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Un luogo soleggiato per gente ombrosa

un luogo soleggiato per gente ombrosa

Titolo originale: A Sunny Place for Shady People
Autrice: Mariana Enríquez 
Genere: Raccolta di racconti/Horror gotico
Anno di pubblicazione: 2025
Titolo in Italia: Un luogo soleggiato per gente ombrosa
Anno di pubblicazione ITA: 2025
Traduzione di: Fabio Cremonesi
Pagine: 240

– Ho ricevuto una copia di questo libro

Giornalista e scrittrice argentina molto amata (e temuta =p) della narrativa contemporanea, Mariana Enríquez è conosciuta per il suo modo di raccontare l’orrore partendo dalla realtà mescolando inquietudine, disagio sociale e memoria collettiva.

Il realismo magico, nella sua forma “classica” (ovvero quella di un fantastico che convive con il quotidiano senza stupore), non è certo sconosciuto agli autori sudamericani.

Gabriel García Márquez o Isabel Allende ci hanno abituato ad integrare il magico nella vita di tutti i giorni e ad accettare eventi soprannaturali, apparizioni, maledizioni o distorsioni del tempo come parte naturale del mondo.

Il meccanismo magico cela infatti il vero intento: raccontarci la memoria collettiva, la storia, il trauma politico e familiare dell’America Latina.

La visione di Mariana Enríquez si inserisce in questa tradizione, ma la sposta decisamente verso il gotico e l’horror sociale.

Nei suoi racconti infatti il soprannaturale non è mai neutro o poetico: è inquietante, disturbante, spesso violento.

Se nel realismo magico classico la magia può essere meraviglia quasi romantica, in Enríquez diventa sintomo di una ferita profonda che emerge da una società segnata da povertà, violenza, repressione e disuguaglianze.

I fantasmi, le maledizioni e le presenze oscure non romanticizzano la realtà: la rendono ancora più difficile da sostenere.

Un luogo soleggiato per gente ombrosa raccoglie proprio questa visione trasportandoci in un universo narrativo in cui la luce convive con l’ombra e l’orrore prende forma nei luoghi più innocui e comuni.

Il libro raccoglie in un unico volume sette racconti scritti e pubblicati nel corso di diversi anni su riviste e antologie.

Quasi tutte le voci narranti sono femminili unite da una specie di resilienza a un mondo ostile fatto di trasformazioni grottesche che riflettono traumi psicologici o pressioni sociali e luoghi luminosi che nascondono abissi di solitudine, dipendenza e violenza.

Filo conduttore dell’intera raccolta è quindi l’inquietudine dell’ordinario e la conseguente normalizzazione dell’assurdo.

Questa raccolta rappresenta il mio secondo “incontro” con la scrittura di Mariana Enriquez (il primo – La nostra parte di notte – non era stato un grandissimo successo… tra l’altro nella prima stesura di questo articolo, lo avevo proprio rimosso dalla mia memoria).

Sebbene insomma non sia andata benissimo al primo giro, qua devo dire invece che l’esperienza complessiva è stata positiva… sebbene un pochetto altalenante.

Ho apprezzato molto la sua capacità di creare atmosfere dense e disturbanti, ma non tutti i racconti mi hanno convinto allo stesso modo.

Ho trovato alcuni passaggi eccessivamente lenti e, in certi punti, ho avuto l’impressione che alcune situazioni mancassero di una logica interna coerente: che si tratti di realismo magico o di puro orrore, ho avuto la sensazione che alcune scene semplicemente non avessero senso, creando anche una narrazione che in certi casi faticava a ingranare.

Detto questo comunque non posso negare che il modo di Mariana Enriquez di raccontare con un certo fascino questa inquietudine mi ha lasciato addosso un po’ di curiosità e non escludo di fare un ulteriore tentativo per capire una volta per tutte se sia davvero nelle mie corde (magari, come si dice, la terza è quella buona).

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