Chiamate la levatrice, Tra le vie di Londra, Le ultime levatrici dell’East End

Titolo originale: The Midwife: A Memoir of Birth, Joy, and Hard Times; Shadows of the Workhouse; Farewell to the East End: The Last Days of the East End Midwives
Autrice: Jennifer Worth
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2002-2009
Titolo in Italia: Chiamate la levatrice, Tra le vie di Londra, Le ultime levatrici dell’East End
Anno di pubblicazione ITA: 2012-2017
Trad. di: Carla De Caro

Sono particolarmente affezionata alla trilogia di Jennifer Worth per due motivi: il primo è che si tratta di storie vere, toccanti, profonde e piene di riflessioni.

Il secondo motivo è, invece, un pochino più personale perché Chiamate la levatrice fu il primissimo libro “recensito” qui sul blog (ve lo linko qui giusto perché spero che si noti almeno una piccola evoluzione nello stile… 😬🙈).

Ma insomma venendo a noi e alle nostre levatrici dell’East End.

In primo luogo, si tratta vero di una trilogia, ma i tre libri possono anche esser letti in maniera slegata: sono autonomi l’uno dall’altro e, praticamente, auto-conclusivi (ah, da questi libri è tratta la serie della BBC Call the midwife, arrivata in Italia con il titolo de L’amore e la vita… 🤷‍♀️).

Nei successivi, la Worth si premura di ripercorrere a grandi linee quello che è avvenuto in precedenza (se di rilievo per la storia o l’evoluzione di un personaggio; cioè, per intendersi, non è un costante richiamo).

Certo, la lettura completa della trilogia, seguendo il giusto ordine, è più pratica e vi porterà indubbiamente a sentirvi maggiormente coinvolti nelle vicende (in maniera più profonda e radicale… non dico di essere una donna tutta d’un pezzo, ma in alcuni passaggi ho pianto; in altri, mi sono dovuta fermare perché la lettura era davvero troppo densa di emozioni… se non avessi seguito i personaggi dalle “origini” dubito che avrei avuto la stessa reazione).

Ma emozioni e sensazioni a parte, di cosa stiamo parlando?

La storia è ambientata nella Londra post guerra (la seconda), nei (bassi)bassifondi. In zona si trova un convento, la Nonnatus House, dove suore e laiche si dividono i compiti di infermiere e levatrici.

La vita, le gioie, i drammi, le difficoltà e, infine, anche la morte creano un romanzo/biografia (perché ispirato alle vicende della stessa autrice come levatrice) realistico e d’infinita dolcezza.

La narrazione è, quindi, episodica, ma la nostra Jenny Lee (cioè l’autrice stessa) raccorda magistralmente tutto e tutti (pazienti, passanti, levatrici e suore) come una britannica Sherazad.

Insomma, sto sviolinando un sacco, quindi direi che possiamo chiudere qui questo mio commento (tanto si è capito che mi è piaciuta la storia, lo stile, l’ambientazione ect.).

Ve la consiglio se vi piacciono le storie vere e coinvolgenti, dure ma tremendamente poetiche; i romanzi che vi fanno pensare e che vi regalino una consapevolezza maggiore.