Il Guardiano degli innocenti recensione

il guardiano degli innocenti recensioneTitolo originale: Ostatnie życzenie
Autore: Andrzej Sapkowski
Genere: Fantasy
Anno di pubblicazione: 1992
Titolo in Italia: Il Guardiano degli innocenti
Anno di pubblicazione ITA: 2010
Trad.: Raffaella Belletti

Seguito da:
– La spada del destino;
– Il sangue degli elfi;
– Il tempo della guerra;
– Il battesimo di fuoco;
– La torre della rondine;
– La signora del lago.

Altro:
La stagione delle tempeste.

Capelli bianchi, occhi felini. Due spade: una di acciaio e una di argento.
Lui è Geralt di Rivia, uno strigo (witcher, in inglese).

Mutazioni, veleni e pozioni varie ne hanno modificato il fisico, i riflessi fino a renderlo una perfetta macchina per uccidere. Il suo compito, infatti, è  distruggere, annientare i mostri che affollano le contee e disturbano i borghi.

Uscito dalla fortezza di Kaer Morhen, dove ogni stringo si allena per diventare tale, Geralt si è conquistato una fama (non sempre positiva) e un nome (che incute un certo timore).

Tuttavia, dopo l’ennesimo contratto risolto con successo e dopo aver incassato una lauta ricompensa, Geralt riporta una grave ferita ed è costretto a rifocillarsi presso il tempio della dea Melitele, in cui una sua vecchia conoscenza, Nenneke, è la “somma” sacerdotessa.
Ciò che Geralt ha imparato in questi anni, però, è che non tutti i mostri hanno le zanne pregne di sangue, artigli affilati ed efferati istinti omicidi; alcuni possono avere tutt’altro aspetto e presentarsi sotto le più insospettabili apparenze.

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La saga di Geralt nasce in modo “particolare”; diciamo che non rispetta il canone a cui siamo abituati (= romanzo). Infatti, i primi episodi in cui incontriamo il macellaio di Blaviken (anche Lupo Bianco) sono dei racconti e vennero pubblicati su alcune riviste polacche specializzate in fantasy (ora introvabili).

Solo successivamente sono stati raggruppati in più libri (cioè i primi due: Il guardiano degli innocenti e La spada del destino) e arrivarono anche in Italia grazie al successo del videogioco.

Io stessa devo ammettere di essermi avvicinata ai libri grazie al corrispettivo ludico, ma la saga di Geralt vanta numerosi adattamenti. Oltre ai videogiochi, infatti, abbiamo anche una serie televisiva e un film (entrambi, però, erano diretti al pubblico polacco).

gerla di riva

Venendo a noi.

La convalescenza di Geralt nel tempio di Melitele è la scusa che collega tutti i singoli racconti, i quali si presentano come una serie di flashback in cui il protagonista ricorda eventi precedenti.
Tutto sommato quindi, da questo punto di vista, la raccolta è ben realizzata e il “collante” tra i vari racconti è stato ben cementato.

Il linguaggio è semplice, ma molto chiaro e la lettura procede in modo scorrevole.

Tuttavia, si avverte la natura del “racconto”: manca una certa attenzione nella cura dei personaggi che vengono presentati lasciando in sospeso molto; gli ambienti sono abbozzati; le vicende interessanti (anche se riprendono davvero molto dalle fiabe più conosciute: Biancaneve, Cenerentola, La Bella e la Bestia, Rumpelstiltskin), ma poco approfondite.

Ripeto però, nascendo come racconti non mi sarei aspettata nulla di diverso (forse, un po’ di cura in più per i dettagli): per sua stessa natura, il racconto richiede di concentrarsi maggiormente sulla storia narrata. Le pagine a disposizione, infatti, sono poche e in esse va concentrato tutto l’utile per raccontare l’evento e personaggi e ambienti rischiano di allungare inutilmente la narrazione.

Ovviamente, non boccio la lettura, anzi… però, mi sarei aspettata qualcosa in più visto il successo. Considerando, tuttavia, che si tratta di una saga che vanta di numerosi seguiti, mi aspetto un’evoluzione importante dai prossimi libri, soprattutto dai romanzi.

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Erenvir e l’anno zero recensione

Erenvir e l'Anno ZeroTitolo: Erenvir e l’anno zero
Autrice: Effe C.N. Cola
Genere: Fantasy
Anno di pubblicazione: 2015

– Ho ricevuto una copia di questo libro dall’autrice in cambio di un’onesta recensione – 

«Immagina che il mondo, così come lo conosci, venga spazzato via in un solo giorno.»

Jonathan White: un nome comune, una vita comune. Be’, questo almeno fino a quando, un bel giorno, sulla Terra non si abbatte l’Apocalisse. Terremoti sconquassano il nostro povero pianeta, lo zolfo ne ingolfa l’aria; poi fulmini e tempesta, grandine. Alla fine, eccoli: i cavalieri dell’Apocalisse in persona scendono dal cielo per portare la devastazione a noi poveri esseri umani.
Non resta altro che scappare e trovare rifugio da qualche parte.

L’alba del nuovo domani vede morte e devastazione, ma Jonathan e la sua famiglia (padre e fratellino) sono riusciti a resistere e adesso si trovano assieme a un gruppo di sopravvissuti con i quali dovranno rimparare a vivere in questo nuovo mondo.
Tuttavia, le novità cui abituarsi non finiscono qui. Jonathan è tartassato da strambe visione e sogni oscuri di un mondo futuro, lontano, ma sereno. Un mondo in cui il suo nome è cambiato: ed è Erenvir.

È qui che comincia la lotta per la sopravvivenza e la ricerca verso una nuova speranza per il genere umano. Questo difficile compito spetterà proprio a Jonathan, ma a portare questo peso non sarà da solo e, ben presto, al suo fianco comparirà un’inaspettata guida.

logo commentoLe premesse ci sono davvero tutte: un evento terrificante che impone al protagonista di crescere in fretta, un mondo tutto nuovo al quale il genere umano rimasto dovrà abituarsi, angeli, creature strane e esseri corrotti. Anche le idee sono tante, ma la narrazione richiede pulizia dai numerosi dettagli che rallentano il fluire della storia. L’azione, infatti, viene spesso diluita da continue descrizioni sullo stato d’animo d’incertezza, insicurezza e inadeguatezza provati dal protagonista, rendendo così l’intera vicenda molto lenta. Personalmente, preferisco più percepire il carattere dei personaggi guardandoli agire e ascoltandoli parlare ché non tramite lunghi passaggi di dubbi introspettivi.
Numerose sono anche le descrizioni degli ambienti, le quali avvengono a più riprese e, per questo, concorrono a bloccare il naturale scorrere dell’azione.

Qualche passaggio narrativo è, dal mio punto di vista, un po’ scontato e prevedibile; talvolta, poco plausibile (come il gruppo che si mette a far festa nelle caverne, ben sapendo che qualcuno potrebbe udirli e, di conseguenza, attaccarli… cosa che prontamente accade). Verso la fine, aumentano i passaggi pochi curati e, dal grande scontro finale, si avverte quasi una necessità di chiudere in fretta la vicenda.

Per quanto riguarda i personaggi, a parte quanto ho già avuto modo di scrivere poco sopra, i secondari non ben identificati e mancano di caratteristiche (caratteriali) proprie che li facciano spiccare e che consentano al lettore di partecipare alle loro vicende e tribolazioni (ad esempio, il grande sacrificio del “vegetariano” non è stato un evento penoso, perché non c’è stato modo – prima – di affezionarsi al personaggio).

Anche il protagonista, sebbene davvero numerosi siano gli spazi dedicati alla sua introspezione, accetta il suo compito quasi passivamente, adeguandosi alla sua condizione di “leader del nuovo mondo” in pochi passaggi. In un primo tempo, gli avvenimenti si susseguono senza che ne sia quasi consapevole; tanto che è il bastone (del dominio) a guidarlo e comandarlo.

Quando finalmente Erenvir si scarica del controllo possessivo dell’oggetto (o, quantomeno, riesce a instaurarci una convivenza pacifica), non perde tuttavia l’abitudine di adeguarsi ai comportamenti dell’angelo Belael, suo custode. Insomma, il protagonista è pur sempre un ragazzo, ma sembra quasi alla disperata ricerca di un esempio da seguire e non mi spiego bene come un gruppo di persone adulte decida di affidarsi ciecamente e senza troppe domande a un “leader” del genere, facile preda degli svenimenti (solo perché gli vengono riportate strane e confuse profezie). Sarebbe stato magari interessante scoprire i risvolti problematici legati all’accettazione di un “capo” inesperto e giovane da parte di un gruppo di adulti, alcuni dei quali ben capaci di combattere e prendere decisioni.

Linguaggio semplice e adeguato allo stile narrativo. Tuttavia, manca un po’ di rifinitura. In alcuni passaggi, c’è un po’ di confusione con la consecutio temporum e troppi avverbi di modo. Ora: io amo gli avverbi di modo, ma mi rendo conto che, nella narrazione, è bene limitarli, evitando di metterne troppi e troppo vicini, perché appesantiscono la frase e il procedere della vicenda.

Mi spiace davvero non essere riuscita a farmi coinvolgere da questo libro. Mi rammarico sempre quando ciò accade e, in particolare, quando si ha a che fare con autori gentili e disponibili, che giustamente credono nella loro opera.
Detto questo, mi sembra giusto riportare la mia impressione sincera e, se la lettura ti incuriosisce, ti invito a leggere comunque qualche estratto di questo libro.

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The Order of Guardians L’Ombra del male recensione

recensione the order of guardians l'ombra del maleTitolo: The Order of Guardians L’Ombra del male
Autore: Marco Ternevasio
Genere: Fantasy
Anno di pubblicazione: 2015

– Ho ricevuto una copia di questo libro dalla casa editrice in cambio di un’onesta recensione – 

Nella Terra dei Quattro Venti, il male si nasconde e aspetta, nascosto tra i ghiacciai delle montagne, nelle c.d. Terre Dimenticate.
Pochi conoscono gli abomini che si celano in questi luoghi ed il Tempio di Nayset, con il suo ordine di Guardiani, è l’unico baluardo per mantenere la pace.
Ognuno di questi paladini è un guerriero eccezionale, dotato di poteri strabilianti.
Tuttavia, questo importante ordine non solo deve proteggere il mondo, ma anche se stesso. Al suo interno, infatti, sono numerosi i membri che vengono tentati e soggiogati dal potere. Perdono la retta via, diventando così dei Disertori.
E Hastan, uno dei migliori fra i Guardiani, dovrà affrontare proprio uno di questi traditori; ma il prezzo da pagare sarà caro.

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Sono racchiuse davvero tantissime idee in questo romanzo e numerosissimi sarebbero i percorsi narrativi da poter sviluppare e approfondire anche solo all’interno di questo volume iniziale (di una saga).
Premesso questo, tuttavia, ho trovato qualche passaggio narrativo confuso o poco spiegato, talvolta incoerente. È come se si osservassero le vicende dei personaggi con un teleobiettivo. Non si scende quasi mai nel dettaglio ed è come se si guardasse lo svolgimento delle loro storie da lontano. Molti salti temporali non vengono spiegati né approfonditi (passarono alcune generazioni, passarono alcuni mesi, passarono due anni, due mesi dopo, ect.); un po’ come se si giocasse ad aprire e chiudere una finestra affacciata sulla piazza di un mercato in diverse ore del giorno. Alle 8 si montano i banchini ed i loro proprietari cominciano ad allestire la merce, alle 14 uno di loro ha già venduto qualche pezzo, alle 18 litiga con un cliente, alle 20 restano in piazza solo i sacchetti di carta e/o di plastica. Manca quell’approfondimento che, oltre a raccontare semplicemente una storia, te la fa assorbire, assaporare ed è capace di coinvolgere nelle vicende dei personaggi.

La narrazione procede, inoltre, tramite topos già visti e scontati (alcuni ripresi da manga e fumetti), infilati nella storia con poca personalizzazione (es. il vecchio saggio che muore, immancabilmente al termine della conversazione, con queste precise parole: «Ho… fiducia… in… te»; oppure il demone che muore agonizzando con queste ultime parole «N…non…f…finisce qui!»).
Da una parte, si dà attenzione ad eventi poco rilevanti; dall’altra, se ne tralasciano altri che dovrebbero essere approfonditi invece che gettati molto rapidamente in mezzo alla narrazione di altre vicende. Magari, alle sole storie di Hastan e/o agli eventi di Fereth sarebbe stato meglio dedicare un unico libro (o comunque più spazio all’interno della narrazione) per meglio spiegare le vicende al lettore e permettergli così di entrare più in contatto con i personaggi e con le loro vicissitudini.

I personaggi – davvero troppo numerosi – hanno poco spessore. I riferimenti a una loro descrizione fisica spesso mancano (o arrivano pagine dopo che sono già stati introdotti) e, dove presenti, sono scarsi o simili (di corporatura robusta, capelli lunghi, barbe di varie lunghezze e colori e cicatrici di vario spessore e dimensione; tutti incappucciati e/o avvolto nei mantelli). L’introspezione è poco curata e si limita a qualche banale domanda che il personaggio di turno si pone, per la verità, con molta rapidità e poco approfondimento.
Questo inficia un po’ sul ritmo narrativo e sulle vicende che diventano un po’ ripetitive.

Per quanto riguarda le pochissime descrizioni degli ambienti, queste sono molto scarne e, in  alcuni casi, poco chiare e ripetitive (spettacolare, mozzafiato, maestoso, bello sono aggettivi sicuramente utili in una descrizione, ma, senza ulteriori dettagli, esemplificano ben poco di un paesaggio o dell’aspetto fisico di una persona). Si ravvisa, comunque, un certo miglioramento verso la fine.
Infine, il linguaggio è molto basilare e, talvolta, impreciso.

Mi spiace davvero non essere riuscita ad apprezzare questa lettura. recensione the order of guardians l'ombra del male


 

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Alakim Le regole del gioco recensione

recensione alakim le regole del giocoTitolo: Alakim Le regole del gioco
Autrice: Anna Chillon
Genere: Urban Fantasy/Erotico
Anno di pubblicazione: 2015

Preceduto da: Alakim Luce dalle tenebre

– Ho ricevuto una copia di questo libro dall’autrice in cambio di un’onesta recensione –

Ricominciamo da dove avevamo lasciato con il precedente capitolo (quindi, attenzione per chi non ha letto il primo volume! Altissimo rischio di spoiler!): la scoperta che il patto con il Diavolo non mai esistito. Lucius si è fatto beffe ancora una volta del Serafino ormai (quasi completamente) dannato. Infatti, la morte di Samshat percuote Alakim come un martello e la sua cieca “fame” è fuori controllo.

Giunto a Parigi, le sue vittime aumentano, la sua sete di “malefatte” e cattive azioni si acuisce sempre più e la sua volontà si perde in quel bagno di sangue che lorda ormai tutto il suo essere. Eppure, Parigi ha ancora qualcosa da offrire al Knife Killer (così Alakim viene soprannomino dalla polizia che indaga sulla scia improvvisa di vittime). Infatti, il Serafino entra in contatto con uno strano figuro: un notaio, ricco (molto ricco) e con una particolare predilezione per il “gioco”.

Nel frattempo, a Marsiglia, Nicole e Muriel si dannano alla ricerca di Alakim, consapevoli che la loro reciproca attrazione non è più ignorabile.

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Comincio col ripetere un aspetto già detto che, sostanzialmente riprendo dal precedente capitolo, poiché vale quanto detto. Mi riferisco alla parte relativa al linguaggio (ugualmente ottimo come in Alakim Luce dalle Tenebre). Lo stesso posso dire anche per la voce ambienti. In questo nuovo capitolo, si tratta di descrizioni principalmente di interni lussuosi o con mobilio ricercato (pub, locali esclusivi, ville di lusso e le solite grotte) comunque precise e dettagliate più o meno come nel precedente episodio.

Invece, mi sarei aspettata un qualcosa di più per i personaggi. Nel primo capitolo erano state gettate le basi per molte evoluzioni, in particolare, della figura del protagonista. Si sarebbe potuto continuare a giocare sulla sua dualità, sul contrasto che si credeva esser stato creato da Lucifero stesso e suoi dubbi e le difficoltà che la scoperta dell’inganno subìto avrebbe potuto comportare. Invece, la svolta è improvvisa, immediata e per nulla approfondita verso un lato in particolare dell’essere di Alakim (almeno, dal mio punto di vista). Nonostante il patto col diavolo non sia mai esistito, la sua “fame” non si placa e lui non ha nessuna intenzione di metterla a tacere. A questo punto, non capisco: se è stato gabbato da Lucifero, essendo anche un personaggio molto orgoglioso, perché Alakim continua a cedere al suo lato demoniaco (di cui, a questo punto – cioè patto satanico saltato – non comprendo bene l’esistenza)?
Ho avvertito, infine, una quasi-involuzione del personaggio di Nicole, che da figura femminile forte e orgogliosa diventa una sottomessa (contenta eh, ma comunque sottomessa).
Resta, in ogni caso, il contorno, sempre molto curato e più o meno approfondito, di personaggi bizzarri, ai limiti del buon senso comune e con tabelle dei valori spesso sballate.

Del primo capitolo, avevo davvero apprezzato molto l’idea dell’angelo, caduto e maledetto, del suo ruolo nella cacciata di Lucifero dal paradiso e del suo percorso discendente verso la dannazione nonché la caratterizzazione di tutti i personaggi in generale. In questo seguito, sebbene restino su per giù invariate le mie sensazioni sia sui personaggi che sullo stile di scrittura, devo dirmi un po’ delusa dalla trama. Anche nel primo episodio di Alakim non mancavano certo scene spinte, ma non inficiavano la trama in alcun modo e si amalgamavano ad essa creando delle brevi parentesi nella narrazione.

Tuttavia, in Alakim Le regole del gioco temo sia stato compiuto un altro passo e l’erotismo, il sesso “violento”, gli stupri ed i riferimenti ad essi sono aumentati a dismisura tanto da attaccare la trama stessa, diventando qui il pretesto e l’unico modo per risolvere gli inghippi dei personaggi ed i loro problemi (vedi, senza troppi spoiler, la scena dello strangolamento).

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Alakim Luce dalle tenebre recensione

Recensione Alakim Luce dalle TenebreTitolo: Alakim Luce dalle tenebre
Autrice: Anna Chillon
Genere: Urban-fatntasy/Erotico
Anno di pubblicazione: 2013

– Ho ricevuto una copia di questo libro dall’autrice in cambio di un’onesta recensione –

Alakim, un Serafino decaduto e maledetto da Lucifero stesso, ha bisogno di informazioni e, ormai, ha poco tempo a disposizione. Sta cercando una persona speciale, anzi una donna speciale: un’Invocantes, l’unico essere in grado di chiamare gli angeli e obbligarli ad incarnarsi qui sulla Terra.

Perché? Bè, c’entra Lucifero, i patti che non andrebbero mai stetti con Satana e la corruzione che corrode l’animo dell’angelo Alakimael (= Alakim); i ricordi della sua vita eterea completamente svaniti.

Forse qualcuno potrebbe aiutarlo nella sua ricerca o, almeno, direzionarlo sulla pista giusta: pare un certo Morél, un reverendo dalle doti sensitive molto spiccate.

Tuttavia, il revendo sa poco (o dice poco; a malapena consapevole delle sue potenzialità): Alakim potrà cercare informazioni in alcuni libri che, al momento, si trovano in una libreria gestita da un amico di Morél, la Plume d’Oie. Ma lì Alakim trova un’ospite inaspettato, la sua follia omicida prorompe e la povera Nicole, nipote del proprietario, rischia di subirne le conseguenze. Nonostante questo, i libri sono adesso nelle mani di Alakim… manca solo di decifrarli e trovare l’Invocantes.

Ed è da questo momento che la situazione precipita. Angeli e demoni, patti con il demonio, invocantes, corruzione, redenzione, libero arbitrio. In tutto questo, resterà coinvolta irreparabilmente anche la stessa Nicole.

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L’idea di base è davvero molto originale, sviluppata tuttavia attraverso meccanismi nella trama e connessioni tra i personaggi prevedibili. Manca un po’ di trepidazione nella narrazione, tendenzialmente lenta. Il progetto generale è molto curato e studiato, anche se la storia è priva di un certo mordente che la elettrizzi (e, di contro, per i miei gusti, abbondano un po’ troppo le sequenze erotiche ed i riferimenti e le descrizioni esplicite… comunque, ripeto, si tratta di gusti personali).

I personaggi sono davvero molto curati (e, ovviamente, Alakim è il più particolare e complesso di tutti con questa dualità spiccata e contrastante – insomma, un personaggio davvero ben riuscito… mi ha un po’ ricordato quei personaggi belli, maledetti e controversi alla Anne Rice): non solo quelli principali hanno lo spazio per ricordi passati, emozioni e dolori, ma anche ai secondari è dedicata molta attenzione e la costruzione delle loro personalità emerge bene per ognuno di loro (anche per personaggi mai presenti sulla scena, come Elizabeth, la madre di Nicole). L’attenzione alle storie personali, alle esperienze passate e ai modi di fare non solo dei protagonisti, ma anche dei caratteri secondari è davvero lodevole. Tuttavia, sebbene il carattere dei personaggi appaia in alcuni punti ben definito, in altri sembra quasi che si decida di andare contro alla loro stessa natura e/o al comune buon senso.

Gli ambienti (molto vari), sia interni che esterni, sono davvero ben descritti e non solo a livello visivo. L’atmosfera, infatti, si crea attorno ai personaggi anche grazie l’ausilio di suoni, sensazioni e musiche che l’autrice inserisce nei vari spazi. Insomma, lo “sfondo” su cui i protagonisti si muovono è molto ben definito.

Infine, devo dire di essere rimasta piacevolmente sorpresa su come questa storia è scritta: molto bene. So che non mi dovrei sorprendere, ma non è facile trovare (anche in autori che pubblicano con grandi CE) una dimestichezza e padronanza della lingua (che ritengo uno dei tratti fondamentali per uno scrittore). Qui, le ho trovate entrambe: linguaggio fluido e consapevole.
Tutto considerato, si tratta davvero di un’interessante lettura con una particolare ‘rivisitazione’ di uno dei passaggi fondamentali della Bibbia e del credo cristiano.

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