Dentro l’acqua recensione

Titolo: Into the Water
Autrice: Paula Hawkins
Anno di pubblicazione: 2017
Genere: Thriller
Titolo in Italia: Dentro l’acqua
Anno di pubblicazione ITA: 2017

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Nello stagno dal pittoresco nome di “delle annegate”, Libby pare oggetto di una tortura tanto antica quanto terrificante: essere immersa in acqua, sollevata e abbassata di nuovo fino a quando il respiro non si spegne.

Non sappiamo altro di lei per il momento, ma, nell’agosto 2015, Nel si getta, senza spiegazioni e addii, nella parte più bassa del fiume: proprio lo stesso stagno delle annegate.

Tocca alla sorella Jules occuparsi della nipote Lena rimasta sola. La ragazza, tuttavia, non sembra così disposta ad accettare una zia estranea e bugiarda, mai realmente presente nella sua vita.

Nella cittadina di Beckford, però, non si è trattato dell’unico caso legato all’acqua, a una donna e a una morte improvvisa, sospetta e dolorosa. E c’è qualcuno che sa: Nel ha lottato prima di affondare tra le acque… non si è semplicemente «buttata».

Non solo: Nel stava scrivendo un libro sul fiume e sullo Stagno delle Annegate; stava cercando notizie e unendo tutti i dati; stava rivangando un passato; stava scoprendo segreti e non tutti a Beckford erano felici di questa sua ingerenza.

E se il suo lavoro avesse dato fastidio a qualcuno? E se Nel avesse trovato il mistero dentro l’acqua, ma questo mistero l’avesse inghiottita?

Dopo la prova – per me scarsina, ma obiettivamente di successo – de “La ragazza del treno“, Paula Hawkins torna alle prese con un nuovo thriller.

Questa volta ci troviamo in un paesotto inglese: Beckford. Qui acqua, streghe e un profondo maschilismo si mescolano da secoli creando leggende e ricordi dolorosi (per qualcuno, affascinanti).

Jules torna nel luogo d’infanzia per ritrovarsi una sorella (pare) suicida da dover identificare, una nipote praticamente estranea e molto ostile a cui dover badare e parecchi demoni personali che tornano a riaffacciarsi a ogni angolo della casa familiare.

Devo ammettere che si nota un bel salto di qualità per quanto riguarda la “voce” e i punti di vista dei personaggi (nella mia recensione de “La ragazza del treno“, mi ero infatti lamentata che non si avvertiva un cambio di registro corrispondente al cambio di narratore).

Qui ammetto che questa problema è stato affrontato e la questione “voce” dei personaggi è sicuramente maturata.

I personaggi che prendono la parola in prima persona sono più numerosi e anche più variegati. Ad esempio, Jules (la sorella), Lena (la figlia) e Erin (la poliziotta) fortunatamente vedono le cose in maniera diversa e la seconda infagotta le sue frasi di parolacce da brava adolescente arrabbiata (Erin la segue un po’ in questo, ma poi recupera l’aplomb di poliziotto); mentre la zia Jules è più pacata nella sua esposizione rivolta direttamente alla sorella scomparsa.

Dall’altra parte, una rosa di comprimari, ognuno con la sua “faccenda-poco-chiara” da nascondere, viene, invece, seguito dal narratore onnisciente.

Poi c’è Nel (la-non-siamo-proprio-sicuri-che-si-sia-suicidata) che si compone nell’immaginario del lettore grazie ai ricordi della sorella, dai quali traspare una ragazzina spietata, ossessionata dall’acqua e dalle morti per annegamento, perfetta solo in superficie… ma non solo.

Nella conduzione della storia, tuttavia, si ricade un pochetto negli stessi errori presenti ne “La ragazza del treno” (troppa prevedibilità, qualche scena un po’ “da Hollywood”, calo d’intensità con il progredire del libro, personaggi simili per genere – nel senso che continuo a trovare più approfonditi e meglio realizzati i personaggi femminili).

Tutto sommato, però, l’ho trovata meglio condotta: lo stesso passaggio tra la decina di personaggi più variegati dona indubbio movimento alla storia.

Prima d’arrivare alla conclusione del romanzo (una per ogni personaggio… un po’ tirate per le lunghe per i miei gusti), c’è tempo anche per soffermarsi con un certa dolcezza sui difficili rapporti umani: le incomprensioni e i rancori che queste scatenano, i segreti e le animosità, le frasi non dette e i sentimenti repressi.

E affronta anche, senza superficialità e senza scadere nel melenso, la difficile situazione delle donne spesso vittime di attenzioni indesiderate, colpevoli a prescindere di “aver attirato” la violenza con il loro comportamento provocatorio, ma talvolta anche semplicemente succubi di un uomo autoritario.

Insomma, non griderei al miracolo letterario nemmeno questa volta, ma sicuramente lo trovo un buon passo avanti da parte di un’autrice capace di rimboccarsi le maniche e migliorarsi.

Una lettura comunque piacevole e interessante per il modo in cui si giostra tra l’acqua e i segreti umani.


Hai letto "Dentro l'acqua"? Che ne pensi?

View Results

Loading ... Loading ...

Altro di questa autrice: 

Dentro l’acqua recensione

Titolo: Into the Water Autrice: Paula Hawkins Anno di pubblicazione: 2017 Genere: Thriller Titolo in Italia: Dentro l'acqua Anno di ...
Leggi Tutto

La ragazza del treno recensione

Titolo: The Girl on the train Autrice: Paula Hawkins Genere: Thriller (?) Anno di pubblicazione: 2015 Titolo in Italia: La ...
Leggi Tutto

La ragazza del treno recensione

la ragazza del trenoTitolo: The Girl on the train
Autrice: Paula Hawkins
Genere: Thriller (?)
Anno di pubblicazione: 2015
Titolo in Italia: La ragazza del treno
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Barbara Porteri

Rachel è disperatamente sola (il marito l’ha abbandonata a favore dell’amante, con la quale ora ha una figlia; tutti e tre vivono allegramente nella stessa villetta, che si affaccia sui binari, dove abitava prima con Rachel), senza lavoro e con un grosso (grossissimo) problema con l’alcool (che abbastanza spesso la porta a fare una visitina molesta al suo ex marito e alla sua nuova moglie, Anna).

Ma Rachel ha anche una coinquilina adesso, alla quale ancora non ha confessato d’aver perso il lavoro.

Ogni mattina, quindi, la donna prende il treno per recarsi a Londra e fingere di avere ancora una vita. Nel suo tragitto, il treno passa proprio di fronte alla sua vecchia abitazione e Rachel non può far a meno di sbirciare… la casa accanto (perché per guardare la sua c’è ancora troppo dolore).

Megan, quella della casa accanto, ha altri tipi di problemi, ma anche lei è senza lavoro. E con un grosso (grossissimo) problema in arrivo.

Infatti… Megan scompare.

Non si sa dove sia finita né cosa ne sia stato di lei, ma Rachel, troppo ubriaca per ricordare i dettagli, sa una cosa: sa di essere stata lì, in quel quartiere, proprio la notte in cui la donna è scomparsa. E Rachel sa anche, perché conosce già quella sensazione, d’aver fatto qualcosa di terribile.

logo commento

Per le prime pagine, ci troviamo alle prese con il caldo – abbiamo capito, grazie; basta una volta -, le sbirciatine nostalgiche alla casa dei vicini, il conseguente ricordo doloroso per la villetta abbandonata e l’amore tradito, l’attuale situazione depressa e la forte dipendenza dall’alcool, questo mucchietto di vestiti sporchi abbandonati al bordo dei binari (… per la serie: oh, non me lo sarei mai aspettata!).

Dopo la terza volta, con anche l’alternanza tra mattina e sera, che veniva ripetuta questa solfa stavo per mollare la lettura. Poi da Rachel passiamo a Megan e ricomincia la stessa solfa scandita dal treno con la differenza che la prima ci viaggia sopra e la seconda se lo vede sfilare davanti e anzi, per la verità, sembra quasi che lo aspetti in giardino per regalare al mondo dei passeggeri sul treno un frammento della sua vita.

[E, tra parentesi, non si capisce nemmeno a che distanza è ‘sto giardino: prima la distanza è tale da non poter scorgere nemmeno i lineamenti delle persone poi una qualche distorsione spaziale consente una vicinanza tale da distinguere la differenza tra un bacio a stampo e uno «vero».]

Ma la curiosità del clamore suscitato da questo libro è stata più forte: dovevo capire il motivo di tutto questo fermento attorno al libro.

Ora, l’idea alla base potrebbe anche essere simpatica – se non fosse che esistono già dei precedenti in stile “spia il tuo vicino”, ma qui lo fa da un treno, quindi è sicuramente diversissimo -, ma io non so dove viva l’autrice o se la situazione treni a Londra sia diversa da quella italiana.

Anche a me – penso alla maggior parte di noi – è capitato di essere pendolare di un treno che passava proprio in mezzo alla città e tante erano le case, i giardini, le terrazze che si affacciavano proprio sui binari.
Ma io non ci ho mai visto tutto questo affollamento.

Qui pare quasi descrivere un acquario per pesci e quelli sono lì pronti a mostrarsi al treno che passa (come se prendessero la rincorsa per mettersi in posa non appena il primo sferragliare si ode in lontanza). Un po’ difficile che questo accada tutti i santissimi giorni alla solita identica ora (anche perché i treni non sempre sono in orario ed è difficile riuscire a trovare libero sempre lo stesso posto nello stesso vagone,  soprattutto se si tratta di treni che viaggiano a orari di punta per i pendolari).

la ragazza del treno film 2

Comunque, la fissa che si prende Rachel a livelli (gravemente) patologici potrebbe anche essere realistica – non escludo, infatti, che la gente raggiunga livelli di pazzia mooolto più elevati -, tuttavia sono davvero tanti gli elementi che vengono forzati per realizzare la vicenda e pigiati insieme (in primis, la faccenda vedi sopra del treno; poi l’ubriacona, tradita dal marito, la quale si fissa con la casa dei vicini e ci passa di fronte ogni giorno; quell’altra, “la maniaca” per così dire, che sembra passare le sue giornate ad attendere il treno in giardino; lo psicologo privo di senso etico e professionalità – o meglio con senso etico e professionale che si attiva a scoppio ritardato – e che invece di curare s’approfitta della malattia; il quotidiano online ficcanaso; questa incomprensibile tendenza a sbilanciarsi in slanci di fiducia e a confidarsi con gli estranei – ma, a onor del vero, non è il primo libro in cui si confessano segreti e peccati a un emerito sconosciuto; questa controproducente attenzione per dettagli inutili… perché se mi punti sempre sugli stessi particolari è abbastanza evidente dove vuoi andare a parare; e di come tutta Londra sembri girare attorno a un unico quartiere pieno zeppo di psicopatici… insomma, Una serie di sfortunati eventi esiste già come libro e non è questo).

Alla fine è troppo… di tutto. Sono così tanti gli elementi buttati e mescolati insieme che il risultato finale è uno strambo pachtwork disarticolato che fa storcere il naso.

SPOILER (velato, ma pur sempre spoiler)!!

E la lunga e pedante “confessione” finale, oltre a essere a dir poco surreale considerando che dall’altra parte c’è uno che non esita ad alzare le mani e agire senza porsi molti scrupoli, è davvero fuori luogo. Il periodo in cui il cattivo perde tempo a confessarsi per poi essere interrotto dal provvidenziale intervento di un deus ex machina dovrebbe considerarsi concluso (o essere usato con più accortezza).

La vicenda alterna Rachel, Megan e Anna (la nuova moglie dell’ex marito di Rachel; niente spoiler, tranquillo/a, lo si scopre nei primi capitoli). Insomma, una tale oscillazione tra tre personaggi (caratteri, storie, pensieri, punti di vista) diversi, personalmente mi fa supporre anche l’arrivo di un cambio di registro per meglio rimarcare il passaggio a un nuovo narratore/punto di vista (perché per quanto simili di carattere, non è possibile pensare alla stessa maniera e esprimersi allo stesso modo).

E… ho immaginato male.

Lo stile resta lo stesso, non ci sono cambi di registro, modi di parlare o intercalare differenti, non pare di calarsi nella mente di un altro personaggio.

Il comparto maschile soffre della stessa omologazione e non ho visto tutta questa cura nel rendere dei caratteri approfonditi e studiati.

È evidente che, in questo romanzo, si vuol puntare alla storia con risultati alterni. Alla descrizione degli ambienti, ad esempio, è concessa solo qualche rapidissima frase.

la ragazza del treno film

Uno dei “pregi” di questa tipologia di libri è la scorrevolezza che accompagna uno stile e un registro di scrittura esile e basilare. Ovviamente, si tratta di una semplicità ricercata che consente al lettore di leggere il libro in pochissimo tempo, ma che, dal mio punto di vista, priva di qualunque caratterizzazione e soggettività lo stile dello scrittore e dalla scrittrice uniformandolo a un canone impersonale e scialbo.

Alla fine, ho l’impressione che si sia fatto molto rumore per nulla, vista la pubblicità serrata che è stata fatta a questo libro.

La storia, purtroppo, non mi ha colpito e, anzi, ho avuto la bruttissima sensazione che fosse stata costruita a tavolino con l’unico scopo di impressionare il lettore.
Il cambio di punto di vista tra le tre donne protagoniste, sebbene aggiunga movimento al racconto, non è stato purtroppo ben eseguito dal momento che non si avverte un cambio di registro nella narrazione quando interviene una nuova narratrice.

Insomma, in sé considerato è un gialletto, scontato e senza troppe pretese, buono solo per passare qualche ora senza troppi pensieri.

P.S. Le immagini nell’articolo sono prese dal trailer di lancio del film ispirato a questo libro (Emily Blunt interpreterà Rachel). Per i dettagli sul film, puoi consultare l’articolo de IlPost.

la ragazza del treno valutazine


Hai letto "La ragazza del treno"? Che ne pensi?

View Results

Loading ... Loading ...


Altro di questa autrice: 

Dentro l’acqua recensione

Titolo: Into the Water Autrice: Paula Hawkins Anno di pubblicazione: 2017 Genere: Thriller Titolo in Italia: Dentro l'acqua Anno di ...
Leggi Tutto

La ragazza del treno recensione

Titolo: The Girl on the train Autrice: Paula Hawkins Genere: Thriller (?) Anno di pubblicazione: 2015 Titolo in Italia: La ...
Leggi Tutto

L’ipotesi del male recensione

l'ipotesi del maleTitolo: L’ipotesi del male
Autore: Donato Carrisi
Genere: Thriller
Anno di pubblicazione: 2013

Preceduto da:
– Il Suggeritore

È una carneficina. Un’intera famiglia distrutta in una sola notte. Da un solo uomo. E l’assurdità della situazione non finisce qui, perché quest’uomo vuole anche farsi riconoscere, obbligando l’unico sopravvissuto della famiglia, il piccolo Jes, a chiamare la polizia.
Quindi, sparisce.
Ma la polizia sa chi è. Roger Valin.
Un nome già noto, non perché di un criminale… ma perché di una vittima. Un volto che al Limbo, la sezione che si occupa dei casi di sparizione, conoscono da diciassette anni. E, dalla descrizione che il bimbo fornisce, sembra non essere minimamente cambiato in questi anni di scomparsa: stesso taglio di capelli, anche se un po’ più bianchi, stesso volto scavato e stessi identici vestiti della foto che al Limbo sono riusciti a reperire.
Che sta succedendo? E perché quest’uomo, sparito e dimenticato dal mondo, adesso ritorna? Perché ha ucciso un’intera famiglia, lasciando come testimone il piccolo Jes?
Interrogativi ai quali, Mila Vasquez dovrà rispondere a caro prezzo.

logo commento

I personaggi sono tanti, ma l’unico su cui si concentra l’azione è Mila (gli altri sono più che altro nomi che si susseguono e classici clichè: come la mega “capa” – tosta, sexy, bellissima e con uno spiccato gusto per i bagni nello Chanel N.5). Sempre con questo suo problema con le emozioni (Mila è assolutamente incapace di empatia e ha rapporti solo con la paura e il dolore)… anche in questo capitolo, non ci schiodiamo e non andiamo molto avanti rispetto a quelle che erano le “pecurialità” di questo personaggio ne Il Suggeritore.

Mila è anche brava, qui come non mai; era brava ne Il Suggeritore, perché non dovrebbe esserlo anche qui? Però, le sue intuizioni sanno davvero troppo di divinazione. Voglio dire: apparentemente, anche Sherlock Holmes – cui Mila non è paragonabile – pareva un indovino. Cosa che, in realtà, non era, perché le sue “intuizioni” erano il frutto asettico di un’attenta analisi e ponderata logica. E, quando rivelavi il “trucco”, tutto era così palese e perfettamente logico. Qui, be’, qui rimaniamo bloccati alla “fase intuitiva”, istinto femminile, folgorazione sulla via di Damasco… chiamiamolo come preferiamo, ma è davvero esagerato. Ovviamente – e immancabilmente -, l’idea, la sensazione, la rivelazione divina di Mila si rivela fondata. Ora, non è difficile per il lettore capire dove andrà a parare la situazione, complice gli accenti che vengono posti nelle scene a particolari apparentemente inutili, ma per Mila? E va bene una, due, tre volte… ma, ben presto, è un escamotage che stufa: un’indagine non può proseguire solo per le intuizioni mistiche di un unico personaggio (che va avanti da solo perché non può/vuole chiamare i colleghi; dimentica/è impossibilitato ad usare la pistola/il cellulare). Se non è Mila a ricevere la folgorazione, allora è Berish; anche lui, però, impossibilitato a servirsi dell’aiuto dei colleghi – eccezion fatta per Mila – perché non può/vuole.

E veniamo allora a Simon Berish, il reietto, l’antropologo nonché controparte maschile di Mila in questo secondo capitolo dopo Il Suggeritore (dove ne aveva un’altra di controparte). Figura quella di Berish, da un lato un poco curiosa (che cosa mai avrà fatto di così terribile per inimicarsi l’intero corpo di polizia senza che Mila, che sono anni che lavora come poliziotta, ne abbia mai sentito un vaghissimo accenno?); dall’altro, insulsa e contraddittoria e, Dio, quanto è bravo anche lui con le intuizioni mistiche (i superiori non gli passano più casi, nessuno vuole più lavorare con lui, ma – non si capisce bene come – arriva fino all’interrogatorio di un sospettato… insomma, una fase delicatissima messa improvvisamente e inspiegabilmente nelle mani di uno di cui tutti diffidano? Da qui, Berish si crea una nicchia in un mondo che non lo vuole e non lo considera più nemmeno. E anche il motivo per cui è considerato un reietto… boh… non ci sono nemmeno prove… e, nota personale, il suo “rivoluzionario” modo di condurre gli “interrogatori” con psicologia spiccia è assolutamente non credibile).

Ovviamente, tra i due c’è simpatiiiiiiiia (come diceva l’Olmo di Fabio De Luigi).

Non so, mentre leggevo ho avuto questa spiacevole sensazione come di dejà-vu: l’assassino che lascia briciole di pane ai poliziotti per condurli attraverso un macabro tour dell’orrore e per sfidarli/indottrinarli; dita scarnificate, case piene di cianfrusaglie… insomma, si cerca – o quantomeno questa è stata la mia sensazione – di occhieggiare alle cacce al criminale americane, mancando però di quel pathos e di quell’escalation nello srotolamento della storia.

Insomma, evoluzioni tra i personaggi scontate; passaggi narrativi prevedibili; fastidiose ripetizioni. Durante la narrazione, si mette l’accento su alcuni aspetti, alcuni personaggi, alcuni elementi con la conseguenza che, quando questi si rivelano o si presentano in quello che dovrebbe essere un colpo di scena, la sorpresa è sparita nel sospetto – o meglio certezza – che le cose sarebbe andate esattamente in quel modo (altrimenti perché concentrasi su quell’inutile particolare?).

Non so se avendo letto Il Suggeritore e conoscendone la fine ho cominciato con un gap, dal momento che già avevo un’idea di chi potesse essere il “cattivo” in stile Pifferaio Magico (o “manipolatore di coscienze” se preferiamo); però, trattandosi del secondo di una serie di thriller, non penso che i fatti e gli “intrighi” debbano essere così evidenti e palesi (e simili al precedente) come lo sono qui. Alla fine, diventa davvero irritante: tutto ciò che ti aspetti accade. Si cerca di uscire dal banale, ma non si fa altro che ricadere nel prevedibile. Sono così tanti i passaggi scontati e banali e poco credibili da essere irritanti. E certe uscite in stile “coniglio dal cilindro” puzzano davvero troppo di “colpo di scena” da telenovelas (segreti che sbucano dal nulla, nascosti a tutti, ma gettati addosso al primo sconosciuto che capita).

citazione l'ipotesi del male

Mi ripetevo stile mantra: “Il Suggeritore ti è piaciuto un sacco; vai avanti, vai avanti… il finale sarà una bomba…“.
La bomba letteraria purtroppo non arriva; in compenso abbiamo un inutilissimo riepilogo della vicenda, come se non fosse stato già sufficiente l’averlo immaginato e poi l’averlo letto mentre accadeva il tutto.

Comunque, si tratta di una lettura non troppo impegnativa, non troppo ingarbugliata, non troppo coinvolgente; non imprevedibile; non appassionante; sotto molti punti di vista scontata. Alcune delle storie degli “insonni” (in particolare mi riferisco a quella di Diana e della madre) sono ben costruite, ma restano comunque una parentesi di poche pagine nella narrazione della storia principale.

Devo ammettere che la lettura mi ha pesato molto (complice forse la sfiducia improvvisa che mi ha preso… v. avanti per la spiegazione).

Si tratta di un thriller, ma qui mancano molti degli elementi del genere: l’affannosa ricerca del sospetto; personaggi – non necessariamente belli e abilissimi nel loro lavoro – capaci di artigliare il lettore al cuore; una storia con dei colpi di scena che siano tali; il ritmo alla narrazione…

Qualche perplessità me l’hanno lasciata la sfila di marche automobilistiche. Che ci sia stato un qualche accordo con le principali case automobilistiche del mondo? Ovviamente la mia è una – triste – battuta, ma è una sfilza ininterrotta di marche d’auto (per quella che è la mia conoscenza non fa nessuna differenza identificare il modello per immaginarmelo). A parte questa precisione nell’indicare il modello dell’auto, le descrizioni soffrono un po’ di asetticità con qualche frase e immagine che si fingono poetiche, ma sono solo irritanti. Si tratta, comunque, di qualche particolare buttato lì, ma nulla di particolarmente eclatante. Insomma, una descrizione ambientale molto scarna («Le pareti erano rivestite da carta da parati rosso scuro. Il pavimento era coperto da una moquette dello stesso colore ma con grandi fiori blu – scelta apposta perché i clienti non distinguessero i punti in cui si sarebbe macchiata nel corso degli anni. Un lampadario impolverato sovrastava un letto matrimoniale marrone in legno laccato. Il copriletto era di raso bordeaux e presentava alcune bruciature di sigaretta. C’ erano due comodini coi ripiani in marmo grigio. Su uno era appoggiato un apparecchio telefonico […]» [e avanti così stile elenco della spesa]).

Forse si tratta solo di un ricordo errato, comunque sbiadito, ma ricordo che la prosa di Carrisi mi era piaciuta. Mi ero detta: ecco finalmente qualcuno che conosce l’esistenza delle subordinate (cordinate, ect.) e di una punteggiatura che vada oltre il punto e la virgola (e lo dice un’amante della virgola). E, quindi, che diavolo è successo? Qui abbiamo frasi brevi, semplici semplici; tante virgole; tanti punti. Non chiedo termini aulici, per carità!, ma frasi costruite sì. E frasi che abbiano un senso e che non fingano immagini poetiche («Sollevò la cornetta e gli squilli cessarono di colpo. Se la portò all’ orecchio e ascoltò un vuoto fatto di silenzio.»; «Gli strilli delle rondini passavano e svanivano in una sconosciuta lontananza.»).

Insomma, sono molto amareggiata. Carrisi era uno dei pochissimi autori italiani che consideravo davvero valido. Questa Ipotesi del male mi lascia davvero sfiduciata e mi chiedo se ho preso una botta in testa mente leggevo Il Suggeritore o dopo aver letto Ipotesi del male (a questo punto, non saprei se rileggere il primo per capire un po’ se devo preoccuparmi o meno).

Per carità: non tutte le ciambelle escono con il buco, così come non tutti gli scrittori  – soprattutto se abbastanza prolifici – incasellano sempre storie meravigliose tra le pagine di un libro.

Non escludo di poter rileggere in futuro Carrisi, in memoria de Il Suggeritore – salvo che un’eventuale rilettura non mi faccia ricredere. Al momento, però, sento di dovermi ritirare nel mio guscio sfiduciato e depresso. Sob…

valutazione l'ipotesi del male


Hai letto "L'ipotesi del male?" Che ne pensi?

View Results

Loading ... Loading ...

Lo scheletro che balla recensione

Lo scheletro che balla recensioneTitolo: The coffin dancer
Autore: Jeffrey Deaver
Genere: Thriller
Anno di pubblicazione: 1998
Titolo in Italia: Lo scheletro che balla
Anno di pubblicazione ITA: 1998
Trad. di: Stefano Massaron

Preceduto da: 
Il collezionista di ossa

Il niner Charlie Juliet sta iniziando il suo avvicinamento alla pista d’atterraggio dell’aeroporto di Chicago. Nulla da segnalare: serata perfetta, stelle in cielo e vento propizio. Ma Edward (Ed) Carney ha addosso una strana sensazione di disagio e decide di chiamare la moglie. Nell’esatto istante in cui Percey – la moglie di Ed – risponde, un buco si apre nella fusoliera, l’esplosione si porta via il braccio di Ed e, be’, anche la sua vita e quella del copilota.

E non si tratta di un errore umano o tecnico o una disgrazia del destino dispettoso. No. C’era chi voleva Ed morto e… anche sua moglie (che solo grazie a un mal di testa ha aggirato la morte) e un loro amico Brit Hale.

Loro tre saranno, infatti, testimoni nel processo contro Hansen, un imprenditore che si è fatto da sé, ma che non resta troppo simpatico al governo degli Stati Uniti, dal momento che vende armi – rubate all’esercito – sul mercato nero. Per far fuori questo scomodi testimoni, Hansen avrebbe assunto un temibile killer, spietato e così bravo da essere quasi un fantasma, una vecchia conoscenza di Lincoln Rhyme: lo scheletro che balla – dal nome di un tatuaggio che ha sul braccio.

Ora: ci sono solo quarantacinque ore per salvare la vita dei due testimoni e incastrare anche una volta per tutte lo scheletro che balla. Ce la farà Rhyme?

logo commento

Solitamente si dice: «Squadra che vince non si cambia».
Be’, ottimo consiglio; non applicabile purtroppo al mondo letterario in cui il “già visto” fa subito storcere il naso. E così, ritroviamo Lincoln, con un giocattolo questa volta aggiornato e più figo del precedente, in “profonda meditazione” disturbato – il solito Thom che lascia passare gente! – da due facce note, Sellito e Banks. Cosa vogliono questa volta? Bah… nulla di nuovo. C’è un caso intricato; delle vittime – non ancora tali – da salvare e una corsa contro il tempo al fulmicotone (45 ore). Poi abbiamo una lavagna da compilare con i dati utili per trovare l’assassino, il quale dopo poche pagine si rivela essere già – guarda caso – uno psicopatico.

Ti ricorda qualcosa?

Ma gli episodi “copioni” non finisco qui, perché abbiamo attentati alla vita di Saschs (no?!), arresti inconsulti – e contro il parere dei superiori – sempre di Saschs… insomma, siamo sicuri che stiano cercando Lo scheletro che balla o Deaver è rimasto bloccato in una sorta di loop criminoso a Il collezionista di ossa?
In alcuni punti, la questione CS (scena del crimine) si fa un po’ troppo vudù e Rhyme riesce davvero a carpire nozioni utili anche dalla capocchia di uno spillo tenuto in mano per tre secondi dal cugino del nipote dello zio dell’assassino. Insomma, questo per dire che alcuni elementi hanno un’eccessiva inclinazione al “divinatorio”. E, per carità, la scienza moderna ha fatto dei passi da gigante, ma ha comunque dei limiti (che qui sono molto molto sottili; Rhyme diventa una specie di macchina onnisciente della scena del crimine).

Comunque, eliminato questo fastidioso elemento del “già visto” e questa “misticità” nell’interpretazione dei microscopici indizi, la vicenda resta sempre ben intrecciata anche se l’ho trovata molto inferiore a quella raccontata ne Il Collezionista di ossa, in cui la tensione era crescente, i personaggi studiati e approfonditi, le situazioni realistiche e ben raccontate. Qui, sebbene manchi quella voracità della lettura causa l’effetto dejà-vù, qualcosa viene comunque recuperato verso la fine con l’unico colpo di scena di tutto il libro.

Passando a parlare dei personaggi.
Il rapporto tra Amelia e Rhyme, pur prendendo una china già prevedibile nel precedente capitolo, si fa più profondo, sebbene scada un po’ nel banale con la “questione gelosia” (e nonostante le precedenti remore di Rhyme spariscano magicamente). A parte questo aspetto che subisce una sorta di “evoluzione”, non si rinviene tuttavia lo stesso con gli altri personaggi (ad esempio, sarebbe stato interessante approfondire la figura di Thom e il suo rapporto con Lincoln; oppure Dellrey, il camaleonte, è un personaggio sicuramente ben riuscito, ma che qui passa un po’ in sordina e fa solo qualche comparsata mostrando comunque capacità fenomenali; anche Banks è un elemento che viene eliminato rapidamente dalla scena e poi completamente dimenticato, ma avrebbe meritato un maggiore approfondimento). Insomma, ho avvertito una certa rapidità nell’attenzione prestata ai personaggi, cosa assolutamente non scontata o secondaria ne Il Collezionista di ossa.

La presenza di Percey – una dei testimoni da salvare – è sicuramente molto forte e caratterizzante, ma l’ho avvertita come una sorta di speculare di Saschs: laddove una ha un carattere forte e deciso e riesce in un ambiente prettamente maschile, lo stesso fa l’altra; se la prima ha avuto difficoltà in amore, vale lo stesso per la seconda (anche se per i motivi opposti); una ama i motori degli aerei, l’altra delle macchine. L’unica differenza sostanziale è nell’aspetto fisico perché se la prima viene chiamata la donna “troll”, la seconda è meravigliosa (ex modella non a caso).

Venendo poi all’elemento “ambienti“. Del primo capitolo di questa serie, avevo davvero molto apprezzato le descrizioni delle scene del crimine, ricche di dettagli, ma non per questo confuse, le quali garantivano al lettore di procedere al fianco di Amelia e visualizzare così il luogo nella mente. Qui, di contro, sembra in qualche punto che uno schizzato si sia impossessato della penna dello scrittore. In certi passaggi, le descrizioni si fanno un po’ confuse, più sfuggenti e meno curate rispetto a Il Collezionosta di ossa.

Ora, vedo che, nella mia recensione, i riscontri e i paragoni con Il Collezionista di ossa sono tanti, ma davvero non è possibile scinderli l’uno dall’altro dal momento che sono proprio il seguito l’uno dell’altro. Detto questo e volendo “valutare” Lo Scheletro che balla quale un libro a sé stante, questa è la mia valutazione…

Lo scheletro che balla valutazione


Hai letto "Lo scheletro che balla"? Che ne pensi?

View Results

Loading ... Loading ...

Il collezionista di ossa recensione

il collezionista di ossa recensione

Titolo: The Bone Collector
Autore: Jeffery Deaver
Genere: Thriller
Anno di pubblicazione: 1997
Titolo in Italia: Il collezionista di ossa
Anno di pubblicazione: 1998
Trad. di: Stefano Massaron

Seguito da:
Lo scheletro che balla

New York. Una città caotica, piena di vita, sempre di fretta. Siamo all’aeroporto. T.J. (Tammie Jean) Colfax e John Albrecht hanno bisogno di un taxi e… be’, il destino gli farà prendere quello sbagliato… sbagliatissimo.

Ore dopo, il poliziotto Amelia Sachs è chiamata nei pressi di uno scambio treni per ricercare le tracce di un possibile omicidio. Purtroppo, la donna troverà qualcosa di agghiacciante. Una mano, completamente scarnificata, fuoriesce dal terreno… e il cadavere del suo proprietario è sepolto proprio lì sotto… è stato sepolto… vivo.

Il caso è intricato, sulla scena vengono ritrovati strani elementi e gli occhi sono puntati sulla città – causa conferenza della Nazioni Unite: insomma, la questione deve essere risolta in fretta e senza troppo clamore. Vogliono lui: Lincoln Rhyme. Ma lui non è tanto intenzionato ad aiutare né potrebbe anche volendo: primo, Rhyme è un ex pezzo grosso della scientifica; secondo, a causa di un incidente mentre era in servizio, Rhyme ha completamente perso la sua mobilità. È tetraplegico, bloccato a letto. E terzo: ha deciso di farla finita con al sua vita.

Ma… non è finita qui.
Il killer sembra divertirsi, sembra provarci un gusto sfrenato e sembra voler sfidare qualcuno. Su ogni scena del crimine lascia, infatti, degli indizi che, se risolti in tempo, condurranno alla vittima successiva. Salvare una vita è solo una questione di velocità.

logo commento

Arrivo un po’ tardi a leggere questo libro (considerato che sono un’avida lettrice di thriller) e ammetto d’aver ritardo a scrivere questa recensione, perché…

Deaver scopre subito le sue carte: un folle assassino particolarmente affascinato dalle ossa, un (ex)poliziotto tetraplegico intenzionato a farla finita con la sua vita e una poliziotta nel posto sbagliato (poveraccia, si ritrova davanti una mano scarnificata, il cui proprietario è stato interrato… non una bella scena) con l’artrite cronica. Insomma, un bel tris; è solo questione di mescolarle bene e giocare un’ottima partita.

E, a mio parere, la partita è ben giocata. Per questo, ho ritardo a scrivere: ho ben poco da dire.

La storia prende subito (giusto come aspetto folcloristico, ho cominciato a leggere nel pomeriggio per finire il giorno dopo… diciamo che sono rimasta incollata alla lettura XD). Insomma, entrando subito nella dinamica della follia dell’omicida, abbiamo anche modo di seguire la polizia nella scoperta dell’indizio successivo, della vittima successiva. Praticamente all’inizio di ogni capitolo, c’è una tabella che segue gli aggiornamenti dell’identità dell’assassino. In più, ogni volta che viene trovata una nuova scena del crimine, seguiamo passo passo Amelia nell’investigazione e nella ricerca delle prove. Gli indizi trovati vengono presentati al lettore così come se li trova davanti anche la polizia. Diventa, quindi, automatico immedesimarsi nella lettura; cercare di comprendere quegli indizi apparentemente scollegati e assurdi e trovare una soluzione insieme (o, perché no?, anche prima) di Rhyme e del suo poll.

Ultima nota relativa alla storia: non ho individuato all’assassino (il primo sospetto sì, ma Deaver mi ha proprio preso in castagna!). E mi piace un sacco restare sbalordita da un colpevole su cui non avevo proprio il più piccolo dei sospetti.

Unica nota “dolente” il finale: un po’ troppo “americanata“per i miei gusti, ma comunque piacevole.

Insomma, se l’impianto narrativo è davvero ben costruito, lo stesso vale per i personaggi. Rhyme, il detective costretto su di un letto, burbero e irascibile. Amelia, la meravigliossima (ok, qui cascano un po’ le braccia) poliziotta; tanto bella quanto sola, con un doloroso passato alle spalle.
E poi tutto il contorno non è affatto da meno. Si tratta di personaggi forti, ma con le loro debolezze, con i loro segreti, caratterizzati e, sì, molto realistici proprio perché imperfetti.
Qui accade proprio quello che io adoro: il carattere die personaggi prende forma tramite le loro azioni, i loro discorsi, i loro movimenti e i loro gesti. Non si hanno blocchi di paragrafo in cui si descrivono minuziosamente tutte le sfaccettature e le elucubrazioni dei personaggio. Affatto! Loro agiscono, si muovono sulla scena e prendono così vita. È un aspetto questo che davvero adoro.

Ehehe: alla fine, ho scritto d’aver “poco da dire”, ma qui sto creando un poema. Concludo rapidamente. Per quello che riguarda gli ambienti, vedi sopra. Le scene del crimine sono ben descritte; le descrizioni precise, ma non invadenti, nel senso che permettono al lettore di immaginare la sua versione dell’ambiente.

Ben scritto e scorrevole.

il collezionista di ossa valutazione

P.S. Wow! Era un sacco di tempo che non davo un voto così alto!


Hai letto "Il collezionista di ossa"? Che ne pensi?

View Results

Loading ... Loading ...