Il codice di Newton recensione

Titolo: Ghostwalk
Autrice: Rebecca Stott
Genere: Thriller
Anno di pubblicazione: 2007
Titolo in Italia: Il codice di Newton (anche Il gioco dell’alchimista)
Anno di pubblicazione: 2007
Trad. di: Maria Clara Pasetti

Cameron Brook è passato a trovare la madre, Elizabeth, scrittrice un poco eccentrica e fissata con il Seicento.

Insomma, Cameron se lo sente subito addosso che qualcosa non torna e, infatti, qualcosa nel fiume lo colpisce: sua madre è lì… annegata.

Le circostanze della tragedia non appaiono chiare e la polizia concentra parte della sua attenzione a un violento gruppo di animalisti che, negli ultimi tempi, sta prendendo di mira proprio Cameron e i suoi collaboratori all’università di Cambridge (Cameron è uno scienziato… a quanto pare di capire).

E, infatti, non si è tratta solo di sua madre. La verità si nasconde indietro nel passato – nel ‘600 – e avanti nel futuro, perché i “delitti di Cambridge“, destinati a far storia in Inghilterra, sono appena iniziati e strani figuri cominciano a spuntar fuori dalla vita di Elizabeth.

In tutto questo si ritroverà invischiata Lydia, ex – ma non troppo – amante di Cameron nonché amica di Elizabeth, incaricata da lui di terminare l’ossessione della madre: un libro dedicato a Newton e ai suoi rapporti con gli alchimisti a cui manca proprio l’ultimo capitolo.

In questo libro si mescolano due sentimenti contrapposti, il primo dei quali è un generico quanto scioccato – e anche un poco indispettito: ma che diavolo ho letto?!

A mente fredda, poi, subentra il secondo pensiero e cioè: … peccato!

Peccato sì, perché la storia poteva rivelarsi davvero una bomba.

Partiamo dalle basi (tutto sommato positive): la nostra – ormai defunta – Elizabeth s’è incaponita su Newton, sul suo genio e la sua inarrestabile quanto sospetta ascesa delle gerarchie dell’università di Cambridge. La donna, infatti, è convinta che gatta ci covi. E per “gatta” che cova intendo “alchimia” (quel noto miscuglio di magia, mistero, scienza e conoscenze altolocate) che serpeggia.

Quindi, Newton non sarebbe stato il solitario genio, ma avrebbe goduto di protezione e conoscenze e agganci proprio degli alchimisti dell’epoca i quali lo avrebbero spinto nella sua ascesa e nel perfezionamento della sua scienza.

E, fin qui, tutto bene. L’idea ci sta e risulta sufficientemente interessante.

Il problema non sta nell’idea di base quanto nella sua realizzazione.

Per quanto qualcuno ci voglia vedere parallelismi con “Il Codice Da Vinci” di Dan Brown, i due libri possono assomigliarsi solo in quanto chiamano in causa un grande e stimato scienziato del passato.

La storia de “Il codice di Newton” è sconclusionata; le intuizioni mistiche raffazzonate; le evoluzioni narrative forzate e insulse. I colpi di scena (quelli indubbiamente ben realizzati nel thriller di Brown) sono qui presentati con un tale pressappochismo da rendere completamente nullo il loro carico di sorpresa e tensione.

I personaggi sono insulsi, mal realizzati; appaiono e scompaiono in maniera raffazzonata.

I loro dialoghi raggiungono livelli di confusione che raramente ho visto. Insomma, a parte il fatto che vengono interrotti in favore di inutili descrizioni ambientali, gli stessi personaggi sembrano parlare su canali non sintonizzati l’un con l’altro.

Tutto si trascina con estrema lentezza (e prevedibilità) e nemmeno le – comunque – interessanti curiosità storiche riescono a risollevare la disastrosa situazione.

La storia è scombinata, spesso si fa fatica a seguire le intuizioni della ghost-writer Lydia o a seguire i suoi ragionamenti e il modo pacifico con accetta l’assurda situazione che le sta precipitando addosso (altro che stoicismo!).

In ogni caso, se siamo d’accordo che l’assassino 

SPOILER

sia un fantasma tornato dal Seicento che elimina chi è a conoscenza del suo segreto, non si capisce in che modo ragioni… è fatto di ectoplasma siamo d’accordo, ma un minimo di sensatezza… ha ucciso Elizabeth, colei che ha – più che altro – intuito il suo segreto, ma poi ha lasciato in vita Will/Lily che aveva ricevuto una copia del capitolo segreto dalla stessa Elizabeth. Di nuovo, lascia in vita Lydia (che ha ricevuto la copia del capitolo incriminato da Will/Lily), ma uccide l’ultimo della fila, cioè Cameron che riceve il capitolo da Lydia. Mah… 

In poche parole: non ne vale la pena.


Hai letto "Il codice di Newton"? Che ne pensi?

View Results

Loading ... Loading ...

Non esiste un amore perfetto

Non esiste un amore perfetto; ce lo garantisce Francis Wolff, professore emerito di filosofia.

Qual è la natura dell’amore romantico, quello propriamente “degli amanti”? È possibile definirlo? E definirlo può aiutare a comprenderlo più a fondo, a perscutarne i meccanismi e le disposizioni, a migliorarlo? Per Francis Wolff, fra i più eclettici filosofi francesi odierni, la risposta a queste domande è sì.

È il compito che Wolff si pone in questo libro: se non di domarla – per fortuna – di lasciarci però intuire la natura complessa dell’amore romantico. Essa si compone di tre ingredienti conflittuali, capi estremi entro cui, e con l’eterogenea mescolanza dei quali, si definiscono i più diversi tipi di relazioni amorose; ma proprio per questo suo carattere multiforme e contraddittorio, ci mostra Wolff, l’amore è per tutti noi così sfuggente, così straziante, così appagante, così mutevole.

Una riflessione filosofica che rischiara la nostra esperienza quotidiana, una ricerca di pensiero ardita e affascinante, che si dispiega con grazia, toccando figure letterarie e iconografiche e parole d’autore.

L’autore

Francis Wolff (1950) è professore emerito del dipartimento di Filosofia dell’École Normale Supérieure della rue d’Ulm, scrittore e redattore di riviste specializzate. È esperto in particolare nello studio della filosofia antica e di Aristotele. Fra i suoi libri più recenti, Notre humanité. D’Aristote aux neurosciences. (2010), le ultime riflessioni sulla Corrida (2011) e Pourquoi la musique? (2015).

Titolo: Non esiste un amore perfetto
Autore: Francis Wolff
Genere: Varia
Casa editrice: Ponte alle Grazie
Pagine: 96
Prezzo ed. cartacea: 10,00€


Disponibile da metà luglio 2017!


Time Deal recensione

Titolo: Time Deal
Autore: Leonardo Patrignani
Genere: Distopico
Anno di pubblicazione: 2017

– Ho ricevuto una copia di questo romanzo in cambio di un’onesta recensione –

Aurora è una magnifica cittadina incastonata in un’isola incontaminata dai miasmi radioattivi che una recente guerra ha scatenato in tutto il globo.

In Aurora, unico baluardo dell’umanità, si trovano medicine gratis per (quasi) tutti; un livello tecnologico avanzatissimo; un lavoro per (quasi) tutti, ma una (parecchio tosta) distinzione sociale.

Insomma, Aurora non è certo ancora perfetta, ma si avvicina molto a una città dei sogni… anche per via del Time Deal (v. avanti).

Qui un normalissimo ragazzo di diciassette anni, Julian, si reca al suo ennesimo giorno di lavoro assieme al suo amico e collega Stan: tredici ore lavorative, il nostro riposo settimanale trasformato in mensile (acc…).

Ma Julian, orfano di entrambi i genitori morti in un tragico incidente, deve badare alla sorellina Sara e ogni taglio (la moneta corrente in Aurora) in più fa sempre comodo.

Tuttavia, c’è un piccolo problema: Julian non vuol aver nulla a che fare con il Time Deal e la casa farmaceutica che lo produce ha appena acquisito la fabbrica e sta obbligando i lavoratori a farne uso (se vogliono mantenere il posto di lavoro).

Un’altra parte della cittadina, raccolta come una sorta di setta, ha già preso il Time Deal (e in molti casi lo sta prendendo da anni); tra questi anche la ragazza di Julian, Aileen, costretta dai genitori ad assumere il farmaco.

Ma cos’è il Time Deal? Bè, ha qualcosa del miracoloso e dona… l’immortalità.

E che c’è di male allora? Così di sfuggita nulla, ma pensandoci bene le contraddizioni, le difficoltà anche sociali e le incertezze circa l’essenza stessa della persona sono destinate a una bella impennata con questa immortalità-per-tutti.

In una città in cui l’apparenza inganna, Julian ben presto si troverà costretto a una scelta difficile e irreversibile.

Ad Aurora c’è qualcosa di strano e il lettore lo avverte subito quando si parla di chiese vendute, orecchie in ascolto e strani figuri che si aggirano per la città lasciando opuscoli in stile Testimoni di Geova.

Ma, in Aurora, c’è anche un sapore romantico con nomi come il Quartiere del Teatro o della Guglia e le corsie dell’Anello, ma ci sono anche toponimi che scadono nel venale come il Quartiere del Diamante.

E la stranezza che avvolge Aurora aumenta quando si aggiungono il TD (Time Deal) che pare donare eterna giovinezza e una nonna, passata a miglior vita, che fa un invito a pranzo in una casa di campagna ormai venduta.

Ma ad Aurora c’è di più: un sostrato silenzioso e anonimo e una storia di aria avvelenata e radioattiva e parametri aggiustati (purtroppo gli “adattamenti strategici” dei parametri sono situazioni non dissimili da alcune città italiane).

Ma nonostante i problemi, le zone disagiate, i lavoratori schiavizzati ad Aurora c’è l’elisir della lunga vita (altro che pietra filosofale!).

E chi rifiuterebbe?

Bè, a parte che per poterlo assumerlo devi quasi azzerare te stesso e incasellarti in una specie di setta che controlla buona parte della città, io no (magari mi sarei servita di vie clandestine).

Ma questo non è il ragionamento di Julian. Perché per Julian ogni ruga è preziosa; ogni imperfezione dell’età un tesoro di esperienza e ricordi da conservare.

Ma intorno a lui la situazione è diversa: la sua ragazza Aileen, per esempio, è stata costretta dai genitori ad assumere il TD (pena l’espulsione da casa e dagli affetti); il suo amico Stan, pur condividendo la sua opzione sul Time Deal, ha trovato il modo per renderlo redditizio.

Insomma, ognuno si arrangia come può in Aurora… ma, ai vertici cittadini, i piani per la popolazione sono ben diversi.

Seguono, quindi, rivelazioni varie, sparizioni misteriose e ospedali-quasi-psichiatrici (Basaglia non sarebbe stato contento), segreti violati e un leader carismatico con la gonna da combattimento.

Ma tutto ad Aurora è difficile perché, nonostante alcune evidenze, la gente preferisce adagiarsi su di una comoda verità.

Il clima rivoluzionario-totalitario di Aurora è davvero ben riprodotto (e dovrebbe darci da pensare per alcuni richiami al mondo attuale in cui il rapporto con gli altri e l’essenza di una persona sono elementi che si stanno inesorabilmente offuscando) tra innovazioni tecnologiche e mondo fumigato dalle radiazioni.

La trama, seppur piacevole, è prevedibile (finale compreso) e, nella narrazione, manca un po’ di tensione che, in un romanzo così corposo, non avrebbe fatto male.

Qualche scelta nell’evoluzione della storia poi mi è parsa un po’ semplificata.

Si tratta comunque di uno young-adult con protagonisti dei diciassettenni e richiama un po’ quella che è l’impostazione del genere: ragazzini coinvolti in vicende da adulti. Tuttavia qui il giustificativo alla questione ce lo fornisce proprio il Time Deal che, giocando con l’età dei personaggi, rende più facile credere nella fiducia di cui si trovano depositari dei ragazzini.

I personaggi sono in grado di muoversi sulla scena con coerenza, sebbene ogni tanto si cada in qualche meccanismo semplicistico.
L’unico che, però, mi è parso davvero approfondito è Julian (sebbene il suo incaponirsi con il suo no-TD diventi un po’ ripetitivo dopo un po’).

Non apprezzo molto il fatto che i personaggi femminili mostrino al lettore il seno prosperoso da diverse angolazioni (in camera, sotto la doccia, etc.) – dammi pure della bacchettona, ma penso si possa scrivere un libro senza inserirci scene del genere (che, nella narrazione, non è che trovano motivazione) – ; anche se ne apprezzo la forza di carattere, la determinazione e il coraggio.


Hai letto "Time Deal"? Che ne pensi?

View Results

Loading ... Loading ...

 

La macchina del tempo recensione

Titolo: The Time Machine: an invention
Autore: H.G. Wells
Anno di pubblicazione: 1895
Genere: Fantascienza
Titolo in Italia: La macchina del tempo
Anno di pubblicazione ITA: 1902
Trad. di: Tullio Dobner

Ci si può spostare nelle tre dimensioni dello spazio, ma la quarta, quella del tempo, è sempre rimasta una dimensione a sé stante. Almeno fino a quando il Viaggiatore del tempo non riesce a creare una prodigiosa macchina che non si sposta nello spazio, ma nel tempo.

Ed è così che, con una leva in avanti e quell’altra stretta pronta a frenare, il Viaggiatore del tempo – con la sua macchina del tempo – si ritrova nell’anno 802.701.

Lì non ci sono macchine volanti e palazzi di cristallo; l’umanità è tornata a una specie di stadio originario di pace e prosperità.

Gli Eloi, efebi e avvenenti ma sprovveduti come bimbi, mangiano frutti, ridono tanto e si sperticano in manifestazioni d’affetto lanciandosi fiori addosso.

Però… però la notte, quando le tenebre calano e il silenzio ammanta tutto, dalle profondità della terra una seconda specie umana fa la sua comparsa: sono i Morlock. E anche loro hanno trovato il modo di sopravvivere: invece che ridere e lanciarsi fiori addosso, cacciano… e gli Eloi rappresentano la loro inerme e ben pasciuta forma di sostentamento.

Non conosciamo il Viaggiatore; non sappiamo il suo nome né perché ha deciso di costruire questa geniale invenzione, la macchina del tempo. Sappiamo, però, che è un uomo intelligente e coraggioso… forse un po’ pazzo (chi aggeggerebbe con una macchina del “tempo” non testata e non testabile che potrebbe tranquillamente ammazzarti?).

Insomma, il Viaggiatore è partito, scomparso in un attimo, ma ci racconta – stravolto e ancora scombussolato – la sua storia in un lungo flashback.

Gli Eloi (che il nostro Viaggiatore ritiene siano discendenti di una fantomatica classe agiata) sono vittime, tanto innocenti quanto apatiche, dei Morlock che non esitano a cibarsi delle loro carni.

In verità, dovremo però forse compatirli questi Morlock o almeno i loro progenitori. Il Viaggiatore del tempo, infatti, è convinto che questi esseri gretti e ormai privi di qualunque umanità siano, in realtà, discenti disgraziati di quella parte di umanità cacciata a forza nel sottosuolo dagli avi agiati e benestanti degli Eloi.

In pochissime pagine, quindi, il futuro – lo scontro tra classi portato alle sue più estreme e dolorose conseguenze – si dispiega a quest’uomo dell’Ottocento e a noi con lui.

Davanti al punto più alto della decadenza umana, dolore e avversità non temprano più l’individuo. Da una parte, la speranza e la rivalsa sono state cancellate; dall’altra, gli istinti grezzi hanno avuto la loro incontrastata vittoria.

Un romanzo interessante per i risvolti che propone e comunque affascinante, sebbene sia: brevissimo, i nuovi umani siano presentati molto in superficie e la storia non porti a una conclusione netta.

Sotto questo punto di vista, ammetto che il film del 2002 con Guy Pierce nel ruolo del Viaggiatore (e una piccola curiosità: il regista Simon Wells è bisnipote del nostro H.G.), raccoglie con arguzia l’eredità del romanzo riuscendo a porre una maggiore caratterizzazione ai personaggi.

Sopra le due versioni cinematografiche de “La macchina del tempo”; la prima del 1960 con Rod Taylor e la seconda – remake della prima – del 2002 con Guy Pearce

Nel film, infatti, viene fornita una motivazione al Viaggiatore che lo sprona a costruire la Macchina del tempo; si preme di più sui sentimenti del Viaggiatore di fronte alla sorte degli Eloi e sul di lui aiuto; si ipotizza una composita società dei Morlock; si inserisce anche un certo conflitto interiore nel Viaggiatore (in dubbio se andarsene o aiutare gli Eloi) e una spiegazione più sfaccetatta del presente e di quello che sarà un triste futuro per l’umanità (per la parte di superficie almeno).

Aspetti questi tutti taciuti nel libro; più somigliante un racconto che a un vero e proprio romanzo.

La conclusione è più netta nel film che nel libro, dove un po’ d’amaro e mistero resta sulla sorte degli Eloi e poi su quella del Viaggiatore.

Nonostante questi “inghippi” mi sento di consigliarne la lettura: primo perché si tratta di un libriccino prezioso che ha ispirato centinaia di scrittori aprendo la strada a un genere completamente nuovo di storie (sebbene prima di lui Edward Page Mitchell nel suo racconto breve L’orologio che andò al contrario – 1881 – immaginasse l’esistenza di un orologio che permetteva di viaggiare indietro nel tempo).

In secondo luogo, appassionati del genere o meno, si tratta di una lettura rapidissima e ricca di spunti di riflessione con riferimento a quanto accennavo poco sopra.

Certo, non ti aspettare scene concitate o ritmo serrato, eroi senza macchia pronti a strapparsi i capelli per la perdita dell'”amato bene” o a immolarsi per il bene di sconosciuti. È comunque, sotto questi punti di vista, un romanzo a puntate ottocentesco.

P.S. Dal momento che il diritto d’autore vale per tutta la vita di un autore e fino a 70 anni dopo la sua morte e che H.G. Wells è venuto a mancare nel 1946, dal 2016 le sue opere sono di dominio pubblico, quindi puoi trovarne in rete delle versioni gratuite e soprattutto legali. Buona lettura!


Hai letto "La macchina del tempo"? Che ne pensi?

View Results

Loading ... Loading ...

Il valzer degli alberi e del cielo recensione

Titolo: La Valse des arbres et du ciel
Autore: Jean-Michel Guenassia
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Il valzer degli alberi e del cielo
Anno di pubblicazione ITA: 2017

Trad. di: Francesco Bruno

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione – 

«Io non ho altro interesse che quello di ristabilire la verità,
non di mascherarla, giustificarmi o di sminuire le mie colpe,
né di preservare il mito.
»

A diciannove anni, Marguerite ha un’idea ben precisa di quello che non sarà: non sarà schiava di un marito scelto da suo padre e non permetterà a suo padre di trattarla come merce di scambio.

Tuttavia, ci sono alcuni conti da fare e alcuni grossi problemi da superare: in primo luogo che Marguerite è una giovane donna in una antisemita, ipocrita, patriarcale, chiusa e un po’ snob Francia del 1890.

In secondo luogo, dove mai potrebbe fuggire una donna per aspirare ad avere un trattamento pari a quello di un uomo? Pare che l’America sia una terra promessa per molti… ma i problemi che sorgono qui sono di natura economica, legati anche alla difficile traversa a cui molti non sopravvivono.

Tuttavia, qualcosa è destinato a cambiare: in quell’estate del 1890, un uomo si presenterà in qualità di paziente alla porta di casa del dottor Gachet, il padre di Marguerite.

Quell’uomo è destinato a sconvolgere l’esistenza di quella ragazza e a mostrarle il mondo con occhi e colori completamente diversi. Il suo nome? Vincent Van Gogh.

La figura di Vincent Van Gogh, tanto bistratta in vita quanto amata in seguito, possiede ormai un fascino incontenibile.

Autoritratto dell’artista eseguito nel 1889, National Gallery of Art, Washington

Pazzo o genio?
Oppure è uno di quei particolari casi in cui genio e pazzia coesistono per creare meraviglie? Oppure… nessuna delle due: solo una persona magari avanti rispetto al suo tempo, con una sensibilità diversa e proprio per questo incompresa?

Qui scopriamo un Van Gogh da un punto di vista particolare, quello di Marguerite, la figlia del dottor Gachet presso cui Vincent andò per curarsi consigliato da un altro grande impressionista Pissarro.

La narrazione non solo è declinata al femminile, ma pure in prima persona – una scelta, sotto certi punti di vista, coraggiosa e difficile per un autore.

È così che Margerite Gachet si forma davanti agli occhi come se ogni pagina aggiungesse una pennellata al suo ritratto: da «ochetta diciannovenne» come lei stessa si definisce, orfana di madre, convinta che la vita abbia qualcosa di più da offrirle si trasforma in donna i cui pensieri sono costantemente rivolti al passato.

Per la precisione, però, avviene il contrario: grazie a un certo distacco opaco che il tempo lascia sempre, una Marguerite ormai anziana ci racconta la giovane Marguerite instancabile, alla costante ricerca di qualcosa, sotto certi punti di vista ribelle, ma ancora ingenua e sciocca.

Attraverso Marguerite cogliamo non solo il disagio dell’essere una donna dalle larghe prospettive e aspirazioni le cui ali vengono tarpate da ciò che la società richiede al genere femminile (essere un grazioso ornamento e procreare), ma soprattutto riscopriamo attraverso i suoi occhi l’essenza romantica e estatica con la quale l’occhio dell’impressionista impone la direzione al suo pennello, creando tele fuggenti e meravigliose (pittura che, per la cronaca, era vietata alle donne per le quali doveva essere un semplice passatempo… guai ad avere l’aspirazione di eguagliare un uomo, sperando di diventare pittrice!).

Insomma, attraverso lo sguardo di Marguerite, scopriamo un Vincent un po’ lunatico, testa fra le nuvole, talvolta un po’ brusco e scorbutico, dal carattere sensibile e incline al fascino dell’alcol, ma tutto sommato normale. Certo, fuori dai canoni standard di educazione e rispetto pubblico (che, in verità, celano solo ipocrisia), vittima di scatti d’ira particolarmente furenti ed eccessivi, ma tutto sommato normale.

Di contro, il dottor Gachet, il medico degli impressionisti, fa una figura più cacina: pieno di sé, borioso, tirannico… la sua storica amicizia con il gruppo degli impressionisti, il suo dilettarsi con la pittura e le stampe (espose le proprie opere sotto lo pseudonimo di Van Ryssel) qui si trasformano in mera venalità, cupidigia. E culminano con la vendita di quadri impressionisti fasulli (sebbene sia storicamente vero che la famiglia Gachet donò numerose opere degli impressionisti ai musei).

La narrazione, dal linguaggio molto semplice e per questo estremamente scorrevole (sebbene adagiato su standard poco impegnativi), procede in maniera singolare e, accanto ai pensieri e alla vita di Marguerite, scorrono anche estratti, considerazioni o date che non solo aiutano a contestualizzare la vicenda permettendo al lettore di calarsi maggiormente nell’ambientazione, ma creano anche un peculiare parallelismo tra i personaggi e la storia.

Anche la ricostruzione (basata su una fantasiosa interpretazione degli storici dell’arte Steven Naifeh e Gregory White Smith nella biografia Van Gogh: The Life) di quei produttivi mesi a Auvers-sur-Oise è interessante e ben si incastra nella costruzione della storia.

Tuttavia, i personaggi soffrono un po’ di unidimensionalità; le loro vicende non trasportano il lettore; manca – o almeno io non l’ho avvertita – un certo sentimento, una certa passione nel raccontare.

 


Hai letto "Il valzer degli alberi e del cielo"? Che ne pensi?

View Results

Loading ... Loading ...