Wonder recensione

Titolo: Wonder
Autrice: R.J. Palacio
Genere: Ragazzi
Anno di pubblicazione: 2012
Titolo in Italia: Wonder
Anno di pubblicazione ITA: 2013
Trad. di: Alessandra Orcese

Non è facile cominciare un nuovo anno scolastico, in una nuova scuola, con nuovi ragazzi e nuovi insegnanti…

Non è facile per nessuno e lo è ancora meno per August – Auggie – nato con un’anomalia genetica  «frutto di un’incredibile sfortuna» che gli ha lasciato grossi problemi di salute e una grave malformazione al viso.

Dopo numerosissimi – e dolorosissimi – interventi chirurgici, il suo volto non è più una «faccia spappolata tipo poltiglia», ma ugualmente sconvolge chiunque lo incroci per strada.

A causa della necessità di cure costanti, Auggie ha sempre studiato a casa e ora – volente o nolente (molto nolente all’inizio…) – si ritroverà a cominciare le scuole medie tra sorrisi affettati, cortesie esagerate, ipocrisie, cattiverie e tanta stupidità.

Nel 2012 succede una piccola e silenziosa meraviglia: un romanzo per ragazzi Wonder è in testa alla classifiche del New York Times e il suo messaggio “Non giudicare un libro una persona dalla copertina faccia” si diffonde a macchia d’olio ovunque (sebbene – bella contraddizione! – in Francia, Germania e Regno Unito – questa volta l’Italia si salva, fiuuuu – il libro sia stato pubblicato con due copertine diverse: una per gli adulti e una per i ragazzi).

Tutto, però, era cominciato nel 2007, quando l’autrice Raquel Jaramillo (dietro lo pseudonimo R. J. che ricorda un po’  – ma questa è solo una mia idea – la scelta della Rowling di farsi passare per un uomo dal momento che il pubblico di lettori sarebbe più bendisposto nei riguardi di uno scrittore che non di una scrittrice) è protagonista di uno spiacevole… “incidente”.

In un’intervista al Telegraph, l’autrice racconta infatti di come lei stessa si ritrovò ad essere, in un certo modo, dall’altro lato della barricata (cioè quelle delle occhiate impacciate e del fugone imbarazzato).

Durante un viaggio fuori New York con i suoi due figli, la Palacio incontrò una bambina probabilmente affetta dalla sindrome di Treacher-Collins e, in parola povere, la donna andò nel panico temendo la reazione del figlio più piccolo che, ovviamente senza volerlo, avrebbe potuto ferire i sentimenti della bimba.

«Sono entrata nel panico» racconta al Telegraph «Stavo pensando ai sentimenti della piccola, ed ero davvero spaventata che il mio bambino di tre anni avrebbe fatto quello che fa a Halloween, ovvero urlare quando si spaventa. Mi sono alzata dalla panca come se un’ape mi avesse punzecchiato, ho girato il passeggino e chiamato mio figlio maggiore, che stava uscendo dal negozio con dei frullati al cioccolato. I frullati sono volati a terra, mio figlio mi ha raggiunto: “Mamma, perché ce ne andiamo così in fretta?” e ho sentito la mamma della bambina dire, con la voce più calma possibile: “Ok ragazzi, penso che sia ora di andare.”
È stato orribile, solo orribile.
Ho spezzato il cuore di questa donna e di questa bambina, alla quale una situazione del genere deve succedere un milione di volte al giorno.»

Tornata a casa, la Palacio ha iniziato a rimuginare su tutta la vicenda, sulla sua reazione, il suo comportamento e sull’insegnamento che voleva trasmettere ai propri figli.

Così è nato Wonder.

Ed è stato un successo tale che l’autrice, dietro richiesta dei fan, ha ricavato tre spin-off dal punto di vista di altrettanti personaggi (Charlotte, Julian e Christopher; nessuno dei quali aveva il “suo” capitolo nel libro principale).

Con l’uscita del film (dal 21 dicembre nei cinema), ho pensato di approfittarne per leggere questo libretto (è un romanzo per ragazzi, quindi si legge davvero con molta rapidità) e affrontare la pellicola con Julia Roberts e Owen Wilson con occhi diversi.

E, dopo questa lunga introduzione, veniamo a parlare del libro.

Wonder segue la storia di August Pullman, della sua famiglia, dei suoi amici e dei suoi “nemici”; degli sguardi indiscreti e di quelli invece sfuggenti; della falsità ma anche della bontà altrui; della necessità dell’approvazione ma anche del saper scegliere da soli a prescindere dal giudizio degli altri.

Il libro è diviso in otto parti, che seguono il punto di vista di diversi personaggi (August, sua sorella Olivia, ect.). A introduzione di ogni capitolo la strofa di una canzone o una citazione.

 

Si tratta di un libro per ragazzi (età consigliata: 10/13 anni); per un lettore adulto, la storia non presenta grandi rivelazioni, i personaggi sono introdotti in maniera molto lineare e il linguaggio usato è molto semplice (ma, tutto sommato, alcuni romanzi “per grandi” sanno fare di peggio).

Ciò che, tuttavia, conta del libro è il suo profondo messaggio: imparare ad apprezzare gli altri per ciò che sono e non per ciò che appaiono; imparare a non curarsi del giudizio altrui perché i sorrisi tirati e le falsità della gente non devono intaccare il nostro essere.

E non è facile, per nulla; ma la forza per affrontare e sopportare tutto questo deve venire, in primo luogo, da noi stessi.

In questa scia, si inseriscono anche i precetti mensili del signor Brownie, uno degli insegnanti della scuola frequentata da Auggie. Una trovata quella degli “insegnamenti” che concorre a rendere il messaggio del libro ancora più importante… soprattutto per un giovane lettore.

In conclusione, Wonder è un libro sicuramente da far leggere a un piccolo lettore con la speranza che  possa trasmettergli quella empatia e quella sensibilità che sta scomparendo troppo rapidamente.

Un lettore più grande dovrebbe, invece, avvicinarsi consapevole che si tratta di una lettura per ragazzi e che, di conseguenza, si presenta come una lettura semplice e lineare.
Per questo sono convinta che, se il regista Stephen Chbosky e gli sceneggiatori hanno giocato bene le loro carte, il film ispirato a questo libro possa essere il giusto strumento per arrivare anche al cuore degli adulti.


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Olga di carta Jum fatto di buio recensione

Titolo: Olga di carta Jum fatto di buio
Autrice: Elisabetta Gnone
Genere: Racconto
Anno di pubblicazione: 2017
Illustrazioni di: Linda Toigo

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

«Sei solo un essere umano
piazzato su questa Terra come tanti altri,
accontentati e sii felice di esserci.»

Elisabetta Gnone, Olga di carta Jum fatto di buio
Salani Editore

È passato del tempo dall’ultima storia di Olga Papel (Olga di Carta – Il viaggio straordinario) e, da quando si è diffusa la notizia che la ragazzina sta per raccontarne una nuova, nel villaggio di Balicò sono tutti in fermento.

Questa volta, però, la storia di Olga ha come protagonista una creatura particolare; una creatura fatta di buio, che viaggia alla ricerca della disperazione e che si nutre di lacrime – dolci, speziate, floreali – ingrassando nel dolore altrui.

Il suo nome è Jum e pare che già si aggiri tra le viuzze innevate di Balicò.

Olga è una bimba molto particolare: sottile come una sola pagina di un libro, ma con l’inventiva e la fantasia di centinaia di libri.

Olga conosce il dolore e conosce anche la felicità; conosce il buio e conosce la luce.

E Olga ha anche un dono: raccontare storie.

Ma le sue sono storie speciali, piccoli gioielli che trasformano e cambiano la vita degli abitanti di Balicò… sono storie così vere che riescono a cambiare la realtà del piccolo paese e dei suoi abitanti.

Un paese fatto a sua volta di storie, di ricordi, di bui… perché forse il buio non è uno solo, ma fatto di tanti bui diversi pieni di mille sfaccettature.

E così che il signor Gibòd scruta il cielo col telescopio alla ricerca della moglie perduta; la Casolina, straniera in terra straniera, combatte la sua quotidiana solitudine; il signor Cardòn vive oggi nel buio, ma la luce è stata la sua vita; Cod, privo di un passato, trova però il suo presente.

Il potere del racconto diventa così catarsi, epurando dolori e dispiaceri, perché «[…] ogni vuoto che si crea è uno spazio nuovo che attende di essere riempito».

Ed è questo ciò che Olga vuol insegnare ai suoi compaesani e al lettore che la segue nei boschi e sulle sponde del fiume: «Siamo lumini che attendono di splendere, il buio non ci appartiene».

La sofferenza e il dolore sono parte di noi; ciò che dobbiamo essere capaci di imparare e mai dimenticare è che dal dolore e dalla sofferenza ci si deve risollevare.

Una favola quella di Olga davvero speciale; dolce e soffice come la neve che ricopre Balicò.

Così, seguendo Olga nelle sue scorrerie tra casa della nonna e Balicò per la consegna delle uova, il lettore si ritrova immerso in un mondo di storie: quelle degli abitanti del villaggio e quelle che la stessa Olga racconta.

Pensata per un pubblico giovane, la storia della piccola Olga è però capace di lasciare delle grandi lezioni anche ai più grandicelli.


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Il romanzo degli istanti perfetti recensione

Titolo: Das Glück der kleinen Augenblicke
Autore: Thomas Montasser
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2017
Titolo in Italia: Il romanzo degli istanti perfetti
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Aglae Pizzone

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Una folata di vento, uno sconosciuto con una cartelletta e un manoscritto non finito e – elemento ben più problematico – senza autore.

Possono tre secondi cambiare la vita?

A Marietta Piccini sì.

Perché alla Millefeuille, la casa editrice presso la quale lavora – o, forse, è meglio dire collabora – il manoscritto anonimo è piaciuto… e parecchio anche. E adesso vogliono l’autore… o un finale decente.

A chi l’ingrato compito di appropriarsi di un’opera altrui e scrivervi degnamente la parola “fine” (oppure di trovare il suo autore in una megalopoli caotica con otto milioni abitanti)? A Marietta, la ragazza italiana, timida, accanita lettrice.

Ma il manoscritto (titolato “Il romanzo degli istanti perfetti”) non è facile da concludere date le alte aspettative di una storia esplosiva e un inquietate parallelismo tra l’anonimo autore e il protagonista letterario (tale Mr Switf): che si tratti di una storia biografica?

Non solo: la sfortuna che perseguita il Mr Switf letterario pare tormentare improvvisamente anche la povera Marietta che si ritroverà a setacciare gli autobus di Londra, le biblioteche, i ristoranti alla disperata ricerca dell’autore.

Da due anni in Inghilterra, per la precisione nella multiculturale Londra, Marietta si occupa di scovare testi pubblicabili (per gli altri – per un motivo o per un altro – incollocabili ha uno spazio dedicato in un angolo del suo appartamento).

Ovviamente, per un amante dei libri, è fin troppo facile simpatizzare per Marietta con la sua passione per le storie, le sue – condivisibili – idee sui misteri del mondo editoriale e la sua necessità primordiale di leggere.

Assieme alla nostra protagonista (su cui comunque si concentra tutta l’attenzione e l’azione), abbiamo un vicino di casa dall’accento cangiante; Mr Thornton, l’editore della Millefeuille, e relativa consorte, i quali tuttavia non assumono mai un ruolo pieno o utile all’interno della vicenda.

Lo stesso dicasi di Mr Switf e dei personaggi che si muovono nella “sua” storia: nessuno di loro risulta particolarmente approfondito, ma piccoli elementi riescono almeno a indicarci il tratto caratterizzante del personaggio.

Un po’ tutta la storia è apparecchiata con atmosfere che un lettore non può che apprezzare: beveroni di tè fumanti, libri a perdita d’occhio e il brivido della scoperta di un romanzo inedito.

Nel nostro caso, il romanzo inedito non racconta solo una storia, ma cambierà anche la storia di una vita… anzi, due.

Si crea così un doppio intreccio narrativo tra il presente di Marietta e la storia di Mr Switf; tra la Londra di Marietta e quella di Mr Switf. Elemento simpatico, ma non rivoluzionario.

Il romanzo, infatti, è semplice e leggero come i suoi personaggi e le sue situazioni. Si legge molto rapidamente e fa trascorrere un paio d’orette in serenità.


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In carne e cuore recensione

Titolo: La carne
Autrice: Rosa Montero
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: In carne e cuore
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Michela Finassi Parolo

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Inizia tutto come una piccola vendetta verso Mario, il giovane ex amante che ha deciso di lasciarla in favore della moglie… incinta.

È così che la sessantenne Soledad (nomen omen) finisce su PerIlPiacereDelleDonne.com. E, in stile Kat Ellis di The Wedding Date, fa una piccola pazzia: “affitta” un prostituto, giovane e aitante e bellissimo, per accompagnarla a teatro dove teme/spera/cerca/rifugge un incontro con l’ex amato bene.

Cifre da capogiro, ma con un semplice click è fatta e il prostituto è bell’e che pronto ad accompagnarla a teatro.

Ma quel “semplice click” si rivelerà qualcosa di molto più complesso di una stupida serata per mostrarsi felice agli occhi degli altri e per far ingelosire Mario.

I due iniziano una relazione… vera. Il prostituto – che ha un nome: Adam – le offre costosi sconti sulla compagnia, abbonandole addirittura giornate intere di compagnia.

Ma Adam è anche un ragazzo con un oscuro passato alle spalle (=orfanotrofio russo) e con immensi sogni di gloria nel cassetto (=bisogno di parecchi soldi per realizzarli).

E Soledad, irrequieta, affamata di affetto, bisognosa di vita e di amore e – come, del resto, indica anche il suo stesso nome – sola, ben presto inizierà ad assecondare i sogni del bel ragazzo russo.

Insomma… fin a che punto può spingersi questa relazione?

Soledad è una sessantenne libera, ma stanca di esserlo; è indipendente, ma affamata di amore e di compagnia.

È un personaggio che, a primo impatto, destabilizza e non è semplice empatizzare con lei. Il suo bisogno di affetto così viscerale, nascosto dietro una finta corazza di compattezza e autonomia, non è semplice da comprendere. Anzi, in certi punti, è quasi fastidiosa (butta giù pasticche come fossero mentine; si comporta una bambinetta sciocca e viziata; scade in comportamenti patetici).

Ma poi qualcosa scatta, si entra nella sua testa. Sicuramente non si condividono le sue scelte e i suoi comportamenti, ma dal suo punto di vista… cos’altro avrebbe potuto fare?

Alle donne come Soledad si storce il naso, la società non le accetta. Sono un’anomalia, un’anomalia non gradita.

In una società che ci vorrebbe tutti felicemente accoppiati, una donna con un uomo più giovane fa storcere il naso; ma un uomo… nah, un uomo con una più giovane è un grande (?). Una donna sola – per scelta o per altri motivi – è da compatire; ma un uomo… nah, un uomo solo è un genio che della vita ha capito tutto (?).

Insomma, la vendetta porta la nostra protagonista a una decisione sciocca, a dir poco infantile. La sua irrequietezza e il suo bisogno di compagnia la porteranno a fidarsi troppo. Insomma, Soledad è disposta a tutto pur di credersi amata, pur di vivere una vita, una qualunque, secondo i canoni standard.

Perché Soledad accetta la sua condizione di “zitella“, ma certo non le piace. Insomma, le insidie dello star soli sono multiformi: possono andare dal restare bloccata nel box doccia senza la possibilità di chiamare aiuto all’incontrare la persona sbagliata e rischiare invischiata in qualcosa di peggio.

Oppure si può semplicemente rischiare di impazzire per il bisogno di amare ed essere riamati non di un amore specifico, ma giusto dell’amore in sé. Anche perché Soledad cerca disperatamente di afferrare un solo barlume di affetto, ma tutto le sfugge di mano.

Come forse avrai capito, il romanzo si incentra sulla sua protagonista: i suoi dubbi, le sue gelosie, le sue aspirazioni e i suoi errori. E si incardina tutta su questa relazione e il rapporto a due che ne esce.

Il secondo livello narrativo – ovviamente meno dominante – vede invece Soledad più o meno intenta (perché l’intensa relazione con Adam la sbarellerà non poco) a occuparsi della gestione di una particolare mostra su poeti e scrittori maledetti (o bizzarri) cercando di schivare il golpe di collaboratori più giovani.

Questo secondo filone narrativo consente di scoprire il passato – tragico – di importanti scrittori, la cui storia balza nelle mente di Soledad mentre affronta il suo drammatico presente. Tra questi l’unico a non essere reale è il personaggio – estremamente potente e realistico – di Josefina Aznárez, creato dalla Montero (che farà anche una piccola comparsata).

Concludendo. “In carne e cuore” è un romanzo particolare che presenta con una certa drammaticità, ma anche con un pizzico di ironia, la solitudine nell’era moderna.

 


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Mindhunter recensione

Titolo: Mindhunter
Autore: John Douglas con Mark Olshaker
Genere: Biografia
Anno di pubblicazione: 1995
Titolo in Italia: Mindhunter
Anno di pubblicazione ITA: 1996
Trad. di: Maria Barbara Piccioli

Fare profiling, quando ancora la parola risuonava simile a un rito di propiziazione degli dei, non è proprio un compito facile tra casi che si accumulano in ogni parte del mondo; pressioni e – comprensibili – insistenze da parte delle famiglie offese, della comunità, magari anche dei media; burocrazia governativa; diffidenza e circospezione da parte dei poliziotti di turno.

Ma questo è il lavoro di John e questa è la sua storia, degnamente raccontata da lui e da Mark Oldhaker.

John Douglas è un profiler del Federal bureau of investigation (FBI); praticamente lo possiamo pure definire il primo della sua specie.

Il suo lavoro lo porta a giro per gli Stati Uniti (e per il mondo), lontano dalla famiglia; immerso in una dimensione di atrocità in cui il tempo è il peggior nemico.

Nella pratica, il suo ruolo è quello di calarsi nella mente dell’assassino, comprenderne i movimenti, le motivazioni; scoprire chi potrebbe nascondersi dietro atrocità al di fuori di ogni immaginazione. Ma il profiler si deve anche calare nella mente della vittima cercando di comprendere cosa l’ha resa vittima: perché proprio lei e non altri?

John Douglas [Foto: Criminal Minds wikia]
La figura di Douglas ha dato a molti l’ispirazione. Thomas Harris ne trasse spunto per creare il suo Jack Crawford, personaggio in Red Dragon e Il silenzio degli innocenti (famosi anche per la loro versione cinematografica).

Il creatore della serie Hannibal, Bryan Fuller, ha ammesso che la figura di Will Graham è basata – almeno in parte – su John Douglas.

E ancora: i creatori di Criminal Minds, nel 2015, hanno confermato che il profiler Jason Gideon è anche lui basato su Douglas. [Fonte: Wikipedia.org]

Insomma… Douglas è una specie di stampo perfetto da riprodurre in serie nel mondo cinematografico americano legato al crimine, all’indagine e all’investigazione.

E come in un film o in un racconto thriller che si rispetti cominciamo in maniera piuttosto inquietante: John è la vittima. 

«Devo essere all’inferno.
Non c’erano altre spiegazioni possibili, dato che ero nudo è legato. Una lama mi lacerava le membra causandomi un dolore intollerabile. Non c’era orifizio del mio corpo che non fosse stato violato. In gola mi era stato infilato qualcosa che mi soffocava, causandomi conati di vomito. Oggetti appuntiti mi erano stati infilato nel pene e nel retto e avevo la sensazione che mi stessero squartando. Ero fradicio di sudore. Poi finalmente capii che cosa stava accadendo: mi torturavano a morte tutti gli assassini, gli stupratori e i molestatori di bambini che avevo mandato in carcere.»

Ora, in realtà, non si tratta di quello che tutti potremo pensare:

Piccolissimo spoiler

“semplicemente” Douglas ha avuto un gravissimo crollo psico-fisico che manca poco lo conduce alla morte a causa di tutto lo stess accumulato negli anni di frenetico lavoro e caccia ai vari assassini…

Premetto che la lettura di questo libro non è stata semplice: primo perché tutti i casi riportati (e sono tanti e uno più orrendo dell’altro) sono tutti realmente accaduti; secondo, perché nei momenti in cui iniziavo la lettura – ed ero sola in casa -, gli oggetti delle altre stanze prendevano improvvisamente vita e cadevano dagli scaffali o scricccchiolavano in modo sinistro. Giuro che ho rischiato l’infarto più di una volta!

Meno male che in Italia, seppur con tutti i nostri difetti, non abbiamo alle spalle un passato di serial killer e maniaci omicidi affollato e composito come quello americano!

Ma veniamo a noi.

Come hai potuto capire leggendo le righe di estratto sopra, si tratta di una biografia ricca di esperienze, di casi risolti (e, purtroppo, anche non risolti), di atrocità, di indagini e considerazioni.
Nella nuova edizione curata quest’anno da Longanesi, abbiamo un paio di pagine di prefazione scritte da Donato Carrisi.

Insomma, il libro intreccia le esperienze e le considerazioni di Douglas, traducendosi in un’analisi inquietante ma realistica, considerando anche che leggiamo il libro a distanza di una decina d’anni (la prima edizione del libro è del ’96), sulla società, sulle distanze che si creano tra gli individui e sulla percentuale di casi risolti, la quale si dissolve di anno in anno.

Così Douglas ci fa partire dalle basi, prendendola larga: August Dupin, Sherlock Holmes, La donna in bianco di Wilkie Collins… fino a portarci dal caso letterario al caso concreto: Jack lo squartatore, Mad Bomber, Charles Manson, John Hinckley (nome da sempre accostato a quello della famosa attrice Jodie Foster, la quale poverina fu oggetto di una folle persecuzione da parte di Hinckley) e – purtroppo – tantissimi altri.

Uno dei primi esempi presentati è proprio quello di Mad Bomber. Il dottor Brussel, psichiatra, negli anni ’60, fornì un profilo dannatamente preciso di Mad Bomber (che si macchiò di oltre trenta attentanti in quindici anni), avvisando gli inquirenti che avrebbero trovato il loro uomo scapolo, convivente con un fratello o una sorella e vestito probabilmente con un doppio petto… abbottonato. E così gli agenti lo trovano: l’unico errore nel profilo redatto dallo psichiatra stava nel numero di fratelli (si trattava di due sorelle nubili).

Magia?

No: studio sapiente, attenzione per i dettagli, analisi dei dati e delle statistiche.

Insomma, il lavoro dei profiler è proprio quello di ricostruire il profilo tipo, esattamente come fece il dott. Brussel negli anni ’60.
I due anni di preparazione per gli operativi di analisi comportamentale dell’FBI servono a imparare a riconoscere i segnali, a leggere le azioni e incasellarle in un determinato schema comportamentale e a rispondere a tre apparentemente semplici domande: cosa, perché e chi.

L’addestramento non è né rapido né indolore tra alcune procedure bizzarre, ferreo addestramento, la leggendaria quanto ingombrante figura di J. Edgar Hoover e, alla fine, la difficile scelta della prima destinazione (generalmente una sede disagiata).

E se, da una parte, è inquietante quanto profetiche possano essere state certe rivelazione fatte da questi agenti della squadra di supporto, dall’altra ci fanno comprendere quanto una catalogazione e studio accurato dei profili di criminali e serial killer possa contribuire alla loro cattura e, di conseguenza, a salvare delle vite.

Ma è anche lo strano rapporto che si crea tra il profiler e il suo assassino. Una sorta di “rispetto” o “stima” – passami il termine -, forse sarebbe meglio dire fascino inteso in questi termini: come può una persona capace di tali perversioni averla fatta franca così a lungo? Oppure come può una persona così affabile aver perpetrato tali efferatezze? Insomma cosa accade nella mente del serial killer? Cosa si può fare per fermarli? Per impedire che un fattore scatenante possa liberare la loro follia?

Ma siamo poi così sicuri che un serial killer sia un pazzo?

Siamo d’accordo che questi individui sono assolutamente al di fuori di ogni logica sana, ma ciò non prescinde dal comprendere le proprie azioni – e le relative conseguenze – e sopra ogni cosa dall’intenzione di compierle (cioè l’assassino sa perfettamente che ciò che farà causerà del male; sa perfettamente che il suo comportamento avrà delle conseguenze disastrose sulla vita di un altro essere umano… e, nonostante tutto, non gli interessa).

Il loro comportamento denota razionalità. Ed è proprio questa la logica in cui si deve calare un profiler per poter restringere la rosa dei sospetti e permettere alla polizia di individuare il suo uomo.

E a questo proposito avrai notato che, quando ho scritto di serial killer o omicida, l’ho fatto declinandolo al genere maschile. Ebbene, il profilo del classico serial killer è quello di un uomo bianco, con un passato di violenze, una famiglia disfunzionale e con un quoziente intellettivo pari o addirittura superiore alla media.

Quindi, come dire che si tratta di pazzi?

Sono persone capaci di aberrazioni senza dubbio, ma si tratta di individui che comprendono perfettamente quello che stanno facendo e le sofferenze che stanno infliggendo.

Anche se, in fondo, ha ragione John Douglas: fra cent’anni – ma anche oggi in realtà – nessuno saprà chi è stato John Douglas, ma tutti ricorderanno il nome di Charles Manson – ad esempio – e le folli atrocità della sua famiglia.
[Per esempio, la foto di copertina scelta dalla casa editrice è proprio di Manson].

Insomma, in questo viaggio nel profondo nonché distorto animo umano c’è spazio per numerose domande: è possibile individuare il potenziale serial killer nell’infanzia recuperandolo prima che sia troppo tardi?

Insomma, criminali si nasce o si diventa? È possibile riconoscere dei comportamenti potenzialmente pericolosi e, di conseguenza, impedire il verificarsi di determinati eventi? Esiste un comportamento – attivo o passivo – che la vittima può tenere per avere una speranza di salvezza? Esiste o esistono delle iniziative che una collettività può intraprendere per impedire la “nascita” o il “divenire” di un assassino?

Ma non sempre a una domanda corrisponde una risposta adeguata. Tuttavia, la biografia/analisi che propongono Douglas e Olshaker offre numerosi spunti di riflessione.

Non si tratta di un’apologia verso il crimine né un modo per invitare chi ha mire poco altruistiche a prendere idee: si tratta di un’analisi schietta e senza filtri.

È una trattazione interessante, sebbene molto inquietante, di cui ne consiglio la lettura (non do valutazione, perché come sai le biografie sono escluse). Il taglio psicologico e psichiatrico nonché – ovviamente – criminalistico che Douglas dà alla questione mi spinge a voler approfondire questi aspetti (e, quindi, mi sono segnata un altro libro di Douglas da leggere: Nella mente del serial killer). Tuttavia, è una lettura che mi sento di sconsigliare a chi si spaventa facilmente o è di stomaco debole.


P.S. Giusto per curiosità, ti informo che Mindhunter diventerà una serie televisiva Netfilx.