La maledizione di Tutankhamon

Dopo esser state a lungo pubblicate sotto pseudonimo di J.B. Livingstone, tornano le indagini dell’ispettore Higgins con una nuova avventura: La maledizione di Tutankhamon.

L’ex ispettore capo Higgins è finalmente in pensione. Unico inglese a odiare il tè e amante del buon cibo, nella pace del suo cottage nel Gloucestershire ora si preoccupa dei fiori, ascolta il suo amato Mozart e cura la sua artrosi. Ma Scotland Yard, per i casi più delicati e spinosi, ha ancora bisogno di lui, della sua esperienza, delle sue conoscenze altolocate, delle sue «armi» infallibili: taccuino nero per appunti, matita morbida, capacità di osservazione, logica ferrea, umorismo quanto basta.

L’archeologa Jennifer Stowe aveva un sogno: sfatare le superstizioni che da sempre circolano sulla mummia di Tutankhamon. Per questo aveva radunato un gruppo di ricercatori per recarsi in Egitto e risolvere finalmente il mistero, ma la maledizione sembra aver colpito ancora: poco prima della partenza, infatti, Jennifer viene trovata morta, pugnalata con la daga appartenuta al faraone. È chiaro che qualcuno vuole impedire che la verità sulla mummia venga rivelata…Ma chi? E perché? A indagare sul caso viene chiamato l’ex ispettore Higgins di Scotland Yard. Prima ancora che riesca a scoprire qualcosa, però, gli viene recapitato un terribile messaggio anonimo: chiunque cerchi di disturbare il sonno di Tutankhamon sarà distrutto…

L’autore

Christian Jacq ha raggiunto il successo mondiale con Il romanzo di Ramses, una saga pubblicata in 29 Paesi che ha battuto ogni record di vendita. Un caso editoriale straordinario, nato dalla sua passione per l’antico Egitto, dai suoi studi di archeologia e dalla sua strepitosa vena narrativa. Tutti elementi alla base anche del suo successo più recente, i quattro romanzi della serie di Setna, il figlio di Ramses. Ma tra i suoi successi si contano anche «Le indagini dell’ispettore Higgins», che per molti anni Jacq ha firmato con lo pseudonimo di J.B. Livingstone. La maledizione di Tutankhamon è il primo dei nuovi episodi.

Titolo: La maledizione di Tutankhamon
Autore: Christian Jacq
Genere: Romanzo storico
Casa editrice: Tea
Pagine: 240
Prezzo ed. cartacea: 13,00€
Prezzo ed. digitale: 6,99€
Trad. di: Alessandro Zabini


Disponibile dal 15 giugno 2017!


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Cleopatra L’ultima regina d’Egitto

Christian Jacq, l’egittologo amato dai lettori, dedicata quest’anno a una grandissima regina: Cleopatra L’ultima regina d’Egitto.

Cleopatra ha appena diciotto anni quando succede al padre, Tolomeo XII. Ha un unico obiettivo: riportare l’Egitto alla grandezza di un tempo. Sulla sua strada ci sono mille nemici – funzionari corrotti, ufficiali spietati, consiglieri sleali e persino un fratello pronto a tutto pur di strapparle il trono – eppure il nemico più pericoloso, quello che può davvero mandare in frantumi il suo potere è Roma, con la sua furia conquistatrice e il suo esercito poderoso. Ma non c’è sfida cui Cleopatra non possa tenere testa: armata di un’ambizione senza pari e di un’ammaliante sensualità, si presenta al grande Giulio Cesare e ne diventa subito l’amante. Vuole avere un figlio da lui, un maschio che sia riconosciuto da Roma come faraone e possa quindi regnare in pace. Ma, dopo la nascita di Cesarione, Cesare viene ucciso e Cleopatra si ritrova a fronteggiare avversari ancor più decisi a sbarazzarsi di lei. Finché, contro l’orizzonte della Storia, non si staglia la figura di Marco Antonio…

L’autore

Christian Jacq ha raggiunto il successo mondiale con Il romanzo di Ramses, una saga pubblicata in 29 Paesi che ha battuto ogni record di vendita. Un caso editoriale straordinario, nato dalla sua passione per l’antico Egitto, dai suoi studi di archeologia e dalla sua strepitosa vena narrativa. Tre60 ha pubblicato i libri della Saga di Setna, Il figlio di Ramses, raccolti anche in un unico volume e il romanzo Nefertiti, la regina del sole, che hanno scalato immediatamente le classifiche italiane. Dello stesso autore ora in libreria per TEA La maledizione di Tutankhamon, nuova avventura delle «Indagini dell’ispettore Higgins», pubblicate finora sotto pseudonimo.

Titolo: Cleopatra L’ultima regina d’Egitto
Autore: Christian Jacq
Genere: Romanzo storico
Casa editrice: Tre60
Pagine: 336
Prezzo ed. cartacea: 9,90€
Prezzo ed. digitale: 6,99€
Trad. di: Maddalena Togliani


Disponibile dal 15 giugno 2017!


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Victoria recensione

Titolo: Victoria
Autrice: Daisy Goodwin
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Victoria
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Alessandra di Luzio

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

La giovane Alexandrina Victoria – Drina per gli intimi – è destinata a un grande futuro – se lo zio Guglielmo le farà il dono di lasciarle il trono quando lei avrà raggiunto i diciotto anni così da essere libera dall’assurdo “Sistema Kensington“, una serie di regole impostale dalla madre e dal di lei… amichetto Lord Conroy, i quali le hanno praticamente impedito di godere del mondo esterno e della altolocata società inglese (per la cronaca, la futura regina dorme ancora in camera con la madre).

Insomma, ecco arrivare il giorno sperato. Drina è diciottenne da un mese; è teoricamente libera dalla tutela opprimente della madre e… è appena diventata regina.

Ma su di lei le chiacchiere dei notabili e del popolino già si sprecano: è nana, è isterica, è inesperta, analfabeta e impreparata, troppo giovane, inadeguata al ruolo che sta per assumere, un burattino nelle mani della madre e di Lord Conroy (e la madre, a sua volta, è a dir poco succube del fascino di Conroy).

Dopo «un imbecille, un dissoluto e un buffone», tocca ad Alexandrina Victoria salire sul trono d’Inghilterra e dimostrare al mondo di poter essere una regina e non una sciocca ragazzina con una corona in testa.

Ma sarà effettivamente in grado?

Tra malelingue, sotterfugi, complotti Drina, anzi Victoria da adesso, troverà un inaspettato alleato nel suo Primo Ministro (dalla dubbia reputazione), Lord Melbourne, il quale la guiderà nel difficile protocollo reale e legislativo («È sempre più facile dare consigli che ascoltarli.», Lord Melbourne docet).

Ma un regno non si governa con i consigli altrui o in preda ai bisogni del cuore e all’esaltazione della libertà riconquistata. Victoria dovrà, in primo luogo, imparare a servire la Corona e i suoi sudditi.

Nell’immaginario comune, Victoria è associata alla figura austera con l’abito a lutto e la cuffietta bianca in testa. Ma ci si dimentica – almeno io mi ero dimentica prima di leggere questo romanzo – che la regina Victoria è salita al trono all’età di diciotto anni.

Si sarebbe rivelata una giovane ragazza nelle cui mani sarebbe rifiorito uno degli imperi più grandi di sempre, ma, al momento in cui ce la presenta Daisy Goodwin, Victoria è solo una ragazza inesperta e un po’ sognatrice – come ogni ragazza di diciotto anni – con un paese da gestire.

Un metro e quarantanove di giovinezza e caparbietà chiuso per diciotto anni nel polveroso Palazzo di Kensington, libero da una parte ma legato dall’altra a un rigido protocollo, costantemente osservato da mille occhi pronti a individuare un suo tentennamento.

Quindi, questa è la storia della liberazione di un’adolescente costretta dalla propria madre e dal di lei amichetto al rispetto di rigide (e un poco assurde) regole; è la storia di come Buckingham House si trasformò in Buckingham Palace; è la storia di una grandiosa regina che dette il nome a un’epoca.

La regina Victoria il giorno dell’incoronazione ritratta da Franz Winterhalter

Ma è anche la storia di intrighi, maldicenze, dicerie, gelosie; di piccoli fatti ingigantiti dalle chiacchiere; di orecchie costantemente in ascolto e di occhi costantemente in agguato; di doveri, politica, obblighi e di rispetto della tradizione.

Tra una madre opprimente, uno zio che medita vendetta e l’altro che le cerca marito, una Corte pronta a cannibalizzare le spoglie del vinto, un popolo che cambia i propri beniamini come una banderuola segna-vento e un Parlamento gestito da soli uomini, la giovanissima sovrana sembrerebbe destinata a fallire tra chi la vorrebbe pazza e chi solo frivola.

Ma Victoria riesce a incunearsi in un mondo a misura d’uomo: non solo la circonferenza della corona è “da uomo”, ma persino la dimensione delle stoviglie.

Ho un debole per i romanzi storici che riadattano eventi reali alle esigenze della storia raccontata e ho anche un vena romantica – ogni tanto vien fuori anche quella – che qui si è sciolta di fronte al rapporto tra Victoria e il suo Primo Ministro.

Ovviamente, vorrei precisare che si tratta di una storia molto (mooooolto) romanzata.  Ma, come scrivevo poco sopra, gli eventi base sono suppergiù tutti veri.

Ad esempio,

  • esisteva davvero il “Sistema Kensington“, una rigida disciplina fatta di svariate regole (tra cui anche il dormire nella stessa stanza della madre) alla quale Victoria era costretta;
  • è vero, anche se si svolse con dinamiche differenti, lo scandalo di Lady Flora Hastings. Uno stesso appunto nel diario della regina Victoria indica che lei sospettava il colpevole (non lo scrivo per non spoilerare la storia);
  • è vero anche che le chiacchiere circa il rapporto tra Victoria e il Primo Ministro furono davvero argomento del secolo; tanto che alla regina fu affibbiato il nomignolo di Mrs. Malbourne.

E visto che mi sono sbrodolata in complimenti su questo romanzo, concludo con un paio di appunti. Il primo riguarda la scrittura che non mi ha particolarmente esaltata, essendo molto scarna e sbrigativa.

Jenna Coleman e Rufus Sewell nello sceneggiato Victoria, scritto e ideato da Daisy Goodwin

L’autrice ha scritto il libro mentre curava la sceneggiatura della serie televisiva Victoria (con Jenna Coleman nel ruolo di Victoria e Rufus Sewell in quello di Lord Melbourne) e questa impronta da script/sceneggiatura si riverbera nello stile usato nel romanzo.

Anche perché Daisy Goodwin È sceneggiatrice; nella serie tv si perdono alcuni passaggi davvero deliziosi del libro, ma si guadagna uno sguardo sul mondo della servitù e dei domestici non affrontato nel libro… ma la cosa non è poi così determinante.

In secondo luogo, l’altro appunto riguarda la parte finale del romanzo: per certi verso meno approfondita e più tirata via rispetto al resto.

Detto questo – e concludo davvero – i reali inglesi esercitano un certo fascino nell’immaginario collettivo da sempre e la Goodwin riesce qui a dargli una rilevanza interessante, piegando gli eventi necessari per una storia tutto sommato credibile e appassionante.

Insomma… signora Goodwin, ci fosse un seguito (sarebbe bello seguire Victoria fino alla fine del suo lunghissimo regno), io mi prenoto fin da ora!

 


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Il miniaturista recensione

Titolo: The Miniaturist
Autrice: Jessie Burton
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2014
Titolo in Italia: Il miniaturista
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Elena Malanga

Galeotto fu il liuto e Petronella (detta Nella), diciassette anni (quasi diciotto) e un promettente futuro in qualità di “moglie”,  va in sposa a Johannes Brant, affascinante trentanovenne dal sorriso obliquo nonchè mercante di Amsterdam molto ricco.

L’arrivo, dopo poco tempo, nella casa del marito è alquanto strambo. Ad accoglierla – si fa per dire – c’è Marin, la di lui sorella, “simpaticissima” con le sue uscite cariche di astio e derisione. In casa anche una domestica, Cornelia, senza peli sulla lingua e uno schiavo/servo/liberto di colore, Otto, dalla parlata enigmatica.

Se questo alone di mistero misto a una confidenza quasi offensiva che aleggia su tutta la casa non bastasse, ci si mette anche Johannes, il marito in questione, che alla sua novella moglie pensa bene di regalare una casa di bambole. Sì, il diventare moglie dovrebbe di diritto far entrare Nella nell’età matura, ma così non è.

E anzi pare che il rifiuto e la conseguente umiliazione come moglie-vergine di Nella per le scarse attenzioni del marito sia – o stia per diventare – di pubblico dominio. Un miniaturista, assunto dalla stessa Nella per riempire la sua casa di bambole, le invia strani pacchetti che, oltre a contenere delle inquietanti riproduzioni fedelissime dei vari oggetti della casa, le inviano anche dei moniti al limite del dispetto: per esempio una culla, segno evidente che il miniaturista sa perfettamente del talamo nuziale intatto. Ma chi è il miniaturista e cosa vuole da Nella?

All’inizio il lettore si ritrova a condividere il disorientamento e il disagio di Nella, sostanzialmente abbandonata a se stessa nella casa del marito come un pacco del quale non si sa bene cosa farne.
Frasi sussurrate e argomenti ammezzati sono gli unici appigli alla quotidianità che sono concessi alla novella sposa in attesa che il marito si ricordi d’averla presa in moglie.
I domestici impertinenti creano ancora più confusione in una familiarità dove il centro di tutto pare essere Marin, la cognata altezzosa e molto molto fredda che si serve delle massime della Bibbia per rimbrottare tutti gli abitanti della casa (fratello compreso).

Su tutto capeggia la figura della miniaturista – sì, è donna e lo si capisce nelle prime pagine del romanzo.… quindi non capisco la scelta di traduzione del titolo.

Il sospetto e l’ombra del dubbio iniziano ad accompagnare Nella, seguendola in ogni angolo di una casa non sua: com’è possibile che questa miniaturista sappia certi particolari intimi di cui sono a conoscenza solo gli abitanti della casa? Si tratta di una spiona/guardona? E dove si nasconde? Dietro una finestra… o in casa?

Per la cronaca, la storia si ispira al vero stipetto-casa-di-bambole della vera Petronella Oortman che nulla – ma proprio nulla – ha da condividere con la sua controparte letteraria (se non il nome e l’esistenza dello stipetto). La  figlia, Hendrina, affermò che il valore dello stipetto era di 30.000 fiorini (un’enormità); sebbene, da un inventario del fratello Jan, risultasse un valore stimato di 700 fiorini.
Lo stipetto, però, fu poi venduto, nel 1744, per la cifra di 1.200 fiorini (comunque, un’enormità per l’epoca).
E il marito Johannes non ebbe mai di che passar guai.
[Fonte: Wikipedia.org]

In verità, il possedere una casa di bambole per le donne sposate dell’epoca non era una cosa fuori dal normale né era da considerarsi un’onta o una presa in giro, anzi… era quasi d’obbligo per le dame “bene” intrattenersi con i decori e gli arredamenti della casa in miniatura (poverina, almeno un piccolo svago lo doveva pur avere). Ma la nostra Nella, magari, venendo dalla campagna la pensa diversamente.

Insomma, la storia si svolge dal punto di vista di Nella che, in prima persona, racconta gli avvenimenti di casa Brant e la sua strana ossessione-paura e poi cieco affidamento con la miniaturista. Se nella protagonista Nella si può ravvisare un qualche tipo di crescita e maggior consapevolezza di sé (sebbene con certe remore che dirò più avanti), lo stesso non si può affatto dire per gli altri personaggi. Incomprensibili – e pure lasciati senza una spiegazione – molti dei loro comportamenti: troppo disinvolti e troppo moderni per essere nella Amsterdam seicentesca e calvinista (vorrei porre l’attenzione su quest’ultima parola: calvinista!).
Lo stesso dicasi per il comparto “servi e domestici”: troppo confidenziali… assolutamente troppo (in altre case sarebbero stati rimessi a posto senza troppi complimenti… vorrei ricordarlo ancora: siamo verso la fine del seicento). E certi comportamenti – per esempio, il vizio di origliare dietro le porte o lo spiare dalla serratura – per quanto i Brant letterari siano una famiglia di buon cuore sono assolutamente inaccettabili… figuriamoci se un tale comportamento venisse realmente tenuto da un domestico per di più in una società calvinista! Silurato… subito!

Prima ho fatto riferimento a Nella come la protagonista della storia. Tuttavia, condivide questo ruolo con questa benedetta miniaturista (e qui posso ammettere d’aver continuato a leggere solo per saperne di più su questa figura, ma posso già dire di essere rimasta delusa). La sua figura è sfuggente: sostanzialmente, la sua non-presenza aleggia su ogni pagina del libro, ma in scena la miniutuarista non si fa quasi mai vedere.
Le sue miniature, oltre che essere precise in ogni dettaglio, paiono pure prevedere eventi futuri il che rende la miniaturista una sorta di profetessa. Insomma, da un personaggio così misterioso che dà pure il titolo al libro mi aspetto qualcosa di più di una mera presenza sibillina. E invece…

SPOILER

La miniaturista scompare senza confidare a nessuno il segreto della sua esistenza e i motivi di questo suo spasmodico interesse verso le dame di Amsterdam (perché non stalkerizza solo Nella).

Né sappiamo da dove vengono queste sue profezie né come fa a campare ‘sta donna se regala il suo lavoro (sì, perché, nonostante il suo studio sia pieno di lettere in cui la si prega di non inviare più nulla, questa miniaturista continua a inviare roba aggratis e anche laddove ci sia un vaglia da intascare questo resta nella busta… ma ‘sta donna campa d’aria?).

Inizialmente, pensavo che la miniaturista fosse una sorta di metafora dell’autrice stessa, considerando anche che la casa a stipetto viene descritta come la riproduzione fedele della casa del Brant letterario. Tuttavia, l’entrata in scena del padre della miniturista la rende – dal mio punto di vista – personaggio del libro, facendo così saltare la mia idea della metafora. E, quindi, una spiegazione sarebbe stata d’obbligo… considerando che, come ho già scritto, la miniaturista dà il titolo al libro!

La stessa Nella, per quanto posso capire che sia abbandonata a se stessa e cerchi delle figure di riferimento, ha questo strano attaccamento alla miniaturista, il quale si trasforma in tre balletti da paura a ma sì, fidiamoci di un’emerita sconosciuta che mi manda a casa oggettini non richiesti e dal significato inquietante perché sicuramente la miniaturista conosce la via giusta da seguire.

Sono tanti altri i comportamenti poco chiari e talvolta – parecchio – incoerenti nei personaggi di questo libro. Vorrei, però, soffermarmi sull’evento clou – anzi, eventi – di tutta la storia…

ATTENZIONE SPOILER

All’epoca, ma purtroppo anche oggi, non era per nulla facile essere omosessuali. L’omosessualità veniva considerata un vero e proprio abominio che andava scontato con la morte (un esempio su tutti visto che è stato anche oggetto di film, Alan Turing si suicidò per aver dovuto subire il trattamento chimico). Ed è vero che molto spesso si trattava di incontri occasionali, ma insomma si trattava anche di vita o di morte.

Detto questo qualcuno deve spiegarmi, considerando che sulle spalle del Johannes Brant letterario ci sono almeno altre tre persone (compresa la moglie che ha preso per continuare la farsa di perfetto olandese), il motivo per cui continua a vedere il giovincello Jack Philips – quando, almeno per il periodo in cui è “attenzionato”, potrebbe astenersi come fa la moglie Nella da mesi – dopo che questi ha fatto irruzione in casa sua armato di un coltello, ha amazzato il povero cane minacciando di fare altrettanto con gli altri abitanti della casa, lottato con Otto e poi è fuggito con una ferita non si capisce bene di quale entità minacciano ancora una volta di metterli tutti nella mer**.

Secondo punto: questo benedetto zucchero dei Meermans rimasto invenduto.
Okay, Brant è incaricato di venderlo, ma non se ne capisce bene il motivo non fa altro che procrastinare fino a quando la corda della pazienza non si spezza. E il miglior modo, dal punto di vista di Frans Meermans, per recuperare il proprio patrimonio sotto forma di pani di zucchero è quello di denunciare per sodomia (quindi, condannare a morte) il mercante incaricato della vendita del suddetto zucchero.

Okay… Non capisco in che modo questo dovrebbe fargli recuperare lo zucchero (e soprattutto i soldi), perché a quanto pare l’onere di venderlo resta sul groppone alla vedova.

Ma… okay.

Si dice allora che si tratta di una vendetta maturata nel tempo (e allora, sapendolo, per quale assurdo motivo Brant ha accettato di vendergli lo zucchero e poi non ha fatto altro che rimandare?).

Okay… E non sarebbe stato sufficiente “montare il caso”, cosa che difatti fanno, senza bisogno di mettere nel mezzo lo zucchero, che, per stessa ammissione dei Meermans, potrebbe essere l’unico zucchero della piantagione per i prossimi anni?

Insomma, non mi dilungo oltre, ma il comparto personaggi non mi ha soddisfatto molto. Nelle tendine dello spoiler, riportando l’incoerenza dei personaggi ho implicitamente evidenziato anche i punti che nella trama – e dal mio punto di vista – non stanno né in cielo né in terra. La famosa “prova dell’idrovolante” non è stata superata: manca la coerenza logica.

Lo stesso posso dire anche per il clima che si respira in questo libro. Ripeto: siamo nella Amsterdam seicentesca, pregna delle idee calviniste che sono le azioni a renderci quello che siamo (massima spesso applicata in maniera ipocrita) e a permetterci di aspirare alla gloria divina.
Per il nostro nucleo famigliare, invece, le regole del tempo – per i loro pensieri troppo moderni – e le leggi calviniste – per i loro comportamenti troppo disinvolti – sembrano essere un’eccezione, perché loro vi si sottraggono senza spiegazione alcuna.

Il libro – pare – abbia venduto un sacco (Italia compresa: 30.000 copie… che, nel mercato italiano, sono davvero una gran cosa!). Tuttavia, non riesco a scrollarmi di dosso questa sensazione di artificio (anche se apprezzo che tutta l’idea sia nata – almeno secondo quanto racconta la scrittrice – dalla semplice visione dello stipetto di Ornella Oortman).
Insomma, un raccontino meditato per occhieggiare alla bontà del lettore, considerando:

  1. che viene venduto paragonandolo (ricordi cosa dicevo a proposito delle fascette “se ti è piaciuto questo libro, allora adorerai quest’altro!“?) a La ragazza con l’orecchio di perla con il quale ha da spartire solo l’ambientazione (Olanda) e il tempo (XVII secolo);
  2. che lo “stile” di scrittura è quello classico – e dal mio punto di vista impersonale – usato per i bestseller di consumo: semplice e basilare consente una lettura rapidissima (infatti, credo d’averlo finito in un paio di giorni… con scarso impegno). Anzi, in qualche passaggio, è così semplice che crea pure confusione (e mi sono dovuta rileggere qualche passaggio per capirlo!).


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Ladra recensione

ladra recensioneTitolo originale: Fingersmith
Autrice: Sarah Waters
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2002
Titolo in Italia: Ladra
Anno di pubblicazione ITA: 2007
Trad. di: Fabrizio Ascari

Sue Trinder ormai a diciassette anni. Vive, un po’ alla giornata tra bambini mollati in “parcheggio gratuito” e ricettazione, con il signor Ibbs e la signora Sucksby in un sobborgo di Londra. Ma i tre sono felici, sono una famiglia, anche se magari rabberciata (Sue è orfana) cui si aggiungono anche altri due ragazzi John, un ragazzotto tutto aria fritta, e Danty, una sempliciotta dal cuore dolce. Insomma, in povertà, tra gente affamata, in un sobborgo scuro e sporco, loro sono felici.

Tutto fino a quando una sera non si presenta alla loro porta Gentleman, un ladro, truffatore e mascalzone che ha affari con il signor Ibbs. Insomma, l’uomo ha un piano – non lo definisco geniale solo perché si tratta di una cosa disonesta -, ma consentirà a tutti loro di uscire dal tugurio in cui sono rilegati. Gentleman ha trovato lavoro, ovviamente sotto falso nome, quale segretario nella casa di un signorotto erudito di campagna. E, in questa casa, c’è una nipote del tal signorotto, la signorina Maud Lilly, la quale pare sensibile al fascino di Gentleman (il quale è un bell’uomo di ottima estrazione – anche se la famiglia lo ha diseredato), che lei conosce come Richard, e la quale possiede una rendita da capogiro… se si sposerà.

Ma non è semplice convincere la signorina al grande passo col segretario dello zio. La poveretta ha sempre vissuto relegata in casa dello zio, che ne tiene di conto visto il suo appannaggio, e questo isolamento forzato da Londra e dai suoi salotti l’ha resa un po’ sempliciotta, ingenua. Nella casa, ha la libertà di muoversi solo con la cameriera o per recarsi dallo zio (le vere signore non vanno a giro da sole!).

Ed è qui che deve entrare in gioco Sue. Caso ha voluto che la cameriera della signorina si beccasse una brutta scarlattina; loro devono agire prima che venga sostituita. Il piano? Sue si spaccerà per la nuova cameriera e, un passo dopo l’altro, porterà Maud tra le braccia di Gentleman. Una volta fatto questo e sposata la ricca signorina, la molleranno in un manicomio (cosicchè non reclami) e si divideranno la sua rendita. Piano perfetto.

logo commento

Non è semplice scrivere una recensione di questo libro senza incorrere nel pericolo di spoilerate involontarie; ma farò attenzione e laddove si presenterà il rischio, lo segnalerò (non voglio essere colpevole di rovinare la sorpresa).

Inusuale il punto di vista in cui ci immerge la Waters: quello dei cattivi. Sì, perché per quanto ognuno dei personaggi non faccia altro che tirare a campare non si può certo dire che siano degli stinchi di santo e che il piano congeniato sia caritatevole. Ma tutto dipende dai punti vista. E la Waters è brava a calarci in questo infilandoci l’idea, che poi sono le idee del personaggio, che, in fondo, ognuno ha le sue ragioni, ognuno deve pur campare e, alla fin fine, il mondo non è bianco o nero (e forse sì, Sue è una profittatrice… ma  forse anche no).

SPOILER!! ATTENZIONE SPOILER!!!

La Waters è anche brava, però, a sovvertire queste poche certezze che avevamo, trasformando vittima in carnefice (Maud che da santarellina tonta si rivela essere in combutta con Gentleman, il quale a sua volta sta facendo il triplo gioco). Insomma, un bel gioco d’intreccio.

La vicenda ruota attorno al diabolico piano di secessione patrimoniale dei Lilly, al quale Sue, per una serie di motivi (comunque plausibili e, sì, anche condivisibili… ecco a cosa mi riferivo quando scrivevo che la Waters è brava a farti calare nella psiche dei suoi personaggi), acconsente a partecipare. Così la recita inizia e va così bene che nemmeno a chi l’ha inscenata sembra vero. E tutto fila così bene che anche il lettore resta spiazzato (davvero… bum! Io sono rimasta a bocca aperta, perché mi aspettavo di tutto tranne… niente spoiler!). Il piano è davvero ben congeniato; i ruoli cambiano e si invertono; i colpevoli, a ben guardare, non sono poi così colpevoli; e gli innocenti, forse, non poi così buoni e puri nell’animo. Ma la Waters sembra non voler dar tregua al lettore che, dopo aver a malapena metabolizzato il primo colpo di scena, viene investito da un altro… assolutamente insospettabile (almeno per me!).

Ok, ok, a onor del vero prima di raggiungere questa parte c’è un po’ da soffrire. Complice anche il registro dell’autrice in qualche passaggio un po’ pesantuccio, la vicenda si trascina per parecchie pagine… prima di arrivare al punto di svolta, ci vuole almeno una buona metà del libro. Diciamo che l’attesa viene, però, ripagata; bisogna solo essere – mooooooolto – pazienti (anche se io cominciavo a dare segni di insofferenza… se non fosse stato per alcune opinioni entusiaste che avevo letto, avrei probabilmente abbandonato).

Ma parliamo un po’ dei personaggi. Pare quasi che a ognuno di loro sia stato affidato un ruolo; ciò che devono fare è interpretarlo. Ma a nessuno di loro questo ruolo calza; ed è tutto un po’ come se gli sfuggisse di mano. Nessuno è pienamente convinto di ciò che deve fare, ma è così che deve essere. La resa qui è davvero ben fatta.
Il personaggio di Sue è, dal mio punto di vista, quello meglio riuscito.

ANCORA SPOILER!! Non aprire questa tendina

Certo, c’è qualche punto sistemato ad hoc per far tornare la vicenda. Vado in ordine sparso. La storia d’amore tra Sue e Maud: è molto dolce il rapporto tra le due; tutto sommato è anche credibile che le ragazze non si parlino e sostanzialmente avvantaggino, con il loro silenzio, il piano della Sucksby (vera rivelazione psicotica nell’intreccio). Tuttavia la scadente conclusione alla “Cinquanta sfumature di grigio“, signora Waters, te la potevi risparmiare (mi riferisco proprio alle ultimissime righe del “le mostrò ciò che i libri raccontavano”… vabbè…).
Inoltre, piccolo appunto sia sotto il punto di vista narrativo che per quanto riguarda i personaggi. La sig.ra Sucksby, folle al punto giusto per architettare un piano davvero moooolto elaborato (ma… ci può stare avendo tutto il tempo che ha avuto lei), è un personaggio però che scade verso la fine per esigenze narrative. Almeno… io me la sono figurata come senza scrupoli, venale e, ovviamente, non così affezionata a Sue. Eppure, alla fine, la Sucksby si ritira senza troppo clamore, vanificando quasi vent’anni di lavoro e sacrifici (quando la soluzione, che lei non avrebbe fatto fatica a realizzare visto il precedente ingarbugliato piano, sarebbe stata quella di accusare Sue della morte di Gentleman. The end.). Ora, ovviamente traspare una sorta di redenzione della donna, ma, considerata come viene portata avanti la storia, questa redenzione forse è un pochino troppo affrettata e lasciata in secondo piano visto che ci si appresta al finale. Però, ecco, ripeto, si tratta di considerazioni personali.

È scritto molto bene, ma talvolta qualche passaggio è davvero pesante. Come la narrazione: sono davvero tantissimi i passaggi lenti che proprio non vogliono finire.

Quindi, ci risiamo… sto scrivendo un poema: tiro le fila del discorso e chiudo.
Un intreccio sicuramente intrigante e ben congegnato (sebbene abbia tanto da ringraziare La donna in bianco di Wilkie Collins… ma dicono sia un riadattamento, quindi); qualcosa, ovviamente, “soffre” per esigenze narrative; personaggi ben realizzati e credibili; le loro scelte sono coerenti con il loro background. Ah, poco mancava che mi dimenticassi di parlare degli ambienti; sarò rapida. La contrapposizione tra sobborgo e casa “per bene” è ben realizzata e le descrizioni riecheggiano alla Londra dickensiana sporca di fuliggine, piena di rumori e vapori che si sollevano in cielo.

ladra valutazione


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