Il valzer degli alberi e del cielo recensione

Titolo: La Valse des arbres et du ciel
Autore: Jean-Michel Guenassia
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Il valzer degli alberi e del cielo
Anno di pubblicazione ITA: 2017

Trad. di: Francesco Bruno

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione – 

«Io non ho altro interesse che quello di ristabilire la verità,
non di mascherarla, giustificarmi o di sminuire le mie colpe,
né di preservare il mito.
»

A diciannove anni, Marguerite ha un’idea ben precisa di quello che non sarà: non sarà schiava di un marito scelto da suo padre e non permetterà a suo padre di trattarla come merce di scambio.

Tuttavia, ci sono alcuni conti da fare e alcuni grossi problemi da superare: in primo luogo che Marguerite è una giovane donna in una antisemita, ipocrita, patriarcale, chiusa e un po’ snob Francia del 1890.

In secondo luogo, dove mai potrebbe fuggire una donna per aspirare ad avere un trattamento pari a quello di un uomo? Pare che l’America sia una terra promessa per molti… ma i problemi che sorgono qui sono di natura economica, legati anche alla difficile traversa a cui molti non sopravvivono.

Tuttavia, qualcosa è destinato a cambiare: in quell’estate del 1890, un uomo si presenterà in qualità di paziente alla porta di casa del dottor Gachet, il padre di Marguerite.

Quell’uomo è destinato a sconvolgere l’esistenza di quella ragazza e a mostrarle il mondo con occhi e colori completamente diversi. Il suo nome? Vincent Van Gogh.

La figura di Vincent Van Gogh, tanto bistratta in vita quanto amata in seguito, possiede ormai un fascino incontenibile.

Autoritratto dell’artista eseguito nel 1889, National Gallery of Art, Washington

Pazzo o genio?
Oppure è uno di quei particolari casi in cui genio e pazzia coesistono per creare meraviglie? Oppure… nessuna delle due: solo una persona magari avanti rispetto al suo tempo, con una sensibilità diversa e proprio per questo incompresa?

Qui scopriamo un Van Gogh da un punto di vista particolare, quello di Marguerite, la figlia del dottor Gachet presso cui Vincent andò per curarsi consigliato da un altro grande impressionista Pissarro.

La narrazione non solo è declinata al femminile, ma pure in prima persona – una scelta, sotto certi punti di vista, coraggiosa e difficile per un autore.

È così che Margerite Gachet si forma davanti agli occhi come se ogni pagina aggiungesse una pennellata al suo ritratto: da «ochetta diciannovenne» come lei stessa si definisce, orfana di madre, convinta che la vita abbia qualcosa di più da offrirle si trasforma in donna i cui pensieri sono costantemente rivolti al passato.

Per la precisione, però, avviene il contrario: grazie a un certo distacco opaco che il tempo lascia sempre, una Marguerite ormai anziana ci racconta la giovane Marguerite instancabile, alla costante ricerca di qualcosa, sotto certi punti di vista ribelle, ma ancora ingenua e sciocca.

Attraverso Marguerite cogliamo non solo il disagio dell’essere una donna dalle larghe prospettive e aspirazioni le cui ali vengono tarpate da ciò che la società richiede al genere femminile (essere un grazioso ornamento e procreare), ma soprattutto riscopriamo attraverso i suoi occhi l’essenza romantica e estatica con la quale l’occhio dell’impressionista impone la direzione al suo pennello, creando tele fuggenti e meravigliose (pittura che, per la cronaca, era vietata alle donne per le quali doveva essere un semplice passatempo… guai ad avere l’aspirazione di eguagliare un uomo, sperando di diventare pittrice!).

Insomma, attraverso lo sguardo di Marguerite, scopriamo un Vincent un po’ lunatico, testa fra le nuvole, talvolta un po’ brusco e scorbutico, dal carattere sensibile e incline al fascino dell’alcol, ma tutto sommato normale. Certo, fuori dai canoni standard di educazione e rispetto pubblico (che, in verità, celano solo ipocrisia), vittima di scatti d’ira particolarmente furenti ed eccessivi, ma tutto sommato normale.

Di contro, il dottor Gachet, il medico degli impressionisti, fa una figura più cacina: pieno di sé, borioso, tirannico… la sua storica amicizia con il gruppo degli impressionisti, il suo dilettarsi con la pittura e le stampe (espose le proprie opere sotto lo pseudonimo di Van Ryssel) qui si trasformano in mera venalità, cupidigia. E culminano con la vendita di quadri impressionisti fasulli (sebbene sia storicamente vero che la famiglia Gachet donò numerose opere degli impressionisti ai musei).

La narrazione, dal linguaggio molto semplice e per questo estremamente scorrevole (sebbene adagiato su standard poco impegnativi), procede in maniera singolare e, accanto ai pensieri e alla vita di Marguerite, scorrono anche estratti, considerazioni o date che non solo aiutano a contestualizzare la vicenda permettendo al lettore di calarsi maggiormente nell’ambientazione, ma creano anche un peculiare parallelismo tra i personaggi e la storia.

Anche la ricostruzione (basata su una fantasiosa interpretazione degli storici dell’arte Steven Naifeh e Gregory White Smith nella biografia Van Gogh: The Life) di quei produttivi mesi a Auvers-sur-Oise è interessante e ben si incastra nella costruzione della storia.

Tuttavia, i personaggi soffrono un po’ di unidimensionalità; le loro vicende non trasportano il lettore; manca – o almeno io non l’ho avvertita – un certo sentimento, una certa passione nel raccontare.

 


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