
Titolo originale: The Case of the Gilded Fly
Autore: Edmund Crispin
Genere: Giallo
Anno di pubblicazione: 1944
Titolo in Italia: La mosca dorata
Anno di pubblicazione ITA: 2026
Traduzione di: Mariapaola Dèttore
Pagine: 240
– Ho ricevuto una copia di questo libro –
Oxford, 1940. In città sta arrivando una compagine di attori per mettere in scena Metromania, l’ultima opera di Robert Warner, deciso a giocarsi tutto su questo nuovo spettacolo e pronto, in caso di successo, a tornare a Londra.
Tra attori, giornalisti, musicisti e professori universitari, c’è qualcuno che però sembra avere un talento particolare nel creare problemi: Yseut Haskell, giovane attrice di non rilevante talento ma di notevole capacità nel seminare discordia.
Ex amante di qualcuno, oggetto del desiderio di qualcun altro e detestata da buona parte della compagnia, Yseut ha già l’etichetta di vittima prima ancora che la storia inizi.
E infatti, quando viene trovata morta colpita da un proiettile, c’è solo l’imbarazzo della scelta nell’individuare il possibile assassino… o forse no, perché in realtà la polizia sembra proprio propendere verso l’ipotesi del suicidio.
L’unico a non essere convinto è Gervase Fen, professore di letteratura inglese e accademico eccentrico con una passione decisamente più spiccata per i delitti che per la tranquillità universitaria.
La mosca dorata è un giallo “vecchia scuola” con una compagnia teatrale piena di segreti, relazioni sentimentali complicate, rivalità, false piste e un omicidio apparentemente impossibile.
E, naturalmente, non può mancare l’elemento che dà il titolo al romanzo: un curioso anello con una mosca dorata, trovato al dito della vittima.
Il problema è che, almeno per me, il gioco funziona molto meno di quanto prometta.
Partiamo da una cosa che trovo piuttosto curiosa per un romanzo che si presenta come un giallo: l’omicidio arriva dopo più di metà libro.
Per una buona parte della storia, Crispin si dedica alla presentazione della compagnia teatrale, dei rapporti tra i personaggi e dell’ambiente universitario di Oxford.
Non è necessariamente un difetto, anzi è una scelta che ho apprezzato ottima per costruire l’atmosfera e presentarci i possibili sospettati; tuttavia viene protratta troppo a lungo per i miei gusti.
Giusto preparare il terreno, ma abusare di un tale escamotage – che fatica poi a tenere viva l’attenzione – non fa altro che aumentare la sensazione di perdersi in minuzie.
Quando finalmente arriva il delitto e finalmente si pone la domanda fatidica (chi ha ucciso Yseut e come?), arriva anche uno degli aspetti più curiosi del libro: Fen ha già capito tutto (tre minuti dopo che il delitto è avvenuto, cit).
E quindi perché la storia ci mette un altro centinaio di pagine a chiudersi?
Da quel momento in poi il lettore dovrebbe essere impegnato a ricostruire il meccanismo del delitto insieme a Fen, ma il problema è che Fen sembra giocare una partita diversa dalla nostra.
E arriviamo così alla ricostruzione finale che è probabilmente la parte che mi ha convinta meno.
Il meccanismo dell’omicidio è talmente legato alla disposizione degli ambienti, ai movimenti dei personaggi e alla struttura dell’edificio che, per poterlo apprezzare davvero, avrei avuto bisogno di avere molto più chiaramente in mente gli spazi in cui si svolge la scena (e Crispin non mi è sembrato particolarmente generoso nelle descrizioni).
E quando un giallo basato su un meccanismo apparentemente geniale ti costringe a pensare più a «Aspetta, ma quella stanza dov’era rispetto all’altra?» che a «Ah, ecco come ha fatto!», forse qualcosa non ha funzionato del tutto.
Pur apprezzando l’umorismo e l’ambientazione oxfordiana, la ricostruzione dell’omicidio è di difficile comprensione, i dettagli del crimine improbabili e il movente poco convincente.
E poi c’è lei, la mosca dorata del titolo.
La vittima viene trovata con questo curioso anello a forma di mosca al dito e, inevitabilmente, viene da pensare che quel dettaglio debba avere un ruolo fondamentale nell’indagine.
E invece… non proprio… il che mi potrebbe andar bene se la cosa fosse trattata in stile MacGuffin hitchcockiano.
Tuttavia – senza spoilerare troppo – questo anello rappresenterebbe una sorta di firma simbolica dell’assassino, un’allusione alla reputazione e alla vita sentimentale della vittima.
A conti fatti però una motivazione un po’ fumosa (considerato il resto che emerge).
Eppure La mosca dorata non è un libro completamente privo di fascino.
Crispin ha una scrittura arguta, un certo gusto per l’ironia e soprattutto una notevole capacità di costruire quell’atmosfera da giallo inglese d’altri tempi, in cui un professore universitario può improvvisarsi investigatore, gli intellettuali discutono di letteratura mentre qualcuno viene ammazzato lì accanto e una compagnia teatrale sembra composta esclusivamente da persone che avrebbero ottime ragioni per odiarsi.
È anche evidente che questo è il primo romanzo di Crispin e il primo caso di Gervase Fen: alcune delle caratteristiche che nei romanzi successivi sembrano essere diventate più naturali qui sono ancora un po’ acerbe.
Una piccola curiosità editoriale riguarda appunto l’ordine dei romanzi.
La mosca dorata è infatti il primo caso di Gervase Fen, pubblicato in Inghilterra nel 1944, ma non è stato il primo romanzo della serie a essere riproposto da Blackie.
L’editore ha infatti iniziato nel 2025 con Il negozio fantasma, che nella serie originale è il terzo libro, uscito nel 1946.
Una scelta curiosa, probabilmente legata alla maggiore notorietà de Il negozio fantasma.
Nulla che impedisca di leggere i romanzi singolarmente, trattandosi di indagini autoconclusive, ma se volete seguire l’eccentrico professore di Oxford in ordine cronologico, sappiate che dovrete fare un piccolo passo indietro.
Insomma, La mosca dorata è uno di quei libri che mi ha interessata più come curiosità del giallo classico che come giallo in sé.
L’idea c’è, l’atmosfera anche, Fen è un personaggio interessante e alcune trovate sono decisamente brillanti, ma sul resto c’è qualcosa che stona.
Una lettura piacevole per chi ama i gialli della Golden Age e non ha problemi con un po’ di eccentricità e di erudizione; meno convincente, invece, per chi dal mistero cerca soprattutto un enigma limpido, solido e soddisfacente da risolvere insieme al detective.

