In un vicolo cieco recensione

in un vicolo cieco recensioneTitolo: Breaking Silence
Autrice: Linda Castillo
Anno di pubblicazione: 2011
Genere: Poliziesco
Titolo in Italia: In un vicolo cieco
Anno di pubblicazione ITA: 2013
Trad. di: Lisa Maldera

Preceduto da: 
– Costretta al silenzio;
– La lunga notte.

Qualcosa di strano sta succedendo nella cittadina di Painters Mill (popolazione: 5500 abitanti).
Stupidi scherzi alla comunità Hamish (come qualche casetta della posta divelta) si stanno trasformando in qualcosa di più: un incendio a un calesse e il conseguente ferimento di una donna incinta sono i primi segni di qualcosa di sinistro.

Eppure, nessuno denuncia. Nessuno collabora. La comunità Hamish non ha nessuna intenzione di far entrare degli Englischer nel loro mondo.

Quand’ecco che, durante la ronda notturna di Pickles, “veterano” della polizia locale, succede altro ancora: prima quattro pecore vengono brutalmente sgozzate e poi… poi tre Hamish (due uomini e una donna) finiscono in un pozzo di liquame. Nessuno si salva: un terribile, terribile incidente…

O forse no…

Di lì a poco, la città sembra pervasa da un’inarrestabile ondata di odio e violenza: pestaggi, bombe molotov, di nuovo pestaggi. Le vittime? Sempre appartenenti alla comunità Hamish. Il guaio più grosso? Nessuno di loro è intenzionato a collaborare…

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A indagare sul caso, il commissario di polizia Kate Burkholde (ex Hamish). Kate è il classico poliziotto donna in una posizione di comando: non bella, ma affascinante, con doti analitiche e deduttive superiore a quelli dei colleghi maschi (di quasi tutti… perché la controparte maschile deve essere alla sua altezza); dai saldi principi personali/codice morale, ma con un passato tosto tosto alle spalle e che ogni tanto torna a tormentarla (anche, perché, n.b., si tratta del terzo libro di una serie – comunque, si può leggere tranquillamente senza conoscere i precedenti capitoli); all’inizio, alcuni sottoposti non prendono bene questo fatto d’essere “comandati” da una donna, salvo poi ricredersi.
John Tomasetti è la controparte-uomo della vicenda, quindi vedi sopra (eccezion fatta per i colleghi che si ricredono).

Detto questo, però, il commissario Burkholde è la vera protagonista della vicenda, tanto che gran parte del libro segue il suo punto di vista in prima persona singolare, tempo presente (il resto procede, invece, con uno strano uso del passato remoto nonostante gli eventi siano contestuali o anticipino di qualche minuto i successivi).
L’analisi personale è, quindi, molto approfondita – il personaggio ha un carattere sfaccettato e ben composto – anche se in uno stile che a me non esalta molto (sto male, sono triste, sono felice, sono guardinga, sono molto molto preoccupata… insomma, già detto ma lo ripeto, preferisco più vedere i personaggi agire e da lì comprenderne il carattere, ma ecco… si tratta di gusti).

Lo studio sui personaggi secondari è, invece, a fasi alterne: alcuni sono ben sviluppati nella prima parte del romanzo e spariscono nella seconda (Pickles); altri, pur non essendo mai veramente approfonditi, si distinguono per qualche caratteristica peculiare (Mona); altri, infine, subiscono una specie di rivincita finale (lo sceriffo Rasmussen che, alla fine, capisce quello che era lampante a tutti).

Painters Mill, il luogo dove prende azione la vicenda, è una piccola cittadina, ma questo  non le impedisce di detenere un primato alquanto macabro: solo l’anno prima a quello degli eventi in corso è stato fermato un feroce serial killer, detto simpaticamente Il Macellaio.
Insomma, un po’ in stile St. Mary Mead per Miss Marple o Cabot Cove per Jessica Fletcher: non si sa bene se sia la città ad essere stata costruita sopra il covo di Satana o si tratti solo della sfiga che si porta appresso l’investigatrice donna di turno.
Tuttavia, non se ne respira la stessa aria da “congiurati di paese” che, invece, si avverte in altri romanzi realizzati in ambienti di provincia (mancano le chiacchiere, i pettegolezzi; complice anche la “segretezza” della comunità Hamish).

La vicenda (per quanto avrei dovuto parlarne a inizio recensione e non in fondo, sorry!) procede senza troppo clamore, con qualche colpo di scena che, comunque, non sorprende poi molto (si tratta di risvolti facilmente intuibili; tutti tranne il primissimo). L’indagine avanza senza troppa concitazione, ma si fa leggere.
Buona per passare qualche pomeriggio in tranquillità con qualcosa di non troppo impegnativo.

La parte finale (proprio gli ultimissimi capitoli) è quella che ho meno apprezzato: si scade davvero troppo nello scontato, nel cliché da romanzo lui-lei (entrambi feriti dal passato e diffidenti per il presente), nel poliziotto buono/cattivo che provoca il colpevole, il quale immancabilmente esplode dalla rabbia con la “rivelazione” incriminante.

Stile con preoccupanti tendenze al “telegrafico”, ma si salva per qualche frase che, oltre al soggetto e verbo, contiene anche qualche subordinata in più. Comunque, nella media.

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