Sabbie mobili recensione

Titolo: Störst av allt
Autrice: Malin Persson Giolito
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Sabbie mobili – tre settimane per capire un giorno
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Samanta K. Milton Knowles

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Quanti minuti bastano per cambiare una vita? Pochi. Forse troppo pochi.

Una sequenza di spari. Il sangue. I corpi che si accasciano sul pavimento per non rialzarsi mai più.

Fine.

E, dopo tutto quel frastuono, in mezzo a quella devastazione, resta solo Maja.

E adesso Maja – la studentessa diligente, la ragazza educata e premurosa – si trova in carcere. In isolamento.

Insomma, dalla sparatoria avvenuta nel suo liceo, Maja è l’unica superstite. Pare che abbia agito in complicità con il suo ragazzo, Sebastian Fagerman, morto anche lui al termine di quel momento di follia, per uccidere assieme i compagni di classe, tra cui anche Amanda, la migliore amica di Maja.

La stampa si è buttata sulla vicenda, fornendo ogni possibile sfumatura dell’evidente colpevolezza di Maja.

Perché quello di cui è accusata, quello che lei ha fatto è terribile. Perché lei è colpevole, no?

Impressione a caldo: un romanzo importante, impossibile da mollare, che si fa leggere tutto d’un fiato.

I blurbs sul retro della copertina non mentivano: crea dipendenza (ecco spiegate le 300.000 copie in Svezia!).

Perché ora che ho finito la lettura sento di aver bisogno di altri dettagli sulla vita di Maja e degli altri protagonisti, sento d’aver bisogno di rassicurazioni, sento di aver bisogno ancora di qualche pagina in più (nonostante ci siano già oltre 400 pagine) per poter dire che ancora non ho finito di leggere.

Ma la triste verità è che il romanzo è terminato, la storia mi ha coinvolto, i personaggi mi hanno attanagliato dalle pagine e non mi hanno lasciato andare (nemmeno ora che ho voltato l’ultima pagina del libro).

Ma venendo a noi.

Il romanzo si gioca tutto dal punto di vista di Maja (i dialoghi sono scarsi, ma il romanzo non ne esce affatto penalizzato): un punto di vista forte, talvolta irriverente e canzonatorio, ma anche spaventato e duro e critico nei confronti della società, delle ipocrisie che nasconde e anche verso se stesso.

Nonostante questa profonda introspezione, non sapremo come sono andate realmente i fatti il giorno della sparatoria fino agli ultimi sgoccioli del processo (e a qualcuno potrebbe restare ancora qualche dubbio).

Nelle pagine di questo romanzo, oltre alla descrizione di una tragedia di difficile ricostruzione e di un processo spettacolarizzato dai media e fagocitato dall’opinione pubblica, abbiamo anche spazio per altri temi estremamente attuali che l’autrice riesce a trattare con estrema cura, senza banalizzarli o risultare pedante: come l’immigrazione, l’ipocrisia dilagante in una società distratta volta solo ad apparire, il populismo imperante, il carrozzone che si mette in moto quando tutti hanno da dire la loro su di un qualcosa che non conoscono davvero.

Ammetto d’aver un debole per i romanzi ambienti nelle corti, ma qui alla parte processuale si affiancano numerosi flashback che aiutano a ricomporre il puzzle di un’esistenza nella “società bene” – composita e molto meno “bene” di quello che appaia in superficie -; di una ragazza alle prese con le prime cotte e l’amore e la popolarità; di una storia multi-strato la cui conclusione finale è “solo” la conseguenza di una situazione che fermentava, nell’indifferenza generale, già da tempo.

Il tutto ovviamente declinato dal punto di vista di un’adolescente che, seppur dimostrando una certa maturità, cade ovviamente nelle ingenuità e facilonerie di un’adolescente (mi spiace per la ripetizione) che crede di avere il mondo tra le mani fino a ritrovarsi inghiottita in un circo molto più grande di lei.


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