Un paese senza leader

Un’analisi sulla politica italiana, i suoi schieramenti, i suoi sgretolamenti e i suoi segreti nel nuovo libro di Luciano Fontana: Un paese senza leader.

A poche settimane dalle elezioni politiche che rinnoveranno i seggi del Parlamento, durante una campagna elettorale che ha mostrato una classe dirigente quanto mai frammentata e divisa, Un paese senza leadersi propone come un’analisi della controversa politica italiana e dell’inaffidabilità dei suoi protagonisti: partiti che si sgretolano, gruppi politici in crisi e leader che emergono e compiono una rovinosa caduta nel giro di pochi mesi. Molti sono gli errori, le dinamiche segrete e le alleanze celate che, nei venticinque anni della Seconda Repubblica, hanno portato al crollo di tutti i tradizionali fronti politici.

Dal ponte di comando del primo quotidiano d’Italia, Fontana coglie le tensioni generate da queste dinamiche e analizza gli episodi più importanti degli ultimi anni. Dagli errori della sinistra alla scissione del PD, dalla caduta e rinascita di Berlusconi alle nuove spinte del Centrodestra, dai nuovi esponenti del M5S alla svolta nazionalista della Lega Nord. Non mancano, inoltre, ritratti inediti di personalità conosciute da vicino, da Berlusconi a Renzi, da Salvini a Grillo, da D’Alema a Veltroni e Prodi.

Alle soglie di quello che si presenta come l’appuntamento elettorale più delicato e incerto degli ultimi anni, Luciano Fontana ci consegna un’analisi a tutto campo in cui si chiede se sia possibile ricostruire una classe dirigente all’altezza della situazione e, soprattutto, se esista oggi un leader in grado di eliminare odi e rivalità per mettersi davvero al servizio del Paese.

L’autore

Luciano Fontana (1959), laurea in Filosofia del Linguaggio a Roma, lavora per undici anni all’Unità dove si occupa di politica italiana, cronaca amministrativa e giudiziaria. Dal 1997 è a Milano al Corriere della Sera, dove percorre l’intera carriera passando dall’Ufficio centrale alla vicedirezione fino a quando, nel marzo 2009 con il ritorno di Ferruccio de Bortoli, viene nominato condirettore. Da maggio 2015 succede a de Bortoli come direttore del quotidiano milanese.

 

Titolo: Un paese senza leader
Autrice: Luciano Fontana
Genere: Saggio
Casa editrice: Longanesi
Pagine: 224
Prezzo ed. cartacea: 16,90€

 


Disponibile dal 15 febbraio 2018!


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Bambini in fuga

Il nuovo romanzo di Mirella Serri, Bambini in fuga I giovanissimi ebrei braccati da nazisti e fondamentalisti islamici e gli eroi italiani che li salvarono.

Attenta osservatrice degli eventi storici del Novecento, Mirella Serri ha abituato il suo pubblico a storie di incredibile profondità e valore, e torna ora a dare un contributo fondamentale alla conoscenza e alla comprensione della nostra epoca. Il nuovo saggio Bambini in fuga ricostruisce, infatti, l’avventurosa vicenda e le peregrinazioni attraverso l’Europa di un gruppo di giovanissimi ebrei dai 6 ai 17 anni che, dopo aver perso i genitori nei campi di concentramento tedeschi, attraversano la Germania e la Slovenia e riescono ad arrivare a Nonantola, paese in provincia di Modena. Qui, a dispetto del fascismo e delle campagne razziali, l’intera popolazione si mobilita per aiutarli, offrendo loro ospitalità e protezione per un anno intero. Un medico e un parroco di Nonantola diventeranno così i primi italiani annoverati fra i “Giusti tra le nazioni”.

Bambini in fuga non è solo la vicenda delle prede, ma anche quella dei cacciatori: all’inseguimento degli orfani vi sono Adolf Eichmann, Adolf Hitler e pure il Gran Muftī, Amīn al-Husaynī, che dopo aver lasciato Gerusalemme è approdato a Berlino. Padre del radicalismo e dell’estremismo islamico, Amīn al-Husaynī ha ricevuto dal Führer l’incarico di limitare l’emigrazione ebraica dall’Europa. Per precludere ai profughi l’ultima via di scampo, Amīn al-Husaynī dà vita anche a una divisione di SS musulmane nei Balcani, ma il suo progetto non conseguirà il successo sperato e non riuscirà a coinvolgere i giovani islamici della penisola balcanica.

Quella dei ragazzi di Nonantola e dei loro salvatori è dunque una storia di eroi dimenticati o trascurati, una storia di ribellione corale alle dittature, una storia tutta italiana e al tempo stesso universale di generosità e di profonda umanità, in una lotta contro il male che si rivela, con altri volti e altri nomi, drammaticamente attuale.

L’autrice

Mirella Serri insegna letteratura e giornalismo all’Università la Sapienza di Roma. Collabora a La Stampa, a Ttl e a Sette-Corriere della Sera. Tra i suoi libri: Carlo Dossi e il racconto (Bulzoni), Storie di spie. Saggi sul Novecento in letteratura (Edisud), Il breve viaggio. Giaime Pintor nella Weimar nazista (Marsilio), I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948 (Corbaccio, 2005), I profeti disarmati. 1945-1948. La guerra tra le due sinistre (Corbaccio, 2008). Ha curato Doppio diario. 1936-1943 (Einaudi) di Giaime Pintor e ha partecipato ai volumi collettivi Donne del Risorgimento e Donne nella Grande Guerra (entrambi per Il Mulino). Con Longanesi ha pubblicato nel 2012 Sorvegliati speciali. Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980), Un amore partigiano. Storia di Gianna e Neri eroi scomodi della Resistenza (2014) e Gli invisibili. La storia segreta dei prigionieri illustri di Hitler in Italia (2015).

Titolo: Bambini in fuga
Autrice: Mirella Serri
Genere: Saggio
Casa editrice: Longanesi
Pagine: 256
ISBN: 9788830447486
Prezzo ed. cartacea: 17,60€


Disponibile dal 14 aprile 2017!


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L’uomo che non c’era

Con l’inaugurazione della nuova collana “Il cervello e le idee”, il Centro Studi Erickson pubblica L’uomo che non c’era di Anil Ananthaswamy.

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Schizofrenia, Alzheimer, autismo, epilessia, sindrome di Cotard, sono solo alcuni esempi di modi di esistere in cui la realtà che percepiamo non è in sintonia con la realtà fisica del nostro corpo e dell’ambiente che ci circonda. Partendo proprio dalla narrazione di casi clinici, lo scrittore e giornalista scientifico Anil Ananthaswamy conduce il lettore in un viaggio alla scoperta di identità perdute, dove il senso di sé sfugge.
Miscelando neuroscienze e narrativa, “L’uomo che non c’era” (volume che inaugura la collana Erickson “Il cervello e le idee” diretta dal prof. Giorgio Vallortigara) pone alcuni interrogativi: Dove possiamo collocare il nostro Sé’? Nel cervello? Nella mente? Nel corpo? E soprattutto un Sé esiste davvero? E se esiste, di cosa è fatto, che confini ha, come si trasforma nel corso della nostra vita? Domande a cui epistemologie differenti non hanno ancora saputo rispondere definitamente.

L’autore

Anil Ananthaswamy, già vice-caporedattore del New Scientist, lavora oggi per la stessa testata come consulente. È guest editor per un famoso programma di divulgazione scientifica dell’Università della California a Santa Cruz e conduce un laboratorio annuale di giornalismo scientifico presso il National Centre for Biological Sciences di Bangalore, in India. È feature editor freelance per Front Matter, Proceedings of the National Academy of Science of the United States of America e ha scritto per National Geographic News, Discover e Matter. È stato rubricista del blog The Nature of Reality di PBS NOVA. Ha vinto il premio per la divulgazione della fisica del britannico Institute of Physics nonché il premio per il Miglior Giornalismo Investigativo della British Association of Science Writers. Nel 2010, Physics World ha eletto The Edge of Physics, il suo primo libro, miglior libro dell’anno. Vive fra Bangalore e Berkeley, in California.

Titolo: L’uomo che non c’era
Autore: Anil Ananthaswamy
Genere: Saggio
Casa editrice: Erickson
Pagine: 278
Prezzo ed. cartacea: 16,50€


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Al di là del deserto

A fine gennaio, disponibile per Salani editore, Al di là del deserto di Igor Sibaldi.

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Tutti hanno una propria filosofia di vita. Per costruirla, il modo migliore è partire dall’alto, dalla “metafisica”. “Metafisica” è domandarsi «Perché questa cosa è questa cosa?», ed è più semplice di quanto non si creda. I bambini la praticano costantemente con le loro richieste di perché, a cui spesso gli adulti non sanno più rispondere, anche se sono i primi ad essere carichi di domande che trascurano: qual è il senso del potere? Quello della paura? Quello della felicità? Esistono anche grandi storie metafisiche, come quella dell’Esodo verso la Terra Promessa, che si può leggere come la storia di chi sceglie di abbandonare il conformismo e la propensione automatica all’obbedienza per affrontare la paura del cambiamento e arrivare al di là del deserto, dove finalmente troverà la cosa più importante: il coraggio di lasciare avvenire quello che desidera.

L’autore

Igor Sibaldi uno scrittore e filosofo. Nato da madre russa e padre italiano, Sibaldi è studioso di teologia e storia delle religioni. Dal 1997 tiene conferenze e seminari in Italia e all’estero su argomenti di mitologia, di religione e di psicologia. Negli anni Ottanta e Novanta ha tradotto varie opere di letteratura russa (in particolare romanzi e racconti di Tolstoj). Tra i suoi recenti successi in libreria ricordiamo I maestri invisibili e Libro degli angeli.

Titolo: Al di là del deserto
Autore: Igor Sibaldi
Genere: Saggio
Casa editore: Salani
Pagine: 256
Prezzo ed. cartacea: 15,90€


In libreria a fine gennaio!


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Il cappello di Mr Briggs recensione

il-cappello-di-mr-briggs-recensione-tbbTitolo: Mr. Briggs’s Hat. A sensational account of Britain’s first railway murder
Autrice: Kate Colquhoun
Anno di pubblicazione: 2011
Genere: Saggio
Titolo ventilatore Italia: Il cappello di Mr Briggs ovvero il mistero della carrozza 69
Anno di pubblicazione ITA: 2012
Trad. di: Ada Arduini

Londra, 1864. Il treno è terribile in ritardo (per la cronaca, si tratta di quattro minuti… per i nostri standard rientriamo ancora abbondantemente nella fascia ancora “in orario”), ma al momento è fermo alla stazione di Hackney.
Amis, il capotreno, è pronto per fischiare la partenza, ma dagli scompartimenti di prima classe giungono dei grossi grattacapi. Un uomo, in compagnia del socio, ha cercato di accomodarsi nella carrozza n. 69. Ne è uscito con le dita e il retro dei pantaloni impiastricciati di sangue. Dalla carrozza vicina, alcune signore lamentano di essere state a loro volta schizzate di sangue dal finestrino aperto.
… L’aplomb inglese è sempre un po’ inquietante…
Insomma, Amis entra nello scompartimento (ogni vagone è isolato dagli altri, come una micro-stanza per sole quattro persone) e, a parte strisciate di sangue sui sedili imbottiti, i cuscini, le pareti e il pavimento, trova solo un cappello, un bastone da passeggio con l’impugnatura in avorio e una borsa nera.

Poco distante, in una zona non edificata e paludosa alle porte della City, sui binari viene ritrovato un uomo in condizioni critiche. Di lì a poco, purtroppo, muore a causa delle ferite riportate. Pare che fosse proprio lui l’occupante della carrozza n. 69 e pare che non solo sia stato aggredito, ma sia stato spinto giù lungo i binari. C’è un problema, però. La vittima, identificata come Mr Briggs, distinto banchiere, non ha mai indossato il cappello ritrovato nella carrozza. E allora a chi appartiene quell’accessorio? Che sia stato dimenticato proprio dall’assassino?

logo commento

Confesso: grazie al libro Omicidio a Road Hill House, ho avuto un ritorno di fiamma per i gialli ambientati in epoca vittoriana (sì, ho avuto il bisogno di rientrare nelle atmosfere che ho imparato ad amare grazie ad Arthur Conan Doyle).
E, dopo la sensazional novel di Mary Elisabeth Braddon Il segreto di Lady Audley, citata più volte anche all’interno di questo libro, e dopo il libro di Colin Dexter La fanciulla è morta, torno ai saggi.

Sì, perché anche qui – come nel già richiamato Omicidio a Road Hill House – si tratta di una specie di reportage, talvolta un poco romanzato, del primo caso di omicidio su di un treno inglese.

Quindi, primo problema affrontato nel libro: un omicidio – un altro… – in epoca vittoriana per la neonata figura dell’investigatore di Scotland Yard.
E, secondo: un omicidio violento avvenuto sul vanto di ogni britannico: la loro rete ferroviaria e, di conseguenza, anche il loro progresso tecnologico.

Le carrozze dell’epoca, infatti, possedevano una conformazione particolare che non prevedeva il collegamento e la comunicazione tra ognuna di queste fra sé e con il capotreno (non avevano corridoio centrale e non prevedevano la possibilità di spostarsi di carrozza in carrozza).
La conseguenza era che, ad esempio, incendi scoppiavano nelle carrozze senza che il capotreno ne fosse a conoscenza e senza i passeggeri potessero avvertirlo in alcun modo (quindi, il treno non si fermava) e rispettabili cittadini venivano infastiditi, molestati e derubati nel segreto del vagone-treno.

Ma non solo. In questi crimini che, agli occhi della pubblica opinione divennero dei veri e propri intrighi, giocavano un loro ruolo anche la politica; le convinzioni più o meno personali dell’investigatore di turno; i pregiudizi e, in questo caso specifico, anche i difficili rapporti tra Stati Uniti e i vecchi padroni britannici o tra Gran Bretagna e Prussia (considerata l’invasione prussiana della Danimarca con cui la famiglia reale era imparentata).

Invece dell’ormai affezionato Jack Wicher, troviamo un altro investigatore della nuova sezione dedicata di Scotland Yard: Richard Tanner.
Entrambi nomi noti nel mondo investigativo inglese in era vittoriana, rappresentano la figura romantica dell’investigatore: corretto (persino con il sospettato), onesto, ligio al dovere e infaticabile.
Tuttavia, non infallibile.

Perché uno dei problemi principali sono proprio le indagini, spesso parziali e rapide; l’attendibilità dei testimoni; la volubilità delle giurie, martellate con continue illazioni e facili sentenze da riviste e giornali; i toni spesso di teatrino che assumeva un processo; la mancanza di un riesame; i diritti negati al sospettato (si pensi solo che l’imputato non poteva rendere dichiarazioni e poteva dar voce alla sua posizione solo attraverso il suo avvocato durante gli interrogatori dei testimoni; l’accusa non era obbligata a condividere con la difesa le proprie scoperte).

Gli investigatori devono destreggiarsi tra testimonianze fallate dalla memoria o dettate dall’avidità (nel caso specifico, era, infatti, prevista una notevole ricompensa), mitomani e detective da salotto. Ed è impossibile sotto un martellamento così costante, non formarsi una propria opinione e seguirla ciecamente, sebbene in buona fede, ignorando così tutte le prove contrarie.

Ciò che doveva essere evidente, infatti, era l’altissimo grado di efficenza raggiunto dalla giustizia inglese. E dimostrare tale efficienza spesso andava a discapito di molto altro… anche della vita.

Ciò che mi affascina maggiormente è vedere come questi delitti divennero particolarmente coinvolgenti all’epoca perché scardinarono un punto fisso delle certezze vittoriane.
Nell’Omicidio a Road Hill House era la quotidianità, l’inviolabilità del domicilio; qui venne accresciuto un senso preesistente di disagio verso la modernità e l’avvento del progresso.

Come scrivevo poco sopra, la fitta rete ferroviaria inglese, che sbocciò nel giro di pochissimi anni conquistandosi l’orgoglio di ogni inglese, celava in sé anche numerosi pericoli. Gli incidenti ferroviari erano molto frequenti, nonostante proporzionalmente inferiori al grado tecnologico raggiunto. L’avvento della nuova rivoluzione industriale aveva portato con sé benessere e innovazione, ma anche un senso di disagio e irrequietezza; sentimenti confermati (e acuiti) dalla tragica dipartita del signor Briggs.

Insomma, mi rendo conto d’aver fatto molti parallelismi tra questo libro e Omicidio a Road Hill House. Ammetto che, se sulla copertina non fosse stato specificato il cognome della scrittrice (perché, per l’appunto, si chiamano entrambe Kate!) non avrei notato che si trattava di due autrici diverse.

I punti in comune tra i libri sono molti e non solo perché entrambi trattano, nella forma di saggio, di un omicidio di grande risonanza durante l’epoca vittoriana.
Entrambi mettono in luce numerosi altri aspetti: in primo luogo, il contorno dell’epoca, le problematiche non solo personali dei singoli testimoni o dello stesso sospettato, ma anche i notevoli risvolti nell’opinione pubblica. Il già noto problema delle giurie e della loro possibilità di essere fortemente influenzate da giornali e rotocalchi vari; la fallibilità delle testimonianze; dubbi e domande irrisolte che non possono assolutamente perdurare in un processo penale; l’abbozzo, ancora informe, di una scienza investigativa; la crescita giurisprudenziale e le tante contraddizioni di un mondo cristiano pronto a mandare a morte sulla base di un sospetto, di una folla pronta a giudicare e a bearsi della morte sul patibolo.
E, infine, la solita amara verità: arriva un punto in cui l’attenzione quasi morbosa per il carnefice supera il cordoglio e il rispetto delle vittime.

Ecco, a voler essere puntigliosi, una differenza tra i due libri c’è ed è questa: la parte centrale de Il cappello di Mr Briggs, dedicata alle tre (!) giornate di processo, è un po’ troppo dettagliata tanto da arrivare quasi a smarrirsi tra i tanti quello ha detto, quell’altro ha riportato della sfilata di testimoni e figuri vari durante il processo.
Inoltre, molto spesso, nel corso dell’intero saggio, si ripetono domande e concetti.

Quindi, i due libri sono davvero quasi identici, ma il “voto” leggermente più basso del romanzo in questione è determinato solo da una certa tendenza alla ridondanza e prolissità de Il cappello di Mr Briggs che, in ogni caso, resta un ottimo e interessantissimo saggio sull’epoca vittoria e le sue contraddizioni.

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