La donna della cabina numero 10 recensione

Titolo: The woman in cabin 10
Autrice: Ruth Ware
Genere: Giallo (?)
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: La donna della cabina numero 10
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Tra. di: Valeria Galassi

C’è qualcosa che non va.
Il gatto graffia la porta della camera per uscire, ma Lo, per quanto – parecchio – brilla la sera prima, non ricorda d’averla chiusa. Lo apre la porta per lasciare libero il gatto e… bam!, si ritrova davanti un uomo completamente imbacuccato con i guanti di lattice. Prima che ci sia tempo per dire o fare qualunque cosa, l’innominato gli sbatte la porta in faccia chiudendola nuovamente in camera. Paralizzata dal terrore e dolorante per la botta appena ricevuta, Lo attende che l’uomo finisca di svaligiare il suo appartamento e se ne vada.
L’arrivo della polizia non aiuta comunque Lo a riprendersi dallo shock… ma, come si dice, lo spettacolo deve continuare. Lo, infatti, è stata scelta dalla  rivista di viaggi per la quale lavora per un servizio su di un piccola nave da crociera di super-mega-lusso, l’Aurora.

Sebbene ancora profondamente turbata, Lo si imbarca, ma… non è destino che le sue notti possano rivelarsi tranquille. E infatti, e nonostante la forte sbronza (diciamo che per un buon 75% del romanzo Lo è ciucca) viene svegliata da un urlo. Poi.… un tonfo come di un corpo gettato in acqua.

Lo si precipita sul terrazzino a precipizio sul mare, ma… nulla. Nulla. Nulla. Anche se… oddio, c’è una macchia di sangue sulla terrazza della cabina di fianco la sua: la numero 10!
Eppure, avvisato il capo della sicurezza e ispezionata la fantomatica stanza, ancora nulla (la macchia di sangue è svanita). Lo, però, ha sentito un urlo e poi un tonfo e ha visto la striscia di sangue… e, nella cabina numero 10, c’era una ragazza che le ha prestato il mascara!
Eppure… nessuno del personale o dell’equipaggio manca all’appello… e la cabina numero 10, in verità, non è mai stata occupata da nessuno.

A quanto pare, sulla scia del successo ottenuto con il suo primo romanzo (L’invito), Ruth Ware tenta il colpaccio con La donna della cabina numero 10.
[Da leggere, quindi? La mia risposta si trova nell’ultima riga dell’articolo.]
Il libro, secondo quanto recita la fascetta rossa, è tra i bestseller del New York Times (ma, praticamente, tutti sono bestseller del New York Times… ok, ok, non cominciamo subito con la polemica).

Seguiamo la nostra Laura (alias Lo) nelle sue peregrinazioni in piena notte in pigiama, seguite da lunghi bagni in vasca, lunghi risciacqui in doccia (in generale frequenti visite al bagno); e ancora sfuriate da diva incallita, visioni di porte semoventi, riposi in déshabillez nonostante il terrore che qualche ladro possa nuovamente introdursi nella sua stanza/cabina e alcool… tanto alcool (e la conseguenza necessità di farmaci per attutire la sbornia).

Se tutto questo non bastasse a rendere antipatica la protagonista ed estremamente ripetitivo lo schema narrativo, ci si mette pure un insensato “mistero”, una donna che nessuno ha notato e un isolamento forzato su di una piccola barca in mezzo al mare.

Ora, per la verità, se questi elementi fossero mescolati bene assieme potrebbero davvero risultare una bomba (come nel caso del magnifico Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, in cui dieci sconosciuti sono bloccati assieme in una villa su di un isola in mezzo al mare).
Il guaio è che ne La donna della cabina numero 10 vengono accostanti insieme con una tale inconsistenza  e goffaggine da rendere fastidiosa la lettura.

L’incostanza e l’inconsistenza alla quale la protagonista ci obbliga sono due elementi davvero irritanti che non invogliano certo a simpatizzare per lei o per le sue disgrazie. Inoltre, il fatto che a oltre metà libro ancora l’azione non sia partita non aiuta di certo ad apprezzare la storia.

L’azione, oltre che presentarsi in schemi abbastanza ripetitivi, è tutto un girovagare sulla nave alla ricerca di questa ragazza della cabina numero 10 tra dialoghi insulsi, considerazioni inutili e ripetitive e incontri/scontri  con gli altri passeggeri ai limiti dello stalking.
Ovviamente, anche qui (v. La ragazza del treno… le due protagoniste hanno problemi simili), dato il suo trascorso di farmaco-dipendente e alcool-simpatizzante, la nostra Laura/Lo non viene creduta da nessuno… o comunque le sue affermazioni vengono prese con una certa diffidenza (tranne che dall’ex, casualmente presente sulla barca e pronto a rendersi utile).

Anche la ripetitività delle scene è disarmante e, più o meno, segue il seguente schema: incontro con uno o più ospiti e, se non sono ubriachi, la nostra Lo nota quasi subito che c’è qualcosa di sospetto nel loro sguardo o modo di fare (allora forse lui/lei sa qualcosa della ragazza della cabina numero 10? È stato lui/lei?).
Quando non è intenta a giudicare gli altri e a fingersi, con parecchio imbarazzo per lo sfortunato lettore, una novella investigatrice, la proganista non fa altro che cianciare sui doveri dell’essere giornalista (perché, ricordiamolo, lei è lì per scrivere un servizio per la rivista per la quale lavora), sul senso di sicurezza che deve dimostrare all’esterno (per trovare “contatti utili” a lei e alla suddetta rivista), sull’importanza di mostrarsi solare e sicura (per fare bella figura e magari ottenere l’avanzamento di carriera)… per poi fare l’esatto contrario e rovinarsi con le sue stesse mani in un sconfortante misto di goffaggine, doddezza e infantilismo… ma come è vissuta nel mondo questa?!

Mi sono dilungata tanto sulla protagonista, perché ahimè gli altri personaggi sono… evanescenti. Ho fatto sinceramente fatica a comprendere chi era chi e, a metà romanzo, mi restavano ancora parecchi dubbi su qualche personaggio.

Insomma, si tratta di figure intercambiabili che si distinguono gli uni dalle altre solo per il nome… ma prima di trovare l’abbinamento corretto, si deve fare mente locale. Mancano, dal mio punto di vista, tratti caratterizzanti che permettano un’identificazione immediata da parte del lettore.
Intervengono solo con qualche inutile battuta, poi spariscono di scena.
Equipaggio o passeggeri non fa alcuna differenza: sono lì giusto per fare presenza.

Anche lo stacco che, almeno immagino, l’autrice voleva mostrare tra passeggeri-ricchezza ed equipaggio-povertà è grossolano ed esclusivamente formale, in alcun modo approfondito. Nonostante questo Lo ragiona per dei paragrafi sul lusso del ponte superiore paragonandolo ai corridoi stretti e poco luminosi e alle cabine condivise che occupa, invece, l’equipaggio.

Speravo che, verso la fine, comparisse un po’ di pathos… in verità, andava bene qualunque cosa pur di dare un senso a questa lettura…
Tuttavia, lo svolgimento resta prevedibile… assurdo.
Come ho scritto sopra, l’azione si trascina in chiacchiere inutili, passeggiate sulla barca alla ricerca di un determinato personaggio, ripetitivi riepiloghi su cosa ha visto e sentito Lo sulla barca o su come si è sentita “violata” quando il ladro le è entrato nell’appartamento e di come questo fatto la faccia simpatizzare con la ragazza della cabina numero 10.

E quando si arriva alla conclusione non si viene assolutamente ripagati della fatica fatta. Il finale è davvero insulso e, come ho scritto più volte, fin troppo prevedibile.

Nemmeno lo stile di scrittura, semplice e ridotto all’osso quanto a costruzione della frase, aiuta a digerire questa storia.

Nella tendina dello spoiler qui sotto ho raccolto tutte gli elementi poco coerenti nella trama secondo il mio punto di vista.

Cosa che non mi tornano nella trama **Attenzione Spoiler**

  • Per quanto nave di lusso, i “muri” tra una cabina e l’altra non sono certo fatti di piombo, quindi un urlo in piena notte… in mezzo al mare… si sente.
    Così come si sarebbe sentito l’urlo di Laura (o, comunque, i rumori di una colluttazione) in piena notte! Capisco che la cabina-prigione nella stiva sia già una situazione più complessa, ma urla e movimenti vari nel corridoio in mezzo a dieci cabine… è credibile che, più di una volta, nessuno abbia sentito nulla?
  • Capisco che la protagonista debba avere dei tratti peculiari… per giustificare il fatto di essere appunto “protagonista“. Ma Lo ce le ha tutte? Un rapido elenco…
    Soffre d’ansia e di frequenti attacchi di panico; butta giù pillole e/o farmaci come fossero mentine; beve come una spugna; ha il mal di testa costante; soffre il mal di mare; soffre di claustrofobia e pare pure che vada in ipoglicemia falcimente… non è una giornalista, ma un baraccone!
  • Si tratta di un viaggio di lavoro: chi è lì come giornalista; chi, invece, come ospite di un certo riguardo. Quindi, un minimo di apparenze andranno pur mantenute, no?!, in mezzo a un branco di sconosciuti… alcuni dei quali potrebbero scattarti una foto compromettente e gettarla in pasto all’opinione pubblica. E invece no: sono tutti costantemente ubriachi o alticci.
  • Carrie, la molto confusa assassina-ma-visto-che-ci-siamo-forse-cambio sostiene che Bullmer riteneva troppo «crudele» divorziare dalla moglie che stava morendo… perché ucciderla quando stava guarendo cosa sarebbe invece?
  • Punto secondo: Carrie e Bullmer hanno provato – più volte – in pubblico la loro farsa ed è sempre andata bene (in stile Se morisse mio marito, sempre Agatha Christie). E Anne, la moglie di Bullmer, non è mai venuta a sapere, anche per vie traverse, che il marito era andato a un evento pubblico in compagnia della finta moglie (giornali, televisioni… ?)?
  • Punto terzo: per quale assurdo motivo mettere in mezzo una terza persona (Carrie), inscenare ‘sto bailamme sulla barca? Non sarebbe stato sufficiente eliminare la vera moglie semplicemente approfittando della malattia di lei? E senza bisogno di portare tutti insieme-appassionatamente in barca?
  • Punto quarto: possibile poi che Anne (ex-modella) sia un essere così anonimo da poter essere scambiato per una Carrie dimagrita e con un foulard attorno alla testa (e non dimentichiamo che, verso la fine, Carrie vorrebbe far passare la stessa Lo per Anne)? Per quanto nessuno avesse mai visto prima Anne (anche se le sue foto si trovano tranquillamente in giro e tutti – tranne Lo – si sono documentanti), nessuno nota il cambiamento nel colore degli occhi, nel tono della voce? Insomma, dal punto di vista dell’autrice basta lo sguardo da cucciolo sperduto e un foulard in testa per scambiare tutti i malati i cancro?
  • Sostanzialmente, l’intero libro si basa sul senso di solidarietà delle donne. E, sotto certi aspetti, è un intento lodevole… anche se poco credibile. Considerando, soprattutto, che – incidente o meno – Carrie non si è fatta problemi a buttare in mare Anne… nonostante avesse il dubbio che fosse ancora viva. Questo improvviso moto di pietà per il solo fatto che “Lo si è preoccupata per me, quindi le rendo il favore” è davvero poco credibile…

Concludo questa mia lunga considerazione ricapitolando – come fa la protagonista, ma – con tre parole: anche no, grazie.


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Il valzer degli alberi e del cielo: l’ultimo amore di Van Gogh

A fine aprile arriva in libreria per Salani la sofferta storia d’amore tra il genio creativo di van Gogh e Marguerite Gachet, figlia del medico che sta curando il pittore: Il valzer degli alberi e del cielo: l’ultimo amore di Van Gogh. 

Nella torrida estate del 1890, a Auvers-sur- Oise, un uomo si presenta a casa del dottor Gachet: dall’aspetto, Marguerite, figlia del medico, lo scambia per uno dei tanti braccianti agricoli che lavorano nella zona. L’uomo è Vincent van Gogh, e per Marguerite, che ama dipingere ma si dibatte tra l’insoddisfazione di non riuscire a creare nulla di apprezzabile e una condizione di figlia predestinata a un matrimonio borghese, egli assume, giorno dopo giorno, le fattezze del maestro, del genio, dell’amore. Guardandolo dipingere, la giovane vede ora i paesaggi in cui è cresciuta – le case dai tetti di paglia, le acque del fiume, i fiori, gli alberi, il cielo – con nuovi occhi: la potenza della vera arte si dispiega davanti a lei, mentre la relazione con Vincent si fa sempre più stretta, più pericolosa e infine fatale. Mettendo insieme, come nel Club degli incorreggibili ottimisti, potenza del racconto e verità documentaria, e consegnandoci pagine di vera poesia quando assistiamo insieme a Marguerite alla nascita dei capolavori di van Gogh, Guenassia fa rivivere l’epoca d’oro degli impressionisti e getta una nuova luce sulla tragica fine dell’artista e sui misteri che circondano alcune delle sue opere; e lo fa come sempre da un’angolatura originale, tratteggiando ancora una volta un’indimenticabile figura femminile.

L’autore

Jean-Michel Guenassia è nato nel 1950 ad Algeri e vive a Parigi, è stato per lungo tempo avvocato e sceneggiatore sotto vari pseudonimi. Dopo aver pubblicato i primi libri, ha deciso di abbandonare la professione per dedicarsi completamente alla scrittura del Club degli incorreggibili ottimisti, caso letterario tradotto in dieci Paesi, vincitore del Goncourt des Lycéens. Di Guenassia Salani ha pubblicato, oltre al ClubLa vita sognata di Ernesto G La mano sbagliata.

Titolo: Il valzer degli alberi e del cielo. L’ultimo amore di Van Gogh
Autore: Jean-Michel Guenassia
Genere: Romanzo
Casa editrice: Salani
Pagine: /
Prezzo ed. cartacea: /


In libreria a fine aprile!


Il seggio vacante recensione

Titolo: The casual vacancy
Autrice: J.K. Rowling
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2012
Titolo in Italia: Il seggio vacante
Anno di pubblicazione ITA: 2012

Si annuncia la triste dipartita di Barry Fairbrother, quarantaquattro anni, direttore dell’unica filiale di banca ancora rimasta in “città” nonché membro del Consiglio locale di Pagford.
Il pover’uomo era a cena – anzi stava andando a cena – con la moglie quando un aneurisma se l’è portato via.

La notizia si ripercuote su tutta la cittadina come una carica di cavalleria annunciata dal rullo di tamburi. Cavalli e tamburi a Pagford sono, tuttavia, rappresentati da telefoni trillanti e resoconti costruiti.
C’è chi lo compiange; chi ancora basito non riesce a comprendere; chi teme momenti come questi riflettendosi nella pena e nel dolore della vedova di Fairbrother, Mary; e c’è anche chi ne è contento.
Insomma, c’è solo una cosa certa: la morte di Fairbrother e il seggio vacante che ha lasciato nel Consiglio locale sono l’argomento che più fermenta sulle bocche dei paesani.

Adesso, la caccia è al suo sostituto e, nel paese, le fazioni avversarie sono già pronte con il nome del proprio candidato. Ma anche altri pare vogliano mettere le loro grinfie su quel seggio vacante. E chissà che il fantasma di Barry non abbia qualcosa da ridire in proposito…

Se Pagford avesse lo status quo di comune potremo parlare di una specie di cittadina; invece abbiamo davanti il classico paesotto inglese.
Con le villette pittoresche, l’acciottolato delle strade, i negozi che si affacciano sulla piazza principale, lo scuolabus che carica i ragazzi in divisa verso la scuola e poi… ah, poi le chiacchiere.
Che paese sarebbe senza un buon giro di pettegolezzi?
La morte di Fairbrother innesca un fuggi fuggi generale: chi era presente al momento del fattaccio ci tiene a dare la sua versione direttamente “dalle trincee”; chi ha saputo la sconcertante notizia non vede l’ora di diffonderla in diversi toni e gradazioni al vicino/amico/parente; e poi ovviamente c’è anche chi soffre più di altri colpito direttamente dalla vicenda.

Ovviamente, Pagford è un carosello di personaggi: c’è il salumiere trippone; la psicologa fricchettona; l’invidioso; il ragazzo innamorato; la ragazza problematica; la vecchia pettegola; l’impicciona; l’insoddisfatta;  l’eterno indeciso; ect.

E tra di loro c’è chi è profondamente addolorato per la morte di Fairbrother e chi, invece, bè, ci vede un male non necessario ma tutto sommato utile.

Anche perché la morte di Barry Fairbrother non è solo una specie di – tragico e improvviso – evento locale, ma smuove tutta una serie di movimenti intestini nella ridente e britannica Pagford, rinfocolando mire di secessione.

Quindi, da una parte Pagford; dall’altra Yarvist, la circoscrizione ufficiale. Gli abitanti delle due cittadine sono simili per i classici modi di fare inglesi educati che nascondono spesso un pezzetto d’astio, un briciolo di supponenza e anche un goccio di ipocrisia.

Tuttavia, i giochi che si aprono nella cittadina di Pagford coinvolgono un po’ tutti tra pettegolezzi e falsità, pregiudizi e mezze verità, sospetti e alleanze più o meno velate, profonde antipatie e amicizie importanti. Le azioni di un personaggio influenzano quelle degli altri in un mirabile effetto domino che, alla fine, investe Pagford su larga scala.

Catapultati nella vita della piccola cittadina, ci ritroviamo invischiati in varie vicende famigliari, in differenti storie personali. Ogni personaggio e ogni famiglia ha la sua storia, il suo modo di essere, i suoi segreti e le sue aspirazioni.

Il cocktail cittadino propone ipocrisia shakerata con finti buonismi; vanagloria mixata con supponenza; opportunismi vari mescolati con falsità di vario genere. 

Nei romanzi corali si parla di tutti e il primo rischio in cui l’autore incorre è quello di non parlare di nessuno, cioè di non approfondire bene i personaggi, renderli delle macchiette o tutti simili; di concentrarsi su alcuni e dimenticarne altri.

Qui questo rischio è in parte scongiurato.

Secondo il mio sentire, i personaggi femminili sono più diversificati l’una dall’altra e hanno tutte vari aspetti della personalità, sebbene poi un elemento sia predominante rispetto agli altri. In ogni caso, seppure ricadendo in alcuni stereotipi, sono comunque distinte le une dalle altre.

Negli uomini, invece, avverto un livello inferiore di caratterizzazione: tutti più o meno molluschi e viscidi (c’è chi esplica questa mollezza in maniera più violenta, come Simone Price; e chi in maniera più nascosta, cioè tutti gli altri). La maggior parte pare interessata alle forme in fiore delle ragazzine; la maggior parte ha bisogno di esternare o dimostrare la propria virilità; la maggior parte vede solo nei limiti ristretti dai confini di Pagford; la maggior parte è supponente e altezzosa; la maggior parte vede le donne solo come un mezzo.
Gli unici che si salvano sono il defunto Fairbrother- e il fatto di essere morto lo esclude un po’ dai giochi – e il chirurgo/bello-di-Bollywood Vikram (personaggio mai approfondito).

Sotto questi aspetti – cura nei personaggi e nell’ambiente di piccolo borgo inglese – e con le remore che ho espresso sopra, tanto di cappello.

La stessa autrice ebbe modo di spiegare: «Personalmente, non credo che questo sia un libro molto filmabile. Questa è una delle cose che mi piace. Penso che sia un nuovo romanzo dato che una buona parte delle cose che accadono avvengono internamente. È necessario capire quello che sta accadendo nelle teste della gente. Così, anche se accadono molte cose nel romanzo, parte del suo fascino, per me, è che molte cose avvengono nella vita interiore delle persone, e un film non è necessariamente il mezzo migliore per poterle trasporre» [Fonte: blog.screenweek].

Tralasciando il fatto che la BBC ne ha già annunciato la trasposizione in serie televisiva (siamo d’accordo che non si tratti di un film, ma il mezzo di comunicazione – a parer mio – resta sempre lo stesso), quanto detto riguardo alle vicende spesso interne dei personaggi è molto vero.

E la storia, infatti, è molto lenta… anche perchè non si tratta di seguire un singolo protagonista né si concentra su di un singolo evento, ma si tratta della vita di una cittadina intera il cui fulcro e i delicati equilibri iniziano a dissestarsi alla morte di Barry Fairbrother.

È come entrare per qualche giorno nello spaccato di vita di questa piccola cittadina. Non succede nulla di eclatante (a parte un paio di eventi verso la fine – che evito di riportare per spoiler), non ci sono colpi di scena, non c’è un ritmo serrato, non c’è necessità o urgenza di sapere cosa succederà ai personaggi.

Per carità, il clima di piccolo paesello si respira tutto (e, il fondo, tutto il mondo è paese: i pettegolezzi e le ipocrisie girano nei piccoli mondi italiani come in quelli inglesi), tuttavia la mancanza di una storia principale che faccia da cardine alla vicenda mi ha reso un po’ complesso appassionarmi alla storia o affezionarmi ai personaggi ed essere partecipe delle loro tribolazioni.

Verso la fine (cioè l’ultimo centinaio di pagine), gli eventi cominciano un pochetto a entrare nel vivo. Un po’ troppo tardi, forse, per appassionare un lettore.

Impossibile non notare il profondo pessimismo che gronda da tutto il libro: homo homini lupus. Questa è la natura umana: ognuno per sé, strenua necessità di mantenere le apparenze a discapito anche dell’amor proprio, cecità, ipocrisia, velleità, arroganza, sentimenti nascosti.
Nulla da fare: dal pregiudizio non si scampa, dalle catene che la vita ci riserva nemmeno.

Concludendo: ho approfittato della nuova edizione Tea edita nel gennaio 2017 per leggere quello che sarebbe il primo romanzo che J.K. Rowling ha scritto dopo tutti gli Harry Potter (io, come sai, ho ordinato i libri come tornava comodo a me e ho letto prima i libri targati Robert Gailbraith, il-per-nulla-misterioso pseudonimo della scrittrice… trovi i link delle recensioni nel box al termine dell’articolo).
Tuttavia, ecco… non sono pentita dell’acquisto solo perché si trattava di un’edizione economica (circa 5€).

Intendiamoci, Il seggio vacante presenta un buon comparto personaggi e un’ottima caratterizzazione ambientale. Purtroppo, questi due elementi non riescono a bilanciare completamente una storia priva di un evento cardine, la quale si barcamena tra una moltitudine di sottotrame senza trovare la forma giusta per appassionare il lettore.
Manca una conclusione netta a molte delle storie iniziate (e, difetto mio, i finali abbozzati/accennati non trovano il mio completo appoggio).

[Credit photo: dailymail.co.uk]


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Bonbon (anche detto Venduto) ha avuto un’infanzia particolare a Dickens, sobborgo-ghetto(?)-zona-disagiata di Los Angeles.
Il padre, un po’ – molto – infognato con la psicologia, lo ha sottoposto a quasi ogni genere di esperimento sociologico – il cui esito è stato per il nostro povero Bonbon spesso infausto – e gli ha fornito un’educazione domestica. Il tutto nell’ottica di aiutare il figlio a orientarsi, galleggiare e sopravvivere in questo mondo in cui se sei di colore e sei fermato dalla polizia durante un semplice e innocente controllo, sei comunque colpevole e passabile di pallottola in corpo.
Il padre, inoltre, ha un ruolo ben preciso all’interno del ghetto/sobborgo: quello di sussurrare ai concittadini, i quali, quando sbroccano e minacciano di uccidersi/uccidere devono prima passare dalla negoziazione di F.K. Me (alias il padre di Bonbon). Alla sua morte, il figlio, nonostante la sua idea sia quella di continuare pacificamente e tranquillamente con la sua fattoria, si ritrova suo malgrado a dover proseguire l’eredità paterna di sussurratore.
Tuttavia, una serie di coincidenze, piani e disegni astrali poterà Bonbon: 1) a diventare un “felice” proprietario di schiavo nero (nome Hominy Jenkins) e 2) a riportare il segregazionismo nella cittadina/sobborgo di Dickens.

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Oh, erano mesi (mesi!) che volevo leggere questo libro, ma riuscire a ottenerlo dalla  bliblioteca è stato un calvario di prenotazioni non aggiornate, disponibilità non comunicate, ect.
Alla fine, per un colpo di fortuna, torno vittoriosa.

E con questa aspettativa pompata da mesi ho anche cominciato la lettura… ma, complice anche il protagonista che si fa una bella fumata subito nelle prime pagine con il benestare degli agenti di polizia che lo hanno in custodia e poco prima di cominciare la sua udienza d’appello, non è che ci abbia capito granchè (eh, lo so… partiamo bene!).

Alcune considerazioni sull’America moderna e sulle sue – tantissime – contraddizioni sono più che condivisibili (soprattutto in questo periodo), ma fatico a trovare un senso ad alcuni passaggi, ad alcuni eventi – passati o trapassati – che si mescolano fra loro, alcuni personaggi che arrivano ma sono solo ricordi o frutto della fantasia. E poi considerazioni sconclusionate, trip mentali, incontri-scontri… confesso d’aver avuto parecchia difficoltà a dare un senso a tutto.
Tant’è che mi sono son detta: se questo è solo il prologo stiamo a posto!

L’udienza di appello di fronte alla Corte Suprema corrisponde all’alpha e all’omega della storia, la cui parte centrale è un grande flashback per arrivare a spiegare l’inizio del libro, cioè come ci siamo ritrovati davanti alla suddetta Corte Suprema.

Seguono, quindi, capitoli dedicati ad abusi psicologici, reali esperimenti scientifici rimaneggiati e riadattati “a beneficio” del nostro giovane protagonista, un’infanzia rovinata, un’adolescenza sconquassata, cadaveri caricati sul cavallo in perfetto stile cowboy, crisi economica, boom di laureati-disoccupati, gangs di latinos e di afroamericani.

Insomma, in altre parole seguiamo la vicenda di Bonbon (per la cronaca, si tratta di un soprannome… il nome vero non ci è dato conoscerlo) nella cittadina di Dickens covo di violenza, precariato, ignoranza, sogni infranti, scarse aspettative di vita e pregiudizi razziali.
Da lì, il passo a farsi come schiavo un malato di Alzaheimer è davvero breve… breve per il nostro Bonbon, a quanto pare.
A onor del vero Hominy – ex simpatica canaglia, la famosa serie TV con Alfa Alfa a capo della combriccola – ci tiene davvero a esser schiavo e pare avere un forte bisogno di attenzioni e “premure” all’insegna del razzismo… frustate comprese. E tutti gli sforzi del suo “padrone” di liberarlo sono vani.

L’idea centrale è quello di riportare in vita una città, Dickens appunto, misteriosamente privata di tutti i pittoreschi cartelli di “Benvenuto a…“, privandola così di confini visibili e dell’identità sua e dei suoi abitanti.

Ora basta combinare i due aspetti (schiavo nero e città declassata) per ottenere il fulcro del libro: ridonare a Dickens la sua unità attraverso la segregazione. Uniti dall’odio e dai soprusi subìti, tutti i cittadini di Dickens ritrovano la giusta condotta, riscoprendo speranze e la loro unità di collettività. La voglia e la necessità di dimostrarsi, in un certo qual modo, migliori, di sfatare i pregiudizi e di restituire le offese e i torti innalza la segregata cittadina di Dickens a nuovi livelli di benessere, di sicurezza e di standard sociali.

Bonbon (anche detto Venduto) riprende, quindi, l’opera del padre, primo sperimentatore sociale anti-segregazionismo, pro-black-power e uomo-che-sussurra-ai-neri di Dickens, invertendone però gli obiettivi.

Ora, come scrivevo sopra, alcune considerazioni, scritte anche un una certa dose di sarcasmo, sono condivisibili. Ci sono alcune parti, colme di ironia e cinismo, che ho davvero apprezzato molto. Altre contengono considerazioni davvero attuali mettendo in luce alcune ipocrisie e contraddizioni del mondo moderno. È il caso, ad esempio, delle discussioni sulla censura dei libri come “Huckberry Finn“, cosa realmente accaduta di recente in una cittadina americana (dalla quale, per lo stesso motivo, è stato bannato anche “Il buio oltre la siepe“. Qui i dettagli).

Riporto le parole di Beatty: «Perché incolpare Mark Twain del fatto che tu non hai la pazienza e il coraggio di spiegare ai tuoi bambini che la parola che comincia per n esiste, e che nel corso delle loro piccole vite protette potrebbe capitargli un giorno di sentirsi dare del “negro” o, peggio ancora, di abbassarsi a dare del negro a qualcun altro? Nessuno si riferità mai a loro con l’espressione “piccoli eufemismi neri”, perciò, benvenuto nel lessico americano, negro! […] È questa la differenza tra la maggior parte dei popoli oppressi del mondo e i neri americani. Gli altri giurano di non dimenticare mai, mentre noi vogliamo cancellare tutto dalla fedina penale, sigillarlo e archiviarlo per l’eternità».

Il concetto è che al razzismo non si scampa… nemmeno nell’America di Barack Obama. Ma, invece, che nascondercisi dietro per giustificare le scelte sbagliate, Beatty invita invece a reagire e a non piangersi addosso.

Un paragrafo a parte lo meritano le Simpatiche canaglie, serie TV in onda negli anni ’20/’30 e di recente tornata in giro con un adattamento cinematografico. La serie è stata un cult per anni, sia come “film muto” sia con l’arrivo del sonoro, ma è stata anche molto discussa. Sebbene la serie possa vantare il primato di aver fatto recitare in un unico gruppo bambini bianchi e di colore, oggetto della diatriba sono gli stereotipi razziali – non solo afro, ma anche messicani, italiani, ect. E posso comprendere perché nel libro rivista un ruolo centrale.

Tuttavia, a queste parti più o meno riflessive, ne seguono altre – molte – all’insegna del surrealismo, dell’assurdo, della scelta di elementi provocatori e paradossali; altre ancora colme di riferimenti – almeno immagino – sono di impossibile comprensione per chi non è americano e non abbia avuto almeno una rapida sortita in zone disagiate.

La presenza di questi aspetti rende la comprensione della storia ostica; il seguire la vicenda complesso.

Lo stesso dicasi per i personaggi volutamente stereotipati e dai comportamenti provicatori, assurdi e surreali.

La storia, la vicenda è poi solo il pretesto per tutta quella serie di considerazioni cui ho già accennato, quindi non ci sono grandi sorprese, grandi plot o grandi slanci narrativi. Tanto che manca una vera e propria conclusione (e a me i libri senza conclusione non mi sconfinferano).

Ricordi quando, simile a un disco rotto, ripeto che lo stile telegrafico (soggetto-predicato-complemento) non mi piace? Bene, confermo quanto detto.
Dall’altro verso, però, non riesco a digerire nemmeno il soliloquio qui riprodotto in frasi chilometriche, alcune difficili davvero da seguire.
Questa corposità nello stile di scrittura aumenta – a mio parare – il senso di disagio e incomprensione che già rende farraginosi molti elementi della storia.

Ammetto che non è stato facile dare una valutazione a questo libro. Da una parte – ripeto – alcune considerazioni sono più che condivisibili: Beatty mette in evidenza l’ipocrisia, in certi casi il lassismo che pervade la società moderna. Dall’altra parte, però, si tratta di un libro che, in molti punti, non ha nè capo nè coda… e il surrealismo, l’assurdo letterario non è proprio il mio genere (come non lo è nemmeno in pittura… diciamo che io mi fermo agli impressionisti).

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Il libro dei Baltimore recensione

il-libro-dei-baltimore-tbbTitolo: Le livre des Baltimore
Autore: Joël Dicker
Anno di pubblicazione: 2015
Genere: Romanzo
Titolo in Italia: Il libro dei Baltimore
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad. di: Vincenzo Vega

Preceduto da:
– La verità sul caso Harry Quebert

Marcus Goldman è uno scrittore, uno di quelli affermati tanto da potersi permettersi una villa in una zona tranquilla in cui rinchiudersi e poter pensare solo al nuovo romanzo (beato lui!).

Un giorno, mentre con Leo, un suo anziano vicino, sta giocando a scacchi eccoti un bel cagnolone che Marcus non può far a meno di attirare a sé con un paio di fischi.
Ma di chi sarà la bestiola priva di chip o placchette al guinzaglio che ne identifichino il proprietario?
Be’, grazie a una ricerca su Google dell’affabile – e un po’ ficcanaso – vicino, Marcus lascia andare il cane nella speranza che ritrovi da solo la strada di casa. E, quindi, eccotela la casa: una mega villa – ancora più mega di quella di Marcus – di una star del football. L’animale appartiene alla di lui fiamma nonché popstar all’apice del successo: Alexandra Neville.

Tutto per il meglio, no? Be’, in parte. Perché Marcus e Alexandra si conoscono da tempo… e si sono amanti profondamente, ma… una tragedia (La Tragedia) li ha divisi. E da allora si sono reciprocamente evitati.

Ma non si tratta solo di una storia d’amore; qui si tratta anche di famiglia. Anzi, due per la precisione: i Goldman di Baltimore e i Goldman di Montclair. Si tratta di una fabbrica – quella dell’allora unica famiglia Goldman  -, si tratta di affetti, di orgoglio, di frasi non dette e si tratta anche di una tragedia…

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Ci ritroviamo di nuovo, Marcus.
Stai diventando sempre più Jessica Fletcher per il dono che condividi
con la tenera Signora in giallo nel portare sfiga nei luoghi in cui vai.
E hai questa strana mania di far amicizia con i vecchietti
che rapidamente metti da parte quando hai trovato qualcosa di meglio da fare
e di far soldi componendo libri che raccolgono le storie delle persone che ti sono state vicine. 

Buon per te…

Mi resti ancora non tanto simpatico, ma alcune “incomprensioni” che avevamo avuto nel precedente capitolo, hanno trovato una loro – parziale – spiegazione qui.

Detto questo e chiudendo la mia letterina al protagonista, parliamo un po’ de Il Libro dei Baltimore.

Meno chiacchierato rispetto al suo precedessore (La verità sul caso Harry Quebert, a mio modesto parere, superiore a questo nuovo libro quanto a storia), Il libro dei Baltimore saluta il nostro Marcus Goldman di Montclair come ancora una volta protagonista, ma in un certo qual modo non completamente padrone della scena.

Anche qui Marcus è sempre in prima persona il nostro narratore onnisciente. Aspetto quello dell’onniscienza di un narratore-personaggio che personalmente sono un po’ restia a farmi piacere. Qui, comunque, risolto in parte come se Marcus avesse fatto dell’epopea di famiglia una sorta di ricostruzione tra domande ai diretti interessati, confessioni ricevute più tardi e foto di famiglia.

Dico “in parte” perché, nonostante questo escamotage, permangono alcune parti nella vicenda delle quali lui non può comunque aver avuto conoscenza in alcun modo… nemmeno indiretta.

**MEGA SPOILER**

Mi riferisco, in particolare, alle fasi finali della tragedia che colpisce i due cugini. Dal momento che poi i due ragazzi, appena tornati a casa dopo giorni che non hanno avuto modo di parlare con nessuno, si uccidono non è credibile che Marcus sappia cosa si sono detti o cosa hanno fatto in quei giorni di latitanza o chi ha sparato a chi.

Ma diciamo che sono aspetti giustificabili se si considera che Marcus è uno scrittore e, quindi, potrebbe aver scelto di “imbellettare” alcuni momenti della storia.

Comunque, il personaggio di Marcus – questa volta immune al blocco dello scrittore – è sì coinvolto nelle vicende che racconta, ma comunque non ne è il protagonista indiscusso.
Ne “La verità sul caso Harry Quebert“, alle sue spumeggianti indagini con il sergente, si affiancava in modo preminente la storia d’amore fra Harry e Nola. Qui, anche se comunque protagonista con la sua relazione con Alexandra, Marcus resta indiscutibilmente sullo sfondo dal momento che la storia tratta dei Baltimore… e non dei Montclair.

Ancora una volta, il Marcus personaggio è alla ricerca di un’identità, di un far parte di qualcosa e qui il suo impegno è tutto teso a essere un Baltimore.

Si sa: l’erba del vicino è sempre più verde e Marcus ha avuto un assaggio di questo splendore dal 1990 al 1998, anni nei quali entra a gamba tesa nella vita dei Goldman di Baltimore (e cioè nella famiglia del  fratello di suo padre il quale vive a Baltimore).

I Goldman di Baltimore: ricchi, di successo, con lavori importanti, una villa magnifica. E i Goldman di Montclaire: normalissime persone della media borghesia americana.

Questo disagio nei confronti dei genitori era presente anche nel precedente capitolo, quando Marcus riconosce nella figura-mentore di Harry il padre che ha sempre mancato di qualcosa.
La spiegazione parrebbe quindi essere che la colpa di cui si sono macchiati i genitori è quella di non essere stati dei Baltimore, di non essere stati ricchi o sufficientemente affermati.

Il padre di Marcus continua a essere una figura di sfondo: c’è, ma non si vede. La madre, invece, assume dei connotati differenti e risulta una figura molto meno fastidiosa e meno sciocca di quello che appare ne “La verità sul caso Harry Quebert“, fornendo al figlio una massima che lui comprenderà solo dopo… a conclusione del libro:

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Sull’altro fronte, diametralmente opposto, abbiamo i Baltimore: (zio) Saul, avvocato di grido; (zia) Anita, dottoressa di successo; Hillel, il figlio-genio e Woodrow la cui storia in alcuni punti ricalca la vicenda di Michael Oher, raccontata nel film con Sandra Bullock “The Blind Side” (= ragazzo spiantato e abbandonato dalla propria famiglia; cattive compagnie; animo comunque buono; accoglimento nella casa della gente ricca; paura che tutto finisca; football).

E poi c’è Alexandra, la bella contesa dal trio di affiatatissimi cugini – ma in verità nemmeno Marcus riesce a comprendere quanto lui fosse effettivamente parte del trio… e non ricoprisse, invece, un ruolo mobile affidabile anche ad altri.

Sotto un certo punto di vista, faccio qualche fatica a immaginare che delle personalità così influenti nella vita del nostro Marcus non vengano nemmeno lontanamente menzionate sul precedente capitolo (almeno… io non ho ricordo che, ad esempio, Alexandra, l’amore di una vita, venga menzionata); tuttavia apprezzo gli sviluppi e gli intrecci famigliari dei Goldman, pensati in modo da creare una vera e propria epopea di tre generazioni.

Alla fin fine, la storia si ripete sempre: le aspirazioni dei padri, i fratelli che litigano, sorgono invidie e gelosie, l’orgoglio che non si riesce a mettere da parte.

Tuttavia, noto una certa tendenza alla pantomima e al melodramma e un po’ troppi mentori che entrano in gioco non richiesti (e, come ho avuto modo di scrivere qui, a me tutto questo affollamento di mentori risulta un po’ falsato come elemento).
Per questi – e altri motivi (v. sopra e sotto) – a livello di storia ho apprezzato di più La verità sul caso Harry Quebert.

Dicker mi porta sempre a scrivere dei papiri… ma diciamo che anche lui non scherza.

Ora: non mi spaventano i grandi tomi, ma i tempi morti che si nasconderanno tra le pagine. Un concetto già espresso, un personaggio già ben delineato sul quale ancora si torna a calcare la mano, una descrizione troppo ridondante e particolareggiata, un evento già affrontato da ogni possibile angolazione: insomma, l’insidia può davvero essere dietro l’angolo.

Qui direi che inficia una certa tendenza alla prolissità. I rapporti tra i personaggi, i loro sogni e le loro difficoltà nell’imporsi al mondo e da questo farsi accettare sono ben espressa, ma spesso ridondanti.

Diciamo che un duecento/trecento pagine in meno non avrebbero guastato la godibilità della storia.

Nonostante la “mole”, il libro si legge davvero agilmente (l’ho finito in un paio di giorni). La lettura è sempre scorrevole complice uno stile di scrittura fresco e non pesante nonostante sia comunque abbastanza elaborato.

Detto questo – e arrivando una buona volta alla conclusione del mio commento – confermo quello che ho già scritto ne La verità sul caso Harry Quebert per quanto riguarda i personaggi. Si tratta di figure e caratteri credibili, realistici e, complessivamente considerati, ben delineati. Apprezzo anche il modo in cui le reazioni e i comportamenti dei singoli influenzino le reazioni e i comportamenti degli altri.
Continuo a non provare grande simpatia per il protagonista, sempre pronto a ricercare negli altri conferme per le mancanze che avrebbero avuto i genitori (ma si tratta di “gusti” personali).

Noto d’aver fatto parecchi paragoni fra i due libri e sebbene la storia narrata ne La verità sul caso Harry Quebert sia precedente a quella de Il libro dei Baltimore entrambi i libri possono essere letti indipendentemente, senza aver la conoscenza degli eventi narrati nell’altro volume e senza per questo subire danni nella lettura.

Infine, l’ultima considerazione: il messaggio finale del libro è quello di immaginare la scrittura come un rifugio in cui poter immortale i propri cari. Ed è un messaggio che mi ritrovo a condividere completamente.

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