Il libro dei Baltimore recensione

il-libro-dei-baltimore-tbbTitolo: Le livre des Baltimore
Autore: Joël Dicker
Anno di pubblicazione: 2015
Genere: Romanzo
Titolo in Italia: Il libro dei Baltimore
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad. di: Vincenzo Vega

Preceduto da:
– La verità sul caso Harry Quebert

Marcus Goldman è uno scrittore, uno di quelli affermati tanto da potersi permettersi una villa in una zona tranquilla in cui rinchiudersi e poter pensare solo al nuovo romanzo (beato lui!).

Un giorno, mentre con Leo, un suo anziano vicino, sta giocando a scacchi eccoti un bel cagnolone che Marcus non può far a meno di attirare a sé con un paio di fischi.
Ma di chi sarà la bestiola priva di chip o placchette al guinzaglio che ne identifichino il proprietario?
Be’, grazie a una ricerca su Google dell’affabile – e un po’ ficcanaso – vicino, Marcus lascia andare il cane nella speranza che ritrovi da solo la strada di casa. E, quindi, eccotela la casa: una mega villa – ancora più mega di quella di Marcus – di una star del football. L’animale appartiene alla di lui fiamma nonché popstar all’apice del successo: Alexandra Neville.

Tutto per il meglio, no? Be’, in parte. Perché Marcus e Alexandra si conoscono da tempo… e si sono amanti profondamente, ma… una tragedia (La Tragedia) li ha divisi. E da allora si sono reciprocamente evitati.

Ma non si tratta solo di una storia d’amore; qui si tratta anche di famiglia. Anzi, due per la precisione: i Goldman di Baltimore e i Goldman di Montclair. Si tratta di una fabbrica – quella dell’allora unica famiglia Goldman  -, si tratta di affetti, di orgoglio, di frasi non dette e si tratta anche di una tragedia…

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Ci ritroviamo di nuovo, Marcus.
Stai diventando sempre più Jessica Fletcher per il dono che condividi
con la tenera Signora in giallo nel portare sfiga nei luoghi in cui vai.
E hai questa strana mania di far amicizia con i vecchietti
che rapidamente metti da parte quando hai trovato qualcosa di meglio da fare
e di far soldi componendo libri che raccolgono le storie delle persone che ti sono state vicine. 

Buon per te…

Mi resti ancora non tanto simpatico, ma alcune “incomprensioni” che avevamo avuto nel precedente capitolo, hanno trovato una loro – parziale – spiegazione qui.

Detto questo e chiudendo la mia letterina al protagonista, parliamo un po’ de Il Libro dei Baltimore.

Meno chiacchierato rispetto al suo precedessore (La verità sul caso Harry Quebert, a mio modesto parere, superiore a questo nuovo libro quanto a storia), Il libro dei Baltimore saluta il nostro Marcus Goldman di Montclair come ancora una volta protagonista, ma in un certo qual modo non completamente padrone della scena.

Anche qui Marcus è sempre in prima persona il nostro narratore onnisciente. Aspetto quello dell’onniscienza di un narratore-personaggio che personalmente sono un po’ restia a farmi piacere. Qui, comunque, risolto in parte come se Marcus avesse fatto dell’epopea di famiglia una sorta di ricostruzione tra domande ai diretti interessati, confessioni ricevute più tardi e foto di famiglia.

Dico “in parte” perché, nonostante questo escamotage, permangono alcune parti nella vicenda delle quali lui non può comunque aver avuto conoscenza in alcun modo… nemmeno indiretta.

**MEGA SPOILER**

Mi riferisco, in particolare, alle fasi finali della tragedia che colpisce i due cugini. Dal momento che poi i due ragazzi, appena tornati a casa dopo giorni che non hanno avuto modo di parlare con nessuno, si uccidono non è credibile che Marcus sappia cosa si sono detti o cosa hanno fatto in quei giorni di latitanza o chi ha sparato a chi.

Ma diciamo che sono aspetti giustificabili se si considera che Marcus è uno scrittore e, quindi, potrebbe aver scelto di “imbellettare” alcuni momenti della storia.

Comunque, il personaggio di Marcus – questa volta immune al blocco dello scrittore – è sì coinvolto nelle vicende che racconta, ma comunque non ne è il protagonista indiscusso.
Ne “La verità sul caso Harry Quebert“, alle sue spumeggianti indagini con il sergente, si affiancava in modo preminente la storia d’amore fra Harry e Nola. Qui, anche se comunque protagonista con la sua relazione con Alexandra, Marcus resta indiscutibilmente sullo sfondo dal momento che la storia tratta dei Baltimore… e non dei Montclair.

Ancora una volta, il Marcus personaggio è alla ricerca di un’identità, di un far parte di qualcosa e qui il suo impegno è tutto teso a essere un Baltimore.

Si sa: l’erba del vicino è sempre più verde e Marcus ha avuto un assaggio di questo splendore dal 1990 al 1998, anni nei quali entra a gamba tesa nella vita dei Goldman di Baltimore (e cioè nella famiglia del  fratello di suo padre il quale vive a Baltimore).

I Goldman di Baltimore: ricchi, di successo, con lavori importanti, una villa magnifica. E i Goldman di Montclaire: normalissime persone della media borghesia americana.

Questo disagio nei confronti dei genitori era presente anche nel precedente capitolo, quando Marcus riconosce nella figura-mentore di Harry il padre che ha sempre mancato di qualcosa.
La spiegazione parrebbe quindi essere che la colpa di cui si sono macchiati i genitori è quella di non essere stati dei Baltimore, di non essere stati ricchi o sufficientemente affermati.

Il padre di Marcus continua a essere una figura di sfondo: c’è, ma non si vede. La madre, invece, assume dei connotati differenti e risulta una figura molto meno fastidiosa e meno sciocca di quello che appare ne “La verità sul caso Harry Quebert“, fornendo al figlio una massima che lui comprenderà solo dopo… a conclusione del libro:

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Sull’altro fronte, diametralmente opposto, abbiamo i Baltimore: (zio) Saul, avvocato di grido; (zia) Anita, dottoressa di successo; Hillel, il figlio-genio e Woodrow la cui storia in alcuni punti ricalca la vicenda di Michael Oher, raccontata nel film con Sandra Bullock “The Blind Side” (= ragazzo spiantato e abbandonato dalla propria famiglia; cattive compagnie; animo comunque buono; accoglimento nella casa della gente ricca; paura che tutto finisca; football).

E poi c’è Alexandra, la bella contesa dal trio di affiatatissimi cugini – ma in verità nemmeno Marcus riesce a comprendere quanto lui fosse effettivamente parte del trio… e non ricoprisse, invece, un ruolo mobile affidabile anche ad altri.

Sotto un certo punto di vista, faccio qualche fatica a immaginare che delle personalità così influenti nella vita del nostro Marcus non vengano nemmeno lontanamente menzionate sul precedente capitolo (almeno… io non ho ricordo che, ad esempio, Alexandra, l’amore di una vita, venga menzionata); tuttavia apprezzo gli sviluppi e gli intrecci famigliari dei Goldman, pensati in modo da creare una vera e propria epopea di tre generazioni.

Alla fin fine, la storia si ripete sempre: le aspirazioni dei padri, i fratelli che litigano, sorgono invidie e gelosie, l’orgoglio che non si riesce a mettere da parte.

Tuttavia, noto una certa tendenza alla pantomima e al melodramma e un po’ troppi mentori che entrano in gioco non richiesti (e, come ho avuto modo di scrivere qui, a me tutto questo affollamento di mentori risulta un po’ falsato come elemento).
Per questi – e altri motivi (v. sopra e sotto) – a livello di storia ho apprezzato di più La verità sul caso Harry Quebert.

Dicker mi porta sempre a scrivere dei papiri… ma diciamo che anche lui non scherza.

Ora: non mi spaventano i grandi tomi, ma i tempi morti che si nasconderanno tra le pagine. Un concetto già espresso, un personaggio già ben delineato sul quale ancora si torna a calcare la mano, una descrizione troppo ridondante e particolareggiata, un evento già affrontato da ogni possibile angolazione: insomma, l’insidia può davvero essere dietro l’angolo.

Qui direi che inficia una certa tendenza alla prolissità. I rapporti tra i personaggi, i loro sogni e le loro difficoltà nell’imporsi al mondo e da questo farsi accettare sono ben espressa, ma spesso ridondanti.

Diciamo che un duecento/trecento pagine in meno non avrebbero guastato la godibilità della storia.

Nonostante la “mole”, il libro si legge davvero agilmente (l’ho finito in un paio di giorni). La lettura è sempre scorrevole complice uno stile di scrittura fresco e non pesante nonostante sia comunque abbastanza elaborato.

Detto questo – e arrivando una buona volta alla conclusione del mio commento – confermo quello che ho già scritto ne La verità sul caso Harry Quebert per quanto riguarda i personaggi. Si tratta di figure e caratteri credibili, realistici e, complessivamente considerati, ben delineati. Apprezzo anche il modo in cui le reazioni e i comportamenti dei singoli influenzino le reazioni e i comportamenti degli altri.
Continuo a non provare grande simpatia per il protagonista, sempre pronto a ricercare negli altri conferme per le mancanze che avrebbero avuto i genitori (ma si tratta di “gusti” personali).

Noto d’aver fatto parecchi paragoni fra i due libri e sebbene la storia narrata ne La verità sul caso Harry Quebert sia precedente a quella de Il libro dei Baltimore entrambi i libri possono essere letti indipendentemente, senza aver la conoscenza degli eventi narrati nell’altro volume e senza per questo subire danni nella lettura.

Infine, l’ultima considerazione: il messaggio finale del libro è quello di immaginare la scrittura come un rifugio in cui poter immortale i propri cari. Ed è un messaggio che mi ritrovo a condividere completamente.

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