La verità della suora storta recensione

La verità della suora storta recensioneTitolo: La verità della suora storta
Autore: Andrea Vitali
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2015

Sisto sta facendo un sonnellino nel suo taxi vicino alla stazione; radiolina accesa tra le gambe e piedi infilati sopra il finestrino aperto. Quando, all’improvviso, qualcuno gli “bussa” sulla suola delle scarpe chiedendo un taxi appunto.

La donna – non meglio identificata e identificabile – vuole essere portata al cimitero. Sisto cerca di comprendere meglio da chi vuol andare questa donna (solo per una questione pratica: ingresso “sopra” o “sotto”?), ma quella nulla, anzi risponde piccata che preferisce non far il nome del defunto che va cercando.

Quindi, salgono sul taxi, arrivano al cimitero e Sisto approfitta del fatto che la donna gli si è addormentata sul sedile posteriore per scucirle qualche soldo in più per la corsa.

Quando sente d’aver raggiunto il tempo giusto per la tariffa giusta, sveglia la donna, ma… Ops! Bagnata d’urina, la donna è appena passata a miglior vita. E ora? Non ha documenti con sé, nessuno in paese l’ha mai vista.

Chi è questa donna? E perché è venuta a Bellano?

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Allora, si scomoda Guareschi definendolo inferiore a Vitali (Antonio D’Orrico), si annuncia manca poco il miracolo, si dà il nome Vitali come una garanzia (Pietro Cheli).

E mi sono detta: ottimo!

Addirittura, il Corriere della Sera la definisce «La lettura» (con la maiuscola eh!): qui si va sul sicuro.

A mia parziale discolpa: ho preso questo libro in combinato con un altro in occasione di quelle offerte che il gruppo GeMs fa da qualche tempo a questa parte ed era qualche tempo che volevo leggere qualcosa di Vitali. Così mi sono potuta basare solo sulla quarta e sulle tante frasi entusiastiche che occhieggiano dalla copertina. Ma non ho scusanti; mi sono fatta infinocchiare alla grande.

Venendo a noi.

Credo che l’intento originario fosse quello di creare una vicenda a tratti simpatica, alternando al presente il passato collocando il tutto nel paesino misconosciuto di Bellano.

Tuttavia, questa alternanza tra presente e passato di micro-episodi crea una certa lentezza e pesantezza nel seguire la vicenda (nonché una certa ripetitività visto che i capitoletti talvolta riprendono situazioni già dette in precedenza).

Nemmeno le piccole parentesi che ci raccontano il passato di qualche personaggio ridanno spinta alla vicenda piatta: in primo luogo, perché si tratta di personaggi secondari che appaiono sì e no per un paio di pagine e non hanno un ruolo utile ai fini della storia; in secondo luogo, perché le “informazioni” contenute non servono a rendere il personaggio più credibile o a far in modo che il lettore se ne possa affezionare (o a coinvolgerlo nel “clima” da paese).

Si tratta di trafiletti brevi che non spostano di un millimetro la bilancia della storia o dei personaggi, che restano comunque banalotti e poco approfonditi.

Lo stesso dicasi per la storia, prevedibile e scontata fin dalle prime pagine.

La vicenda si tira per le lunghe: un maresciallo che, inspiegabilmente, s’impunta su di un caso di morte naturale; la vita del Sisto che caracolla tra passato e presente (si va avanti di un paio di pagine; poi si torna indietro di altrettanto; avanti di tre; indietro di due); un’alternanza, quella tra prima e adesso, che, alla fine, diventa pesante e, in qualche punto, difficile da seguire.

Altra pecca, ma qui il problema riguarda i miei gusti: lo stile telegrafico (se solo avessi potuto sfogliare il libro, purtroppo incelofanato, avrei aggirato tale problema): frasi brevi, punteggiatura scarna, pagine piene di punti e a capo. Ormai lo sai, non sto a ripetermi, ma non è proprio uno dei miei “stili di scrittura” preferiti (però, ecco, ripeto: problema mio).

Il tono colloquiale usato per le parti narrate – e non quelle che riportano il dialogo in forma indiretta, ma proprio la parta narrativa – non mi entusiasma per nulla (per quanto, viceversa, lo apprezzi nei dialoghi, in quanto trovo che donino un certo alone di realismo).

E sinceramente non sono nemmeno riuscita a intravedere questa ironia («I suoi libri sono belli, divertenti, leggeri e acuti» sempre Cheli) e questa acutezza nel narrare.

Come scrivevo poco sopra, la vicenda è spenta, lenta, prevedibile, priva di brio (a Guereschi lo si potrebbe paragonare solo perché uno parla di un prete e l’altro coinvolge una suora); i personaggi sono solo accennati e privi di un qualunque tipo di evoluzione (involuzione o qualunque altra cosa che dia un senso alla storia); le descrizioni ambientali praticamente non esistono (e quelle poche sono in stile elenco della spesa: «Un letto, un comodino, un armadietto […]»; «Un tavolo, un tavolino, sei sedie […]»).
Purtroppo, ammetto: duecentotrentuno pagine lette faticosamente.

Qualche pregio c’è: i capitoli sono brevi e le pagine in totale poche, quindi (se si ha voglia) si legge rapidamente. Confesso d’averlo finito solo per questo motivo.

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