Jane Austen a casa recensione

Titolo: Jane Austen at home
Autrice: Lucy Worsley
Genere: Saggio
Anno di pubblicazione: 2017
Titolo in Italia: Jane Austen a casa
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Maddalena Togliani

Prima di cominciare devo premettere che ho un debole  per Lucy Worsley. Storica e conduttrice della BBC, la scoprì per la prima volta proprio con un documentario dedicato proprio Jane Austen.

La passione nello spiegare, il modo con cui presenta i suoi programmi e la sua simpatia fecero il resto.

Da allora ogni volta che becco un suo documentario, me lo divoro.

Anche se ero un po’ spaventata dalla lettura di un saggio in inglese: temevo di non capire alcune parole o di non riuscire a seguire il filo del discorso (che già ho delle grosse difficoltà con i saggi in italiano!).

Alla fine, però, non ho mai sottolineato così tante frasi da potermi rileggere dopo (se ti capita di passare sui social noterai un libro giallo di post-it!) né mi era mai capitato di commuovermi leggendo un saggio (che, per antonomasia, hanno un tono più neutro rispetto a un romanzo).

Detto questo e prima di procedere con la mia recensione, ultimo appunto: ho letto il romanzo in lingua originale, quindi non posso garantire sulla traduzione (anche se Neri Pozza è valida in questo).

Quindi, venendo a noi.

Lucy, bravissima narratrice (deformazione da fan, ma quando leggevo sentivo il suo tono nelle orecchie), apre la scena su un carro in viaggio quasi arrivato a Steventon (dove Jane nacque, visse ventitré anni e in cui scrisse tre dei suoi romanzi).

A bordo ci sono Mr George Austen e sua moglie Cassandra, adagiata su di un letto di piume a causa della sua salute cagionevole e dei suoi inaffidabili «nervi»; la di lei madre, Mrs Jane Leigh; e i tre figli della coppia sposata da quattro anni: James (Jemmy), George (che ben presto sparirà dalla storia e dagli annali della famiglia in una specie di damnatio memoriae) e Edward (Neddy).

Siamo abituati a pensare a Jane e a pochi altri suoi altri famigliari: in particolare, la sorella Cassandra con quale ebbe davvero un rapporto magnifico (e le cui ultime parole sulla morte dell’amata sorella furono: «[…] ho perso una parte di me stessa.») e il fratello Henry, che la supportò nella pubblicazione dei suoi romanzi, agì praticamente come suo agente letterario e le procurò il primo contratto di pubblicazione con Egerton per Sense and Sensibility.

In realtà, il sistema famiglia-Austen era più complesso di quello che appare in superficie e si componeva di genitori, fratelli, fidanzate (poi mogli), zii, cugini, amici in una sorta di famiglia allargata a cui, nel tempo, si aggiunsero una svariata quantità di nipoti (per esempio Edward, di cui parleremo tra poco, ebbe con la moglie Elizabeth Bridges undici figli).

I rapporti, con così tanti familiari, non erano ovviamente idilliaci con tutti (ad esempio, con il ramo materno ci furono delle dispute ereditarie che, se rispettate, avrebbero garantito a Jane e a sua sorella una buona rendita), ma alla morte di Elizabeth – la moglie di Edward – Jane e Cassandra assunsero il ruolo di madri putative degli undici nipoti (molti dei quali svilupparono da grandicelli velleità letterarie).

La famiglia era così compatta che ognuno ebbe la sua da dire sulla «zia Jane»; ognuno apportando ricordi, impressioni e immagini di una zia (o di una sorella o di un’amica) e contribuendo così – più o meno in maniera organizzata – alla creazione di un personaggio socialmente perfetto, dalla vita irreprensibile, ideale modello della società giorgiana.

La verità, però, sta quasi sempre nel mezzo: anche Jane Austen era umana, anche lei aveva le sue preferenze, i suoi “momenti no” e le sue stranezze.

Quella che, quindi, emerge dalle pagine di questo saggio è una ragazza – e poi una donna – sagace e ironica, in grado di prendere le sue decisioni con fermezza ma anche di tornare sui suoi passi (come per la proposta di matrimonio, rotta da Jane il giorno dopo averla accettata, con il danaroso Harris Bigg-Wither).

Ma mi sto dilungando: questa recensione è già troppo lunga e non voglio annoiare.

Il libro della Worsley è un concentrato di validissime informazioni su Jane; sulle case dove ha vissuto o visitato o soggiornato (e che hanno inevitabilmente influenzato le abitazioni che conosciamo e amiamo dai romanzi); sugli amori che ha avuto (sì perché non c’è stato solo Mr Lefroy!); su decisioni da prendere, sogni da realizzare e la coerenza da mantenere con grandi (grandissimi) sacrifici; sui salari dei domestici; sui “modelli” usati per tracciare i caratteri delle sue eroine; sul dare letteralmente voce alle donne (se ti capiterà di leggere il libro capirai in che modo); sui diritti d’autore; sulle beghe familiari; sui viaggi in carrozza; sull’amore; sulla sofferenza; sulle difficoltà economiche; sull’impegno e la costanza; sull’accanimento del destino (che spesso arride a chi già ha troppo).

Concludo con un’immagine, presa dal film “Becoming Jane“, la quale nulla, in realtà, ha a che vedere con la vera Jane.
Ma vorrei ricordarla così proprio come suggerisce anche Lucy Worsley: felice, piena di sogni e speranze, che corre via verso un mondo di possibilità.


I testi virgolettati vengono tutti da “Lucy Worlsey at home. A biografy”, Lucy Worlsey, Hodder & Stoughton, 2017. Eventuali errori nella traduzione sono esclusivamente colpa mia.

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