Il codice di Newton recensione

Titolo: Ghostwalk
Autrice: Rebecca Stott
Genere: Thriller
Anno di pubblicazione: 2007
Titolo in Italia: Il codice di Newton (anche Il gioco dell’alchimista)
Anno di pubblicazione: 2007
Trad. di: Maria Clara Pasetti

Cameron Brook è passato a trovare la madre, Elizabeth, scrittrice un poco eccentrica e fissata con il Seicento.

Insomma, Cameron se lo sente subito addosso che qualcosa non torna e, infatti, qualcosa nel fiume lo colpisce: sua madre è lì… annegata.

Le circostanze della tragedia non appaiono chiare e la polizia concentra parte della sua attenzione a un violento gruppo di animalisti che, negli ultimi tempi, sta prendendo di mira proprio Cameron e i suoi collaboratori all’università di Cambridge (Cameron è uno scienziato… a quanto pare di capire).

E, infatti, non si è tratta solo di sua madre. La verità si nasconde indietro nel passato – nel ‘600 – e avanti nel futuro, perché i “delitti di Cambridge“, destinati a far storia in Inghilterra, sono appena iniziati e strani figuri cominciano a spuntar fuori dalla vita di Elizabeth.

In tutto questo si ritroverà invischiata Lydia, ex – ma non troppo – amante di Cameron nonché amica di Elizabeth, incaricata da lui di terminare l’ossessione della madre: un libro dedicato a Newton e ai suoi rapporti con gli alchimisti a cui manca proprio l’ultimo capitolo.

In questo libro si mescolano due sentimenti contrapposti, il primo dei quali è un generico quanto scioccato – e anche un poco indispettito: ma che diavolo ho letto?!

A mente fredda, poi, subentra il secondo pensiero e cioè: … peccato!

Peccato sì, perché la storia poteva rivelarsi davvero una bomba.

Partiamo dalle basi (tutto sommato positive): la nostra – ormai defunta – Elizabeth s’è incaponita su Newton, sul suo genio e la sua inarrestabile quanto sospetta ascesa delle gerarchie dell’università di Cambridge. La donna, infatti, è convinta che gatta ci covi. E per “gatta” che cova intendo “alchimia” (quel noto miscuglio di magia, mistero, scienza e conoscenze altolocate) che serpeggia.

Quindi, Newton non sarebbe stato il solitario genio, ma avrebbe goduto di protezione e conoscenze e agganci proprio degli alchimisti dell’epoca i quali lo avrebbero spinto nella sua ascesa e nel perfezionamento della sua scienza.

E, fin qui, tutto bene. L’idea ci sta e risulta sufficientemente interessante.

Il problema non sta nell’idea di base quanto nella sua realizzazione.

Per quanto qualcuno ci voglia vedere parallelismi con “Il Codice Da Vinci” di Dan Brown, i due libri possono assomigliarsi solo in quanto chiamano in causa un grande e stimato scienziato del passato.

La storia de “Il codice di Newton” è sconclusionata; le intuizioni mistiche raffazzonate; le evoluzioni narrative forzate e insulse. I colpi di scena (quelli indubbiamente ben realizzati nel thriller di Brown) sono qui presentati con un tale pressappochismo da rendere completamente nullo il loro carico di sorpresa e tensione.

I personaggi sono insulsi, mal realizzati; appaiono e scompaiono in maniera raffazzonata.

I loro dialoghi raggiungono livelli di confusione che raramente ho visto. Insomma, a parte il fatto che vengono interrotti in favore di inutili descrizioni ambientali, gli stessi personaggi sembrano parlare su canali non sintonizzati l’un con l’altro.

Tutto si trascina con estrema lentezza (e prevedibilità) e nemmeno le – comunque – interessanti curiosità storiche riescono a risollevare la disastrosa situazione.

La storia è scombinata, spesso si fa fatica a seguire le intuizioni della ghost-writer Lydia o a seguire i suoi ragionamenti e il modo pacifico con accetta l’assurda situazione che le sta precipitando addosso (altro che stoicismo!).

In ogni caso, se siamo d’accordo che l’assassino 

SPOILER

sia un fantasma tornato dal Seicento che elimina chi è a conoscenza del suo segreto, non si capisce in che modo ragioni… è fatto di ectoplasma siamo d’accordo, ma un minimo di sensatezza… ha ucciso Elizabeth, colei che ha – più che altro – intuito il suo segreto, ma poi ha lasciato in vita Will/Lily che aveva ricevuto una copia del capitolo segreto dalla stessa Elizabeth. Di nuovo, lascia in vita Lydia (che ha ricevuto la copia del capitolo incriminato da Will/Lily), ma uccide l’ultimo della fila, cioè Cameron che riceve il capitolo da Lydia. Mah… 

In poche parole: non ne vale la pena.


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Il bosco di Mila

Disponibile in anteprima in versione ebook e in edizione cartacea nei punti vendita Autogrill dal 6 luglio, ecco “Il bosco di Mila”, romanzo vincitore del concorso Fai viaggiare la tua storia.

La notte di Santa Lucia è la più lunga dell’anno, una notte magica di trepidante attesa nelle case di Brescia per l’arrivo dei doni che anticipano il Natale. Nella villa dei Morlupo tutto tace, le luci sono spente, nessuno attende regali, ma notizie della piccola Mila, scomparsa quella mattina nel bosco di Mompiano. Le ricerche delle forze dell’ordine e dei volontari che setacciano la zona non si fermano neanche al calar del buio: i Morlupo sono una delle famiglie più ricche e influenti della città. A complicare le cose la scoperta della scomparsa di un’altra compagna di classe di Mila. Un intrico di voci, verità sussurrate e silenzi ostili in tutti gli ambienti cittadini fanno temere il peggio.

La capo commissario Vittoria Troisi è riluttante ad accettare le indagini, ma la delicatezza del caso richiede la sua esperienza. In quella ricca città di provincia del Nord è stata trasferita solo l’estate prima da Roma, per riprendersi da un brutto incidente e curare le ferite che ancora si porta addosso. Accompagnata dal giovane agente del posto Mirko Rota, dal suo angelo custode rimasto nella capitale e dai fantasmi che non la abbandonano, Vittoria Troisi si trova a rimestare tra torbide relazioni vendette e rancori mai sopiti che risalgono agli anni di piombo e ancora più indietro fino all’epilogo della Seconda guerra mondiale.

Un’avventura umana e investigativa nella quale gli ingredienti che hanno fatto il successo del giallo italiano sono combinati in un thriller originale e sorprendente.

L’autrice

Irma Cantoni è nata a Brescia, dove vive tuttora dopo un periodo di quattro anni a Roma. Da oltre vent’anni segue il percorso meditativo della scuola buddhista Karma Kagyu e dal 2006 ha contribuito alla pubblicazione di diversi saggi sulla pratica buddhista e su bioenergetica e naturopatia. Ha esordito nella narrativa con i racconti lunghi La regina degli Stati Uniti(premiato al concorso Penna d’Autore Torino) e Il cartomante, dove compare per la prima volta la commissaria Vittoria Troisi, protagonista delle indagini di Il bosco di Mila.

Titolo: Il bosco di Mila
Autrice: Irma Cantoni
Casa editrice: Libro/mania
Pagine: 368
Prezzo ed. cartacea: 9,90€
Prezzo ed. digitale: 4,99€


Disponibile dal 6 luglio 2017!


 

Dentro l’acqua recensione

Titolo: Into the Water
Autrice: Paula Hawkins
Anno di pubblicazione: 2017
Genere: Thriller
Titolo in Italia: Dentro l’acqua
Anno di pubblicazione ITA: 2017

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Nello stagno dal pittoresco nome di “delle annegate”, Libby pare oggetto di una tortura tanto antica quanto terrificante: essere immersa in acqua, sollevata e abbassata di nuovo fino a quando il respiro non si spegne.

Non sappiamo altro di lei per il momento, ma, nell’agosto 2015, Nel si getta, senza spiegazioni e addii, nella parte più bassa del fiume: proprio lo stesso stagno delle annegate.

Tocca alla sorella Jules occuparsi della nipote Lena rimasta sola. La ragazza, tuttavia, non sembra così disposta ad accettare una zia estranea e bugiarda, mai realmente presente nella sua vita.

Nella cittadina di Beckford, però, non si è trattato dell’unico caso legato all’acqua, a una donna e a una morte improvvisa, sospetta e dolorosa. E c’è qualcuno che sa: Nel ha lottato prima di affondare tra le acque… non si è semplicemente «buttata».

Non solo: Nel stava scrivendo un libro sul fiume e sullo Stagno delle Annegate; stava cercando notizie e unendo tutti i dati; stava rivangando un passato; stava scoprendo segreti e non tutti a Beckford erano felici di questa sua ingerenza.

E se il suo lavoro avesse dato fastidio a qualcuno? E se Nel avesse trovato il mistero dentro l’acqua, ma questo mistero l’avesse inghiottita?

Dopo la prova – per me scarsina, ma obiettivamente di successo – de “La ragazza del treno“, Paula Hawkins torna alle prese con un nuovo thriller.

Questa volta ci troviamo in un paesotto inglese: Beckford. Qui acqua, streghe e un profondo maschilismo si mescolano da secoli creando leggende e ricordi dolorosi (per qualcuno, affascinanti).

Jules torna nel luogo d’infanzia per ritrovarsi una sorella (pare) suicida da dover identificare, una nipote praticamente estranea e molto ostile a cui dover badare e parecchi demoni personali che tornano a riaffacciarsi a ogni angolo della casa familiare.

Devo ammettere che si nota un bel salto di qualità per quanto riguarda la “voce” e i punti di vista dei personaggi (nella mia recensione de “La ragazza del treno“, mi ero infatti lamentata che non si avvertiva un cambio di registro corrispondente al cambio di narratore).

Qui ammetto che questa problema è stato affrontato e la questione “voce” dei personaggi è sicuramente maturata.

I personaggi che prendono la parola in prima persona sono più numerosi e anche più variegati. Ad esempio, Jules (la sorella), Lena (la figlia) e Erin (la poliziotta) fortunatamente vedono le cose in maniera diversa e la seconda infagotta le sue frasi di parolacce da brava adolescente arrabbiata (Erin la segue un po’ in questo, ma poi recupera l’aplomb di poliziotto); mentre la zia Jules è più pacata nella sua esposizione rivolta direttamente alla sorella scomparsa.

Dall’altra parte, una rosa di comprimari, ognuno con la sua “faccenda-poco-chiara” da nascondere, viene, invece, seguito dal narratore onnisciente.

Poi c’è Nel (la-non-siamo-proprio-sicuri-che-si-sia-suicidata) che si compone nell’immaginario del lettore grazie ai ricordi della sorella, dai quali traspare una ragazzina spietata, ossessionata dall’acqua e dalle morti per annegamento, perfetta solo in superficie… ma non solo.

Nella conduzione della storia, tuttavia, si ricade un pochetto negli stessi errori presenti ne “La ragazza del treno” (troppa prevedibilità, qualche scena un po’ “da Hollywood”, calo d’intensità con il progredire del libro, personaggi simili per genere – nel senso che continuo a trovare più approfonditi e meglio realizzati i personaggi femminili).

Tutto sommato, però, l’ho trovata meglio condotta: lo stesso passaggio tra la decina di personaggi più variegati dona indubbio movimento alla storia.

Prima d’arrivare alla conclusione del romanzo (una per ogni personaggio… un po’ tirate per le lunghe per i miei gusti), c’è tempo anche per soffermarsi con un certa dolcezza sui difficili rapporti umani: le incomprensioni e i rancori che queste scatenano, i segreti e le animosità, le frasi non dette e i sentimenti repressi.

E affronta anche, senza superficialità e senza scadere nel melenso, la difficile situazione delle donne spesso vittime di attenzioni indesiderate, colpevoli a prescindere di “aver attirato” la violenza con il loro comportamento provocatorio, ma talvolta anche semplicemente succubi di un uomo autoritario.

Insomma, non griderei al miracolo letterario nemmeno questa volta, ma sicuramente lo trovo un buon passo avanti da parte di un’autrice capace di rimboccarsi le maniche e migliorarsi.

Una lettura comunque piacevole e interessante per il modo in cui si giostra tra l’acqua e i segreti umani.


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la ragazza del trenoTitolo: The Girl on the train
Autrice: Paula Hawkins
Genere: Thriller (?)
Anno di pubblicazione: 2015
Titolo in Italia: La ragazza del treno
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Barbara Porteri

Rachel è disperatamente sola (il marito l’ha abbandonata a favore dell’amante, con la quale ora ha una figlia; tutti e tre vivono allegramente nella stessa villetta, che si affaccia sui binari, dove abitava prima con Rachel), senza lavoro e con un grosso (grossissimo) problema con l’alcool (che abbastanza spesso la porta a fare una visitina molesta al suo ex marito e alla sua nuova moglie, Anna).

Ma Rachel ha anche una coinquilina adesso, alla quale ancora non ha confessato d’aver perso il lavoro.

Ogni mattina, quindi, la donna prende il treno per recarsi a Londra e fingere di avere ancora una vita. Nel suo tragitto, il treno passa proprio di fronte alla sua vecchia abitazione e Rachel non può far a meno di sbirciare… la casa accanto (perché per guardare la sua c’è ancora troppo dolore).

Megan, quella della casa accanto, ha altri tipi di problemi, ma anche lei è senza lavoro. E con un grosso (grossissimo) problema in arrivo.

Infatti… Megan scompare.

Non si sa dove sia finita né cosa ne sia stato di lei, ma Rachel, troppo ubriaca per ricordare i dettagli, sa una cosa: sa di essere stata lì, in quel quartiere, proprio la notte in cui la donna è scomparsa. E Rachel sa anche, perché conosce già quella sensazione, d’aver fatto qualcosa di terribile.

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Per le prime pagine, ci troviamo alle prese con il caldo – abbiamo capito, grazie; basta una volta -, le sbirciatine nostalgiche alla casa dei vicini, il conseguente ricordo doloroso per la villetta abbandonata e l’amore tradito, l’attuale situazione depressa e la forte dipendenza dall’alcool, questo mucchietto di vestiti sporchi abbandonati al bordo dei binari (… per la serie: oh, non me lo sarei mai aspettata!).

Dopo la terza volta, con anche l’alternanza tra mattina e sera, che veniva ripetuta questa solfa stavo per mollare la lettura. Poi da Rachel passiamo a Megan e ricomincia la stessa solfa scandita dal treno con la differenza che la prima ci viaggia sopra e la seconda se lo vede sfilare davanti e anzi, per la verità, sembra quasi che lo aspetti in giardino per regalare al mondo dei passeggeri sul treno un frammento della sua vita.

[E, tra parentesi, non si capisce nemmeno a che distanza è ‘sto giardino: prima la distanza è tale da non poter scorgere nemmeno i lineamenti delle persone poi una qualche distorsione spaziale consente una vicinanza tale da distinguere la differenza tra un bacio a stampo e uno «vero».]

Ma la curiosità del clamore suscitato da questo libro è stata più forte: dovevo capire il motivo di tutto questo fermento attorno al libro.

Ora, l’idea alla base potrebbe anche essere simpatica – se non fosse che esistono già dei precedenti in stile “spia il tuo vicino”, ma qui lo fa da un treno, quindi è sicuramente diversissimo -, ma io non so dove viva l’autrice o se la situazione treni a Londra sia diversa da quella italiana.

Anche a me – penso alla maggior parte di noi – è capitato di essere pendolare di un treno che passava proprio in mezzo alla città e tante erano le case, i giardini, le terrazze che si affacciavano proprio sui binari.
Ma io non ci ho mai visto tutto questo affollamento.

Qui pare quasi descrivere un acquario per pesci e quelli sono lì pronti a mostrarsi al treno che passa (come se prendessero la rincorsa per mettersi in posa non appena il primo sferragliare si ode in lontanza). Un po’ difficile che questo accada tutti i santissimi giorni alla solita identica ora (anche perché i treni non sempre sono in orario ed è difficile riuscire a trovare libero sempre lo stesso posto nello stesso vagone,  soprattutto se si tratta di treni che viaggiano a orari di punta per i pendolari).

la ragazza del treno film 2

Comunque, la fissa che si prende Rachel a livelli (gravemente) patologici potrebbe anche essere realistica – non escludo, infatti, che la gente raggiunga livelli di pazzia mooolto più elevati -, tuttavia sono davvero tanti gli elementi che vengono forzati per realizzare la vicenda e pigiati insieme (in primis, la faccenda vedi sopra del treno; poi l’ubriacona, tradita dal marito, la quale si fissa con la casa dei vicini e ci passa di fronte ogni giorno; quell’altra, “la maniaca” per così dire, che sembra passare le sue giornate ad attendere il treno in giardino; lo psicologo privo di senso etico e professionalità – o meglio con senso etico e professionale che si attiva a scoppio ritardato – e che invece di curare s’approfitta della malattia; il quotidiano online ficcanaso; questa incomprensibile tendenza a sbilanciarsi in slanci di fiducia e a confidarsi con gli estranei – ma, a onor del vero, non è il primo libro in cui si confessano segreti e peccati a un emerito sconosciuto; questa controproducente attenzione per dettagli inutili… perché se mi punti sempre sugli stessi particolari è abbastanza evidente dove vuoi andare a parare; e di come tutta Londra sembri girare attorno a un unico quartiere pieno zeppo di psicopatici… insomma, Una serie di sfortunati eventi esiste già come libro e non è questo).

Alla fine è troppo… di tutto. Sono così tanti gli elementi buttati e mescolati insieme che il risultato finale è uno strambo pachtwork disarticolato che fa storcere il naso.

SPOILER (velato, ma pur sempre spoiler)!!

E la lunga e pedante “confessione” finale, oltre a essere a dir poco surreale considerando che dall’altra parte c’è uno che non esita ad alzare le mani e agire senza porsi molti scrupoli, è davvero fuori luogo. Il periodo in cui il cattivo perde tempo a confessarsi per poi essere interrotto dal provvidenziale intervento di un deus ex machina dovrebbe considerarsi concluso (o essere usato con più accortezza).

La vicenda alterna Rachel, Megan e Anna (la nuova moglie dell’ex marito di Rachel; niente spoiler, tranquillo/a, lo si scopre nei primi capitoli). Insomma, una tale oscillazione tra tre personaggi (caratteri, storie, pensieri, punti di vista) diversi, personalmente mi fa supporre anche l’arrivo di un cambio di registro per meglio rimarcare il passaggio a un nuovo narratore/punto di vista (perché per quanto simili di carattere, non è possibile pensare alla stessa maniera e esprimersi allo stesso modo).

E… ho immaginato male.

Lo stile resta lo stesso, non ci sono cambi di registro, modi di parlare o intercalare differenti, non pare di calarsi nella mente di un altro personaggio.

Il comparto maschile soffre della stessa omologazione e non ho visto tutta questa cura nel rendere dei caratteri approfonditi e studiati.

È evidente che, in questo romanzo, si vuol puntare alla storia con risultati alterni. Alla descrizione degli ambienti, ad esempio, è concessa solo qualche rapidissima frase.

la ragazza del treno film

Uno dei “pregi” di questa tipologia di libri è la scorrevolezza che accompagna uno stile e un registro di scrittura esile e basilare. Ovviamente, si tratta di una semplicità ricercata che consente al lettore di leggere il libro in pochissimo tempo, ma che, dal mio punto di vista, priva di qualunque caratterizzazione e soggettività lo stile dello scrittore e dalla scrittrice uniformandolo a un canone impersonale e scialbo.

Alla fine, ho l’impressione che si sia fatto molto rumore per nulla, vista la pubblicità serrata che è stata fatta a questo libro.

La storia, purtroppo, non mi ha colpito e, anzi, ho avuto la bruttissima sensazione che fosse stata costruita a tavolino con l’unico scopo di impressionare il lettore.
Il cambio di punto di vista tra le tre donne protagoniste, sebbene aggiunga movimento al racconto, non è stato purtroppo ben eseguito dal momento che non si avverte un cambio di registro nella narrazione quando interviene una nuova narratrice.

Insomma, in sé considerato è un gialletto, scontato e senza troppe pretese, buono solo per passare qualche ora senza troppi pensieri.

P.S. Le immagini nell’articolo sono prese dal trailer di lancio del film ispirato a questo libro (Emily Blunt interpreterà Rachel). Per i dettagli sul film, puoi consultare l’articolo de IlPost.

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l'ipotesi del maleTitolo: L’ipotesi del male
Autore: Donato Carrisi
Genere: Thriller
Anno di pubblicazione: 2013

Preceduto da:
– Il Suggeritore

È una carneficina. Un’intera famiglia distrutta in una sola notte. Da un solo uomo.

E l’assurdità della situazione non finisce qui, perché quest’uomo vuole anche farsi riconoscere, obbligando l’unico sopravvissuto della famiglia, il piccolo Jes, a chiamare la polizia.

Quindi, sparisce.

Ma la polizia sa chi è. Roger Valin.

Un nome già noto, non perché di un criminale… ma perché di una vittima. Un volto che al Limbo, la sezione che si occupa dei casi di sparizione, conoscono da diciassette anni. E, dalla descrizione che il bimbo fornisce, sembra non essere minimamente cambiato in questi anni di scomparsa: stesso taglio di capelli, anche se un po’ più bianchi, stesso volto scavato e stessi identici vestiti della foto che al Limbo sono riusciti a reperire.

Che sta succedendo? E perché quest’uomo, sparito e dimenticato dal mondo, adesso ritorna? Perché ha ucciso un’intera famiglia, lasciando come testimone il piccolo Jes?

Interrogativi ai quali, Mila Vasquez dovrà rispondere a caro prezzo.

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I personaggi sono tanti, ma l’unico su cui si concentra l’azione è Mila (gli altri sono più che altro nomi che si susseguono e classici clichè: come la mega “capa” – tosta, sexy, bellissima e con uno spiccato gusto per i bagni nello Chanel N.5).

Sempre con questo suo problema con le emozioni (Mila è assolutamente incapace di empatia e ha rapporti solo con la paura e il dolore)… anche in questo capitolo, non ci schiodiamo e non andiamo molto avanti rispetto a quelle che erano le “pecurialità” di questo personaggio ne Il Suggeritore.

Mila è anche brava, qui come non mai; era brava ne Il Suggeritore, perché non dovrebbe esserlo anche qui? Però, le sue intuizioni sanno davvero troppo di divinazione.

Voglio dire: apparentemente, anche Sherlock Holmes – cui Mila non è paragonabile – pareva un indovino. Cosa che, in realtà, non era, perché le sue “intuizioni” erano il frutto asettico di un’attenta analisi e ponderata logica. E, quando rivelavi il “trucco”, tutto era così palese e perfettamente logico.

Qui, be’, qui rimaniamo bloccati alla “fase intuitiva”, istinto femminile, folgorazione sulla via di Damasco… chiamiamolo come preferiamo, ma è davvero esagerato. Ovviamente – e immancabilmente -, l’idea, la sensazione, la rivelazione divina di Mila si rivela fondata. O

ra, non è difficile per il lettore capire dove andrà a parare la situazione, complice gli accenti che vengono posti nelle scene a particolari apparentemente inutili, ma per Mila? E va bene una, due, tre volte… ma, ben presto, è un escamotage che stufa: un’indagine non può proseguire solo per le intuizioni mistiche di un unico personaggio (che va avanti da solo perché non può/vuole chiamare i colleghi; dimentica/è impossibilitato ad usare la pistola/il cellulare).

Se non è Mila a ricevere la folgorazione, allora è Berish; anche lui, però, impossibilitato a servirsi dell’aiuto dei colleghi – eccezion fatta per Mila – perché non può/vuole.

E veniamo allora a Simon Berish, il reietto, l’antropologo nonché controparte maschile di Mila in questo secondo capitolo dopo Il Suggeritore (dove ne aveva un’altra di controparte). Figura quella di Berish, da un lato un poco curiosa (che cosa mai avrà fatto di così terribile per inimicarsi l’intero corpo di polizia senza che Mila, che sono anni che lavora come poliziotta, ne abbia mai sentito un vaghissimo accenno?); dall’altro, insulsa e contraddittoria e, Dio, quanto è bravo anche lui con le intuizioni mistiche (i superiori non gli passano più casi, nessuno vuole più lavorare con lui, ma – non si capisce bene come – arriva fino all’interrogatorio di un sospettato… insomma, una fase delicatissima messa improvvisamente e inspiegabilmente nelle mani di uno di cui tutti diffidano?

Da qui, Berish si crea una nicchia in un mondo che non lo vuole e non lo considera più nemmeno. E anche il motivo per cui è considerato un reietto… boh… non ci sono nemmeno prove… e, nota personale, il suo “rivoluzionario” modo di condurre gli “interrogatori” con psicologia spiccia è assolutamente non credibile).

Ovviamente, tra i due c’è simpatiiiiiiiia (come diceva l’Olmo di Fabio De Luigi).

Non so, mentre leggevo ho avuto questa spiacevole sensazione come di dejà-vu: l’assassino che lascia briciole di pane ai poliziotti per condurli attraverso un macabro tour dell’orrore e per sfidarli/indottrinarli; dita scarnificate, case piene di cianfrusaglie… insomma, si cerca – o quantomeno questa è stata la mia sensazione – di occhieggiare alle cacce al criminale americane, mancando però di quel pathos e di quell’escalation nello srotolamento della storia.

Insomma, evoluzioni tra i personaggi scontate; passaggi narrativi prevedibili; fastidiose ripetizioni. Durante la narrazione, si mette l’accento su alcuni aspetti, alcuni personaggi, alcuni elementi con la conseguenza che, quando questi si rivelano o si presentano in quello che dovrebbe essere un colpo di scena, la sorpresa è sparita nel sospetto – o meglio certezza – che le cose sarebbe andate esattamente in quel modo (altrimenti perché concentrasi su quell’inutile particolare?).

Non so se avendo letto Il Suggeritore e conoscendone la fine ho cominciato con un gap, dal momento che già avevo un’idea di chi potesse essere il “cattivo” in stile Pifferaio Magico (o “manipolatore di coscienze” se preferiamo); però, trattandosi del secondo di una serie di thriller, non penso che i fatti e gli “intrighi” debbano essere così evidenti e palesi (e simili al precedente) come lo sono qui.

Alla fine, diventa davvero irritante: tutto ciò che ti aspetti accade. Si cerca di uscire dal banale, ma non si fa altro che ricadere nel prevedibile.

Sono così tanti i passaggi scontati e banali e poco credibili da essere irritanti. E certe uscite in stile “coniglio dal cilindro” puzzano davvero troppo di “colpo di scena” da telenovelas (segreti che sbucano dal nulla, nascosti a tutti, ma gettati addosso al primo sconosciuto che capita).

citazione l'ipotesi del male

Mi ripetevo stile mantra: “Il Suggeritore ti è piaciuto un sacco; vai avanti, vai avanti… il finale sarà una bomba…“.
La bomba letteraria purtroppo non arriva; in compenso abbiamo un inutilissimo riepilogo della vicenda, come se non fosse stato già sufficiente l’averlo immaginato e poi l’averlo letto mentre accadeva il tutto.

Comunque, si tratta di una lettura non troppo impegnativa, non troppo ingarbugliata, non troppo coinvolgente; non imprevedibile; non appassionante; sotto molti punti di vista scontata. Alcune delle storie degli “insonni” (in particolare mi riferisco a quella di Diana e della madre) sono ben costruite, ma restano comunque una parentesi di poche pagine nella narrazione della storia principale.

Devo ammettere che la lettura mi ha pesato molto (complice forse la sfiducia improvvisa che mi ha preso… v. avanti per la spiegazione).

Si tratta di un thriller, ma qui mancano molti degli elementi del genere: l’affannosa ricerca del sospetto; personaggi – non necessariamente belli e abilissimi nel loro lavoro – capaci di artigliare il lettore al cuore; una storia con dei colpi di scena che siano tali; il ritmo alla narrazione…

Qualche perplessità me l’hanno lasciata la sfila di marche automobilistiche. Che ci sia stato un qualche accordo con le principali case automobilistiche del mondo? Ovviamente la mia è una – triste – battuta, ma è una sfilza ininterrotta di marche d’auto (per quella che è la mia conoscenza non fa nessuna differenza identificare il modello per immaginarmelo). A parte questa precisione nell’indicare il modello dell’auto, le descrizioni soffrono un po’ di asetticità con qualche frase e immagine che si fingono poetiche, ma sono solo irritanti. Si tratta, comunque, di qualche particolare buttato lì, ma nulla di particolarmente eclatante. Insomma, una descrizione ambientale molto scarna («Le pareti erano rivestite da carta da parati rosso scuro. Il pavimento era coperto da una moquette dello stesso colore ma con grandi fiori blu – scelta apposta perché i clienti non distinguessero i punti in cui si sarebbe macchiata nel corso degli anni. Un lampadario impolverato sovrastava un letto matrimoniale marrone in legno laccato. Il copriletto era di raso bordeaux e presentava alcune bruciature di sigaretta. C’ erano due comodini coi ripiani in marmo grigio. Su uno era appoggiato un apparecchio telefonico […]» [e avanti così stile elenco della spesa]).

Forse si tratta solo di un ricordo errato, comunque sbiadito, ma ricordo che la prosa di Carrisi mi era piaciuta. Mi ero detta: ecco finalmente qualcuno che conosce l’esistenza delle subordinate (cordinate, ect.) e di una punteggiatura che vada oltre il punto e la virgola (e lo dice un’amante della virgola). E, quindi, che diavolo è successo? Qui abbiamo frasi brevi, semplici semplici; tante virgole; tanti punti. Non chiedo termini aulici, per carità!, ma frasi costruite sì. E frasi che abbiano un senso e che non fingano immagini poetiche («Sollevò la cornetta e gli squilli cessarono di colpo. Se la portò all’ orecchio e ascoltò un vuoto fatto di silenzio.»; «Gli strilli delle rondini passavano e svanivano in una sconosciuta lontananza.»).

Insomma, sono molto amareggiata. Carrisi era uno dei pochissimi autori italiani che consideravo davvero valido. Questa Ipotesi del male mi lascia davvero sfiduciata e mi chiedo se ho preso una botta in testa mente leggevo Il Suggeritore o dopo aver letto L’ipotesi del male (a questo punto, non saprei se rileggere il primo per capire un po’ se devo preoccuparmi o meno).

Per carità: non tutte le ciambelle escono con il buco, così come non tutti gli scrittori  – soprattutto se abbastanza prolifici – incasellano sempre storie meravigliose tra le pagine di un libro.

Non escludo di poter rileggere in futuro Carrisi, in memoria de Il Suggeritore – salvo che un’eventuale rilettura non mi faccia ricredere. Al momento, però, sento di dovermi ritirare nel mio guscio sfiduciato e depresso. Sob…

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