Non ti muovere recensione

Recensione non ti muovereTitolo: Non ti muovere
Autrice: Margaret Mazzantini
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2001

C’è un incidente e così che, in pochissimi secondi, il destino di più persone rischia di cambiare per sempre. Per adesso, è in attesa, appeso a un filo molto (molto) sottile.
La ragazza, che ha avuto l’incidente con il motorino, viene portata in ospedale. Ospedale presso il quale, per l’appunto (ah, gli scherzi del destino!), lavora come chirurgo il padre, Timoteo.
La figlia è sotto i ferri (un collega dell’uomo la sta operando); lui, ovviamente, baratterebbe l’anima con il diavolo per salvare l’amato bene.
E, insomma, ecco che comincia la sua confessione alla figlia (ancora sul tavolo operatorio), durante la quale rivelerà una vita non così perfetta come appariva all’esterno.

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Premetto che il mio intento, quando acquisto o comunque decido di leggere un libro, è quello di portare a termine la lettura (mi sembra anche scontato; un po’ per rispetto all’autore che ha deciso di raccontare proprio quella storia e un po’ anche verso i miei quattrini che si sono volatizzati durante la fase d’acquisto). Così, a volte, mi capita che mi trascino un libro per dei mesi, quando non diventano addirittura anni (non sto scherzando), prima di decidere che “ok, basta; non siamo fatti l’uno per l’altra“.

Questa mia storia ha inizio lo scorso anno, appunto. Mi ritrovo tra le mani “Non ti muovere” di Margaret Mazzantini: libro acclamatissimo (ha vinto anche lo Strega 2002), da cui hanno tirato fuori anche un film con Sergio Castellito; autrice osannata come una delle migliori penne dell’italiana contemporaneità.
Così, mi dico: “ma sì, qui andiamo sul sicuro“.
Non mi pongo nemmeno troppe domande, non leggo niente (come, invece, ho imparato a fare) e vai con l’acquisto!

Me lo porto a casa, comincio a leggere, leggere, e… E qui comincia anche il mio calvario e personale lotta con me stessa: “Gira quella pagina!“, “Forza, continua a leggere!“. Passando attraverso fasi alterne tra i libri “momentaneamente accantonanti”, alla fine mi sono resa conto che non potevo continuare. Quindi, e qui chiudo con le mie premesse sempre troppo lunghe, ho chiuso. Ho chiuso con “Non ti muovere” e ho chiuso anche con la Mazzantini.

Leggere non può diventare una sofferenza.

Ora, quando non termino un libro (cosa che, fortunatamente, non mi succede così spesso) non trovo corretto dare una valutazione come faccio solitamente (anche se mi sembra scontato quale potrà essere il mio voto, considerato che non sono nemmeno riuscita a finire la lettura).

Venendo a noi.

L’iniziale lamento funebre per la vita della figlia che sta sfuggendo via si trasforma in una triste (tristissima) confessione – sempre alla suddetta figlia perché, nella narrazione, l’uomo si rivolge alla ragazza – in cui il padre rivela, tra le tante cose, la sua relazione clandestina (oltre che si è reso conto di non amare la madre della ragazza, d’aver sempre vissuto una vita che gli andava stretta, ect.). E mi è sembrata realizzata in una maniera così grossolana, piena di frasette alla “Baci Perugina” (che, però, sembrano piacere davvero tantissimo nel contemporaneo panorama “letterario” italiano), con una drammatizzazione per eventi banali davvero eccessiva da risultarmi alla fine non solo poco convincente e poco credibile (cosa interessa se il pavimento era in grès piastrellato e il posacenere sul tavolo era a forma di conchiglia in una confessione alla figlia morente?!), ma anche imbarazzante.

Inoltre, il nostro Timoteo (alias padre-in-pena-?), in qualche passaggio, è troppo esplicito e morbosamente dettagliato nelle sue descrizioni intime; troppo confidente nel parlare di sesso, stupro, capezzoli e parti intime… Ricordo che finzione vuole che il protagonista si stia rivolgendo alla figlia (punto primo) quindicenne (punto secondo) in fin di vita (terzo punto). E sottolineo: in-fin-di-vita. Credo che, in questo caso gli amplessi/stupri con quella che chiamerò per semplicità l’amante siano davvero l’ultima cosa a cui un padre penserebbe.

Soffermiamoci poi un attimo su questo “stupro”. Spunta un po’ dal nulla, perché nulla (né il carattere né il passato né il presente del medico) prepara il lettore a questo evento inspiegabile e, anzi, il protagonista stesso sembra crederci poco (non una domanda, non un’analisi sull’accaduto, non un dubbio, non un rimorso… insomma, stiamo parlando di un libro in prima persona che segue il punto di vista e, di conseguenza l’introspezione, del protagonista; e, quindi, dimmi qualcosa dannazione! Hai appena commesso un atto ignobile: sei contento? Sei triste? Ti senti una m***?). L’unica spiegazione che ci è concessa è l’alcool… cioè il mezzo bicchiere scarso di vodka che il protagonista prende a un bar (poi va in officina per un guasto alla macchina, poi controlla la suddetta macchina con il meccanico, poi torna con il suddetto all’officina, poi aspetta e aspetta e poi alla fine riesce a ricordare la strada per arrivare al l’appartamento squallido della donna, che poi stuprerà… ok, che bicchierino era in realtà?!).
L’alcool: la causa di ogni male… e vabbè.

Sequenze narrative confuse (no so se la colpa era della mia versione digitale, ma in alcuni momenti ti accorgi troppo tardi che la scena è cambiata e, quindi, tocca scorrere i paragrafi precedenti alla ricerca del punto preciso in cui tutto questo è successo). Stesso dicasi anche per i tratti dei personaggi (ad esempio, Italia – alias la-donna-stuprata-poi-amante-poi-quasi-quasi-la-amo – prima ha i capelli gialli, poi bianchi poi decolorati… per me è indifferente: basta avere le idee chiare).
Alcuni dialoghi non li ho capiti: è un po’ come se i due interlocutori fossero su due frequenze diverse e uno rispondesse alla domanda di un’altra voce udita nell’etere, invece che a quella dell’interlocutore che ha di fronte.

Pagine e pagine in cui il protagonista non fa altro che lamentarsi di quanto sia triste e vuota la sua vita, di quanto non ami la moglie, di quanto non sappia davvero spiegarsi quello che gli è successo (e, ricordo, non l’avessi già ripetuto abbastanza: sta facendo una confessione alla figlia in fin di vita… per la serie, prima che tu muoia, vorrei che ti fosse ben chiaro quanto la mia vita abbia fatto schifo).
Tutto gli sfugge di mano come se uno spirito cattivello si fosse impossessato di lui… Chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

Per poi arrivare, ma da qui in avanti mi taccio perché ho deciso di prendere baracca e burattini e salutare la mia lettura, dell’aborto di Italia. Anche qui vedi sopra: tema importante su cui davvero ci si sarebbe potuto sperticare in qualunque tipo di ragionamento, e invece… solito piattume sentimentale, solite frasi fatte da cioccolatini, solite considerazioni banali (e, di conseguenza, irritanti).

Nemmeno il linguaggio bilancia una narrazione così stantia e imbarazzante. Tuttavia, qui, la colpa è mia: come sai, non sono un’amante dello stile telegrafico. Il “parola-aggettivo-verbo-punto” non fa per me (e mi sembra evidente il grandissimo conflitto di interessi, visto il modo in cui io stessa scrivo gli articoli del blog =p).

Morale della favola: cosa salvo di questo libro? Ben poco… non sapendo come va a finire (non che la cosa mi interessi), non posso nemmeno dire se, nelle ultime pagine che ho mancato di leggere, si assiste a un exploit così stupefacente (e miracoloso) da farmi riconsiderare quando scritto sopra.

Detto questo, qualcuno potrà dirmi: “Non hai capito un tubo; la confessione di Timoteo serve per far sì che lui, espiando così i suoi peccati, possa salvare la figlia“. Be’, ecco: sono convinta di non aver capito molte cose di questo libro e, sicuramente, non avrò compreso nemmeno questa. Il modo per espiare i propri peccati non lo si trova certo facendo una menata piagnucolosa su quanto “sono stato sfortunato nella mia vita” (stile “La solitudine dei numeri primi“: gente che non si rende davvero conto cosa voglia dire avere sfortune dalla vita).


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