Time Deal recensione

Titolo: Time Deal
Autore: Leonardo Patrignani
Genere: Distopico
Anno di pubblicazione: 2017

– Ho ricevuto una copia di questo romanzo in cambio di un’onesta recensione –

Aurora è una magnifica cittadina incastonata in un’isola incontaminata dai miasmi radioattivi che una recente guerra ha scatenato in tutto il globo.

In Aurora, unico baluardo dell’umanità, si trovano medicine gratis per (quasi) tutti; un livello tecnologico avanzatissimo; un lavoro per (quasi) tutti, ma una (parecchio tosta) distinzione sociale.

Insomma, Aurora non è certo ancora perfetta, ma si avvicina molto a una città dei sogni… anche per via del Time Deal (v. avanti).

Qui un normalissimo ragazzo di diciassette anni, Julian, si reca al suo ennesimo giorno di lavoro assieme al suo amico e collega Stan: tredici ore lavorative, il nostro riposo settimanale trasformato in mensile (acc…).

Ma Julian, orfano di entrambi i genitori morti in un tragico incidente, deve badare alla sorellina Sara e ogni taglio (la moneta corrente in Aurora) in più fa sempre comodo.

Tuttavia, c’è un piccolo problema: Julian non vuol aver nulla a che fare con il Time Deal e la casa farmaceutica che lo produce ha appena acquisito la fabbrica e sta obbligando i lavoratori a farne uso (se vogliono mantenere il posto di lavoro).

Un’altra parte della cittadina, raccolta come una sorta di setta, ha già preso il Time Deal (e in molti casi lo sta prendendo da anni); tra questi anche la ragazza di Julian, Aileen, costretta dai genitori ad assumere il farmaco.

Ma cos’è il Time Deal? Bè, ha qualcosa del miracoloso e dona… l’immortalità.

E che c’è di male allora? Così di sfuggita nulla, ma pensandoci bene le contraddizioni, le difficoltà anche sociali e le incertezze circa l’essenza stessa della persona sono destinate a una bella impennata con questa immortalità-per-tutti.

In una città in cui l’apparenza inganna, Julian ben presto si troverà costretto a una scelta difficile e irreversibile.

Ad Aurora c’è qualcosa di strano e il lettore lo avverte subito quando si parla di chiese vendute, orecchie in ascolto e strani figuri che si aggirano per la città lasciando opuscoli in stile Testimoni di Geova.

Ma, in Aurora, c’è anche un sapore romantico con nomi come il Quartiere del Teatro o della Guglia e le corsie dell’Anello, ma ci sono anche toponimi che scadono nel venale come il Quartiere del Diamante.

E la stranezza che avvolge Aurora aumenta quando si aggiungono il TD (Time Deal) che pare donare eterna giovinezza e una nonna, passata a miglior vita, che fa un invito a pranzo in una casa di campagna ormai venduta.

Ma ad Aurora c’è di più: un sostrato silenzioso e anonimo e una storia di aria avvelenata e radioattiva e parametri aggiustati (purtroppo gli “adattamenti strategici” dei parametri sono situazioni non dissimili da alcune città italiane).

Ma nonostante i problemi, le zone disagiate, i lavoratori schiavizzati ad Aurora c’è l’elisir della lunga vita (altro che pietra filosofale!).

E chi rifiuterebbe?

Bè, a parte che per poterlo assumerlo devi quasi azzerare te stesso e incasellarti in una specie di setta che controlla buona parte della città, io no (magari mi sarei servita di vie clandestine).

Ma questo non è il ragionamento di Julian. Perché per Julian ogni ruga è preziosa; ogni imperfezione dell’età un tesoro di esperienza e ricordi da conservare.

Ma intorno a lui la situazione è diversa: la sua ragazza Aileen, per esempio, è stata costretta dai genitori ad assumere il TD (pena l’espulsione da casa e dagli affetti); il suo amico Stan, pur condividendo la sua opzione sul Time Deal, ha trovato il modo per renderlo redditizio.

Insomma, ognuno si arrangia come può in Aurora… ma, ai vertici cittadini, i piani per la popolazione sono ben diversi.

Seguono, quindi, rivelazioni varie, sparizioni misteriose e ospedali-quasi-psichiatrici (Basaglia non sarebbe stato contento), segreti violati e un leader carismatico con la gonna da combattimento.

Ma tutto ad Aurora è difficile perché, nonostante alcune evidenze, la gente preferisce adagiarsi su di una comoda verità.

Il clima rivoluzionario-totalitario di Aurora è davvero ben riprodotto (e dovrebbe darci da pensare per alcuni richiami al mondo attuale in cui il rapporto con gli altri e l’essenza di una persona sono elementi che si stanno inesorabilmente offuscando) tra innovazioni tecnologiche e mondo fumigato dalle radiazioni.

La trama, seppur piacevole, è prevedibile (finale compreso) e, nella narrazione, manca un po’ di tensione che, in un romanzo così corposo, non avrebbe fatto male.

Qualche scelta nell’evoluzione della storia poi mi è parsa un po’ semplificata.

Si tratta comunque di uno young-adult con protagonisti dei diciassettenni e richiama un po’ quella che è l’impostazione del genere: ragazzini coinvolti in vicende da adulti. Tuttavia qui il giustificativo alla questione ce lo fornisce proprio il Time Deal che, giocando con l’età dei personaggi, rende più facile credere nella fiducia di cui si trovano depositari dei ragazzini.

I personaggi sono in grado di muoversi sulla scena con coerenza, sebbene ogni tanto si cada in qualche meccanismo semplicistico.
L’unico che, però, mi è parso davvero approfondito è Julian (sebbene il suo incaponirsi con il suo no-TD diventi un po’ ripetitivo dopo un po’).

Non apprezzo molto il fatto che i personaggi femminili mostrino al lettore il seno prosperoso da diverse angolazioni (in camera, sotto la doccia, etc.) – dammi pure della bacchettona, ma penso si possa scrivere un libro senza inserirci scene del genere (che, nella narrazione, non è che trovano motivazione) – ; anche se ne apprezzo la forza di carattere, la determinazione e il coraggio.


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Wolf 2 Il giorno della vendetta recensione

Titolo: Blood for Blood
Autrice: Ryan Graudin
Genere: Distopico/YA
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Wolf 2 Il giorno della vendetta
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Roberta Verde

Preceduto da:
Wolf La ragazza che sfidò il destino

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Nel momento in cui il boato erompe dalla sala da ballo e un secondo boato ne frantuma i vetri di una finestra, Luka Löwe capisce di dover dare avvio all'”Operazione salvati la pelle e dimostra la tua innocenza“.

Già, perché ricordi dove erano rimasti? Il Tour dell’Asse era terminato con la vittoria proprio di Luka. Al ricevimento in onore del vincitore, Luka aveva invitato Adele Wolfe in un improvviso quanto fortissimo ritorno di fiamma.

E, bè, lì Adele, approfittando di un ballo con il Fürher in persona, gli aveva sparato dandosi immediatamente alla fuga.

Luka, diventato scomodo testimone e sospetto complice, si è dato all’inseguimento di Adele e Felix, il di lei fratello, è rimasto prigioniero di un barbaro interrogatorio da parte dei soldati tedeschi.

Ma Adele non è Adele. È Yael, membro della Resistenza (il cui compito è quello di distruggere il Nuovo Ordine). È una ragazza ebrea scampata agli orrori di un campo di sterminio grazie a una dote concessale – ovviamente non per bontà – proprio da un tedesco: la possibilità di cambiare volto.

Ma tutto è andato a rotoli, perché l’Hitler cui Yael ha appena sparato non è quello vero, ma un mutafaccia come lei.

Insomma anni di piani, di organizzazione, di duro addestramento sfumati così. Che ne sarà della Resistenza?

E che ne sarà di Yael!?

Adesso quello a cui Yael deve pensare è scappare. Dileguarsi. Salvarsi. Con la sua abilità sarà un gioco da ragazzi. Se non fosse che… il Vincitore Löwe ha deciso di seguirla… e bè la sua di faccia è fin troppo riconoscibile.

In un mondo al rovescio – che fortunatamente ci è stato risparmiato – le speranze della Resistenza sono riposte in una sola ragazza mutaforma, Yael. Peccato che non sia la sola e anche Hitler abbia al suo soldo un manipolo – più o meno nutrito – di Mystiche (la bluastra eroina Marvel) personali.

Il primo capitolo della saga ci aveva lasciato così e curiosi di uscire dallo stallo – e di vedere anche Yael fuggire dalla situazione – degli ultimi eventi del ballo del Vincitore.

La Graudin riprende proprio da dove aveva interrotto e ci conduce attraverso un viaggio geografico ed emozionale in un crescendo di tensione.

È così che comincia la fuga di Yael e Luka. I due si scontreranno con amici, nemici, alleati e indecisi. Finiranno nel fuoco incrociato, rischieranno il fuoco amico e incontreranno pure il fuoco nemico.

In viaggio nel Nuovo Ordine di Wolf 2

Nel primo volume della saga avevo avuto modo di apprezzare particolarmente la figura di Yael, impossibilitata ad avere una sua identità ma decisa nell’aggrapparsi a una versione di se stessa lontana dagli esperimenti nazisti. Un tatuaggio come unica costante di una vita fatta di paura, vendetta e ricordi.

Qui, data anche la maggior attenzione sul suo personaggio, non posso non apprezzare Luka, il giovane ragazzotto che ha sempre cercato di opporsi al mondo nazionalsocialista senza nemmeno capirlo per davvero. Insomma, piccole ribellioni di un giovanotto strafottente desideroso di ricevere l’approvazione del padre, ma anche smanioso d’allonatarsi da quell’opprimente figura paterna.

La realtà che gli offre Yael è, però, diversa da tutto quello che gli era stato insegnato e che Luka aveva di conseguenza immaginato. Così, dopo mistificazioni, bugie, domande scomode cadute nel silenzio e risposte comode accettate con una scrollata di spalle, il giovane comprende finalmente che «la paura non è una scusa».
Tutto questo lo rende un personaggio maturato moltissimo tra il primo e il secondo capitolo della saga.

A onor del vero, un approfondimento sul personaggio – con storia passata compresa – c’è già stato in Iron to Iron, libro dedicato ancora una volta al Tour dell’Asse (quindi gli eventi sono identici a Wolf 1) dal punto di vista, però, di Luka. Questo per dire che chi ha letto questo volume potrebbe già conoscere molti degli eventi citati della storia del Vincitore Löwe.

Accanto a lui nella triade dei principali – ma forse meno riuscito rispetto a Luka – c’è Felix, il fratello determinato a tutti i costi a salvare la sua famiglia. E, per carità, non si può negare che ci si metta d’impegno, mannaggia!

Il suo modo è diametralmente opposto a quello di Yael, ma le sue convinzioni sono praticamente le stesse della nostra cara mutaforma. Le loro posizioni sono opposte, ma il loro pensiero è simile.

Detto questo la storia si conferma ricca di tensione ed emozioni. I suoi personaggi – anche se mi pare se ne approfondisca sempre uno per volta – sono carichi di sentimenti e sanno trasmetterli al lettore.


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Il racconto dell’ancella recensione

il racconto dell'ancella recensioneTitolo: The Handmaid’s Tale
Autrice: Margaret Atwood
Genere: Distopico
Anno di pubblicazione: 1985
Titolo in Italia: Il racconto dell’ancella
Anno di pubblicazione ITA: 1988
Trad. di: Camillo Pennati

Una donna vestita in una specie di abito monacale rosso, con guanti, velo e ombrello dello stesso scarlatto colore, si aggira in una casa non sua. Tutte le donne della casa la trattano con un certo riserbo; alcune con diffidenza; altre con esplicito astio.

Ma chi è questa donna e dove si trova?

Lei è Difred (lo scopriremo solo dopo e, comunque, non si tratta del suo vero nome, ma di una sorta di patronimico). La casa è quella del Comandante (uno importante e la sua importanza è data anche dal fatto che Difred sia lì).

Le donne della casa ne devono imparare a sopportare la presenza; soprattutto, la Moglie del Comandante deve imparare a condurci una convivenza pacifica di silenziosa sopportazione, perché il loro luogo d’incontro non sono solo i corridoi e le stanze comuni della casa, ma la camera da letto matrimoniale.

Già, ma non pensar male.

Difred non è una concubina, non deve dare piacere al padrone della casa, ma solo un figlio. Hai presente la Bibbia? Quel passaggio della Genesi in cui Rachele non può avere figli e le viene la geniale idea di farli concepire alla serva?

Ecco, qualcuno ha pensato bene che quello poteva diventare il modello per una nuova società dove le donne ancora fertili sono poche, le nascite pericolose e il corpo della donna un mero utero da sfruttare.

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Non mi aspettavo fosse un distopico.

Quando ho cominciato (forse anche la mia precedente conoscenza con la Atwood ha contribuito a questo malinteso) ero convinta si trattasse di un giallo, ma se si legge la prima citazione a inizio libro e ci si aggiunge un pizzico delle prime pagine, si capisce già che questo mondo distopico avrà a che fare con sette religiose e Bibbia interpretata con spietata precisione.

citazione il racconto dell'ancella

Infatti, eccoci nella – non saprei come definirla – società di Galaad.

Per una serie di sfortunati eventi, che noi apprendiamo solo dopo e solo tramite ricostruzioni “storiche”, il precedente (diciamo il nostro tempo) è diventato obsoleto, dannoso, decadente: l’amore mercificato, la donna puro strumento di piacere, i sentimenti veri nascosti o scomparsi.

Ora, io non vorrei allarmare nessuno, ma ci siamo già pericolosamente vicini. Il libro è stato scritto nel lontano 1985, e, nonostante il monito dell’autrice, mi sembra che stiamo continuando a scendere lungo una pericolosa china.

Comunque non posso non pensare al re dei distopici, 1984. L’impostazione è la stessa: un colpo di mano; un manipolo di “Comandanti” che governa di altri; popolazione con mansioni inferiori, segregata e oppressa dal regime o, ancor più facilmente, estradata al fronte quando scomoda, inutilizzabile, troppo ribelle; distorsione delle notizie; scorte razionate; mercato nero e un manipolo clandestino a cui il mondo presente non piace.

La particolarità qui sta nel fatto che la follia del regime segue i dettami della Bibbia (il capofamiglia/patriarca, la moglie devota, letture sacre e concubi… anzi, le politicamente-corrette-schiave-dell’utero), trincerandosi dietro un alto grado di moralità, cura per le donne e attenzione ai loro bisogni.

Anche se poi, pur disprezzando la dissoluzione della precedente società, le più alte sfere ci ricadono senza troppe preoccupazioni.

Il clima di sospetto, oppressione, terrore, paura, repressione, ect., c’è tutto. E anche se non si perde tempo in pedanti descrizioni sull’organizzazione della biblica società, se ne distinguono comunque i protagonisti principali e i loro colori: i Comandanti, le Moglie (azzurro), le Ancelle (rosso), le Marte, gli Occhi, i Custodi (verde)… e si arriva a immaginare bene quanto non rivelato.

Tutto questo per dire che, dal punto di vista ambiente/clima/mondo la finzione è ben realizzata. Lo stesso dicasi per i tantissimi spunti di riflessione che la Atwood mette in campo: la mercificazione del corpo della donna; la dissoluzione dei costumi; i controsensi e le devianze; sbagliano loro o sbagliamo noi?; quale tipo di libertà è giusto: troppa? Troppo poca?

Rimango, tuttavia, perplessa dallo stile narrativo. Si tratta più che altro di una sensazione personale, ma mi è sembrato sempre di guardare con un certo distacco, nonostante si tratti di un racconto in prima persona. Non so se questa scelta è voluta, considerando che Difred vive apaticamente la sua storia come se non fosse nemmeno lei a subire quelle umiliazioni, tuttavia

SPOILER

quando lei inizia a raccontarla, si trova in salvo (teoricamente) e si può pensare che abbia raggiunto quel distacco e – magari – quel senso di rivalsa utili a dare corpo e coinvolgimento alla sua narrazione.

Altro aspetto di cui resto poco convinta sono i personaggi.

È come se ognuno di loro rappresentasse un’emozione o un determinato stato d’animo (i Comandati: il senso di potere; le Mogli: l’invidia; le Marte: l’anonimato; i Custodi: il silenzio; le Ancelle: l’ubbidienza…).

In fondo, fanno ciò che la società richiede loro; eppure, ognuno di loro – o almeno le Mogli, i Comandanti e le Ancelle – hanno sfaccettature che stentano a emergere.

E comprendo che il racconto sia in prima persona, quindi sia difficile “scandagliare” il vicino, ma ci sono azioni di cui avrebbero potuto rendersi “responsabili”. Insomma, ho fatto un discorso contorto per dire che anche qui ho avuto una sensazione di incompletezza.

Difred, sebbene per qualcuno irritante, è interessante proprio per la sua apatia. Non è un’eroina; ma una persona qualunque.
Quello che fa è solo raccontare una storia. Non la sua di storia, perché lei non la vive, si fa semplicemente trascinare; lei racconta la storia di qualcuno che ha dovuto impersonare, facendo buon viso a cattivo gioco.

Quindi, concludendo. Nulla da dire circa il messaggio profondo, critico, sfaccettato e ancora terribilmente attuale che manda questo libro.

Anche l’idea di servirsi di un passaggio così conosciuto della Bibbia, ma forse mai attentamente pesato nelle sue implicazioni femminili, è lodevole.

Quello che non riesco a identificare e inquadrare – e ancora sono qui che tentenno mentre scrivo la recensione – sono lo stile narrativo impersonale e quello di scrittura molto semplice. È come se mi mancasse qualcosa di definito; mentre leggevo ho sempre avuto questa sensazione di incompleto, di sfuggente. Non saprei, in verità, come definirla, ma mi ha impedito di immergermi completamente nella lettura.

il racconto dell'ancella valutazione


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Wolf la ragazza che sfidò il destino recensione

wolfTitolo originale: Wolf by Wolf
Autrice: Ryan Graudin
Genere: Distopico/YA
Titolo in Italia: Wolf
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad.: Ilaria Katerinov

Seguito da:
Wolf 2 Il giorno della vendetta.

– Ho ricevuto una copia di questo libro dalla casa editrice in cambio di un’onesta recensione –

1956. È un altro mondo quello su cui sorge il sole ogni giorno: l’operazione Leone Marino (l’invasione della Gran Bretagna da parte della Germania nazista) è stata attuata con successo; i giapponesi e i tedeschi hanno schiacciato i russi in una doppia morsa; l’Asse ha vinto; la guerra è finita e il mondo è spaccato.

Da una parte, la grande Germania; dall’altra la zona di co-prosperità della Grande Asia orientale (sotto dominazione giapponese).

Ogni anno, per celebrare questa grande alleanza tra Germania e Giappone, si tiene una gara: il Tour dell’Asse. Una gara particolare, anzi una corsa in moto («Ventimilasettecentoottanta chilometri suddivisi in nove tappe, percorse da venti concorrenti in cerca di vittoria, che veniva aggiudicata a chi faceva segnare il tempo cumulativo più basso»), durante la quale una ventina di giovani – maschi – si sfidano per portare alto l’onore della propria magnifica nazione.

Tuttavia, l’anno precedente, la svolta: a vincere la Croce di Ferro, l’ambito premio del vincitore simbolo di onore e gloria, è una ragazza Adele Wolfe, spacciatasi ragazzo e iscrittasi alla gara con il nome del gemello. A lei è spettato un grande onore: ballare con il Führer (il quale, trincerato in Cancelleria, difficilmente si mostra in pubblico a causa dei numerosi attentati – ahimè falliti – subiti).

Nella stessa città di Adele vive un’altra ragazza, una ragazza particolare, Yael. È giovane anche lei, ma la sua vita è stata completamente diversa da quella della coetanea: un treno l’ha trasportata in un campo di concentramento; un “medico” senza scrupoli (che ricorda molto la figura di Mengele) ha fatto di lei una cavia per terribili esperimenti.

Ha sofferto Yael e ha perso molto… tutto. Adesso, però, ha una missione. Una missione fondamentale; una missione che  non può assolutamente fallire. Ma per completarla deve diventare Adele.

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Ho sempre guardato con un certo fascino gli what if, soprattutto quando storici: cosa sarebbe accaduto se …? E qui il proseguo della domanda è uno di quelli che mette i brividi, ma al quale siamo stati davvero pericolosamente vicini: … Hitler avesse vinto la guerra? 

Partendo da elementi reali (i numerosi attentati a Hitler; le alleanze dell’Asse Roma-Tokyo-Berlino; i piani sulla costruzione di Germania – una sorta di Berlino 2.0, ect.), l’autrice costruisce la sua risposta proponendoci la storia di Yael, della sua lotta, della sua rabbia e anche della sua crescita alla ricerca della felicità, della vendetta e di un futuro migliore in nome anche di quelli che non ce l’hanno fatta.

Cominciando proprio con la protagonista, devo ammettere d’aver trovato il personaggio ben realizzato. Da una parte, l’abbandono, la solitudine; dall’altra la ricerca di una figura paterna, una volontà forte. E non solo: Yael nasconde in sé il coraggio per cambiare gli eventi, la forza e la determinazione di esporsi in prima persona per un bene superiore e, tuttavia, in lei è radicata la ferma decisione di non nuocere, se possibile, di non provocare altro dolore inutile.

Le dinamiche con gli altri personaggi, sebbene abbiano un’evoluzione prevedibile, non si concludono come si potrebbe immaginare e anche le loro decisioni nascondono un carattere sicuramente molto più sfaccettato e complesso di quanto non appaia in superficie. Restano un po’ in ombra i personaggi secondari.

Ciò che ho davvero apprezzato è il messaggio di fondo che emerge essenzialmente dalla figura della protagonista: è indifferente il modo in cui ci presentiamo (esternamente) agli altri; ciò che conta davvero è quello che siamo dentro.

Per quanto concerne gli ambienti, sebbene questi non siano un punto fondamentale della narrazione (descrizioni particolareggiate le abbiamo solo all’inizio dei capitoli) trovo il mix usato dall’autrice buono: da una parte, la narrazione non è appesantita da inutili lungaggini legate alla pedissequa descrizione degli ambienti; dall’altro, in poche frasi troviamo le coordinate necessarie per orientarci e immaginare uno sfondo per l’azione della nostra eroina.

Infine, passiamo al lato narrativo. Come scrivevo poco sopra, ho davvero molto apprezzato il messaggio che l’autrice si prefigge d’inviare, usando in particolare l’elemento surreale:

«Questo libro, in fin dei conti, parla di identità. Non solo del modo in cui vediamo noi stessi, ma anche di come consideriamo gli altri. Cosa determina l’identità di una persona? Il colore della pelle? Il sangue nelle vene? La divisa che indossa?»

Estratto da: Wolf, Ryan Graudin, trad. Ilaria Katerinov, pag. 507-508, DeAgostini, 2016

Ne ho apprezzato anche il finale, il quale, nonostante lasci ampio margine per una futura evoluzione (infatti Wolf è solo il primo di una serie di libri: Iron to iron – spin-off in cui viene raccontata la stessa storia di Wolf, ma da un punto vista differente – e Blood for blood, di cui trovi la mia recensione qui), mette un punto – più o meno – fermo alla vicenda con la conclusione della missione di Yael.

La narrazione procede poi in maniera molto scorrevole (e, infatti, ho terminato la mia lettura in pochissimi giorni). Insomma, dovessero arrivare anche in Italia i seguiti sono curiosa di leggerli, anche per comprendere meglio l’evoluzione dei personaggi.

valutazione wolf


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