Maus

C’è una branca della letteratura che si occupa di un tema molto delicato e non solo perché esiste ancora qualche demente convinto che non sia mai accaduto nulla ma, proprio perché coinvolge argomenti (ed esperienze e vite) da maneggiare con cautela, e non sempre – e non tutti – riescono nell’intento.

Quindi, c’è una parte di questa letteratura che – a parer mio – tenta un approccio, ma il risultato è così impacciato che risulta poi banale (e fastidioso); e un’altra parte di questa letteratura che, invece, funziona davvero.

Ora… questa lunga premessa per dire che la graphic novel potrebbe non apparire un genere adatto alla trattazione di determinati argomenti. Potrei fare numerosi esempi di questo (fortunatamente ne potrei fare anche altrettanti – anzi di più – del contrario), però in effetti ammetto di essermi avvicinata anche io a Maus parecchio dubbiosa (nonostante le recensioni siano tutte estremamente positive).

Fortemente autobiografico (è basato, infatti, sui racconti del padre di Spiegelman, Vladek, che è anche protagonista della storia), questo romanzo (o fumetto o graphic novel… scegli l’etichetta che ritieni più adatta) fu inizialmente pubblicato a puntate sulla rivista Raw a partire dal 1980 e successivamente raccolto in albi.

In breve, Maus è la storia di Vladek, sopravvissuto di Majdanek Auschwitz; è la storia di una famiglia; è la storia di chi c’è ancora e chi, purtroppo, no; è la storia di odio, di speranza, di salvezza, di morte condivisa da tante – troppe – persone; è la storia fatta di “semplici“decisioni…

Ma è anche il difficile rapporto tra padre-figlio; il dolore e la perdita e la sofferenza senza senso; il carattere di un uomo duro, caparbio, tenace abituato a cavarsela da solo e ad arrangiarsi per strappare il meglio anche da situazioni disperate (e quello che poi ne consegue in una vita tornata alla “normalità”… che la normalità poi è impossibile da riconquistare).

Tutto il fumetto è caratterizzato inoltre da una notevole impronta metaforica e non solo per l’aspetto con il quale l’autore ha deciso di disegnare i suoi personaggi (gli ebrei sono topi; i tedeschi sono ovviamente gatti; gli americani cani; i polacchi maiali).

Insomma, per concludere: questa graphic novel fa parte di quella letteratura che funziona davvero e che va letta non solo per non dimenticare, ma soprattutto per comprendere che dietro ai numeri da prigionieri e i numeri dei milioni morti c’erano (e ci sono ancora) vite.

 

Gemelle imperfette recensione

Titolo: Mischling
Autrice: Affinity Konar
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Gemelle imperfette
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Elisa Banfi

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione – 

Stipati, sballotatti. Dimenticati perché non sono più esseri umani quelli o almeno, tra poco, non lo saranno più.

La musica li accoglie alla discesa dal treno e li inganna. Gli uomini col fucile li separano, forse garantendogli una doccia per ristorarsi dal lungo viaggio. Un uomo in camice bianco, un medico, promette d’aver cura dei gemelli perché la loro simmetria è preziosa.

Ma la stazione a cui il treno si è appena fermato è piena di abominevoli inganni, di false promesse che troppo facilmente si trasformano in subdole cattiverie e in violenza «ingegnosa e calcolata», perché il nome del posto è Auschwitz.

Pearl e Stasha, le due gemelle, si separano da una madre che spera di affidarle a una sorte migliore e da un nonno, ex professore universitario, il quale ha insegnato loro passatempi che – lui non lo sa e non lo saprà mai forse – salveranno l’anima delle due nipoti.

Si separano per finire mangiate dagli animali di Auschwitz, perché all’interno del lager c’è una realtà poco conosciuta: c’è uno zoo, gestito da uno “zio” con una siringa in una mano e caramelle nell’altra.

Il nome di questo mostro troppo reale che sventra madri e tortura bambini per i suoi atroci esperimenti di eugenetica è Josef Mengele.

E Pearl e Stasha, i cui movimenti e pensieri erano sempre stati allineati, si ritrovano desincronizzate,  spezzate, sole. Perdono se stesse e perdono anche l’altra versione di sé.

E allora, forse, l’unica cosa che resta da fare è assecondare Mengele, conquistarne la fiducia e poi… e poi finalmente vendicarsi di tutto il male cinico e calcolato subito.

Ma possono due bambine dare seguito a questi propositi di vendetta? Possono resistere spezzate e sopravvivere da sole agli orrori del campo di sterminio?

Affrontare questo genere di letture, per una serie di motivi, non è mai semplice. Ritrovarsi nero su bianco la violenza assurda ma scientemente organizzata che certi uomini hanno orrendamente raggiunto è destabilizzante.

Potrebbero sembrare solo storie, chiacchiere che trattano di violenze così abominevoli da essere al di fuori di ogni umana immaginazione; eppure diventano un onnipresente tarlo che, nella nostra sbigottita mente, ci ricorda che invece è successo e potrebbe succedere ancora (non dimentichiamo mai che in certe parti del mondo i campi di lavoro esistono).

Detto questo la recente letteratura dedicata all’Olocausto ha spesso conosciuto – purtroppo – alti e bassi e mi è – purtroppo – capitato di incappare più di una volta in testi che cercavano dispersamente di occhieggiare al lettore, cercando di inculcargli un’empatia costruita, il cui risultato però era solo un – purtroppo – imbarazzante pastrocchio.

Con “Gemelle imperfette” nulla di tutto questo. Era molto tempo che non mi capitava una lettura così immersiva.

Si tratta di una storia – ispirata a eventi realmente accaduti – terribile, ma l’autrice ha questo tocco delicato, questo modo di mostrare la sofferenza senza scadere nel morboso davvero meraviglioso.

Non so se è corretto definire la scrittura delicata, ma Affinity Konar ha un tratto così elegante da rendere le parole dolci come un tocco vellutato.

Questa sua dolcezza non cancella comunque dolore e sofferenza. La violenza è una costante di Auschwitz e la Konar riesce a parlarne con quel miscuglio di agonia e necessità di oblio comuni in una persona che troppo ha sofferto.

Il direttore degli orrori, Mengele, non è solo un pazzo sadico calcolatore; è un ingranaggio di un regime che ha disteso i suoi tentacoli purulenti ovunque, corrompendo nel profondo le persone (anche se la difesa dell'”eseguivamo solo gli ordini” è valida fino a un certo punto).

Il blocco in cui Mengele eseguiva i suoi esperimenti [Fonte: Wikipedia.it]
È valida questa difesa, in parte almeno, per gli internati e per coloro che coadiuvano Mengele come Zvi Dinger e la dottoressa Miri (sebbene la coscienza di entrambi resterà sempre vincolata agli orrori del campo).

Ma il male di Auschwitz resta legato anche a coloro che gli è sfuggito con altrettanti sacrifici.

Nelle gemelle, nel loro rapporto scomposto dalla violenza e dalla malvagità, vediamo questo male. Sono loro stesse a raccontarcelo passandosi l’incarico di narratrici durante la storia.

Ma l’evoluzione e la sopportazione umana consentiranno al Paziente di tornare finalmente Feliks; a due ragazzi rotti di diventare insieme Orso e Sciacallo; a Stasha di perdere la sua immortalità posticcia; a Pearl di vivere finalmente libera seppur spezzata.

Personaggi così vibranti di umana convinzione da apparire vivi agli occhi del lettore.

Insomma, la maggior parte sono personaggi di finzione, ma la loro cartacea esistenza si mescola con la storia e i ricordi di veri internati. In particolare, nella vita dei gemelli è impossibile non vedervi i ricordi e l’impegno di Eva Mozes Kor e sua sorella Miriam, il cui coraggio ha consentito al mondo di conoscere gli orrori dello zoo (qui puoi trovare un’intervista di Eva).

Era un po’ di tempo che non incappavo in una lettura così: che coinvolge portandoti quasi alle lacrime; che forma personaggi spezzati ma in costante evoluzione; che alterna sofferenza e speranza e, addirittura, perdono; che ti porta ad agonizzare con i personaggi e a sorridere con loro; e che alla fine lascia quasi senza fiato.


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Giornata della memoria: leggere per non dimenticare

Nel corso della storia umana, ci sono stati – purtroppo – tanti momenti che preferiremo cancellare e fingere che non siano mai accaduti.
Ma ciò che è stato, ahimè, non si cancella. Cose dette e, soprattutto, fatte possono incidere molto profondamente nella vita di ogni singolo individuo.

Oggi 27 gennaio è una di quelle giornate in cui si è costretti a non distogliere lo sguardo e a guardare ciò che l’organizzato e folle piano di un solo uomo è riuscito a fare convincendo pure altri delle sue idee e cambiando per sempre l’esistenza di milioni di persone.

Oggi è la Giornata della memoria, una ricorrenza istituita per non dimenticare, per commemorare le vittime della follia nazista.

Nonostante ancora oggi di fronte alla presenza di così tante vite spezzate, testimonianze, foto, filmati, racconti, storie ci sia ancora qualcuno convinto che lo sterminio attuato dai nazisti non sia mai esistito, io sono fermamente convita invece che non dimenticare sia una delle pochissime cose rimaste per onorare tutte queste morti che, purtroppo più frequentemente di quanto si pensi, dalla giustizia umana non ottennero nulla.

E sebbene scegliere solo un giorno per ricordare sia importante, sono certa che il ricordo non si debba limitare a un’unica giornata o a determinati periodi dell’anno.

Il ricordo deve essere sempre.

E ci deve servire come monito, come spinta a non credere mai negli abbagli, a non darsi spiegazioni semplicistiche o folli.

Per questo, vorrei suggerire la lettura come mezzo per non dimenticare e per commemorare le tante persone che una volta entrate non sono più uscite dai campi di sterminio e le tante altre che, pur essendosi salvate dal campo di concentramento, non riuscirono più o non poterono più (a causa delle tante menomazioni e angherie e danni subiti) continuare la propria vita.

I primi tre libri che suggerisco sono testimonianze dirette di quella parte di storia da non dimenticare, di quella storia che si svolse nei ghetti, nei campi di sterminio e, infine, (ma non per tutti, purtroppo) nei tribunali.

L’ultimo è un romanzo adatto ai bambini. Io lo lessi che ero di poco più giovane rispetto all’età di lettura consigliata, ma lo ritengo comunque una buona lettura anche per adulti.

se questo è un uomo

Il primo libro che vorrei suggeriti è Se questo è un uomo di Primo Levi.

Ovviamente, Primo Levi non ha bisogno di presentazioni. L’unica cosa che posso dire è che il suo libro, per me, resta un capolavoro da brividi per la forza che trasmettono le parole e per le emozioni che trasudano dalla carta.

Se non hai ancora avuto modo di leggerlo, te ne consiglio vivamente la lettura.


il-farmacista-del-ghetto-di-cracovia

Il farmacista del ghetto di Crocia, sebbene il titolo dai toni un po’ romantici possa far pensare ad altro, è la testimonia diretta di Tadeusz Pankiewicz, farmacista polacco che decise di restare nel ghetto e nominato giusto fra le nazioni.

Il libro mi è stato inviato in lettura dalla casa editrice e lo ritengo una testimonianza da conoscere, anche se posso assicurarti che non si tratta di una lettura semplice.

Qui puoi leggere la mia recensione.


La recente letteratura dedicata all’Olocausto ha spesso conosciuto – purtroppo – alti e bassi e mi è – purtroppo – capitato di incappare più di una volta in testi che cercavano dispersamente di occhieggiare al lettore, cercando di inculcargli un’empatia costruita, il cui risultato però era solo un – purtroppo – imbarazzante pastrocchio.

Con “Gemelle imperfette” nulla di tutto questo. Era molto tempo che non mi capitava una lettura così immersiva.

Si tratta di una storia – ispirata a eventi realmente accaduti – terribile, ma l’autrice ha questo tocco delicato, questo modo di mostrare la sofferenza senza scadere nel morboso davvero meraviglioso.

Non so se è corretto definire la scrittura delicata, ma Affinity Konar ha un tratto così elegante da rendere le parole dolci come un tocco vellutato.

Trovi la mia recensione completa qui, ma non posso esimersi dal consigliarti questa lettura.


recensione la banalità del male

Il libro nasce da una serie di articoli che la stessa autrice ebbe modo di realizzare come corrispondente per il New Yorker riguardo il processo – il primo che si tenne nel nuovo stato di Israele – ad Adolf Eichmann.

Per certi versi, il processo a Eichmann era una grandissima occasione; per altri, però, risultò quasi un grande show.

Non sto a tediarti oltre. Posso garantirti che, sebbene non sia di facile lettura, il reportage realizzato dalla Arendt e le considerazioni nelle quali la stessa giornalista si lancia sono spunti di riflessione molto importanti.

Su questo libro, ho avuto occasione di dire la mia qui.


il-bambino-con-il-pigiama-a-righe-nuova-copertina

Come scrivevo all’invio di questa rassegna, a differenza dei precedenti che sono tutte testimonianze dirette (tranne Gemelle imperfette), vorrei indicarti un ultimo suggerimento di lettura. Questa volta si tratta di un romanzo la cui lettura è suggerita a partire dai dodici anni, ma ritengo che possa rivelarsi una lettura adeguata anche a un lettore più grandicello.


AGGIORNAMENTO 27/01/2019:

Fortemente autobiografico (è basato, infatti, sui racconti del padre di Spiegelman, Vladek, che è anche protagonista della storia), questo romanzo (o fumetto o graphic novel… scegli l’etichetta che ritieni più adatta) fu inizialmente pubblicato a puntate sulla rivista Raw a partire dal 1980 e successivamente raccolto in albi.

In breve, Maus è la storia di Vladek, sopravvissuto di Majdanek Auschwitz; è la storia di una famiglia; è la storia di chi c’è ancora e chi, purtroppo, no; è la storia di odio, di speranza, di salvezza, di morte condivisa da tante – troppe – persone; è la storia fatta di “semplici“decisioni…

Trovi l’articolo dedicato a questo romanzo qui.


«Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi

Se questo è un uomo, Primo Levi


Fonte immagine di copertina/Credit cover photo: openlettersmonthly.com

Leggere per non dimenticare

Non c’è bisogno di molte mie inutili parole. Vorrei solo suggerivi due libri che, per me, sono una tappa obbligatoria e lasciare che vi parlino al posto mio.

il bambino con il pigiama a righe

IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE, JOHN BOYNE

Leggere questo libro significa fare un viaggio. Prendere per mano, o meglio farsi prendere per mano da Bruno, un bambino di nove anni, e cominciare a camminare. Presto o tardi si arriverà davanti a un recinto. Uno di quei recinti che esistono in tutto il mondo, uno di quelli che ci si augura di non dover mai varcare. Siamo nel 1942 e il padre di Bruno è il comandante di un campo di sterminio. Non sarà dunque difficile comprendere che cosa sia questo recinto di rete metallica, oltre il quale si vede una costruzione in mattoni rossi sormontata da un altissimo camino. Ma sarà amaro e doloroso, com’è doloroso e necessario accompagnare Bruno fino a quel recinto, fino alla sua amicizia con Shmuel, un bambino polacco che sta dall’altro lato della rete, nel recinto, prigioniero. John Boyne ci consegna una storia che dimostra meglio di qualsiasi spiegazione teorica come in una guerra tutti sono vittime, e tra loro quelli a cui viene sempre negata la parola sono proprio i bambini [fonte: amazon.it]. 


se questo è un uomo

SE QUESTO È UN UOMO, PRIMO LEVI

Primo Levi, reduce da Auschwitz, pubblicò “Se questo è un uomo” nel 1947. Einaudi lo accolse nel 1958 nei “Saggi” e da allora viene continuamente ristampato ed è stato tradotto in tutto il mondo. Testimonianza sconvolgente sull’inferno dei Lager, libro della dignità e dell’abiezione dell’uomo di fronte allo sterminio di massa, “Se questo è un uomo” è un capolavoro letterario di una misura, di una compostezza già classiche. È un’analisi fondamentale della composizione e della storia del Lager, ovvero dell’umiliazione, dell’offesa, della degradazione dell’uomo, prima ancora della sua soppressione nello sterminio [fonte: amazon.it].