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Quattro chiacchiere con Franco Faggiani

Grazie al gentilissimo ufficio stampa di Fazi editore e alla grande disponibilità di Franco Faggiani, al Salone del libro di quest’anno ho potuto fare quattro chiacchiere sul suo ultimo romanzo: Il guardiano della collina dei ciliegi.

La storia parla di Shizo Kanakuri, giovane atleta olimpionico giapponese che partecipò alla prima sparuta delegazione (formata da due atleti) del Giappone alle Olimpiadi nel 1912 in Svezia – Stoccolma per la precisione.

Shizo terminò la corsa del 1912 nel 1967… fu un record a suo modo: con il tempo di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti, 20 secondi e 3 decimi.

Si poteva non scriverci una storia?

No che non si poteva! Quindi, qui trovi la mia recensione del romanzo; a seguire, invece, la mia chiacchierata con l’autore.

___

Partendo dalla fine. Nella parte finale, cita queste parole dello scrittore Haruki: “Le storie si possono trovare ovunque; basta solo vederle ed estrarle“. Quindi, la mia domanda, parafrasando un po’, è: perché proprio Shizo Kanakuri?

Faccio tuttora il giornalista e una rivista di sport mi aveva chiesto, circa tre anni fa, di scrivere un articolo sulle maratone olimpiche.

Leggendo tutte le classifiche di tutte le maratone e arrivato alla voce “Shizo Kanakuri“, mi sono trovato un punto di domanda (invece dell’indicazione del tempo di gara).

Per pura curiosità, sono andato a cercare su altre fonti ed è così che ho scoperto il record di 54 – e qualcosa – senza, però, un’ulteriore indicazione. Ho pensato si trattasse di ore (e già, rispetto ai tempi degli altri atleti, sarebbe stata strana la cosa); poteva essersi infortunato o essersi fermato a recuperare. Ma ecco non pensavo certamente che avesse impiegato più di due giorni a correre 42km; essendo, tra l’altro, pure il favorito della sua gara.

Quando poi ho guardato con maggiore attenzione, ho scoperto che si trattava di anni (e non di ore!) e, insospettito, ho approfondito ancora la vicenda e mi son detto che questa era una storia che andava assolutamente raccontata.

Lo Shizo da lei creato e quello reale sono un po’ diversi; anche perché quello “reale” partecipa ad altre due Olimpiadi (anche se non ottiene grandi posizionamenti)…

Mi pareva il classico percorso di un’atleta che inizia come una stella e poi, piano piano, degrada e viene dimenticato. Invece, volevo che lui avesse una vita un po’ più avventurosa e che trovasse un modo di espiare.

Tra le due parti reali, cioè l’inizio e la fine, quello che sta nel mezzo l’ho creato io.

Infatti, in questo senso, è molto “giapponese”: il senso dell’onore, la vergogna e l’onta subita…

Sì, infatti. Anche io ho questa sorta di spiccato senso dell’onore; per esempio non mi piace arrivare in ritardo, per cui figuriamoci cosa sarebbe successo se fossi arrivato a una gara con 54 anni di ritardo.

Ho corso in montagna, come correva lui, per il gusto di farlo e, quindi, capisco questa sua idiosincrasia per tutto quello che era la corsa.

A un certo punto, mi sono quasi immedesimato nel personaggio. Ho pensato cosa avrei fatto se mi fossi trovato al suo posto: avrei cercato un posto nella natura (un grande rifugio che offre conforto e sostegno, ma anche timore reverenziale).

Quindi, c’è molto di lei in questo romanzo; la scelta della prima persona per la narrazione mi aveva, infatti, piacevolmente stupita…

In ogni storia che creo c’è un po’ di me. Il primo libro (ndr. La manutenzione dei sensi) era completamente autobiografico e parlare in prima persona mi viene meglio anche perché è come se si creasse maggiore confidenza, come se si creasse di una sorta di chiacchierata con il lettore.

E questa collina dei ciliegi?

La collina dei ciliegi non è solo un luogo fisico o geografico; è una sorta di tempio. Nelle foreste, nei boschi, vivono i kami. Non a caso, il ciliegio è una pianta sacra in Giappone.

Inoltre, la riflessione dell’uomo viene meglio in solitudine.

Mi è sembrato un giusto luogo di espiazione per Shizo.

Quando, però, la collina diventa famosa, si assiste anche a un cambiamento…

Sì, mi piaceva raccontare, in piccolo, un po’ l’evoluzione del Giappone. Si comincia con questi abitanti che, per sopravvivere, vanno a raccogliere le alghe per sopravvivere e poi arrivano le navi, il petrolio, l’elettricità e la vita della borgata si evolve.

Quattro chiacchiere con Sirio Lubreto

Sirio Lubreto, al suo secondo romanzo con CasaSirio (il primo è “Il primo giorno della tartaruga“), è autore del romanzo “Sul fondo sta Berlino“, di recente pubblicazione (qui trovate la mia recensione 😉).

Grazie al fantastico ufficio stampa e alla grandissima disponibilità dell’autore (ringrazio ancora tantissimo tutti!), ho avuto modo di poter chiacchierare un po’ con lui.

Sul fondo sta Berlino” vede come protagonista una manciata di personaggi apparentemente scompaginati l’uno con l’altro: abbiamo Said, che s’improvvisa corriere (nonostante lo smercio della droga gli vada bene senza bisogno di diventare lui stesso un pacco pericoloso); Nunzio e Carmine che lo stanno aspettando; Felice in fuga dalla moglie, dai figli e dall’amante… incinta; e, last but not leastSergi il cui obiettivo primario ancora non c’è dato saperlo, ma è indubbio che includa l’incasinare la vita a quante più persone possibile.

Insomma… c’è da vederne di belle!

Ti lascio la mia chiacchierata con l’autore.

La storia vede una serie di personaggi convergere a Berlino, la città che non dorme mai, chi per un motivo chi per un altro. All’inizio sembra quasi impossibile che le loro storie possano, in qualche modo, convergere e invece… Com’è nata questa idea? Era un progetto già presente prima della stesura oppure sono stati i personaggi a “indicare la via” in corso d’opera?

Il punto di partenza di tutte le storie che scrivo sono i loro personaggi. Gli eventi e le disgrazie ai quali li sottopongo sono un pretesto per raccontarne pregi e difetti e provare a mettere sullo sfondo un particolare contesto o momento storico. Le due colonne attorno a cui è cresciuta a poco a poco la storia sono Said e Felice.  Le loro “vite parallele” erano un modo di raccontare come, secondo me, il muro che separa gli esseri umani non è etnico, religioso o linguistico, ma di classe. Felice e Said hanno molte cose in comune oltre al nome (il rapporto con il padre, un’infantile tendenza a ricercare “il benessere assoluto”, il soppesare i propri interlocutori in base al vantaggio che ne possono trarre), ma è la loro classe d’appartenenza che ne calibra costantemente le scelte, gli incontri, l’immaginario, il destino e gli effetti collaterali dei loro sbagli.

Berlino è il minimo comune denominatore di tutta la vicenda. Vivendo in questa città da tanto tempo, quanto ha inciso – se ha inciso – la sua esperienza personale in questo romanzo?

Ha avuto un ruolo fondamentale. Oltre a essere il posto in cui vivo e in cui sono nati i miei figli, Berlino è un tessuto urbano e sociale unico e straordinario. È un agglomerato distrutto, ricostruito e trasformato più volte negli ultimi cento anni e sembra vivere una vita autonoma quasi indipendente dagli individui che lo compongono. Berlino è fatta di mille anime e contesti impossibili da inquadrare in un unico piano sequenza. È un palcoscenico straordinario sul quale provare a mettere in scena una storia.

A parte il nostro gruppetto di eroi, sullo sfondo agiscono anche altre “figure”, ma praticamente  nessuno è spinto a muoversi per altruismo, anzi… tutto sperano di ricavare qualcosa da una determinata situazione. Pensa sia un po’ quello che sta accadendo oggi? L’ingranaggio che muove tutto è l’ipocrisia?

L’individualismo è sicuramente figlio di questo tempo, così come l’ipocrisia che serve a giustificarlo difronte a un sistema di valori che ancora non lo approva del tutto. Secondo me, però, la causa non è di natura “morale”. La mancanza di empatia degli individui e la loro incapacità a vedere “l’altro” sono più che altro un effetto. La vera causa risiede piuttosto nel fatto che ogni idea di “bene comune” è andata poco a poco evaporando di pari passo con tutte le istanze politiche e sociali che provassero a costruirne una qualsiasi forma e riuscissero a sedimentare consenso e aggregazione attorno a essa. Quando manca un orizzonte a cui volgere lo sguardo, è molto più facile ritrovarsi a fissare la punta dei propri piedi.


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Quattro chiacchiere con Rosa Montero

Rosa Montero, giornalista e scrittrice, è autrice del romanzo “In carne e cuore“, di recente pubblicazione con la casa editrice Salani.

Il romanzo s’incentra sulla storia di Soledad, sessantenne appena abbandonata dall’amante, la quale per vendicarsi architetta una particolare vendetta: quella di assumere un prostituto.

Ben presto, però, la situazione le sfuggirà di mano.

Qui puoi leggere la mia recensione completa sul romanzo.

Grazie all’ufficio stampa sono stata in grado di porre qualche domanda a Rosa Montero.

Ecco la mia “chiacchierata” con l’autrice.

Al suo attivo ha già numerosissimi romanzi, ma lei “nasce” come giornalista. Come si articola il passaggio dalla scrittura giornalistica a quella dei romanzi?

In realtà, come la maggioranza dei romanzieri, ho iniziato a scrivere da ragazza. Ho letto un’intervista della Rowling, l’autrice di Harry Potter, che diceva che il suo primo romanzo lo scrisse a soli sei anni: un romanzo su un coniglio che parla. Io ho scritto i miei primi racconti a cinque anni, ed erano su topolini che parlano.

Li conservo ancora. Dacché mi ricordo di me stessa, mi ricordo mentre scrivo, sempre narrativa. Però ovviamente so che non potrei vivere solo di questo (e soprattutto adesso non si deve vivere di solo di questo): infatti ho cercato un lavoro.

Dal momento che amavo scrivere, ho deciso di diventare giornalista, e ciò che è successo è che ho iniziato a lavorare come giornalista mentre ancora studiavo, a 19 anni. Mentre pubblicavo articoli, continuavo sempre a scrivere racconti. E portare avanti entrambe le cose è per me del tutto naturale. La scrittura giornalistica è un genere letterario come qualunque altro, e è raro trovare uno scrittore che coltiva un solo e unico genere. Io mi considero una scrittrice di narrativa, giornalismo e saggistica. Moltissimo scrittori sono anche giornalisti.

Nei suoi romanzi, compreso questo, le donne sono le protagoniste indiscusse. Cos’hanno da dire le sue figure femminili in più rispetto a quelle maschili? 

Dei miei cinque romanzi, ce ne sono due con dei protagonisti assolutamente maschili, e gli altri con un coprotagonista uomo.  La consuetudine è che gli scrittori scrivono la maggior parte dei loro romanzi con protagonisti del loro stesso sesso.

Quello che mi esaspera però è che quando una donna scrive un romanzo con una protagonista femminile, la gente pensa che stia scrivendo sulle donne e di femminismo, mentre quando un uomo scrive un romanzo con protagonista maschile, la gente pensa che stia scrivendo del genere umano. Io non ho alcun interesse particolare a scrivere sulle donne, scrivo del genere umano in generale, ma quello che sta di fatto è che il 51% del genere umano è composto di donne.

Certamente credo che In corpo e carne potrebbe benissimo avere un uomo come protagonista, modificando piccoli dettagli, ma tenendo identico l’essenziale. Infatti molti lettori uomini si sono ritrovati in questo romanzo.

La vita solitaria di Soledad è un’anomalia agli occhi degli altri che si sentono quasi in obbligo di compatirla. Siamo nel 2017 e ancora le donne senza figli sono da guardare con pietà. Insomma, non supereremo mai questi preconcetti? 

Partiamo dal presupposto che, anche se siamo avanzati molto, continuiamo a vivere in una società molto sessista e piena di pregiudizi. La donna senza figli continua ad essere vista come un’eccezione o una persona egoista. Però questo pensiero sessista non affligge solo le donne che non sono madri, ma anche quelle che lo sono. Quello che voglio dire è che il maschilismo impone che le donne madri rispettino un certo modello. Recentemente sono stata a una tavola rotonda di scienziate donne, ricercatrici all’avanguardia e eccezionali nel loro campo, e una di loro  ̶̶  un’andalusa di quarantotto anni – ha spiegato le difficoltà che ha avuto nel costruirsi la sua carriera, essendo madre di un bambino. E ha detto: «Il primo giorno che ho dovuto lasciare mio figlio alla scuola materna mi è venuto da piangere, però di gioia. E questo mi ha suscitato un gran senso di colpa».

In definitiva, credo che tutte noi donne dobbiamo lottare per liberarci dei pregiudizi sessisti che noi stesse abbiamo fatto nostri.

Uno degli scrittori maledetti, di cui Soledad cura la mostra, si rivela essere una figura invitata, ma la sua storia è così speciale e potente da risultare vera. Come le è venuto in mente questo personaggio? Ha pensato di dedicargli un libro? 

Ahah, grazie molte…

Girando intorno a questa storia per diversi mesi, perché serviva inventare qualcosa che riflettesse simbolicamente la trama principale (infatti, se guardi bene, questa vicenda raccoglie in qualche modo tutti gli ingredienti della vita di Soledad), a poco a poco ci sono arrivata. Non credo che fosse necessario scriverci un intero libro al riguardo, però ti informo che in questo momento c’è una drammaturga che sta componendo la sua opera a partire da questo racconto.

È la prima volta che leggo di un’autrice che fa un cameo in un proprio libro. Com’è rendere una versione di sé su carta? 

Ahah, nella mia scrittura io uso tantissimi giochi di parole. Per me il confine tra realtà e finzione è molto sottile, sfocato, scivoloso, e mi piace giocare in questa zona d’ombra, inserendo personaggi reali o cose del genere: ad esempio, Ana Santos Aramburo, la direttrice della Biblioteca Nazionale, anzi, la direttrice della Biblioteca Nazionale di tutta la Spagna.

Anna è una mia amica, e non mi rendevo nemmeno conto che la stavo rendendo un personaggio, tanto che quando ho terminato la prima bozza, gliela inviai subito e le dissi: «Anna, ti ho scelto come personaggio e ti faccio anche parlare molto, prova a vedere se questa cosa ti va bene… », e per fortuna le è andato bene, ahah.

Così anche il mio “cammeo” è parte dello stesso gioco e mi sono anche divertita molto a guardarmi attraverso gli occhi della mia protagonista, perché Soledad mi odia all’istante: odia i miei tatuaggi, la maniera in cui mi vesto, crede che io mi voglia darmi l’aria da giovane, ahah… E non sbaglia, io sono molto Peter Pan, ma il fatto di esserlo mi risulta congeniale, non mi infastidisce per nulla, al contrario credo che è il bambino che è in me quello che scrive, che crea… però per il personaggio sarà fatale.

Per un’altra ragione, la mia presenza in questo capitolo è importante perché avverto Soledad che la vita immaginaria è comunque vita, e questo la aiuta a terminare il romanzo molto meglio di come è iniziato.


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Quattro chiacchiere con Guido Mina di Sospiro

Guido Mina di Sospiro è l’autore di Sottovento e Sopravvento, in libreria per Ponte alle Grazie dal 25 maggio.

Con il pretesto dell’avventura e della cerca di un tesoro dimenticato su delle magnifiche isole gemelle nel Mar dei Caraibi, il libro tocca temi importanti e complessi, affrontandoli in un’analisi articolata e densa di riferimenti alchemici, esistenziali e filosofici.

Questa è la mia chiacchierata con l’autore.

Scrivere basandosi su di un progetto consolidato da seguire oppure partire da un’idea e vedere, in corso d’opera, come si sviluppa. Lei che tipo di scrittore è? Cosa preferisce tra queste due alterative o se preferisce entrambe?

Dunque, non scrivo sequenzialmente, scrivo di qua e di là e poi “unisco i puntini con delle righette”. Questo libro si presta particolarmente a questo modo di scrivere, perché è molto frazionato. Altri libri, molto più lineari all’apparenza, in realtà sono ugualmente scritti in quel modo: un paragrafo qui un paragrafo là appunto per non sedare l’ispirazione e anche per non costringersi a scrivere.

Nel caso di questo libro, poi, gli spunti erano tanti… tutte mie passione e io mi sono divertito a passare da una all’altra, passando tra i due background molto diversi dei due protagonisti per poi farli trovare, così diversi l’uno dall’altra.

Quindi, quanto c’è di lei in questo libro? Quanto ha inciso – se ha inciso – la sua esperienza personale?

Di me personalmente direi poco, perché non mi rivedo in nessuno dei due protagonisti. Però, come rappresentanti di certi tipi di pensare, di vivere e di modi agire sì.

Marisol, all’inizio almeno, rappresenta proprio una personalità pura, addirittura quasi patologica. Quando va a Cuba è un’esperienza che ho vissuto molto da vicino perché ho vissuto in contatto con l’esodo cubano a Miami per tanti anni, quindi il dramma della diaspora l’ho vissuto molto da vicino.
La questione del cacciatore di tesori poi mi ha molto interessato sin da bambino (ovviamente con Robert Loius Stevenson).

Soprattutto sia in lei sia in lui la motivazione che li spinge non è nessuna della triade di oggi (soldi, sesso e potere). Nella maggior parte dei libri o dei film che vediamo i protagonisti sono, infatti, motivati da quelle tre cose; in questo caso, no. Lei è alla ricerca di cose diverse che non trova e lui è alla ricerca di questo tesoro che non trova. Poi assieme trovano qualcos’altro…

Infatti, i due personaggi che sono “solo” due ma rappresentano, uno per un motivo l’altra per un altro, due dualità di modi di pensare completamente diversi, ma comunque unibili.
Una volta tornati alla realtà, però, tutto questo in un certo qual modo sparisce…

Sì, perché escono da quel varco spazio-temporale. Rimangono comunque affezionati l’uno all’altra, ma hanno vite differenti.

Penso che lei cambi moltissimo nel corso della narrazione; lui anche, ma in modo diverso. Diciamo, infatti, che Christopher era un uomo abituato un po’ a vivere alla giornata. Mentre lei era molto cerebrale, molto costruita e, quindi, più avulsa dalla vita rispetto a lui.

Sono complementari. Sono proprio un po’ sottovento e un po’ sopravvento, animus e anima, cioè la congiunzione degli opposti che avviene in maniera alchimica su quell’isoletta. Poi, invece, capiscono di non aver mai capito niente.

Una volta arrivati a quel punto tutto quello che lei pensava prima, tutte le sue nozioni imparate anche con fatica (alcune delle quali molto astratte) vengono accantonate. E anche quello che lui pensava – che era molto meno – e credeva viene accantonato.

Anche il tesoro enorme, che trovano in quelle isole, è un tesoro che non interessa più.

Per entrambi i protagonisti, il naufragio è come se fosse una sorta di epifania, perché bene o male entrambi scoprono una parte di loro stessi. Se lei dovesse consigliare al lettore come imparare ad accettare se stessi senza necessariamente ricorre a un naufragio, quale consiglio si sentirebbe di dare?

Non saprei, perché più l’accezione di se stessi (che sarebbe più il “Candid” di Voltaire), questa è una trascendenza di se stessi cioè accettare i propri limiti ma anche cercare di travalicarli.

L’importante è cercare in tutti i sensi. Poi la ricerca può diventare anche un’iniziazione. E assolutamente non restare fermi.

… dopo l’epifania ci si può anche fermare, perché la trasformazione è avvenuta!

La difficoltà è riuscire, però, in questa epifania…

Eh, sì, non è facile. È un invito. Questo, secondo me, è un libro che dà speranza.

La sensazione che ho avuto, leggendo il libro, è stata quella di mettere davanti al lettore il fatto che si può sì sperare, ma bisogna anche cercare di “cavarsi un po’ le gambe” da soli, cercare insomma di agire in base a quelle che sono, usando la metafora del mare, tutte le varie tempeste che possono presentarsi durante il corso della vita.
Per questo il ritorno alla realtà che hanno i due protagonisti è un po’ come se fosse il mare dopo la tempesta… 

Sì, è proprio così. In termini psicoanalitici, è il principio di individuazione quello che lei descrive.

L’importante è continuare a cercare; poi magari si cerca anche la cosa sbagliata, però non si può sapere all’inizio. In fondo, poi, a fine percorso si potrebbe trovare qualcosa di ancora più importante. Se non ci cerca, però, non si arriva da nessuna parte.


Il libro “Sottovento e sopravvento” di Guido Mina di Sospiro sarà disponibile dal 25 maggio 2017. E ancora grazie all’autore per il suo tempo!

Qui puoi leggere la mia recensione del libro.


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