Trilogia di New York recensione

Titolo: Trilogia di New York (Città di vetro; Fantasmi; La stanza chiusa)
Autore: Paul Auster
Genere: Surreale
Anno di pubblicazione: 1985/1987
Titolo in Italia: The New York Trilogy
Anno di pubblicazione ITA: 2004
Trad. di: Massimo Bocchiola

È stato un supplizio auto-inflitto. E, come si dice, mal voluto non è mai troppo.
Volevo, in realtà, leggere 4321. Non essendo, però, disponibile per il prestito bibliotecario, ho pensato bene di interfacciarmi con Paul Auster in uno dei suoi lavori più famosi.

Quindi, parliamo di questo (capo)lavoro…

Si tratta di tre racconti, pubblicati tra il 1985 e il 1987, presentati come “polizieschi”, ma che poi presentano aspetti più legati al surreale e al meta-mistero (io, in tutta onestà, ci ho capito davvero poco).

Città di vetro è il primo e vede come protagonista Quinn, uno scrittore di romanzi polizieschi, che, rispondendo a una chiamata, si trasforma in un novello detective. Un certo Peter Stillman ha, infatti, bisogno di protezione (teme per la sua vita) e cerca un certo Auster, investigatore privato, al numero di casa di Quinn.
Dopo due o tre chiamate, Quinn pensa che sarebbe un’ottima idea spacciarsi per Auster e risolvere il “caso”; in fondo, Quinn ha già una certa pratica di “immedesimazione” nei suoi personaggi letterari… perché non può diventare un investigatore privato nella vita reale?

Fantasmi, invece, ha per protagonisti nomi più colorati. L’investigatore privato di turno qui si chiama Blue, è stata allievo di un certo Brown (ora ritirato a vita privata) e deve investigare su di un uomo, Black, per conto del suo nuovo cliente White.

Anche qui il lavoro investigativo manda in bambola il nostro protagonista tanto da fargli perdere il proprio io (e la propria razionalità).

L’ultimo racconto, La stanza chiusa, riprende sempre il concetto di “perdita di sé”, “immedesimazione in altri” e vede qualche comparsata da parte dei personaggi dei precedenti racconti.

Questa volta, torniamo al protagonista scrittore che si ritrova a dover gestire e curare le opere inedite di un suo amico – apparentemente – deceduto.

Detto questo, però, qui comincia anche il mio impaccio, perché non so davvero come proseguire in questo mio commento.

Saranno state le alte aspettative; saranno state le tante allegorie e simbologie a cui io non sono riuscita a dare significato sensato; sarà stata l’assurdità con cui i personaggi s’infilano uno dopo l’altro nella stessa fine, ma io ho avuto la forte sensazione d’aver letto «uno sproloquio, un’esasperante tirata sul niente» (non so se questa frase di Auster sia uno sberleffo al suo lettore…).

Insomma, nessuno dei tre racconti mi ha fatto gridare “wow”, ma tutti mi hanno lasciato con un imbarazzatissimo “boh“: un po’ per la mia incapacità di non riuscire a comprendere il clamore che questo libro ha suscitato e un po’ perché è davvero impossibile riuscire a dare un senso compiuto al tutto.

Per carità, tutti i ragionamenti sul linguaggio e l’etimologia delle parole, sull’io che si perde e che si ricompone in altro sono apprezzabili, ma perdono efficacia poiché privi di soluzione e senso.

Alla fine, tutto resta avvolto nel buio e tutto sembra davvero ridursi a un inutile sproloquio; poco viene spiegato e la confusione regna sovrana.


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