Elizabeth Jane Howard Un’innocenza pericolosa

 Artemis Cooper cura la biografia dell’acclamata autrice di Elizabeth Jane Howard, nota per la saga in cinque volumi degli Cazalet.
Ecco: Elizabeth Jane Howard Un’innocenza pericolosa!

L’immagine di Elizabeth Jane Howard è associata a quella della femme fatale: l’incedere altero, l’eleganza aristocratica che le donne di ricca estrazione riescono a esibire in ogni circostanza senza risultare fuori luogo. La sua infanzia fu tormentata dalla depressione della madre e dalle molestie da parte del padre, e da giovane cercò la propria emancipazione attraverso la carriera di attrice, ma vide il suo sogno infrangersi con il matrimonio e l’arrivo della guerra. Si diede quindi alla narrativa. Nei suoi romanzi, Howard rappresenta con precisione etologica e con la disinvoltura conferita da una lunga esperienza le dinamiche matrimoniali, le sottigliezze dei rapporti sentimentali, le sfumature e le contraddizioni dell’amore che solitamente si impiega un’intera esistenza a cogliere nella loro interezza. Eppure, se si guarda alla sua vita privata, è difficile cogliere tracce sia della sicumera sfoggiata nel portamento, sia della perspicacia riversata negli scritti. Il suo contegno era un paravento dietro il quale celare la propria profonda insicurezza, il suo sentirsi fuori luogo in ogni situazione, specialmente nei ricevimenti della buona società. La sua vita sentimentale fu un’infilata di matrimoni catastrofici – l’ultimo dei quali, il terzo, con Kingsley Amis – intervallati da legami sentimentali e avventure rapsodiche, rosicchiate dalla frustrazione, spesso umilianti. Mentre era in vita il suo lavoro di scrittrice venne adombrato e ostacolato dall’ego e dalle insistenti richieste degli uomini che le stavano accanto; solo di recente è stata riscoperta come una delle autrici più importanti del Novecento inglese, e i cinque volumi della saga dei Cazalet (da cui il produttore di Downton Abbey trarrà una serie tv) sono la sua opera più imponente.
Artemis Cooper ci regala un ritratto strabiliante di una donna maledetta due volte, dalla sua bellezza e dalla sua acuta sensibilità, la cui innocenza fu innanzitutto un pericolo per se stessa.

L’autrice

Artemis Cooper è autrice di diversi libri, fra cui Cairo in the War, 1939-1945, Writing at the Kitchen Table: The Authorized Bio- graphy of Elizabeth David e, più di recente, Patrick Leigh Fermor: An Adventure. Con il marito, Antony Beevor, ha scritto Paris After the Liberation, 1944-1949. Ha curato due raccolte di lettere oltre a Words of Mercury, un’antologia dell’opera di Patrick Leigh Fermor; e, con Colin Thubron, ha curato The Broken Road, volume conclusivo della trilogia europea di Fermor.

Autrice: Artemis Cooper
Titolo: Elizabeth Jane Howard Un’innocenza pericolosa
Genere: Biografia
Codice isbn: 9788893251518
Casa editrice: Fazi
Prezzo ed. cartacea: 18,50€

Disponibile dal 20 aprile 2017!


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Mindhunter recensione

Titolo: Mindhunter
Autore: John Douglas con Mark Olshaker
Genere: Biografia
Anno di pubblicazione: 1995
Titolo in Italia: Mindhunter
Anno di pubblicazione ITA: 1996
Trad. di: Maria Barbara Piccioli

Fare profiling, quando ancora la parola risuonava simile a un rito di propiziazione degli dei, non è proprio un compito facile tra casi che si accumulano in ogni parte del mondo; pressioni e – comprensibili – insistenze da parte delle famiglie offese, della comunità, magari anche dei media; burocrazia governativa; diffidenza e circospezione da parte dei poliziotti di turno.

Ma questo è il lavoro di John e questa è la sua storia, degnamente raccontata da lui e da Mark Oldhaker.

John Douglas è un profiler del Federal bureau of investigation (FBI); praticamente lo possiamo pure definire il primo della sua specie.

Il suo lavoro lo porta a giro per gli Stati Uniti (e per il mondo), lontano dalla famiglia; immerso in una dimensione di atrocità in cui il tempo è il peggior nemico.

Nella pratica, il suo ruolo è quello di calarsi nella mente dell’assassino, comprenderne i movimenti, le motivazioni; scoprire chi potrebbe nascondersi dietro atrocità al di fuori di ogni immaginazione. Ma il profiler si deve anche calare nella mente della vittima cercando di comprendere cosa l’ha resa vittima: perché proprio lei e non altri?

John Douglas [Foto: Criminal Minds wikia]

La figura di Douglas ha dato a molti l’ispirazione. Thomas Harris ne trasse spunto per creare il suo Jack Crawford, personaggio in Red Dragon e Il silenzio degli innocenti (famosi anche per la loro versione cinematografica).

Il creatore della serie Hannibal, Bryan Fuller, ha ammesso che la figura di Will Graham è basata – almeno in parte – su John Douglas.

E ancora: i creatori di Criminal Minds, nel 2015, hanno confermato che il profiler Jason Gideon è anche lui basato su Douglas. [Fonte: Wikipedia.org]

Insomma… Douglas è una specie di stampo perfetto da riprodurre in serie nel mondo cinematografico americano legato al crimine, all’indagine e all’investigazione.

E come in un film o in un racconto thriller che si rispetti cominciamo in maniera piuttosto inquietante: John è la vittima. 

«Devo essere all’inferno.
Non c’erano altre spiegazioni possibili, dato che ero nudo è legato. Una lama mi lacerava le membra causandomi un dolore intollerabile. Non c’era orifizio del mio corpo che non fosse stato violato. In gola mi era stato infilato qualcosa che mi soffocava, causandomi conati di vomito. Oggetti appuntiti mi erano stati infilato nel pene e nel retto e avevo la sensazione che mi stessero squartando. Ero fradicio di sudore. Poi finalmente capii che cosa stava accadendo: mi torturavano a morte tutti gli assassini, gli stupratori e i molestatori di bambini che avevo mandato in carcere.»

Ora, in realtà, non si tratta di quello che tutti potremo pensare:

Piccolissimo spoiler

“semplicemente” Douglas ha avuto un gravissimo crollo psico-fisico che manca poco lo conduce alla morte a causa di tutto lo stess accumulato negli anni di frenetico lavoro e caccia ai vari assassini…

Premetto che la lettura di questo libro non è stata semplice: primo perché tutti i casi riportati (e sono tanti e uno più orrendo dell’altro) sono tutti realmente accaduti; secondo, perché nei momenti in cui iniziavo la lettura – ed ero sola in casa -, gli oggetti delle altre stanze prendevano improvvisamente vita e cadevano dagli scaffali o scricccchiolavano in modo sinistro. Giuro che ho rischiato l’infarto più di una volta!

Meno male che in Italia, seppur con tutti i nostri difetti, non abbiamo alle spalle un passato di serial killer e maniaci omicidi affollato e composito come quello americano!

Ma veniamo a noi.

Come hai potuto capire leggendo le righe di estratto sopra, si tratta di una biografia ricca di esperienze, di casi risolti (e, purtroppo, anche non risolti), di atrocità, di indagini e considerazioni.
Nella nuova edizione curata quest’anno da Longanesi, abbiamo un paio di pagine di prefazione scritte da Donato Carrisi.

Insomma, il libro intreccia le esperienze e le considerazioni di Douglas, traducendosi in un’analisi inquietante ma realistica, considerando anche che leggiamo il libro a distanza di una decina d’anni (la prima edizione del libro è del ’96), sulla società, sulle distanze che si creano tra gli individui e sulla percentuale di casi risolti, la quale si dissolve di anno in anno.

Così Douglas ci fa partire dalle basi, prendendola larga: August Dupin, Sherlock Holmes, La donna in bianco di Wilkie Collins… fino a portarci dal caso letterario al caso concreto: Jack lo squartatore, Mad Bomber, Charles Manson, John Hinckley (nome da sempre accostato a quello della famosa attrice Jodie Foster, la quale poverina fu oggetto di una folle persecuzione da parte di Hinckley) e – purtroppo – tantissimi altri.

Uno dei primi esempi presentati è proprio quello di Mad Bomber. Il dottor Brussel, psichiatra, negli anni ’60, fornì un profilo dannatamente preciso di Mad Bomber (che si macchiò di oltre trenta attentanti in quindici anni), avvisando gli inquirenti che avrebbero trovato il loro uomo scapolo, convivente con un fratello o una sorella e vestito probabilmente con un doppio petto… abbottonato. E così gli agenti lo trovano: l’unico errore nel profilo redatto dallo psichiatra stava nel numero di fratelli (si trattava di due sorelle nubili).

Magia?

No: studio sapiente, attenzione per i dettagli, analisi dei dati e delle statistiche.

Insomma, il lavoro dei profiler è proprio quello di ricostruire il profilo tipo, esattamente come fece il dott. Brussel negli anni ’60.
I due anni di preparazione per gli operativi di analisi comportamentale dell’FBI servono a imparare a riconoscere i segnali, a leggere le azioni e incasellarle in un determinato schema comportamentale e a rispondere a tre apparentemente semplici domande: cosa, perché e chi.

L’addestramento non è né rapido né indolore tra alcune procedure bizzarre, ferreo addestramento, la leggendaria quanto ingombrante figura di J. Edgar Hoover e, alla fine, la difficile scelta della prima destinazione (generalmente una sede disagiata).

E se, da una parte, è inquietante quanto profetiche possano essere state certe rivelazione fatte da questi agenti della squadra di supporto, dall’altra ci fanno comprendere quanto una catalogazione e studio accurato dei profili di criminali e serial killer possa contribuire alla loro cattura e, di conseguenza, a salvare delle vite.

Ma è anche lo strano rapporto che si crea tra il profiler e il suo assassino. Una sorta di “rispetto” o “stima” – passami il termine -, forse sarebbe meglio dire fascino inteso in questi termini: come può una persona capace di tali perversioni averla fatta franca così a lungo? Oppure come può una persona così affabile aver perpetrato tali efferatezze? Insomma cosa accade nella mente del serial killer? Cosa si può fare per fermarli? Per impedire che un fattore scatenante possa liberare la loro follia?

Ma siamo poi così sicuri che un serial killer sia un pazzo?

Siamo d’accordo che questi individui sono assolutamente al di fuori di ogni logica sana, ma ciò non prescinde dal comprendere le proprie azioni – e le relative conseguenze – e sopra ogni cosa dall’intenzione di compierle (cioè l’assassino sa perfettamente che ciò che farà causerà del male; sa perfettamente che il suo comportamento avrà delle conseguenze disastrose sulla vita di un altro essere umano… e, nonostante tutto, non gli interessa).

Il loro comportamento denota razionalità. Ed è proprio questa la logica in cui si deve calare un profiler per poter restringere la rosa dei sospetti e permettere alla polizia di individuare il suo uomo.

E a questo proposito avrai notato che, quando ho scritto di serial killer o omicida, l’ho fatto declinandolo al genere maschile. Ebbene, il profilo del classico serial killer è quello di un uomo bianco, con un passato di violenze, una famiglia disfunzionale e con un quoziente intellettivo pari o addirittura superiore alla media.

Quindi, come dire che si tratta di pazzi?

Sono persone capaci di aberrazioni senza dubbio, ma si tratta di individui che comprendono perfettamente quello che stanno facendo e le sofferenze che stanno infliggendo.

Anche se, in fondo, ha ragione John Douglas: fra cent’anni – ma anche oggi in realtà – nessuno saprà chi è stato John Douglas, ma tutti ricorderanno il nome di Charles Manson – ad esempio – e le folli atrocità della sua famiglia.
[Per esempio, la foto di copertina scelta dalla casa editrice è proprio di Manson].

Insomma, in questo viaggio nel profondo nonché distorto animo umano c’è spazio per numerose domande: è possibile individuare il potenziale serial killer nell’infanzia recuperandolo prima che sia troppo tardi?

Insomma, criminali si nasce o si diventa? È possibile riconoscere dei comportamenti potenzialmente pericolosi e, di conseguenza, impedire il verificarsi di determinati eventi? Esiste un comportamento – attivo o passivo – che la vittima può tenere per avere una speranza di salvezza? Esiste o esistono delle iniziative che una collettività può intraprendere per impedire la “nascita” o il “divenire” di un assassino?

Ma non sempre a una domanda corrisponde una risposta adeguata. Tuttavia, la biografia/analisi che propongono Douglas e Olshaker offre numerosi spunti di riflessione.

Non si tratta di un’apologia verso il crimine né un modo per invitare chi ha mire poco altruistiche a prendere idee: si tratta di un’analisi schietta e senza filtri.

È una trattazione interessante, sebbene molto inquietante, di cui ne consiglio la lettura (non do valutazione, perché come sai le biografie sono escluse). Il taglio psicologico e psichiatrico nonché – ovviamente – criminalistico che Douglas dà alla questione mi spinge a voler approfondire questi aspetti (e, quindi, mi sono segnata un altro libro di Douglas da leggere: Nella mente del serial killer). Tuttavia, è una lettura che mi sento di sconsigliare a chi si spaventa facilmente o è di stomaco debole.


P.S. Giusto per curiosità, ti informo che Mindhunter diventerà una serie televisiva Netfilx.


 

Il farmacista del ghetto di Cracovia recensione

il-farmacista-del-ghetto-di-cracoviaTitolo: Apteka w getcie krakowskim
Autore: Tadeusz Pankiewicz
Genere: Biografia/Memoir
Anno prima pubblicazione: 1982
Titolo in Itala: Il farmacista di Cracovia
Anno prima pubblicazione ITA:
Trad. ed. Utet di: Irene Picchianti

– Ho ricevuto dalla casa editrice una copia del libro in cambio di un’onesta recensione –

«Le parole, le considerazioni, le analisi, ma soprattutto l’eroica condotta di questo mite farmacista e delle sue assistenti, tra i pochi a considerare quel maledetto luogo pur sempre una “patria comune”, ci insegnano che la vita di ogni persona, pur in una situazione devastata dalla morte di massa, può ancora essere ritenuta il più grande dono che ci è stato dato e che abbiamo sempre il dovere di salvaguardarla, anche quando sembra impossibile farlo.»

Estratto dalla perfezione di Marcello Pezzetti,
Utet, 2016

A dispetto di un titolo così romantico ed evocativo, Il farmacista del ghetto di Cracovia non è un racconto né un romanzetto.
È una testimonianza dura – terribilmente dura – ma diretta delle follie naziste.

Siamo qui in una Polonia appena diventata il nuovo parco giochi nazista, in particolare ci troviamo a Cracovia… nel ghetto – pardon, “Quartiere ebraico” – di Cracovia.

E il quartiere con i suoi edifici chiusi sul “lato ariano” e stipati fino all’inverosimile di persone (circa 17.000), con le sue strade nelle quali si riversano anche bambini e ammalati e malati di mente durante i “trasferimenti”, con i suoi accessi militarmente controllati, è un quartiere completamente trasformato.

Non solo per la nuova conformazione, i nuovi limiti invalicabili in filo spinato, il coprifuoco… sono le persone a essere cambiate…

il-farmacista-di-cracovia-citazione

 

La preoccupazione per l’oggi cancella il ricordo del passato e la prospettiva per il futuro. Così sono costretti a vivere gli abitanti del ghetto: bugie, inganni, percosse, insulti, minacce.

Trasferimenti e rastrellamenti sono gli unici eventi che si ripresentano nel ghetto con una certa terribile frequenza e gli unici dopo i quali si fa la conta di chi è rimasto e la conta di chi non c’è più.

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[Fonte: Wikipedia.org]

La farmacia All’Aquila è uno dei pochi luoghi dove ancora è permesso piangere un caro picchiato a morte o deriso o trascinato via da qualche nazista; dove è permesso gioire per aver ottenuto un permesso – un  semplice pezzo di carta – grazie al quale, però, aver salva la vita; e dove poter trovare un nascondiglio anche durante il coprifuoco.

Tadeusz Pankiewicz e le sue collaboratrici Irena Droździkowska, Aurelia Danek-Czortowa e Helena Krywaniuk si impegnano in questo ogni giorno e assistono impotenti, come moltissimi altri, a ciò che sta avvenendo proprio davanti alle finestre della farmacia.

Per quanto gli fu possibile cercarono di aiutare  regalando medicinali a chi stava per partire (e forse non tornare mai più) o fingendo di esserne privi per consentire a qualcuno di uscire dal ghetto e scomparire oppure fornirono tintura per capelli a chi era troppo anziano (e di conseguenza considerato “inabile al lavoro” e di conseguenza deportato); nascondendo pergamene e libri e effetti personali all’interno della farmacia organizzandosi anche con scomparti segreti. Quando possibile cercano di addolcire i tedeschi per convincerli a rilasciare permessi (e di conseguenza salvare vite) o ottenere la grazia.

Non solo soli. Con loro tantissimi altri, nomi più o meno noti ma tutti ugualmente importanti: Feliks Dziuba e il suo collaboratore Józef Zając, il dottor Ludwik Żurowski, il dottor Biberstein, tutti i componenti dello ŻOB che collaborava con la resistenza esterna, Oskar Schindler e tantissimi altri.

Non mancano, tuttavia, anche i nomi dei delatori e degli informatori della Gestapo e delle SS che con gioia riportavano ogni genere di segnalazione ai tedeschi. E, anzi, è bene fare anche i loro di nomi sebbene poi molti di loro, per questa loro devozione alla Gestapo o alle SS, furono fucilati dai loro stessi padroni.

Insomma, le testimonianze di questo periodo non sono mai facili né di agile lettura. Si tratta di un periodo oscuro, ignominioso della nostra storia umana, ma va conosciuto.
Va affrontato.
E ritengo che il modo migliore sia quello di leggere e informarsi. Non c’è nulla di meglio che ascoltare e leggere le testimonianze dirette di chi ha visto e sentito e provato e vissuto la violenza nazista sulla propria pelle.

Una prima edizione del libro fu presentata nel 1947 piena, però, di censure. Una seconda edizione, cui questa si rifà, aggiunge nuovi ricordi e nuove vite spezzate. Nonostante questo – e allo stesso autore pare sia capitato in prima persona un incontro del genere – c’è chi comunque continua a non credere che una tale quantità di atrocità fu commessa (o che un tale massacro sia davvero avvenuto).

Tadeusz Pankiewicz, Giusto fra le nazioni, non è uno scrittore – e questo si avverte nella lettura del libro – ma è stato un testimone. Non si creda, quindi, che gli episodi da lui riportati siano “gonfiati” o esagerati, perché purtroppo non furono i soli episodi che si verificano nell’Europa nazista.

E le deportazioni, il viaggiare giorni e giorni stipati in vagoni bui e pieni senza acqua né cibo, l’orrore dei campi di sterminio, le camere a gas, i forni crematori, gli stanzoni ricolmi di effetti personali strappati, famiglia distrutte, bambini amputati e torturati usati come cavie, violenze, stupri, furti, percosse. 
È successo tutto e molto altro.

Quindi, per ricordarsi che la vita umana non deve essere alla mercé di un capriccio, che nulla vale quanto una vita, ti consiglio di leggere questa testimonianza (e, se hai interesse, anche gli altri libri qui indicati).

E non dovremo solo ricordare e vergognarci per le bassezze di cui il genere umano è stato capace, ma dovremo fare altrettanto – qui a maggior ragione vergognarsi – sapendo che molti mostri nazisti non hanno ricevuto la loro giusta punizione tra chi non ha mai dovuto venire a patti con la giustizia e chi, invece, quella stessa giustizia assurdamente assolse.


P.S. Ti ricordo che i libri biografici non hanno la scheda di valutazione per i seguenti motivi.

Maria Antonietta una vita involontariamente eroica recensione

Maria Antonietta una vita involontariamente eroicaTitolo: Marie Antoinette Bildnis eines mittleren Charakters
Autore: Stefan Zweig
Anno di pubblicazione: 1932
Genere: Biografico
Titolo in Italia: Maria Antonietta Una vita involontariamente eroica
Anno di pubblicazione ITA: 1932
Trad. di: Lavinia Mazzucchetti

Quando ero piccola, lo ricordo ancora con un poco di nostalgia, all’esame di quinta elementare portai la Rivoluzione francese, questo grande caos travolgente che ingarbuglia un regno per creare la base dei moderni sistemi giuridici.

Okay, all’epoca ero più affascinata dall’idea del popolo che si ribella, che – con fermezza e dopo anni e anni di oppressioni – grida per farsi ascoltare dai potenti chiusi nei loro castelli dorati, ma ancora non comprendevo bene i fili che tirano le masse e la verità del Manzoni circa la famosa “folla“, massa informe e senz’anima, difficile da controllare.  Insomma, è logico che la figura di Maria Antonietta, regina bambina frivola e viziata e tuttavia donna che la storia ha incasellato per sempre tra i nomi delle regine più famose, mi ha sempre affascinato.

Così erano anni in verità che orbitavo impazzita attorno alla – famosissima – biografia di Zweig, ma temevo davvero una cocente delusione. La figura di Maria Antonietta viene da anni di discredito e mistificazioni, ma di contro, non appena la monarchia venne restaurata, si cercò anche di produrre una visione positiva della regina asburgica. Tuttavia, la sua persona è sempre stata in bilico tra coloro che la ritenevano una stupida oca e chi, invece, una grande martire. In verità, io credo, non è nessuna delle due. È sicuramente una donna a cui la vita ha arriso… per un certo periodo. Ed è anche una donna che, davanti a una delle avversità più grandi (una rivoluzione!), non si è comunque arresa.

Nell’introduzione, Zwieg si sofferma a specificare proprio questo aspetti, quindi… siamo partiti d’amore e d’accordo.
E questo “rapporto” a distanza con il biografo è proseguito alla grande. In primo luogo, ammetto di non essere una grande amante dei saggi o, comunque, di quella parte di saggistica che vomita cifre, dati e statistiche. Ecco, qui, pur non scadendo nel romanzetto rosa che tutti ormai paiono aspettarsi da una biografia su Maria Antonietta (grazie Sofia Coppola per il tuo film banalotto), in un incontro tra prosa bella e scorrevole e linguaggio ottimo (elaborato, ma affatto pesante), Zweig ci conduce in questo mondo di luci e ombre, di frivolezze e intrighi, di sciocchezze e genialità, di interessi contrastanti e decisioni procrastinate.

Certo, si tratta di una biografia redatta nel lontano 1932, quindi mancano alcune “rivelazioni” che nel libro restano solo delle belle speranze romantiche (mi riferisco in particolare alle leggende circa la fortuita fuga di Luigi XVII, il figlio di Maria Antonietta e Luigi XVI; purtroppo, recentemente smentite da quattro/cinque esami del DNA, i quali hanno consegnato alla storia la verità su di un bambinetto di dieci anni, dimenticato perché ormai inutile, morto tra atroci privazioni, stenti e malanni in una buia e umida prigione).

Insomma, la sensazione è quella di aver tra le mani un lavoro completo e complesso che mai pende per una o per altra parte, ma ascrive a ognuno dei protagonisti di questa grande epopea francese (ma, in verità, mondiale) errori, debolezze, incertezze e tentennamenti. La ricostruzione è dura, poichè molto scritti sono stati dati alle fiamme; molti sono frutto della propaganda (sia repubblicana che monarchiaca); molti sono il risultato di fantasie, di ricordi offuscati, ma Zweig si muove in questa informe massa di informazioni come un ballerino esperto.

Per cui, partiamo con la piccola Toinette, per il momento solo una figlia della grande Maria Teresa, il cui destino verrà tuttavia rapidamente deciso da ambasciatori, messi, carte e importanti accordi internazionali. La ritroviamo in Francia, in questa corte raggiante e dorata, dove, dai tempi del Re Sole (Luigi XIV), la nobiltà si aggira tra intrighi e riverenze e sgomita per reggere il regale pitale. E poi il fascino e la frivolezza delle notti di Versailles; le macchinazioni di una corte piena di civettuoli, vanitosi e arrivisti; la cupidigia di alcuni; la miopia di altri. Il gioco della corte diverte la Delfina e poi la Regina, dimentica degli aspri ma terribilmente profetici – nonché giusti – moniti dell’augusta Maria Teresa. Tutto, persino il gioco d’azzardo, è concesso alla regina che, per folle crudeltà del destino, da amata delfina diverrà l’odiosa tigre asburgica, l’orgogliosa, la grande bagascia.
Insomma, dagli specchi, dai giardini e dai meravigliosi corridoi di Versailles al buco, oscuro e umido, della Conciergerie.

Questa curva discendente, che poi porterà la donna alla morte, è inversamente proporzionale alla crescita del suo spirito. Da superficiale, vanesia e vanitosa giovane donna, Maria Antonietta riscopre in sé una strana forza, un forte orgoglio, una sveglia intelligenza e una grande forza d’animo… forse atavici in lei o forse frutto delle tempeste che le si abbattevano in volto. E tuttavia non si tratta solo della storia di una donna, della sua crescita umana.… no, o almeno, non solo. Perché la storia ci mette lo zampino (una rivoluzione… anzi, LA rivoluzione); il destino si diverte beffamente (non so quanti tentavi di fuga hanno miseramente fallito… quello di Varrenes è solo il più eclatante); i giochi politici smuovono pedine insospettabili e interessi opposti. Tutto questo (e molto altro) consegna definitivamente la figura di Maria Antonietta, ora regina martire ora «sfacciata bagascia», all’immortalità della storia. Dice bene Zweig – e mi avvolgo delle sue parole, perché come lo dice lui io non sarei mai capace:

«Per i primi trent’anni, nei trentotto della sua esistenza, questa donna percorre una via insignificante, seppure in una sfera inconsueta; mai supera nel bene o nel male la misura mediana, anima tiepida, carattere mediocre e, dal punto di vista storico, da principio soltanto personaggio di comparsa. Se la Rivoluzione non fosse scoppiata nel suo mondo sereno e spensierato, questa figlia d’Asburgo avrebbe tranquillamente continuato a vivere come cento milioni di donne di tutti i tempi: avrebbe ballato, chiacchierato, amato, riso, fatto del lusso, delle visite, elargito elemosine, avrebbe messo al mondo dei figli, e si sarebbe alla fine distesa tranquillamente nel suo letto per morire prima di avere partecipato comunque allo spirito del suo tempo. Le avrebbero, perché regina, eretto un solenne catafalco, dedicato il lutto di corte, ma poi sarebbe svanita dalla memoria dell’umanità, al pari di tutte le innumerevoli altre principesse, le Marie Adelaide e Adelaide Marie, le Anne Caterine e Caterine Anne, i cui epitaffi dormono, non letti, nelle fredde pagine dell’almanacco di Gotha. Mai uomo alcuno avrebbe sentito il desiderio d’interrogare la sua anima spenta, nessuno avrebbe saputo chi fosse in realtà; non solo, ma – e questo è l’essenziale – lei medesima, Maria Antonietta, regina di Francia, senza le prove della sorte, mai avrebbe appreso e saputo la sua vera grandezza.» Estratto da Zweig, Stefan, “Maria Antonietta. Una vita involontariamente eroica”, ed. Castelvecchi, traduzione di Lavinia Mazzucchetti.

E comunque non è necessario essere amanti della storia per leggere e apprezzare questo libro. Davvero caldamente consigliato.


Io sono Grey

io sono greyIl film di 50 sfumature di grigio deve ancora uscire (14 febbraio 2015), che Jamie Dornan è già un’icona, un idolo adorato e venerato da alcune o odiato da altre (in quanto non ritenuto sufficientemente in parte) tanto che, in una recente intervista, lo stesso Dornan si è detto preoccupato per la sua vita.

Insomma, comunque stiano le cose, è già pronta la storia della sua vita, scritta da Alice Montgomery.

C’è il Christian Grey pubblico, giovane di successo, ricco, intelligente, autorevole. Oltraggiosamente bello, imprenditore in gamba, filantropo, con una spiccata propensione al controllo e a ottenere ciò che vuole. Il tipo d’uomo che molte donne vorrebbero incontrare. Poi, c’è il Christian Grey privato, riservato, diffidente, possessivo, tormentato da antiche ferite mai rimarginate. Nasconde nel cuore più misteri della Stanza Rossa, il luogo in cui si dedica al bondage e al sesso BDSM. È un maniaco del controllo. Ogni mossa del suo corpo perfetto e ogni lampo dei suoi occhi grigi trasmette una sola parola: Pericolo. Il tipo d’uomo che tutte le donne dichiarano di temere, ma sognano di conoscere. Intimamente. Dal momento in cui è entrato nel cast di Cinquanta sfumature di Grigio, Jamie Dornan è Christian Grey. Enigmatico come il suo personaggio, la bellezza schiva di chi ha molto da dimenticare, fisico da ex modello e, nel curriculum, tra gli altri, un ruolo da fascinoso serial killer nella premiata serie tv The Fall. Un’affinità intensa tra personaggio e attore che merita di essere approfondita ora che, nel buio delle sale, stiamo per consegnarci virtualmente nelle sue mani. Perché prima di lasciar entrare qualcuno nelle proprie fantasie proibite, bisogna conoscerlo bene” [fonte: edizpiemme.it].

Prezzo di copertina: 12,90€
amazon.it: 10,97€ (eBook: 4,99€)
ibs.it: 10,96€