La donna in bianco

Quale terribile segreto nasconde la misteriosa figura femminile che si aggira di notte per le buie strade di Londra? Questo è solo il primo di una serie di intrighi, apparizioni e sparizioni, delitti e scambi di identità che compongono la trama della Donna in bianco, tessuta con magistrale sapienza da Wilkie Collins. Nel 1860 Charles Dickens pubblicò il romanzo a puntate sulla sua rivista «All the Year Round» suscitando uno straordinario interesse nel pubblico, che seguì per un intero anno le vicende della sventurata Anne Catherick e quelle degli altri personaggi, descritti con impareggiabile abilità psicologica, come l’impavida Marian Halcombe, il coraggioso Walter Hartright e l’affascinante quanto ambiguo conte Fosco. È passato un secolo e mezzo e le cose non sono cambiate. Anche il lettore moderno più smaliziato non può che rimanere piacevolmente intrappolato negli ingranaggi di questa straordinaria macchina narrativa, che ha segnato per sempre la tradizione del mistery, facendo guadagnare al suo autore l’attributo di “padre del poliziesco moderno”. Non c’è lunghezza che tenga: di un libro del genere si arriva sempre al fondo con rimpianto. La donna in bianco è anche un musical di grande successo realizzato da Andrew Lloyd Webber.

L’autore

Wilkie Collins nasce a Londra l’8 gennaio 1824. Il padre William, paesaggista, ha in mente per il figlio un futuro fuori dal mondo dell’arte. Infatti Wilkie all’inizio si cimenta con il commercio del thè, scoprendo, però, di non essere tagliato per le attività mercantili. A quel punto decide di studiare giurisprudenza al Lincoln’s Inn: nel 1851 ottiene l’abilitazione all’avvocatura, ma tale carriera non gli dà lo sperato successo. Solo iniziando a scrivere scoprirà la sua vera vocazione che si accompagnerà a quella per la pittura – Collins arriverà ad esporre le sue opere alla Royal Academy in una mostra nell’estate del 1849. Ma la sua vera passione rimarrà comunque la letteratura, passione che lo porterà ad essere riconosciuto come il padre del genere poliziesco. La sua prima opera è dedicata al padre, morto nel 1847, Memoirs of the Life of William Collins, edita l’anno successivo. Quindi pubblica due romanzi: Antonina nel 1850 e Basil nel 1852. Nell’aprile dello stesso anno incontra, grazie al suo amico Augustus Egg, Charles Dickens e scrive per la sua rivista, un settimanale, Household Words: è l’inizio di un lungo rapporto di lavoro e d’amicizia lungo dieci anni. G.K. Chesterton ebbe una volta modo di scrivere relativamente a Dickens e Collins: «Erano due uomini che nessuno può superare nello scrivere storie di fantasmi». I due amici e collaboratori decidono di fare un viaggio in Francia. Questo viaggio avrà un significato straordinario non solo per la vita artistica dei due scrittori ma soprattutto per l’intera storia della letteratura. I due tornano infatti dalla Francia recando sotto il braccio un libro che sarà destinato a cambiare l’intero corso letterario del genere mistery, la Recueil des causes célèbres di Maurice Mejean, che riportava in una raccolta tutti i principali casi giudiziari di cronaca nera compresi tra il 1807 e il 1814.

Il primo romanzo maturo di Collins risale al 1860: ispiratogli da un fatto personale realmente accaduto e improntato agli influssi balzachiani, La donna in bianco è un complicatissimo romanzo a tinte forti, che in sostanza preclude a quello che sarà poi il suo capolavoro definitivo, La pietra di Luna, del 1868, appassionante romanzo raccontato a più voci in cui si narra di un prezioso gioiello andato perso e dell’onore di una ragazza che rischia di essere macchiato. A partire dal 1870 però, anno della morte di Dickens, la fama di Collins comincia a scemare, iniziò a soffrire di artrite, finì col diventare dipendente dall’oppio, sviluppò una sindrome paranoica che lo portò a credere di essere sempre accompagnato dal suo alter ego. Nel suo romanzo The Moonstone tratterà proprio degli effetti dell’oppio. Collins non si sposò mai, ma nel 1858 si innamorò di una vedova, Caroline Graves, con la quale convisse per molti anni. Questo non gli impedì di avere tre figli da un’altra donna, Martha Rudd. Di fatto, Collins ebbe una relazione con entrambe le donne, durante gli ultimi vent’anni circa della sua vita.  Wilkie Collins muore il 23 settembre 1889 e viene seppellito al Kensal Green Cemetery.

Hanno detto di questo libro

«Il più bello dei romanzi polizieschi inglesi moderni.»
T.S. Eliot

«Un thriller che tiene ancora benissimo
Carlo Fruttero, TTL – La Stampa

«Un romanzo di sconcertante modernità
Francesca Lazzarato, il manifesto

«Tenetevi almeno tre giorni liberi per godervi il libro al meglio
Irene Bignardi,«Vanity Fair

Titolo: La donna in bianco
Autore: Wilkie Collins
Genere: Sensational fiction
Casa editrice: Fazi
Pagine: 756
Prezzo ed. cartacea: 18,50€

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Disponibile dal 22 novembre 2018!


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Senza nome recensione

Titolo: No nome
Autore: Wilkie Collins
Genere: Romanzo (Sensational fiction)
Anno di pubblicazione: 1862
Titolo in Italia: Senza nome
Anno di pubblicazione ITA: 1999 (?*)
Trad. di: Adriana Altavilla

Combe-Raven, bellissima residenza dell’alta borghesia inglese. La abitano un padre affettuoso, una madre premurosa, due figlie bellissime e intelligenti e una governante fedelissima e dal pugno di ferro.

E le cose, in verità, non potrebbero andare meglio: l famiglia gode di tranquillità negli affetti e stabilità economica; Lady Vanstone aspetta un altro bimbo; la figlia più giovane, Magdalen, si sposerà a breve con Frank il pupillo di suo padre Mr Vanstone.

Cosa potrebbe andare storto? Be’, in verità la dea bendata sembra aver voltato bruscamente le spalle ai Vanstone e tutto precipita in un battito di ciglia.

Mr Vanstone muore in un incidente ferroviario; sua moglie, e il loro piccolo nascituro, lo seguiranno a breve per il dolore e lo shock della perdita.

Ma ancora non è finita. I due signori Vanstone – per una serie di vicissitudini che verrano fuori nel corso della narrazione – non erano sposati. Hanno, quindi, “vissuto nel peccato” e ora questo peccato si abbatte come un macigno sulle giovani e inermi figlie.

Il patrimonio di famiglia passerà a un fratello del padre, meschino e avaro, il quale deciderà di tenersi tutto per sé riservando alle povere ragazze, e solo dietro loro esplicita richiesta, cento sterline (delle 80.000£ che compongono il patrimonio del loro defunto padre… insomma, proprio un samaritano caritatevole questo zio!).

Le due ragazze, senza nome e senza denaro, dovranno far i conti con una vita priva degli affetti più cari e già colpita da una grande ingiustizia.

Tuttavia, Magdalen non pare pronta ad accettare passivamente questo nuovo destino è ben presto ordirà il suo piano di vendetta.

«Niente a questo mondo rimane nascosto per sempre.
L’oro che è rimasto sotterrato per secoli nel terreno, a un certo punto spunta in superficie.
La sabbia è traditrice e mostra i piedi che l’hanno calpestata;
l’acqua restituisce alla superficie del corpo che era annegato.
Persino il fuoco lascia traccia, sottoforma di cenere, della sostanza che ha consumato.
L’odio evade dalla prigione segreta del pensiero attraverso la porta degli occhi
e l’amore scopre il Giuda che lo tradisse grazie a un bacio.
Ovunque si guardi, la legge inevitabile della liberazione è una delle leggi della natura:
un segreto che rimane tale è un miracolo a cui il mondo non ancora avuto la fortuna di assistere.»

Proprio come in un british drama, Senza nome inizia con una carrellata sulla quotidianità.

La casa si sveglia e i suoi abitanti si preparano alle loro giornate mentre il sole inizia il suo cammino in cielo. Così – ovviamente per primi perché sono loro i primi a mettere in moto la macchina familiare – ecco i domestici: la cuoca, le cameriere e i camerieri. Poi ecco che arrivano anche gli effettivi membri del nucleo familiare.

Al solito, Collins ci delizia con questi caratteri magnifici e in continua evoluzione, dove nessuno è bianco o nero (salvo rarissime eccezioni), ma l’animo umano è ricco di infiniti frammenti come un caleidoscopio.

Magdalen, un po’ titubante nell’animo ma determinata nella sua vendetta (tanto da accettare di azzerare se stessa pur di ottenerla), si riscuote – o almeno cerca – da un futuro che non le appartiene; sbaglia e impara, ma la fortuna sembra contraria a chi cerca l’escamotage nella vita (Ah, caro Collins, fosse così davvero…). Di contro Norah, la sorella maggiore, esempio di rettitudine e determinazione, accetta ciò che il fato le ha proposto senza abbattersi, senza meditare vendette, ma rimboccandosi le maniche e cercando di ricevere il meglio da una situazione disperata.

Così come avevo amato il Conte Fosco de “La donna in bianco“, anche qui ho adorato il capitano Wragge, vero esempio di malandrino dal cuore tenero. Vanesio, maleducato e terribilmente venale, il capitano subisce una trasformazione profonda che, alla fine del romanzo, lo porterà a diventare un imprenditore rinnovato con una vena furbesca che – probabilmente – mai lo abbandonerà.

E, a proposito di sciocchi, un piccolo accenno non posso non farlo a Francis (Frank) Clare Jr., il protetto dei Vanstone di cui scrivevo all’inizio. Frank è davvero una piaga per l’umanità – e gli sto facendo un complimento -, un’ameba di persona buona solo a rubare l’aria agli altri.
Ma anche la sua inutilità ha un certo scopo nella narrazione di Collins: dimostrare che spesso sono proprio gli sciocchi, i vittimisti e gli indolenti a ottenere le migliori occasioni dalla vita.

Tuttavia qui, a differenza di quello che avviene con “La donna in bianco“, i personaggi scadono un poco di più nelle macchiette (come la figura, tenera ma dodda, di Mrs Wragge) e in schemi già noti (come il menefreghismo e la totale mancanza di spina dorsale di Mr Noel Vanstone che ricorda molto quella di Mr Hascombe). E quelli che lasciano un’impronta al lettore sono davvero pochi (per me è stato solo il capitano Wragge… simile, per le sue macchinazioni e la sua scaltrezza, al Conte Fosco).

Nonostante la narrazione, per certi versi molto simile – sebbene a parti invertite – a “La donna in bianco“, colpisca con le continue peripezie e gli incastri degni di uno sceneggiatore dispettoso (sennò non sarebbe una sensazional fiction!), in questo caso la lettura mi è risultata un poco più uggiosa.

Forse – ripeto – era la sensazione di déjàvu, ma sicuramente le troppe pagine (che si perdono in qualche inutilità), i troppi (davvero troppi) intoppi nelle peripezie dei protagonisti, le tante considerazioni sorvolabili e le elucubrazioni dei personaggi ripetute con una certa insistenza non agevolano la lettura.

Tuttavia, non si può tacere l’attenzione, sempre dominante nelle pagine dei romanzi di Collins, per un aspetto sociale coevo. In questo caso, la tutela della volontà dei defunti e la difficile situazione dei figli illegittimi (per la serie: le colpe dei genitori non devono ricadere sui figli… un pensiero molto moderno per la Londra vittoriana).


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(*) Non sono riuscita a trovare una data di pubblicazione italiana antecedente al 1999 (curata da Fazi). Se qualcuno possedesse notizie più certe circa la prima edizione in assoluto della versione italiana di questo romanzo, è caldamente invitato a farmelo sapere (cosicché io possa eventualmente correggere). Grazie!

La donna in bianco: I classici di The Books Blender

Mea culpa: era un bel po’ che non aggiornavo questa rubrica, ma a mia parziale discolpa non è semplice trovare un libro da indicare come lettura altamente consigliata… anzi, diciamo pure d’obbligo.
Insomma, oggi l’articolo è dedicato a La donna in bianco di Wilkie Collins.

Nel precedente “episodio” de I classici di The Books Blender avevamo avuto modo di parlare – lungamente… ehehe! – de I Miserabili, capolavoro di Victor Hugo. Vorrei ora soffermarmi un attimo per spiegare che si tratta di due generi diversi… di due libri diversi, ma entrambi letture assolutamente da non perdere.

L’approccio alla storia è differente; ma l’attenzione per i personaggi è certosina. Il secondo è ricco di considerazioni – ancor oggi valide – sulla giustizia, il senso del dovere e quello civico, il rispetto per se stessi e per gli altri, sulla redenzione, ma anche sull’opportunismo, l’ipocrisia e l’amarezza. Il primo, da molti considerato il vero capostipite del genere investigativo, guarda più all’inganno e al tradimento come elementi pregnanti della nostra società, sebbene ben nascosti al suo interno.

Detto questo veniamo a parlare de La donna in bianco, un libro assolutamente da considerare se si è appassionati di gialli e mistery in modo da comprendere l’origine di un genere molto diffuso e apprezzato ancora oggi (cui gli autori contemporanei continuano ad attingere).

Dopo avergli salvato la vita, il signor Pesca, italiano tarchiatello, genuino e dai modi molto espansivi (che destabilizzano un po’ gli inglesi con il loro imperturbabile aplomb), s’intende di rendere al suo salvatore, Walter Hartright, lo stesso favore.
In breve il destino pare fornirgli l’occasione perfetta per sdebitarsi con l’amico e, tramite una specie di passaparola, Pesca trova a Hartright il lavoro di una vita (ben pagato, famiglia rispettabile, ect.).

La sera prima che Hartright si rechi a Limmeridge House per cominciare il suo nuovo fantastico – e ben pagato – lavoro, la madre e la sorella lo trattengono a lungo per i saluti e addii vari.
È sera tarda quando Walter Hartright è libero di tornare a Londra.

Lungo la strada di rientro, immerso nella tipica brughiera inglese, improvvisamente una mano emersa dal buio gli blocca una spalla. E Walter non può credere ai suoi occhi: una donna minuta, molta bella sebbene un po’ sciupata e completamente vestita di bianco gli chiede di indicarle la via per Londra. Da perfetto British man, Walter si offre di accompagnare la donna lungo il percorso per garantirle una “traversata” sicura attraverso la brughiera.

A parte i candidi vestiti, la donna è molto sfuggente: salta da un argomento all’altro, non vuol spiegare il motivo della sua presenza quella notte – a quell’ora tarda – né spiegare nel dettaglio dove ha intenzione di andare una volta arrivata a Londra. Chiede solo di non essere ostacolata in alcun modo dal suo accompagnatore.

Tra discorsi lasciati cadere e altri un po’ strambi e sbalzi d’umore improvvisi, Walter scopre che la donna abitava o comunque aveva una certa dimestichezza con Limmeridge House, il luogo nel quale presto Walter presterà servizio come insegnate di disegno e pittura.

Illustrazione di John McLenan dalla prima edizione de La donna in bianco di Wilkie Collins, Harper & Brothers, New York

Insomma, ai margini i Londra, i due trovano una carrozza; la donna in bianco sale a bordo e scompare nella notte. Ma a Walter qualcosa continua a non tornare. Fino a quando non scopre un dettaglio inquietate dalla conversazione di due uomini giunti poco dopo che la carrozza è sparita nella notte: la donna in bianco è fuggita dal manicomio!

Tuttavia questa sembra essere solo una breve parentesi pittoresca (aver aiutato una matta!) nella vita di Walter che, l’indomani, parte per Limmeridge House. Arrivato lì fa la conoscenza del suo nuovo padrone, Mr Fairle, e delle due allieve. Se dal primo scaturisce un senso di disgusto e fastidio per i modi estremamente lassi, il suo esser preda di mal di testa costanti, infastidito dalla luce del sole e dal suono stesso delle parole, dalle due allieve Walter riceve invece un senso di profonda ammirazione. Miss Marian Halcombe, pur non essendo meravigliosa di viso, ha una mente sagace e veloce; l’altra, Miss Laura Fairle (le due sono sorelle di padri diversi per questo il cognome non è lo stesso), è una donna bellissima e minuta e… con una inquietante somiglianza alla donna in bianco! Com’è possibile?

Mi sono infognata ancora una volta con i delitti vittoriani grazie a Kate Summercale e il suo Omicidio a Road Hill House. Quest’ultimo, per la verità, non tratta di un caso di finzione, ma riguarda uno dei – tanti – delitti che fioccarono nella rispettabile Inghilterra vittoriana.

E l’aspetto, infatti, che trovo più interessante è proprio questa continua danza tra società e delitto: cioè il modo in cui il crimine – con tutte le sue implicazioni – influenza non solo e drammaticamente la vita di una famiglia, ma anche l’intera società modificandone gli usi, i comportamenti e talvolta persino innovando a livello “tecnologico” (come nel caso, ad esempio, dell’omicidio di Mr. Briggs che fu il motore per l’introduzione di importanti migliorie sui treni inglesi).

La signora in bianco fa parte poi – anzi, ne è il capostipite – di un genere, detto sensational fiction, che si sviluppò nella Londra vittoriana proprio a seguito di questa maggior attenzione e, in un certo qual modo, spettacolarizzazione del delitto da parte dell’opinione pubblica (un altro esempio di sensational fiction che abbiamo avuto modo di affrontare in passato è Il segreto di Lady Audley di Mary Elizabeth Braddon).

Ma gli intenti della sensational fiction non erano certo quelli di inneggiare all’omicidio o aggiungere altra morbosa attenzione alle umane vicende.
Questo genere, infatti, si sofferma più sull’intimità e le dinamiche interne a una famiglia (generalmente rispettabile), spesso molto diversa da come appare in pubblico o in presenza di estranei; sui segreti che spesso si possono nascondere tra le mura domestiche; sulle passioni travolgenti o errori in buona fede e, di contro, sulla perfidia e ingegnosità di certe figure. Nel mix non mancano altri elementi dotati di attinenza con altri generi letterari come il gotico, il romantico, il giallo e il mistery.

E, infatti, anche qui ne ritroviamo numerosi elementi: un segreto nascosto dietro un’apparente facciata di benessere e solidità morale; un’investigazione, più o meno dilettantistica, che si scontra con i ricordi offuscati e contrastanti dei pochi testimoni; foschi presagi e strane premonizioni.

Prima edizione americana de “La donna in bianco” [Fonte: Wikipedia.org]
La storia si svolge come una catena – prendo in prestito la similitudine da Mr. Gilmore, l’avvocato della famiglia Fairle e secondo narratore – cui ogni narratore (mi scuso per la ripetizione) contribuisce ad aggiungere un anello.
Praticamente, la narrazione prosegue grazie al racconto di più personaggi che si passano di volta in volta il difficile onere di portavoce.

Le varie testimonianze raccontano gli eventi in maniera diretta e al cambiamento di oratore cambia anche il modo in cui gli eventi vengono raccontati.
Ad esempio, Mr. Hartright è più “poeta” rispetto a Mr. Gilmore: il primo si sofferma anche sulla descrizione degli ambienti, sulle sue sensazioni in relazione ai personaggi, agli eventi e all’ambiente stesso, analizza ricordi, riporta molti dialoghi diretti; mentre il secondo, Mr. Gilmore, da bravo avvocato, è più diretto, interessato agli eventi più che alle sensazioni, le quali trovano sì un certo spazio ma in modo diverso e meno sviolinato di Mr. Hartright.

E non solo i personaggi hanno il loro peculiare modo di raccontare la loro parte di storia, ma ognuno di loro, a seconda della conoscenza più o meno profonda che può vantare dei fatti, interpreta i comportamenti e le affermazioni degli altri in maniera diversa.

Ovviamente, il lettore, avendo in mano tutti i tasselli giusti per inquadrare i vari atteggiamenti e le varie espressioni dei personaggi, sa qual è la vera interpretazione da attribuire a un determinato comportamento e, quindi, non gli resta che godersi le “cantonate” dei personaggi ridendosela sotto i bassi.

Questo non vuol certo dire che tutti i personaggi siano in malafede o “malvagi”.

Anche il grande antagonista, il Conte Fosco, che per certi aspetti ricorda la figura storia del Conte di Cagliostro, è una mente sopraffina e un personaggio molto sfaccettato.
Subdolo, astuto, scaltro ha una freddezza di calcolo e una determinazione di spirito degne di una grandissima spia; e tuttavia è anche capace di piccole attenzioni e gentilezze che da un personaggio completamente “cattivo” difficilmente si potrebbero immaginare.
Questo perché, eccellente nella sua fedeltà al realismo, Wilkie Collins dimostra di conoscere bene l’animo umano: nessuno è completamente “cattivo” o completamente “buono”. I caratteri nella realtà sono più sfaccettati e complessi di quello che la letteratura vorrebbe farci credere.

Questa attenzione la si ritrova anche nei personaggi femminili; un’attenzione che, per la precisione, mostra anche profonda sensibilità verso la condizione femminile, le scelte spesso obbligate e la posizione di dipendenza e sudditanza di una donna di epoca vittoriana.

Illustrazione di John McLenan dalla prima edizione de La donna in bianco di Wilkie Collins, Harper & Brothers, New York

Rappresentativa della categoria è sicuramente Marian Halcombe: un personaggio eccelso e, per certi aspetti, molto molto moderno. Coraggiosa e, per certi versi, audace, Marian è una spalla e, poi, protagonista perfetta.
Nonostante questo suo carattere forte, resta però sempre vittima del potere e del volere degli uomini di famiglia, dell’assetto generale degli usi e dei costumi così come la sorella Laura, che di contro rappresenta più la parte “donzella in pericolo” incapace di fare un passo senza il sostegno di qualcuno di più deciso.

Onestamente, da amante dei gialli, mi chiedo ancora come abbia fatto tutti questi anni a orbitare attorno a Wilkie Collins senza mai entrarci in collisione (ma sto correndo ai ripari e, per cominciare, mi sono presa l’opera omnia di Collins).

Insomma, La donna in bianco, ma in generale tutto il lavoro immaginifico di Wilkie Collins ha avuto molto successo già in epoca coeva (con tanto di rappresentazioni teatrali e complimenti raccolti a piene mani dalla tutta la critica); ma ancora oggi gli autori moderni gli devono moltissimo (ad esempio, Ladra di Sarah Waters ne è un palese riadattamento; James Wilson, invece, ha immaginato un sequel per La donna in bianco).

Insomma, vado a concludere.

Non posso far altro che consigliare questo libro che, nonostante il suo assetto ottocentesco, presenta numerosi caratteri moderni. Dall’attenzione certosina per i personaggi traspare un’evidente sensibilità verso l’animo umano, ricco di sfaccettature e interpretazioni. Dalla tenuta del mistero e dalla costante presenza di inganni deriva la costruzione di una storia sagace, capace di intrattenere il lettore e coinvolgerlo profondamente nella vicenda.

Se si è amanti del genere giallo, Wilkie Collins deve essere una lettura obbligata dal momento che la letteratura contemporanea continua ad attingervi idee a piene mani. In ogni caso, come scrivevo sopra, visto che all’interno della storia coesistono diverse anime narrative, La donna in bianco è una lettura “per tutte le stagioni”.


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Il segreto di Lady Audley recensione

il-segreto-di-lady-audleyTitolo: Lady Audley’s Secret
Autrice: Mary Elizabeth Braddon
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1862
Titolo in Italia: Il segreto di Lady Audley
Anno di pubblicazione ITA: 1862
Trad. di: Chiara Vatteroni

Lucy Graham è dotata di quel fascino amabile che conquista uomini e donne, ma lungi da lei usarlo per scopi non consoni. La signorina Graham è una istitutrice e svolge il suo dovere con dovizia e diligenza, trovando anche il tempo per far visita a poveri e agli infermi.

Insomma, un cuore d’oro considerando che la giovane donna ha sicuramente accettato un incarico inferiore e sottopagato rispetto alle sue evidenti capacità, alla sua istruzione e amabilità. E non è facile non cadere vittima del fascino dolce e genuino di Lucy Graham. Sir Michael Audley, ad esempio, ne resta abbacinato così in profondità da chiedere alla giovane istitutrice di sposarlo. La giovane donna accetta, con molta onestà, lusingata più dalla posizione del futuro marito e dal suo benessere (economico e sociale) che non per vero amore.

Tutto procede per il meglio, sebbene la figlia Alicia non vada propriamente d’accordo con la giovane – quasi coetanea – matrigna; fino a quando il nipote di Sir Audley, Robert, non decide di far visita allo zio assieme a un amico che, da poco, ha subito un profondo lutto. George Talboys, diseredato dal padre benestante e fuggito in Australia in cerca di fortuna, dopo averla trovata, è tornato in Inghilterra scoprendo che la giovane, dolce e bella moglie – abbandonata con una lettera prima della partenza per il “continente fossile” – è morta pochi giorni prima del suo arrivo.

Eppure… eppure, c’è qualcosa che non torna e ad Audley Court sta finalmente per comprenderne il motivo. Tuttavia, dopo qualche giorno della loro permanenza ad Audley Court, Robert Audley non può far altro che constatare una pericolosa verità: l’amico, George Talboys, è scomparso.

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Famosa in vita quanto a lungo ignorata dopo la morte (offuscata forse dai contemporanei Charles Dickens e Wilkie Collins), Mary Elisabeth Braddon (1835-1915) è di recente tornata sugli scaffali delle librerie grazie anche alla nuova edizione (aprile 2016) che Fazi ha realizzato del suo romanzo di maggior successo: Il segreto di Lady Audley.

Non conoscevo effettivamente la Braddon, moglie dell’editore John Maddox, e posso dire che la sensational fiction – mi correggo: questa sensational fiction – non fa per me.

La sensational fiction è quel genere che, con toni spesso melodrammatici, combina una certa dosa di realismo con un po’ di romance. Il tutto condito con un “mistero” da comprendere. L’esempio più conosciuto e apprezzato di questo genere, in voga tra  il 1860 e il 1870, è La donna in bianco di Wilkie Collins.

Venendo al nostro “segreto” di Lady Audley, per quanto la trama sia sufficientemente “ingarbugliata” perché vede entrare in campo numerosi attori e “segreti”, pecca tuttavia per numerose piccolezze e superficialità.

In primo luogo, sebbene ci sia un mistero da risolvere, non è certo difficile comprendere come si sono svolti i fatti sin dalla prima pagine; anche perché la nostra narratrice onnisciente non ci nasconde certo i collegamenti che ci sono tra i vari personaggi in campo (da lì, a fare un semplice ragionamento per unire tutti i puntini non è davvero nulla di così trascendentale). Di conseguenza, ecco che il lungo e lento riflullare di Rober Audley per trovare le prove di cui abbisogna è solo la conferma delle certezze che il lettore ha già. La “curiosità”, se così la si può chiamare, non sta nel comprendere chi sia il colpevole o come abbia agito (elementi questi evidenti fin dall’inizio), ma solo capire quando finalmente il nostro dilettante investigatore arrivi alla scontata ed evidente soluzione (e, considerata la mole del volume, ti assicuro che di tempo ce ne mette a rendere i suoi sospetti certezze).

Insomma, noioso e prevedibile; una caccia all’indizio che ha davvero poco di affascinante e misterioso.

In secondo luogo, la trama procede grazie a trovate fin troppo semplici, maldestre e poco rifinite (colpi di fortuna al limite del miracolo; confessioni spassionate; gente tollerante che rincorre sconosciuti per regalargli informazioni taciute a tutti gli altri; comode rivelazioni di pazzia congenita; ect.). Molti sono, inoltre, i passaggi ridondanti e ripetitivi. La storia si sarebbe potuta svolgere con almeno cento/duecento pagine in meno e sarebbe risultata forse meno lenta e forse più piacevole.

La sensazione è quella di avere tra le mani il classico romanzetto a episodi (e, infatti, Il segreto di Lady Audley fu pubblicato per la prima volta a puntate).

Audley Court, dove si svolgono buona parte degli eventi, è un luogo sicuramente denso di fascino, con la sua costruzione plurisecolare, il suo boschetto e le sue stanze e i suoi passaggi segreti, ma le numerose pagine dedicate alla sua descrizione sono davvero troppe come intro nella storia. Questo handicap della corposità delle descrizioni ambientali, delle meditazioni e degli sconvolgimenti dei personaggi è una costante del libro, quindi basta solo mettersi nell’ottica di accettare questa prolissità e magari di sorvolare (nel senso proprio di non leggere) quelle parti nella quali ci si dilunga davvero troppo.

Così ci ritroviamo con un protagonista, Robert Audley, lassista avvocato che mai ha gestito una causa in vita sua, alle prese con l’indagine per la scomparsa del caro amico George Talboys, incontrato, dopo l’esperienza di Eton, pochi mesi prima dell’evento. Il caro Robert, per la voce di una non meglio precisata narratrice onnisciente che si rivolge direttamente al lettore parlando in prima persona, ci ricorda spesso di come nemmeno lui sappia il perché si prende così a cuore le sorti dell’amico… pare quasi che una forza più forte di lui lo spinga. Inspiegabile è anche questa sua mistica sensazione nel “sentire” che sicuramente all’amico è successo qualcosa di losco.

E così, ci troviamo ad accompagnarlo nella sua lenta cernita di indizi e di testimonianze, con i suoi dubbi “amletici” (proseguire nell’indagine o non proseguire?) fino ad arrivare alla conclusione da classico romanzo a episodi: una deliziosa casetta in mezzo al verde, tutti felici e sorridenti, la pace finalmente ristabilita per tutti i personaggi buoni e la giusta punizione per tutti i personaggi cattivi.

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