Il testamento di Magdalen Blair

Titolo: The testament of Magdalen Blair
Autore: Aleister Crowley
Genere: Storia breve
Anno di pubblicazione: 1913
Titolo in Italia: Il testamento di Magdalen Blair
Anno di pubblicazione ITA: 2018
Trad. di: Luca Moccafighe

Magdalen ha delle doti molto particolari che le concedono quasi una specie di preveggenza. Il termine con cui il suo professore definisce Magdalen e questa sua sorta di “empatia” potenziata è «termopila umana».

I due si mettono sotto con esperimenti e studi per comprendere questi “poteri” della ragazza, ma poi – si sa: galeotto fu il becco Bunsen – e il professor Blair e la giovane Magdalen finiscono sposi.

Superati felicemente i primi mesi di matrimonio, qualcosa però inizia a stonare: Magdalen riceve delle strane sensazioni da suo marito fino a quando l’uomo non arriva a terrorizzarla con i suoi pensieri strambi e talvolta malvagi.

E sicuramente c’è qualcosa che non va perché quello che noi leggiamo è il testamento di Magdalen Blair.

Il testamento di Magdalen Blair” è un libretto particolare che, da operetta ammiccante – quasi simpatica per quell’ingenua sensibility inglese che tanto andava di moda – di paranormale, si trasforma in una sorta di trattato sulla morte, l’aldilà e i pensieri e i ricordi che un defunto potrebbe lasciare dietro di sé come una sorta di scia fantasma.

Una lettura particolare, quindi, come particolare è il suo autore, Aleister Crowley.

Nato da una prestigiosa famiglia inglese nel 1875, il giovanotto si mostrò quasi subito uno spirito ribelle e assolutamente non convenzionale. Solo per dirne una, riuscì a farsi espellere dall’Italia fascista dopo aver fondato, in Sicilia, la sua personale chiesa. Una chiesa, ovviamente, sui generis considerando che il suo fondatore si auto-definiva la Grande Bestia 666 e viveva sulla base della seguente massima: «Fa’ ciò che vuoi, sarà la tua unica legge».

La mia sensazione è stata che il libro in analisi riproduca un po’ la vita del suo autore: un po’ strambo, un concentrato di considerazioni sulla vita e sulla morte alle volte folleggiante e, infine, un po’ inquietante.

Ammetto, quindi, di esserne rimasta perplessa.

La brevità del libello (si legge in un’oretta senza sforzo) lo rendono una lettura agile, ma i contenuti inquietanti e confusi, soprattutto nella parte finale, lasciano con una brutta sensazione di smarrimento.

Non posso che dirmi d’accordo con Frank Harris, amico di Oscar Wilde, il quale definì questa storia come «la più terrificante».

Ma forse agli occhi di un moderno, assuefatto a quasi tutti i tipi di orrori, questa storia breve resta solo un concentrato di considerazioni di un autore non convenzionale, un po’ folle e talvolta difficile da comprendere.

Se la storia mi ha lasciata perplessa, nulla da dire sulla cura di questa edizione di Abeditore: la copertina è assolutamente fantastica e la scelta dei font interni al romanzo azzeccata.

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