Ciò che inferno non è

ciò che inferno non è recensioneTitolo: Ciò che inferno non è
Autore: Alessandro D’Avenia
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2014

Don Pino Piglisi – che l’autore ha conosciuto di persona – è alle prese con i giovani del quartiere. Deve togliergli dalla strada, spingere le loro vite in una direzione opposta a quella che questi ragazzi hanno visto e conosciuto fin troppo bene. Alcuni si sono già persi in queste maglie con cui gli adulti li hanno circondati; altri si perderanno; ma altri ancora possono essere salvati.
Federico, che a breve partirà per frequentare Oxford, lo aiuterà in questo, sporcandosi anche lui le mani per la salvezza dei propri coetanei.

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Piccola premessa: a questo punto, mi pare evidente che ho un rapporto conflittuale con molti degli autori italiani attualmente in circolazione. Nonostante ci abbia provato svariate volte (non riporterò degli esempi specifici, ma se hai un po’ di curiosità ti basta scorrere in questa lista gli autori italiani), posso purtroppo affermare che, la maggior parte delle volte, questa conoscenza con le “penne” nostrane – contemporanee – non è finita per niente bene. Fortuna che ci sono delle (rare) eccezioni…

Insomma, veniamo a “Ciò che inferno non è“. Me l’ero segnato tra i “da leggere” un po’ di tempo fa, ma poi, per un motivo o un altro avevo sempre rimandato. Con l’arrivo dell’estate, ho pensato che il momento poteva essere propizio.

E…

Non abbiamo cominciato bene (la prima frase che mi ritrovo sbattuta in faccia è questa: «Nella luce prima, un ragazzo la fissa. È immersa nell’agguato ventoso e salato dell’alba che si leva ancora vergine dal mare…»), ma la colpa è mia e dei miei gusti “stilistici”. Gli esempi sarebbero molti altri; alcuni li ho segnato sul mio profilo di Goodreads.

Ora, mi piace chi scrive bene… e dice anche qualcosa; non chi mi accozza parole per dargli un’apparenza intellettuale e poetica. Non mi piace poi lo stile telegrafico che mi propina brevi frasi composte solo da un soggetto, un verbo, pochi complementi e un punto (sicuramente, perché io faccio proprio il contrario). E, purtroppo, prosegue con un altro esempio di “scrittura” che io, ahimè, non riesco davvero a digerire: i blocchi di dialogo senza alcuna indicazione di chi diavolo stia parlando (questione che si complica se i personaggi in “piacevole” conversazione sono più di due).

Quindi, primo punto a sfavore: lo stile di scrittura. Ma qui si tratta di gusti, quindi… c’è ben poco da fare se non prendere nota e andare avanti.

Quindi… andiamo avanti…

… e veniamo ai cambi improvvisi di punti di vista. Non che non mi piacciano, anzi… trovo che diano ritmo alla narrazione e, in certi casi, dimostrino la capacità dell’autore di giostrarsi con i propri personaggi. Ecco, qui il cambio di punto di vita c’è… si passa dalla terza alla prima persona singolare, talvolta a distanza di nemmeno un paragrafo e talvolta questo improvviso cambio dura solo poche frasi; il guaio è che non si capisce chi parla. Chi è questo io che cambia, che torna a essere un narratore esterno per poi tornare di nuovo a vivere i fatti in prima persona? Che poi non si tratta nemmeno della stessa persona che parla in prima persona!

Ho, inoltre, avuto la spiacevole sensazione che l’unica figura su cui si regga il libro sia Don Pino Puglisi e non perché sia ben realizzata nel racconto, ma semplicemente perché si parla di un’istituzione. Ma, ecco, ripeto, non avendo finito il libro, si tratta sicuramente di una mia impressione.

Insomma, ci ho provato per tre volte. Per tre volte, ho ricominciato la mia lettura dall’inizio, anche perché mi sono piccata: non potevo aggiungere un altro autore italiano alla mia lista dei “mai più”. Tuttavia, questi tre tentativi non sono mai andati oltre al quinto capitolo. E, devo ammettere di non aver proprio capito quale fosse la storia che si voleva raccontare (ma di questo, sicuramente, è complice il fatto che la mia lettura si è sempre interrotta dopo una cinquantina di pagine).

Difficilmente, lascio un libro a metà, perché sono convinta di dover sempre apprezzare la fatica dell’autore che ha deciso di scrivere proprio quella storia in particolare e di un agente, di editor e infine di casa editrice che decidono di “rischiare” con un autore in particolare, preferendolo ad altri.

Ma qui, mi spiace davvero, devo ammettere la sconfitta. Si tratta del terzo libro di questo autore, spinto al successo dall’esodio con “Bianca come il latte, rossa come il sangue“, libro che, in tutto il mondo, ha venduto circa un milione di copie (e che io non ho avuto modo di leggere). Questo per dire che “non sempre le ciambelle escono con il buco” e potrebbe darsi che “Ciò che inferno non è” sia più sottotono rispetto al suo predecessore. Non sono intenzionata a leggerlo, ma se qualcuno avesse un’opinione positiva su “Bianca come il latte, rossa come il sangue“, lieta di sentirla e magari convincermi a riprovare con questo autore.

Dal momento che non ho terminato la lettura, non posso – perché non sarebbe corretto e onesto da parte mia – aggiungere altro né fornire un’opinione più precisa o una valutazione su ambiente, personaggi, ect. come faccio solitamente. In un certo qual modo, però, come disse un’utente con la quale ebbi modo di scambiare qualche opinione su di un libro diverso da questo, già il fatto di non riuscire a terminare un libro è un’opinione abbastanza chiara.


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