L’uomo del labirinto recensione

Titolo: L’uomo del labirinto
Autore: Donato Carrisi
Genere: Thriller
Anno di pubblicazione: 2017

“Preceduto”(*) da:
Il suggeritore;
L’ipotesi del male.

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Samantha Andretti – Sam per gli intimi – è una tredicenne che ha appena ricevuto una notizia sconvolgente: Tony Baretta, uno dei ragazzi più carini della scuola, vuole parlare con lei.

Le sfugge il motivo, il dove, il quando… persino la certezza che una cosa del genere stia davvero accadendo a lei… ma non importa. Quel 23 febbraio è fondamentale per Sam e per il suo futuro (e anche per quello di molte altre persone).

Perché Sam ancora non sa che dietro i vetri di quel minivan, nei quali si sta specchiando per essere sicura del suo aspetto, c’è un coniglio che l’attende per portarla nella sua tana.

Quindici anni dopo, una donna viene ritrova sul ciglio della strada in stato confusionale da un’auto pattuglia della polizia. Un esame del DNA toglie ogni dubbio: è Samantha e il suo incubo pare finito.

Il nostro Bruno Genko non è un santo, non è un poliziotto e non ne ha ancora per molto su questa terra.
Ha il classico atteggiamento dell’investigatore privato scoglionato, un poco ottuso e dalla mentalità chiusa, ma nel suo appartamento nasconde un costosissimo ed eclettico quadro di Hans Arp e la sua migliore amica è una bellissima trans.

Insomma, la sua è solo apparenza; una vita passata nell’ombra in nome della propria professione.

La (ri)comparsa di Samantha e la «prognosi infausta» scritta sul referto medico, spingono il nostro Genko a un passo in più per mondarsi di un errore del passato e scovare il pazzo che ha tenuto rinchiusa la ragazza/donna per ben quindici anni.

Un personaggio particolare con cui condividere la storia (e a cui, alla fine, ammetto di essermi un poco affezionata).

Mentre Genko impazza per la città (a sua volta impazzita per il caldo allucinante che sospende le attività giornaliere trasformandole in notturne), in ospedale abbiamo la nostra Samantha, priva di un pezzo bello grosso di vita, con il cervello intrippato prima dagli allucinogeni somministratele dal rapitore e poi dai farmaci per combatterli.
Anche qui, direi che Carrisi fa un buon lavoro descrivendo la confusione della donna divisa tra il suo passato da dimenticare e un futuro nebuloso.

Tra i soliti poliziotti che occupano la scena strafottenti e litigiosi, troviamo degli apprezzati cameo provenienti dai libri precedenti legati a Il Limbo (Il Suggeritore e L’ipotesi del male), la «sezione più oscura» del dipartimento di polizia dedicata alla ricerca delle persone scomparse.

Apprezzo molto quando uno scrittore intreccia il suo universo letterario rendendolo un unicum in cui i ruoli dei personaggi cambiano.

(*) Più o meno, la storia si segue bene anche senza aver letto Il Suggeritore e L’ipotesi del male, ma giusto per avere una vaga idea consiglierei la lettura di uno dei due… se non di entrambi (considerando comunque che, almeno per quello che mi riguarda, la lettura del secondo è stata davvero faticosissima e penosa).

Di positivo c’è che L’uomo del labirinto mi ha fatto ritrovare il Carrisi narratore-di-storie che avevo apprezzato ne Il Suggeritore.

C’è sempre qualche cliché, ma siamo lontani anni luci degli improponibili e tristissimi stereotipi presenti (sia per quanto riguarda i personaggi sia per le “trovate” e i colpi di scena narrativi) ne L’ipotesi del male.

La trama, questa volta (e non come ne L’ipotesi del male!), è ben congegnata, ritmata e tutto sommato priva di quelle falle narrative da miracolo divino che ho odiato ne L’ipotesi del male.

Ammetto che il finale mi ha lasciata un po’ perplessa, ma dopo rimuginamenti vari, ho deciso di apprezzare la scelta di Carrisi e il colpo di scena conclusivo.

Restano, comunque, alcuni aspetti che continuo a non digerire. In primo luogo, la prosa rimane quella telegrafica e basilare de L’ipotesi del male.

La conseguenza di ciò – secondo elemento disturbante – è che le descrizioni ambientali presentano il solito “schema ad elenco puntato” – senza fortunatamente cadere nel ridicolo con finte trovate poetiche come quelle del precedente libro («Un vaso di ceramica incollato alla meglio, una abatjour con le sembianze di Marilyn Monroe, una sveglia a carica manuale ferma sulle sei e ventottoand so on… ).

Per concludere: un buon romanzo sotto il profilo della trama, accattivante e ben orchestrata; il resto si mantiene nella media, ma “L’uomo del labirinto” si rileva una lettura interessante e ottima per passare un pomeriggio immersi in un buon thriller.


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Un misterioso incidente recensione

Titolo: Richardson’s first case
Autore: Basil Thomson
Genere: Giallo
Anno di pubblicazione: 2017
Titolo in Italia: Un misterioso incidente
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Lorenza Gambini

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

P.C. Richardon è un semplice poliziotto da poco nella divisione ‘D’, sporco di fango e mézzo di pioggia, in servizio su Baker Street.

Sebbene sia entrato da poco in polizia, le sue ambizioni sono già alte: entrare nel Dipartimento Investigativo Criminale dove il vitto è più scarso, le ore più lunghe… ma il lavoro sicuramente più vario e interessante.

Insomma, Richardson è immerso in questi pensieri, quando assiste a un incidente stradale: un uomo, sbucato dal nulla, si getta in strada e l’autista dell’auto non può far nulla per evitare l’impatto.

In questa tragedia, però, si nasconde qualcosa di strano. Poche ore dopo, infatti, la moglie – anzi ex moglie – dell’uomo viene ritrovata strangola nel negozio d’antiquariato del marito.

Il negozio è chiuso con l’unica chiave esistente – quella dell’uomo; non ritrovata però sul cadavere di quest’ultimo; inoltre, la donna pare essere stata uccisa prima del marito.

Quindi… è stato l’uomo che, in preda ai sensi di colpa per l’omicidio della ex compagnia, si è gettato nel traffico scegliendo la morte? Ma, se così fosse, la chiave del negozio dov’è finita?

Giallo in stile classico quello di Thomson. Si inizia, infatti, con un apparentemente “innocuo” incidente stradale per vedersi poi intricare la vicenda con eredità contese, misteri da svelare, figuri spocchiosi e supponenti.

Una manciata di elementi concorrono a rendere la morte del nostro uomo sospetta fin dall’inizio e, assieme al nostro Richardson, anche noi lettori iniziamo ad avere i primi dubbi (… che l’incidente stradale occorso non sia solo un semplice incidente?).

Tuttavia, Richardson ci abbandona per tutta la prima metà del libro, lasciandoci nelle mani di un pool di colleghi alle prese con scartoffie, scommesse e giornalisti ficcanaso (e, per la cronaca, vedersi sparire così l’intestatario del romanzo, risulta un po’ strano).

Ritornerà solo più tardi, quando i superiori decideranno di metterlo alla prova con il caso (di cui, comunque, si occuperà in maniera marginale).

I colleghi affidatari dell’intrattenimento del lettore (Sir William – capo del Dipartimento Investigativo Criminale, Foster, Beckett e altri) rappresentano la classica figura da poliziotto inglese: un equilibrato mix di fiuto, english aplomb e paziente ricerca e valutazione delle prove.

Sotto questi punti di vista, si avverte chiaramente come l’autore provenga a sua volta da un ambiente poliziesco (Basil Thomson fu, infatti, ufficiale dell’intelligence britannica e di polizia e diresse proprio il Dipartimento Investigativo Criminale) ed è impossibile non avvertire un certo meticoloso realismo nelle indagini e nei passaggi più pratici di un’indagine.

Tolto questo plaudibile elemento di realismo, la trama tuttavia risulta molto lineare: gli elementi sono esposti con precisa asetticità; i colpi di scena introdotti senza troppo clamore.

I personaggi sono essenzialmente una manciata di nomi e stoica presenza “poliziottesca“.

Dalle dimensione di un racconto, Un misterioso incidente è un libretto interessante per comprendere le dinamiche interne a una delle polizie più famose nel mondo nella prima metà del Novecento, ma come romanzo non riesce completamente a colpire l’interesse del lettore.


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Olga di carta Jum fatto di buio recensione

Titolo: Olga di carta Jum fatto di buio
Autrice: Elisabetta Gnone
Genere: Racconto
Anno di pubblicazione: 2017
Illustrazioni di: Linda Toigo

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

«Sei solo un essere umano
piazzato su questa Terra come tanti altri,
accontentati e sii felice di esserci.»

Elisabetta Gnone, Olga di carta Jum fatto di buio
Salani Editore

È passato del tempo dall’ultima storia di Olga Papel (Olga di Carta – Il viaggio straordinario) e, da quando si è diffusa la notizia che la ragazzina sta per raccontarne una nuova, nel villaggio di Balicò sono tutti in fermento.

Questa volta, però, la storia di Olga ha come protagonista una creatura particolare; una creatura fatta di buio, che viaggia alla ricerca della disperazione e che si nutre di lacrime – dolci, speziate, floreali – ingrassando nel dolore altrui.

Il suo nome è Jum e pare che già si aggiri tra le viuzze innevate di Balicò.

Olga è una bimba molto particolare: sottile come una sola pagina di un libro, ma con l’inventiva e la fantasia di centinaia di libri.

Olga conosce il dolore e conosce anche la felicità; conosce il buio e conosce la luce.

E Olga ha anche un dono: raccontare storie.

Ma le sue sono storie speciali, piccoli gioielli che trasformano e cambiano la vita degli abitanti di Balicò… sono storie così vere che riescono a cambiare la realtà del piccolo paese e dei suoi abitanti.

Un paese fatto a sua volta di storie, di ricordi, di bui… perché forse il buio non è uno solo, ma fatto di tanti bui diversi pieni di mille sfaccettature.

E così che il signor Gibòd scruta il cielo col telescopio alla ricerca della moglie perduta; la Casolina, straniera in terra straniera, combatte la sua quotidiana solitudine; il signor Cardòn vive oggi nel buio, ma la luce è stata la sua vita; Cod, privo di un passato, trova però il suo presente.

Il potere del racconto diventa così catarsi, epurando dolori e dispiaceri, perché «[…] ogni vuoto che si crea è uno spazio nuovo che attende di essere riempito».

Ed è questo ciò che Olga vuol insegnare ai suoi compaesani e al lettore che la segue nei boschi e sulle sponde del fiume: «Siamo lumini che attendono di splendere, il buio non ci appartiene».

La sofferenza e il dolore sono parte di noi; ciò che dobbiamo essere capaci di imparare e mai dimenticare è che dal dolore e dalla sofferenza ci si deve risollevare.

Una favola quella di Olga davvero speciale; dolce e soffice come la neve che ricopre Balicò.

Così, seguendo Olga nelle sue scorrerie tra casa della nonna e Balicò per la consegna delle uova, il lettore si ritrova immerso in un mondo di storie: quelle degli abitanti del villaggio e quelle che la stessa Olga racconta.

Pensata per un pubblico giovane, la storia della piccola Olga è però capace di lasciare delle grandi lezioni anche ai più grandicelli.


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L’altra Grace recensione

Titolo: Alias Grace
Autrice: Margaret Atwood
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1996
Titolo in Italia: L’altra Grace
Anno di pubblicazione ITA: 2008 (nuova ed. 2017)
Trad. di: Margherita Giacobino

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

1859. Grace Marks ha trentun anni e si trova nel penitenziario di Kingston, nel Canada occidentale, fin da quando di anni ne aveva solo 18 (e, per un certo periodo, è stata pure internata in un manicomio).

Adesso la sua esistenza passa tra un ricamo e un altro; un dottore e un altro; un secondino e una guardiana.

Questo perché Grace ha sulle spalle una pesante condanna a vita per aver ucciso, assieme a James McDermott, il signor Kinnear, loro datore di lavoro, e Nancy Mongomery, la governante del suddetto signore nonché sua amante.

McDermott, ritenuto colpevole oltre ogni dubbio, è stato condannato a morte per impiccagione ormai anni fa; Grace, invece, facendo forza su di un gruppo di simpatizzanti e un avvocato che ha giocato d’astuzia, ha visto commutare la sua pena in una condanna a vita.

Adesso, però, sembra che la fortuna le offra un’ulteriore opportunità. Il reverendo Verringer vuole inoltrare una nuova petizione per chiedere la scarcerazione della donna e, per rafforzare questo suo proposito, ha chiamato un medico, il dottor Simon Jordan, in modo che questi parli con Grace e ne attesti l’estraneità al turpe duplice omicidio.

Medico e carcerata, però, seguono un gioco diverso e muovono le loro pedine su di una scacchiera fatta di bugie, piccole confessioni e una pericolosa attrazione reciproca.

Avevo conosciuto Margaret Atwood con “L’assassinio cieco“, romanzo che le valse un premio e che non potei fare a meno di apprezzare (e consigliare). L’avevo seguita poi con “Il racconto dell’ancella“, adesso diventato serie televisiva targata Netflix e di recente oggetto di una nuova edizione, ma che io purtroppo non ho particolarmente apprezzato.

Con “L’altra Grace” direi che la Atwood torna a essere quella che avevo ammirato con “L’assassinio cieco”.

Sullo sfondo di un Canada ottocentesco (molto simile all’Inghilterra vittoriana per mode e costumi), ricostruito con dovizia di particolari e con una precisione per gli usi del tempo degna di un saggio, un terribile omicidio occupa le cronache di tutti i giornali.

Il signor Kinnear viene ritrovato morto nella sua abitazione di Richmond Hill. Per il suo omicidio vengono praticamente subito sospettati i due domestici – spariti dalla casa e fuggiti negli Stati Uniti – Grace Marks, domestica, e James McDermott, stalliere.
Alla cattura dei due, segue anche il ritrovamento, in cantina, del cadavere della governante, Nancy Mongomery.

[Fonte: Murderpedia.org]
Ovviamente il processo che segue è paragonabile ai nostri moderni “processi-mediatici” con svisceramento più o meno fantasioso della vita dei due protagonisti, allusioni di ogni genere e perversione, visite morbosamente curiose nelle celle dove Grace e James sono rinchiusi, ovazione per l’impiccagione di James, ect.

Partendo da questo caso di cronaca vera e dai suoi tantissimi punti oscuri, la Atwood ricama sopra una storia davvero interessante a partire proprio dai suoi personaggi.

Per quanto protagonista indiscussa sia Grace Marks, sulla scena si avvicendano numerosi personaggi ben congegnati, ben strutturati e ognuno con la propria dimensione… sebbene abbiano tutti un puntino in comune: mentire.

Mentire a se stessi, agli altri; mentire per il semplice gusto di farlo, per bontà, per vergogna, per illudersi, per illudere.

Insomma, il gioco che si crea è davvero interessante considerando anche che la storia che Grace propina al medico è solo una storia… una delle tante versioni che, negli anni, si sono succedute (quelle che la stampa ha rifilato ai lettori, ad esempio; oppure quella che si è formata autonomamente nelle menti canadesi; quella – anzi quelle – dei veri “attori” del delitto e ancora quella che forniscono in difesa i loro avvocati).

E, quindi, le domande che si creano sono varie e numerose: Grace era una pazza? Soffriva di doppia personalità? Era innocente? Oppure era solo una donna fredda e calcolatrice? E questa sua indifferenza era forse determinata dal tempo, dai modi e dai limiti in cui le donne venivano costrette?  O forse è solo un altro esempio di umana sofferenza, umana follia?
In definitiva, chi potrebbe dire dove arriverebbe se messo alle strette

Quella della Atwood, in verità, è una non-soluzione, ma è la conclusione degna di un romanzo ben realizzato che offre anche spunti storici, sociali e umani.


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Il romanzo degli istanti perfetti recensione

Titolo: Das Glück der kleinen Augenblicke
Autore: Thomas Montasser
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2017
Titolo in Italia: Il romanzo degli istanti perfetti
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Aglae Pizzone

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Una folata di vento, uno sconosciuto con una cartelletta e un manoscritto non finito e – elemento ben più problematico – senza autore.

Possono tre secondi cambiare la vita?

A Marietta Piccini sì.

Perché alla Millefeuille, la casa editrice presso la quale lavora – o, forse, è meglio dire collabora – il manoscritto anonimo è piaciuto… e parecchio anche. E adesso vogliono l’autore… o un finale decente.

A chi l’ingrato compito di appropriarsi di un’opera altrui e scrivervi degnamente la parola “fine” (oppure di trovare il suo autore in una megalopoli caotica con otto milioni abitanti)? A Marietta, la ragazza italiana, timida, accanita lettrice.

Ma il manoscritto (titolato “Il romanzo degli istanti perfetti”) non è facile da concludere date le alte aspettative di una storia esplosiva e un inquietate parallelismo tra l’anonimo autore e il protagonista letterario (tale Mr Switf): che si tratti di una storia biografica?

Non solo: la sfortuna che perseguita il Mr Switf letterario pare tormentare improvvisamente anche la povera Marietta che si ritroverà a setacciare gli autobus di Londra, le biblioteche, i ristoranti alla disperata ricerca dell’autore.

Da due anni in Inghilterra, per la precisione nella multiculturale Londra, Marietta si occupa di scovare testi pubblicabili (per gli altri – per un motivo o per un altro – incollocabili ha uno spazio dedicato in un angolo del suo appartamento).

Ovviamente, per un amante dei libri, è fin troppo facile simpatizzare per Marietta con la sua passione per le storie, le sue – condivisibili – idee sui misteri del mondo editoriale e la sua necessità primordiale di leggere.

Assieme alla nostra protagonista (su cui comunque si concentra tutta l’attenzione e l’azione), abbiamo un vicino di casa dall’accento cangiante; Mr Thornton, l’editore della Millefeuille, e relativa consorte, i quali tuttavia non assumono mai un ruolo pieno o utile all’interno della vicenda.

Lo stesso dicasi di Mr Switf e dei personaggi che si muovono nella “sua” storia: nessuno di loro risulta particolarmente approfondito, ma piccoli elementi riescono almeno a indicarci il tratto caratterizzante del personaggio.

Un po’ tutta la storia è apparecchiata con atmosfere che un lettore non può che apprezzare: beveroni di tè fumanti, libri a perdita d’occhio e il brivido della scoperta di un romanzo inedito.

Nel nostro caso, il romanzo inedito non racconta solo una storia, ma cambierà anche la storia di una vita… anzi, due.

Si crea così un doppio intreccio narrativo tra il presente di Marietta e la storia di Mr Switf; tra la Londra di Marietta e quella di Mr Switf. Elemento simpatico, ma non rivoluzionario.

Il romanzo, infatti, è semplice e leggero come i suoi personaggi e le sue situazioni. Si legge molto rapidamente e fa trascorrere un paio d’orette in serenità.


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