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Atti umani

atti umani han kang

Titolo: Atti umani
Autrice: Han Kang
Genere: Narrativa contemporanea/Storico
Traduzione di: Milena Zemira Ciccimarra
Pagine: 205

Maggio 1980, Gwangju, Corea del Sud.

Siamo in una palestra comunale satura di corpi; l’orribile tanfo è soffocante.

Dei ragazzi stanno prestando servizio volontario per accogliere eventuali parenti dei defunti, mentre una dietro l’altra, quasi senza sosta, si celebrano funzioni di massa.

Per comprendere appieno la ferocia di quei giorni, bisogna fare un passo indietro e guardare al complesso scacchiere politico che stringeva il paese in una morsa soffocante.

In quegli anni, la Corea del Sud viveva sotto il giogo di una rigida giunta militare guidata da Chun Doo-hwan, salito al potere attraverso un colpo di Stato.

La nazione intera era lacerata da una tensione perenne, alimentata dal terrore della minaccia nordcoreana e condizionata pesantemente dalle influenze geopolitiche delle superpotenze, in primis Stati Uniti e Russia, pronte a sostenere regimi autoritari pur di mantenere il controllo sull’area.

Quando la popolazione civile di Gwangju osò scendere in piazza per protestare contro la dittatura e la legge marziale, la risposta dello Stato fu una carneficina brutale, un bagno di sangue che ha segnato per sempre l’anima del paese.

Atti umani è un romanzo duro, spietato che mostra una crudeltà che forse l’umanità ha davvero insita in se stessa.

Non si può liquidare con un semplice “bello, leggetelo“, perché ci troviamo di fronte a un’opera profonda e delicata che ha l’imperativo morale di essere letta: serve a ricordare, a dare un senso (anche minimo) al sacrificio di quelle persone, a squarciare il velo su una tragedia troppo spesso dimenticata (lo stesso governo sudcoreano la riconobbe solo anni dopo).

Tra queste pagine emerge con forza immensa il dolore dei sopravvissuti, la loro faticosa e dolorosa difficoltà a rifarsi una vita, l’assurdità a volte della vita stessa e la drammatica constatazione di quanto tutto possa essere precario.

Dall’altro lato, il libro mette a nudo l’impotenza dei familiari, il loro disagio e quel senso di colpa viscido e persistente per non aver capito, per non essere intervenuti o per non aver fatto abbastanza — pur sapendo che, in realtà, non avrebbero comunque potuto fare nulla.

Un senso di colpa che resta attaccato addosso come una macchia di sporco impossibile da lavare via.

La struttura polifonica del romanzo, in cui le voci dei morti e dei sopravvissuti si alternano, è eccezionale (anche se confesso che l’uso della seconda singolare mi ha un po’ spaesata; una scelta sicuramente mirata della scrittrice per trascinarci direttamente dentro l’esperienza del trauma, ma che mi ha reso la lettura particolarmente faticosa e disorientante).

La scrittura di Han Kang è chirurgica, tersa e dotata di un “lirismo spietato” capace di unire una grande delicatezza formale alla brutalità dei fatti.

Insomma nonostante questo “spaesamento” stilistico, resta un libro fondamentale, un pugno nello stomaco che scava nel profondo e ci costringe a fare i conti con la memoria e con il senso di umanità.

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