipoti, riversa nel cornetto della nonna le ultime novità; il figlio, Ebin Willoweed, ci aggiunge qualche dettaglio.

Gli altri due figli di Ebin, Dennis e Hattie, non possono che rallegrarsi di quella calamità: l’inondazione farà dimenticare al padre le loro lezioni quotidiane per almeno una settimana!

Quello che, però, ancora non sanno è che, mentre l’inondazione lascerà presto una terra limacciosa e umida, una nuova calamità si abbatterà sul villaggio: la pazzia.

Di lì a poco, infatti, il mugnaio si affoga e poi il macellaio si taglia la gola.

E mentre i vari abitanti saranno falcidiati da questa malattia improvvisa, contagiosa e apparentemente inarrestabile, le vite di tutti cambieranno per sempre.

Pubblicato nel 1954, “Chi è partito e chi è rimasto” è definito «un piccolo capolavoro trascurato».
E, be’, effettivamente si tratta di una piccola perla dal fascino tutto inglese (astenersi, quindi, chi non è avvezzo al genere!).

La storia è una catena di folli eventi disposti in una ondivaga oscillazione tra realismo (quindi descrizioni degli avvenimenti senza alcun abbellimento poetico… alcuni disgustosi) e fascino ammiccante: nel mezzo solo (fatale) pazzia.
Così tanto forse che, in Irlanda, di questo romanzo fu bloccata la pubblicazione.

Chi è partito e chi è rimasto” si concentra sulla famiglia Willoweed, capitanata dalla bisbetica e prepotente nonna Willoweed; ma in poche pagine riesce a distendere un pezzo di campagna tipicamente inglese con i suoi scorci, le sue chiacchiere, i suoi personaggi pittoreschi, i suoi pregiudizi e ipocrisie.

La Comyns è davvero brava nello spostare il focus dell’azione da un personaggio all’altro in maniera fluida e naturale: un momento stiamo seguendo un personaggio e poi un incrocio in una stanza o uno sguardo alla finestra ci porta a seguirne un altro.

Nonostante le pagine contenute, i vari personaggi sono piccole riproduzioni della classica novella inglese, quindi nascondono quei tratti irriverenti e parossistici tanto da renderli quasi caricaturali (ma, per altri versi, realistici).

Nonna Willoweed, ad esempio, è la tipica vecchia fastidiosa, dispettosa e prepotente, e la sua maestosa promessa di non attraversare mai un terreno che non fosse stato di sua proprietà la rende sicuramente ridicola, ma chi non ha mai avuto modo di incrociare (o sentire raccontare di) una vecchietta molesta? 

Insomma, il breve romanzo della Comyns, irriverente nelle sue descrizioni, è il perfetto compagno di un pomeriggio.


Hai letto "Chi è partito e chi è rimasto"? Che ne pensi?

View Results

Loading ... Loading ...